Alessandro Manzoni.
I PROMESSI SPOSI
storia milanese del secolo diciassettesimo.

Seconda parte.


INDICE.

    Capitolo 22.
    Capitolo 23.
    Capitolo 24.
    Capitolo 25.
    Capitolo 26.
    Capitolo 27.
    Capitolo 28.
    Capitolo 29.
    Capitolo 30.
    Capitolo 31.
    Capitolo 32.
    Capitolo 33.
    Capitolo 34.
    Capitolo 35.
    Capitolo 36.
    Capitolo 37.
    Capitolo 38.

    Glossario.

    CAPITOLO 22.

    E' giunto il cardinale Federigo.   -  L'innominato decide di andare da
    lui.   -  La vita del cardinale.  -  La sua inesauribile carit.  -  I
    suoi scritti.

    Poco dopo il bravo venne a riferire che, il giorno avanti, il cardinal
    Federigo Borromeo,  arcivescovo di Milano,  era arrivato a ***,  e  ci
    starebbe  tutto  quel  giorno;  e  che  la  nuova  sparsa  la  sera di
    quest'arrivo ne' paesi intorno aveva invogliati tutti d'andare a veder
    quell'uomo;  e si scampanava pi per allegria,  che  per  avvertir  la
    gente. Il signore, rimasto solo, continu a guardar nella valle, ancor
    pi pensieroso.   -  Per un uomo!  Tutti premurosi, tutti allegri, per
    vedere un uomo!  E per ognuno di costoro avr il suo diavolo  che  lo
    tormenti.  Ma  nessuno,  nessuno n'avr uno come il mio;  nessuno avr
    passata una notte come la mia!  Cos'ha quell'uomo,  per  render  tanta
    gente allegra?  Qualche soldo che distribuir cos alla ventura...  Ma
    costoro  non  vanno  tutti  per  l'elemosina.  Ebbene,  qualche  segno
    nell'aria,  qualche  parola...  Oh  se  le avesse per me le parole che
    possono consolare!  se...!  Perch non  vado  anch'io?  Perch  no?...
    Ander,  ander;  e  gli  voglio  parlare:  a  quattr'occhi gli voglio
    parlare. Cosa gli dir? Ebbene, quello che, quello che..  Sentir cosa
    sa dir lui, quest'uomo!  -
    Fatta  cos in confuso questa risoluzione,  fin in fretta di vestirsi
    mettendosi una sua casacca d'un taglio  che  aveva  qualche  cosa  del
    militare;  prese  la  terzetta  rimasta  sul  letto,  e l'attacc alla
    cintura da una parte;  dall'altra,  un'altra che stacc da  un  chiodo
    della parete; mise in quella stessa cintura il suo pugnale; e staccata
    pur  dalla parete una carabina famosa quasi al par di lui,  se la mise
    ad armacollo; prese il cappello, usc di camera; e and prima di tutto
    a quella dove aveva lasciata Lucia.  Pos  fuori  la  carabina  in  un
    cantuccio vicino all'uscio,  e picchi,  facendo insieme sentir la sua
    voce.  La vecchia scese il letto in un salto,  e corse ad  aprire.  Il
    signore  entr,   e  data  un'occhiata  per  la  camera,   vide  Lucia
    rannicchiata nel suo cantuccio e quieta.
    "Dorme?" domand sotto voce alla vecchia: "l,  dorme?  eran questi  i
    miei ordini, sciagurata?"
    "Io  ho  fatto  di  tutto,"  rispose  quella:  "ma  non  ha mai voluto
    mangiare, non  mai voluta venire..."
    "Lasciala dormire in pace;  guarda di non la disturbare;  e quando  si
    sveglier...  Marta  verr  qui  nella stanza vicina;  e tu manderai a
    prendere  qualunque  cosa  che  costei  possa  chiedere.   Quando   si
    sveglier...  dille che io... che il padrone  partito per poco tempo,
    che torner, e che... far tutto quello che lei vorr.".
    La vecchia rimase tutta stupefatta pensando  tra  s:    -    che  sia
    qualche principessa costei?  -
    Il  signore  usc,   riprese  la  sua  carabina,  mand  Marta  a  far
    anticamera, mand il primo bravo che incontr a far la guardia, perch
    nessun altro che quella donna mettesse piede nella camera,  e poi usc
    dal castello, e prese la scesa, di corsa.
    Il  manoscritto non dice quanto ci fosse dal castello al paese dov'era
    il cardinale;  ma dai fatti che siam per raccontare,  risulta che  non
    doveva  esser  pi  che una lunga passeggiata.  Dal solo accorrere de'
    valligiani, e anche di gente pi lontana, a quel paese,  questo non si
    potrebbe argomentare; giacch nelle memorie di quel tempo troviamo che
    da venti e pi miglia veniva gente in folla, per veder Federigo.
    I  bravi che s'abbattevano sulla salita,  si fermavano rispettosamente
    al passar del signore, aspettando se mai avesse ordini da dar loro,  o
    se volesse prenderli seco,  per qualche spedizione;  e non sapevan che
    si pensare della sua aria,  e dell'occhiate che dava  in  risposta  a'
    loro inchini.
    Quando  fu  nella  strada  pubblica,  quello che faceva maravigliare i
    passeggieri,  era di vederlo senza  seguito.  Del  resto,  ognuno  gli
    faceva luogo,  prendendola larga,  quanto sarebbe bastato anche per il
    seguito,  e levandosi rispettosamente il cappello.  Arrivato al paese,
    trov una gran folla; ma il suo nome pass subito di bocca in bocca; e
    la  folla  s'apriva.  S'accost  a  uno,  e  gli domand dove fosse il
    cardinale.  "In casa del  curato,"  rispose  quello,  inchinandosi,  e
    gl'indic  dov'era.  Il  signore and l,  entr in un cortiletto dove
    c'eran  molti  preti,   che  tutti  lo  guardarono  con  un'attenzione
    maravigliata  e sospettosa.  Vide dirimpetto un uscio spalancato,  che
    metteva in un salottino,  dove molti altri preti eran  congregati.  Si
    lev la carabina,  e l'appoggi in un canto del cortile; poi entr nel
    salottino: e  anche  l,  occhiate,  bisbigli,  un  nome  ripetuto,  e
    silenzio.  Lui,  voltatosi a uno di quelli,  gli domand dove fosse il
    cardinale; e che voleva parlargli.
    "Io  son  forestiero,"  rispose  l'interrogato,   e  data  un'occhiata
    intorno,   chiam  il  cappellano  crocifero,  che  in  un  canto  del
    salottino, stava appunto dicendo sotto voce a un suo compagno: "colui?
    quel famoso?  che ha a far qui colui?  alla  larga!"  Per,  a  quella
    chiamata  che  rison nel silenzio generale,  dovette venire;  inchin
    l'innominato,  stette a sentir quel che  voleva,  e  alzando  con  una
    curiosit  inquieta  gli occhi su quel viso,  e riabbassandoli subito,
    rimase l un poco,  poi disse o balbett: "non  saprei  se  monsignore
    illustrissimo...  in  questo momento...  si trovi...  sia...  possa...
    Basta,  vado a vedere".  E and a malincorpo a far l'imbasciata  nella
    stanza vicina, dove si trovava il cardinale.
    A questo punto della nostra storia,  noi non possiam far a meno di non
    fermarci qualche poco, come il viandante, stracco e tristo da un lungo
    camminare per un terreno arido e salvatico,  si trattiene e  perde  un
    po' di tempo all'ombra d'un bell'albero, sull'erba, vicino a una fonte
    d'acqua  viva.  Ci  siamo  abbattuti  in un personaggio,  il nome e la
    memoria del quale, affacciandosi, in qualunque tempo,  alla mente,  la
    ricreano  con  una  placida  commozione  di riverenza,  e con un senso
    giocondo di simpatia: ora,  quanto pi dopo tante immagini di  dolore,
    dopo  la  contemplazione  d'una  moltiplice  e  fastidiosa perversit!
    Intorno a questo personaggio bisogna assolutamente che  noi  spendiamo
    quattro  parole: chi non si curasse di sentirle,  e avesse per voglia
    d'andare avanti nella storia, salti addirittura al capitolo seguente.
    Federigo Borromeo,  nato nel 1564,  fu degli uomini rari in  qualunque
    tempo,  che abbiano impiegato un ingegno egregio,  tutti i mezzi d'una
    grand'opulenza,  tutti i vantaggi d'una  condizione  privilegiata,  un
    intento  continuo,  nella ricerca e nell'esercizio del meglio.  La sua
    vita  come un ruscello che,  scaturito limpido  dalla  roccia,  senza
    ristagnare n intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni,
    va  limpido  a  gettarsi nel fiume.  Tra gli agi e le pompe,  bad fin
    dalla puerizia a quelle parole  d'annegazione  e  d'umilt,  a  quelle
    massime    intorno   alla   vanit   de'   piaceri,    all'ingiustizia
    dell'orgoglio,  alla vera dignit e a' veri beni,  che,  sentite o non
    sentite ne' cuori, vengono trasmesse da una generazione all'altra, nel
    pi  elementare  insegnamento della religione.  Bad,  dico,  a quelle
    parole, a quelle massime, le prese sul serio, le gust, le trov vere,
    vide che non potevan dunque esser vere altre parole  e  altre  massime
    opposte, che pure si trasmettono di generazione in generazione, con la
    stessa sicurezza,  e talora dalle stesse labbra;  e propose di prender
    per norma dell'azioni  e  de'  pensieri  quelle  che  erano  il  vero.
    Persuaso  che la vita non  gi destinata ad essere un peso per molti,
    e una festa per alcuni,  ma per tutti un  impiego,  del  quale  ognuno
    render conto,  cominci da fanciullo a pensare come potesse render la
    sua utile e santa.
    Nel  1580,   manifest  la  risoluzione  di  dedicarsi  al   ministero
    ecclesiastico  e ne prese l'abito dalle mani di quel suo cugino Carlo,
    che una fama,  gi fin d'allora antica e universale,  predicava santo.
    Entr  poco dopo nel collegio fondato da questo in Pavia,  e che porta
    ancora il nome del loro casato;  e l,  applicandosi assiduamente alle
    occupazioni che trov prescritte, due altre ne assunse di sua volont;
    e furono d'insegnar la dottrina cristiana ai pi rozzi e derelitti del
    popolo,  e di visitare, servire, consolare e soccorrere gl'infermi. Si
    valse dell'autorit che  tutto  gli  conciliava  in  quel  luogo,  per
    attirare  i  suoi compagni a secondarlo in tali opere;  e in ogni cosa
    onesta e profittevole esercit come un primato d'esempio,  un  primato
    che le sue doti personali sarebbero forse bastate a procacciargli,  se
    fosse anche stato l'infimo  per  condizione.  I  vantaggi  d'un  altro
    genere,  che  la  sua  gli  avrebbe potuto procurare,  non solo non li
    ricerc,  ma mise ogni studio a schivarli.  Volle una tavola piuttosto
    povera che frugale,  us un vestiario piuttosto povero che semplice; a
    conformit di questo,  tutto il tenore della vita e  il  contegno.  N
    credette mai di doverlo mutare, per quanto alcuni congiunti gridassero
    e  si lamentassero che avvilisse cos la dignit della casa.  Un'altra
    guerra ebbe a sostenere con gl'istitutori,  i  quali,  furtivamente  e
    come per sorpresa,  cercavano di mettergli davanti,  addosso, intorno,
    qualche  suppellettile  pi  signorile,   qualcosa  che   lo   facesse
    distinguer  dagli  altri,  e  figurare  come  il principe del luogo: o
    credessero di farsi alla lunga ben volere con ci;  o fossero mossi da
    quella  svisceratezza  servile  che  s'invanisce  e  si  ricrea  nello
    splendore altrui;  o fossero di que' prudenti  che  s'adombrano  delle
    virt come de' vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo;
    e il mezzo lo fissan giusto in quel punto dov'essi sono arrivati, e ci
    stanno comodi.  Federigo, non che lasciarsi vincere da que' tentativi,
    riprese coloro che li facevano; e ci tra la pubert e la giovinezza.
    Che,  vivente il cardinal Carlo,  maggior di  lui  di  ventisei  anni,
    davanti a quella presenza grave, solenne, ch'esprimeva cos al vivo la
    santit,  e ne rammentava le opere, e alla quale, se ce ne fosse stato
    bisogno, avrebbe aggiunto autorit ogni momento l'ossequio manifesto e
    spontaneo  de'  circostanti,  quali  e  quanti  si  fossero,  Federigo
    fanciullo  e  giovinetto  cercasse  di  conformarsi  al  contegno e al
    pensare d'un tal superiore, non  certamente da farsene maraviglia; ma
     bens cosa molto notabile che, dopo la morte di lui,  nessuno si sia
    potuto accorgere che a Federigo, allor di vent'anni, fosse mancata una
    guida  e  un  censore.  La  fama crescente del suo ingegno,  della sua
    dottrina e della sua piet,  la parentela e  gl'impegni  di  pi  d'un
    cardinale potente,  il credito della sua famiglia,  il nome stesso,  a
    cui Carlo aveva quasi annessa nelle menti  un'idea  di  santit  e  di
    preminenza,  tutto  ci  che  deve,  e  tutto ci che pu condurre gli
    uomini alle dignit ecclesiastiche, concorreva a pronosticargliele. Ma
    egli,  persuaso  in  cuore  di  ci  che  nessuno  il  quale  professi
    cristianesimo pu negar con la bocca,  non ci esser giusta superiorit
    d'uomo sopra gli uomini, se non in loro servizio, temeva le dignit, e
    cercava di scansarle;  non  certamente  perch  sfuggisse  di  servire
    altrui;  ch poche vite furono spese in questo come la sua;  ma perch
    non si stimava abbastanza degno n capace di cos  alto  e  pericoloso
    servizio.  Perci,  venendogli,  nel  1595,  proposto da Clemente ottavo
    l'arcivescovado di  Milano,  apparve  fortemente  turbato,  e
    ricus senza esitare. Cedette poi al comando espresso del papa.
    Tali dimostrazioni,  e chi non lo sa?  non sono n difficili n rare e
    l'ipocrisia non ha bisogno d'un grande sforzo d'ingegno per farle, che
    la buffoneria per deriderle a buon conto,  in  ogni  caso.  Ma  cessan
    forse  per  questo  d'esser  l'espressione  naturale  d'un  sentimento
    virtuoso e sapiente?  La vita  il paragone delle parole: e le  parole
    ch'esprimono  quel  sentimento,  fossero anche passate sulle labbra di
    tutti gl'impostori e di tutti i beffardi  del  mondo,  saranno  sempre
    belle,  quando siano precedute e seguite da una vita di disinteresse e
    di sacrifizio.
    In Federigo arcivescovo apparve uno studio singolare e continuo di non
    prender per s,  delle ricchezze,  del tempo,  delle cure di tutto  s
    stesso in somma,  se non quanto fosse strettamente necessario. Diceva,
    come tutti dicono,  che le rendite ecclesiastiche sono patrimonio  de'
    poveri:  come  poi  intendesse  infatti  una  tal massima,  si veda da
    questo.  Volle che si  stimasse  a  quanto  poteva  ascendere  il  suo
    mantenimento e quello della sua servit; e dettogli che seicento scudi
    (scudo  si  chiamava allora quella moneta d'oro che,  rimanendo sempre
    dello stesso peso e titolo,  fu poi detta zecchino),  diede ordine che
    tanti  se  ne  contasse ogni anno dalla sua cassa particolare a quella
    della mensa; non credendo che a lui ricchissimo fosse lecito vivere di
    quel patrimonio. Del suo poi era cos scarso e sottile misuratore a s
    stesso, che badava di non ismettere un vestito, prima che fosse logoro
    affatto;  unendo per,  come fu notato da scrittori contemporanei,  al
    genio  della  semplicit  quello d'una squisita pulizia: due abitudini
    notabili  infatti,  in  quell'et  sudicia  e  sfarzosa.   Similmente,
    affinch  nulla  si  disperdesse degli avanzi della sua mensa frugale,
    gli assegn a un ospizio di poveri;  e uno di questi,  per suo ordine,
    entrava  ogni  giorno nella sala del pranzo a raccoglier ci che fosse
    rimasto. Cure, che potrebbero forse indur concetto d'una virt gretta,
    misera, angustiosa, d'una mente impaniata nelle minuzie, e incapace di
    disegni elevati;  se non fosse in piedi questa biblioteca  ambrosiana,
    che  Federigo  ide  con  si  animosa lautezza,  ed eresse,  con tanto
    dispendio,  da'  fondamenti;  per  fornir  la  quale  di  libri  e  di
    manoscritti,  oltre il dono de' gi raccolti con grande studio e spesa
    da lui, sped otto uomini, de' pi colti ed esperti che pot avere,  a
    farne incetta,  per l'Italia,  per la Francia,  per la Spagna,  per la
    Germania, per le Fiandre, nella Grecia, al Libano, a Gerusalemme. Cos
    riusc a radunarvi circa trentamila volumi stampati, e quattordicimila
    manoscritti Alla biblioteca un un collegio di dottori (furon nove,  e
    pensionati  da  lui fin che visse;  dopo,  non bastando a quella spesa
    l'entrate ordinarie,  furon ristretti a due);  e il loro ufizio era di
    coltivare   vari   studi,   teologia,   storia,   lettere,   antichit
    ecclesiastiche, lingue orientali, con l'obbligo ad ognuno di pubblicar
    qualche lavoro sulla materia assegnatagli;  v'un un collegio  da  lui
    detto trilingue,  per lo studio delle lingue greca, latina e italiana;
    un collegio d'alunni,  che venissero  istruiti  in  quelle  facolt  e
    lingue,  per  insegnarle  un  giorno;  v'un  una  stamperia di lingue
    orientali,  dell'ebraica  cio,  della  caldea,  dell'arabica,   della
    persiana,  dell'armena;  una galleria di quadri,  una di statue, e una
    scuola delle tre principali arti del disegno. Per queste,  pot trovar
    professori gi formati; per il rimanente, abbiam visto che da fare gli
    avesse  dato  la  raccolta  de'  libri  e  de' manoscritti;  certo pi
    difficili a trovarsi dovevano essere i tipi di quelle  lingue,  allora
    molto  men  coltivate in Europa che al presente;  pi ancora de' tipi,
    gli uomini. Baster il dire che, di nove dottori,  otto ne prese tra i
    giovani  alunni  del  seminario;  e  da  questo si pu argomentare che
    giudizio facesse degli studi consumati e delle  riputazioni  fatte  di
    quel  tempo: giudizio conforme a quello che par che n'abbia portato la
    posterit,  col mettere gli uni e  le  altre  in  dimenticanza.  Nelle
    regole  che  stabil  per l'uso e per il governo della biblioteca,  si
    vede un intento d'utilit perpetua,  non solamente bello in s,  ma in
    molte   parti   sapiente   e  gentile  molto  al  di  l  dell'idee  e
    dell'abitudini comuni di quel tempo.  Prescrisse al bibliotecario  che
    mantenesse  commercio  con gli uomini pi dotti d'Europa,  per aver da
    loro notizie dello stato delle scienze,  e avviso de'  libri  migliori
    che venissero fuori in ogni genere,  e farne acquisto;  gli prescrisse
    d'indicare agli studiosi i libri che non conoscessero, o potesser loro
    esser utili;  ordin che a tutti,  fossero cittadini o forestieri,  si
    desse  comodit  e tempo di servirsene,  secondo il bisogno.  Una tale
    intenzione deve ora parere ad ognuno troppo naturale,  e  immedesimata
    con  la  fondazione  d'una  biblioteca: allora non era cos.  E in una
    storia dell'ambrosiana, scritta (col costrutto e con l'eleganze comuni
    del secolo) da un Pierpaolo Bosca,  che vi fu  bibliotecario  dopo  la
    morte di Federigo, vien notato espressamente, come cosa singolare, che
    in questa libreria,  eretta da un privato,  quasi tutta a sue spese, i
    libri fossero esposti alla vista del  pubblico,  dati  a  chiunque  li
    chiedesse,  e datogli anche da sedere,  e carta, penne e calamaio, per
    prender gli appunti che gli potessero  bisognare;  mentre  in  qualche
    altra  insigne biblioteca pubblica d'Italia,  i libri non erano nemmen
    visibili,  ma chiusi in armadi,  donde non  si  levavano  se  non  per
    gentilezza  de'  bibliotecari,  quando si sentivano di farli vedere un
    momento; di dare ai concorrenti il comodo di studiare,  non se n'aveva
    neppur  l'idea.  Dimodoch  arricchir  tali biblioteche era un sottrar
    libri all'uso comune: una di quelle coltivazioni,  come ce n'era e  ce
    n' tuttavia molte, che isteriliscono il campo.
    Non  domandate  quali siano stati gli effetti di questa fondazione del
    Borromeo sulla coltura pubblica:  sarebbe  facile  dimostrare  in  due
    frasi,  al modo che si dimostra, che furon miracolosi, o che non furon
    niente; cercare e spiegare,  fino a un certo segno,  quali siano stati
    veramente,  sarebbe cosa di molta fatica, di poco costrutto, e fuor di
    tempo.  Ma pensate che generoso,  che giudizioso,  che  benevolo,  che
    perseverante amatore del miglioramento umano,  dovess'essere colui che
    volle una tal cosa, la volle in quella maniera, e l'esegu, in mezzo a
    quell'ignorantaggine, a quell'inerzia,  a quell'antipatia generale per
    ogni   applicazione   studiosa,   e   per   conseguenza  in  mezzo  ai
    "cos'importa?" e "c'era altro da pensare?" e che "bell'invenzione!"  e
    "mancava  anche questa",  e simili;  che saranno certissimamente stati
    pi che gli scudi  spesi  da  lui  in  quell'impresa;  i  quali  furon
    centocinquemila, la pi parte de' suoi.
    Per chiamare un tal uomo sommamente benefico e liberale, pu parer che
    non  ci sia bisogno di sapere se n'abbia spesi molti altri in soccorso
    immediato de' bisognosi;  e ci son forse ancora di quelli che  pensano
    che le spese di quel genere,  e sto per dire tutte le spese,  siano la
    migliore e la pi utile  elemosina.  Ma  Federigo  teneva  l'elemosina
    propriamente  detta  per  un dovere principalissimo,  e qui,  come nel
    resto, i suoi fatti furon consentanei all'opinione.  La sua vita fu un
    continuo profondere ai poveri; e a proposito di questa stessa carestia
    di  cui ha gi parlato la nostra storia,  avremo tra poco occasione di
    riferire alcuni  tratti,  dai  quali  si  vedr  che  sapienza  e  che
    gentilezza abbia saputo mettere anche in questa liberalit.  De' molti
    esempi singolari  che  d'una  tale  sua  virt  hanno  notati  i  suoi
    biografi, ne citeremo qui un solo. Avendo risaputo che un nobile usava
    artifizi e angherie per far monaca una sua figlia, la quale desiderava
    piuttosto di maritarsi, fece venire il padre; e cavatogli di bocca che
    il vero motivo di quella vessazione era il non avere quattromila scudi
    che,  secondo  lui,  sarebbero  stati  necessari  a  maritar la figlia
    convenevolmente, Federigo la dot di quattromila scudi. Forse a taluno
    parr questa  una  larghezza  eccessiva,  non  ben  ponderata,  troppo
    condiscendente  agli  stolti capricci d'un superbo;  e che quattromila
    scudi potevano esser meglio impiegati in cent'altre maniere.  A questo
    non abbiamo nulla da rispondere, se non che sarebbe da desiderarsi che
    si  vedessero  spesso  eccessi  d'una  virt cos libera dall'opinioni
    dominanti (ogni tempo ha la sue),  cos  indipendente  dalla  tendenza
    generale,  come,  in  questo  caso,  fu quella che mosse un uomo a dar
    quattromila scudi, perch una giovine non fosse fatta monaca.
    La carit inesausta di quest'uomo, non meno che nel dare,  spiccava in
    tutto il suo contegno.  Di facile abbordo con tutti, credeva di dovere
    specialmente a quelli che si chiamano di  bassa  condizione,  un  viso
    gioviale,  una cortesia affettuosa;  tanto pi,  quanto ne trovan meno
    nel mondo.  E qui pure ebbe a combattere co' galantuomini del "ne quid
    nimis", i quali, in ogni cosa, avrebbero voluto farlo star ne' limiti,
    cio ne' loro limiti. Uno di costoro, una volta che, nella visita d'un
    paese alpestre e salvatico,  Federigo istruiva certi poveri fanciulli,
    e,   tra  l'interrogare  e  l'insegnare,   gli  andava   amorevolmente
    accarezzando, l'avvert che usasse pi riguardo nel fare tante carezze
    a  que'  ragazzi,  perch  eran  troppo  sudici  e  stomacosi: come se
    supponesse, il buon uomo, che Federigo non avesse senso abbastanza per
    fare una tale scoperta, o non abbastanza perspicacia, per trovar da s
    quel ripiego cos fino.  Tale ,  in certe condizioni di  tempi  e  di
    cose, la sventura degli uomini costituiti in certe dignit: che mentre
    cos  di  rado si trova chi gli avvisi de' loro mancamenti,  non manca
    poi gente coraggiosa a riprenderli del  loro  far  bene.  Ma  il  buon
    vescovo,  non senza un certo risentimento, rispose: "sono mie anime, e
    forse non vedranno mai pi  la  mia  faccia;  e  non  volete  che  gli
    abbracci?"
    Ben raro per era il risentimento in lui,  ammirato per la soavit de'
    suoi modi, per una pacatezza imperturbabile, che si sarebbe attribuita
    a una felicit straordinaria di temperamento;  ed era l'effetto  d'una
    disciplina costante sopra un'indole viva e risentita. Se qualche volta
    si  mostr  severo,  anzi brusco,  fu co' pastori suoi subordinati che
    scoprisse rei d'avarizia o di negligenza o d'altre tacce  specialmente
    opposte  allo  spirito  del  loro nobile ministero.  Per tutto ci che
    potesse toccare o il suo interesse,  o la sua  gloria  temporale,  non
    dava  mai  segno  di  gioia,   n  di  rammarico,   n  d'ardore,   n
    d'agitazione: mirabile se questi moti non si destavano nell'animo suo,
    pi mirabile se vi si destavano.  Non solo da' molti conclavi ai quali
    assistette,  riport il concetto di non aver mai aspirato a quel posto
    cos desiderabile all'ambizione,  e cos terribile alla piet;  ma una
    volta che un collega, il quale contava molto, venne a offrirgli il suo
    voto  e  quelli  della  sua fazione (brutta parola,  ma era quella che
    usavano), Federigo rifiut una tal proposta in modo, che quello depose
    il  pensiero,   e  si  rivolse  altrove.   Questa   stessa   modestia,
    quest'avversione  al  predominare apparivano ugualmente nell'occasioni
    pi  comuni  della  vita.  Attento  e  infaticabile  a  disporre  e  a
    governare,  dove riteneva che fosse suo dovere il farlo, sfugg sempre
    d'impicciarsi negli affari altrui;  anzi si  scusava  a  tutto  potere
    dell'ingerirvisi  ricercato:  discrezione  e ritegno non comune,  come
    ognuno sa, negli uomini zelatori del bene, qual era Federigo.
    Se volessimo lasciarci andare  al  piacere  di  raccogliere  i  tratti
    notabili  del  suo carattere,  ne risulterebbe certamente un complesso
    singolare di meriti in apparenza opposti, e certo difficili a trovarsi
    insieme.  Per non ometteremo di notare un'altra singolarit di quella
    bella vita: che,  piena come fu d'attivit,  di governo,  di funzioni,
    d'insegnamento,  d'udienze,  di  visite  diocesane,   di  viaggi,   di
    contrasti,  non  solo lo studio c'ebbe una parte,  ma ce n'ebbe tanta,
    che per un letterato di professione sarebbe bastato.  E  infatti,  con
    tant'altri  e  diversi titoli di lode,  Federigo ebbe anche,  presso i
    suoi contemporanei, quello d'uom dotto.
    Non dobbiamo per dissimulare  che  tenne  con  ferma  persuasione,  e
    sostenne  in  pratica,  con  lunga costanza,  opinioni,  che al giorno
    d'oggi parrebbero a ognuno piuttosto  strane  che  mal  fondate;  dico
    anche  a coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste.  Chi
    lo volesse difendere in questo,  ci sarebbe quella scusa cos corrente
    e ricevuta,  ch'erano errori del suo tempo,  piuttosto che suoi: scusa
    che,  per certe cose,  e quando  risulti  dall'esame  particolare  de'
    fatti,  pu aver qualche valore,  o anche molto; ma che applicata cos
    nuda e alla cieca,  come si  fa  d'ordinario,  non  significa  proprio
    nulla.  E perci, non volendo risolvere con formole semplici questioni
    complicate,  n  allungar  troppo  un  episodio,   tralasceremo  anche
    d'esporle;  bastandoci d'avere accennato cos alla sfuggita che,  d'un
    uomo cos ammirabile in complesso,  noi non pretendiamo che ogni  cosa
    lo  fosse  ugualmente;  perch  non  paia  che  abbiam voluto scrivere
    un'orazion funebre.
    Non  certamente fare ingiuria  ai  nostri  lettori  il  supporre  che
    qualcheduno  di  loro  domandi  se  di tanto ingegno e di tanto studio
    quest'uomo abbia lasciato qualche monumento.  Se n'ha lasciati!  Circa
    cento  son  l'opere  che  rimangon di lui,  tra grandi e piccole,  tra
    latine e italiane,  tra stampate e manoscritte,  che si serbano  nella
    biblioteca da lui fondata: trattati di morale, orazioni, dissertazioni
    di  storia,  d'antichit  sacra  e profana,  di letteratura,  d'arti e
    d'altro.
    - E come mai,  dir codesto lettore,  tante opere sono dimenticate,  o
    almeno cos poco conosciute,  cos poco ricercate? Come mai, con tanto
    ingegno,  con tanto studio,  con tanta pratica degli  uomini  e  delle
    cose,  con  tanto  meditare,  con tanta passione per il buono e per il
    bello, con tanto candor d'animo,  con tant'altre di quelle qualit che
    fanno il grande scrittore,  questo, in cento opere, non ne ha lasciata
    neppur una di quelle che son riputate insigni  anche  da  chi  non  le
    approva  in  tutto,  e conosciute di titolo anche da chi non le legge?
    Come mai,  tutte insieme,  non sono bastate a  procurare,  almeno  col
    numero, al suo nome una fama letteraria presso noi posteri?  -
    La  domanda    ragionevole  senza  dubbio,   e  la  questione,  molto
    interessante; perch le ragioni di questo fenomeno si troverebbero con
    l'osservar  molti  fatti  generali:  e  trovate,   condurrebbero  alla
    spiegazione  di  pi  altri  fenomeni  simili.  Ma  sarebbero  molte e
    prolisse: e poi se non v'andassero a genio? se vi facessero arricciare
    il naso?  Sicch sar meglio che riprendiamo il filo della  storia,  e
    che,  in  vece di cicalar pi a lungo intorno a quest'uomo,  andiamo a
    vederlo in azione, con la guida del nostro autore.



    CAPITOLO 23.

    L'innominato  ricevuto a braccia  aperte  dal  cardinale.    -    "Ho
    l'inferno nel cuore...".  -  Le parole del cardinale.  -  Commozione e
    lacrime.   -  L'abbraccio fraterno.  -  Un'impresa che si pu disfare.
    -  Si rivede don Abbondio.   -  Il "soavissimo incarico" che mette don
    Abbondio  negli  impicci.   -  Verso il castello.   -  Le paure di don
    Abbondio.  -  Arrivo al castello.

    Il cardinal Federigo,  intanto che aspettava l'ora d'andar in chiesa a
    celebrar gli ufizi divini,  stava studiando, com'era solito di fare in
    tutti i ritagli di tempo; quando entr il cappellano crocifero, con un
    viso alterato.
    "Una strana visita, strana davvero, monsignore illustrissimo!"
    "Chi ?" domand il cardinale.
    "Niente meno che il signor..." riprese il cappellano;  e spiccando  le
    sillabe  con  una  gran significazione,  profer quel nome che noi non
    possiamo scrivere ai nostri lettori.  Poi soggiunse: " qui  fuori  in
    persona;  e  chiede  nient'altro che d'esser introdotto da vossignoria
    illustrissima."
    "Lui!" disse il cardinale, con un viso animato, chiudendo il libro,  e
    alzandosi da sedere: "venga! venga subito!"
    "Ma..."   replic   il   cappellano,   senza   moversi:   "vossignoria
    illustrissima deve sapere chi  costui: quel bandito, quel famoso..."
    "E non  una fortuna per un vescovo,  che a un tal uomo  sia  nata  la
    volont di venirlo a trovare?"
    "Ma..."  insistette  il  cappellano:  "noi non possiamo mai parlare di
    certe cose,  perch monsignore dice che le son  ciance:  per,  quando
    viene  il  caso,  mi pare che sia un dovere...  Lo zelo fa de' nemici,
    monsignore; e noi sappiamo positivamente che pi d'un ribaldo ha osato
    vantarsi che, un giorno o l'altro..."
    "E che hanno fatto?" interruppe il cardinale.
    "Dico che costui  un appaltatore di delitti, un disperato,  che tiene
    corrispondenza co' disperati pi furiosi, e che pu esser mandato..."
    "Oh,   che   disciplina    codesta,"  interruppe  ancora  sorridendo,
    Federigo,  "che i soldati esortino il generale ad  aver  paura?"  Poi,
    divenuto  serio  e  pensieroso,  riprese:  "san  Carlo  non si sarebbe
    trovato nel caso di dibattere se dovesse ricevere un tal uomo: sarebbe
    andato a cercarlo. Fatelo entrar subito: ha gi aspettato troppo."
    Il cappellano si mosse,  dicendo tra s:  -  non  c'  rimedio:  tutti
    questi santi sono ostinati.  -
    Aperto  l'uscio,  e  affacciatosi  alla stanza dov'era il signore e la
    brigata, vide questa ristretta in una parte, a bisbigliare e a guardar
    di sott'occhio quello,  lasciato solo in un canto.  S'avvi  verso  di
    lui;  e  intanto  squadrandolo,  come poteva,  con la coda dell'occhio
    andava pensando che diavolo  d'armeria  poteva  esser  nascosta  sotto
    quella casacca;  e che,  veramente, prima d'introdurlo, avrebbe dovuto
    proporgli almeno... ma non si seppe risolvere.  Gli s'accost e disse:
    "monsignore  aspetta  vossignoria.  Si  contenti  di venir con me".  E
    precedendolo in quella piccola folla,  che subito  fece  ala,  dava  a
    destra e a sinistra occhiate, le quali significavano: cosa volete? non
    lo sapete anche voi altri, che fa sempre a modo suo?
    Appena  introdotto  l'innominato,  Federigo gli and incontro,  con un
    volto premuroso e sereno,  e con le labbra aperte,  come a una persona
    desiderata,  e  fece  subito cenno al cappellano che uscisse: il quale
    ubbid.
    I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi.
    L'innominato,  ch'era stato come portato l per forza  da  una  smania
    inesplicabile,  piuttosto  che condotto da un determinato disegno,  ci
    stava anche come per forza,  straziato da due passioni  opposte,  quel
    desiderio  e  quella  speranza  confusa  di  trovare  un refrigerio al
    tormento interno, e dall'altra parte una stizza, una vergogna di venir
    l come  un  pentito,  come  un  sottomesso,  come  un  miserabile,  a
    confessarsi  in colpa,  a implorare un uomo: e non trovava parole,  n
    quasi ne cercava,  Per,  alzando gli occhi in viso a  quell'uomo,  si
    sentiva sempre pi penetrare da un sentimento di venerazione imperioso
    insieme e soave,  che,  aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e
    senza  prender  l'orgoglio  di  fronte,  l'abbatteva,  e,  dir  cos,
    gl'imponeva silenzio.
    La  presenza  di  Federigo  era  infatti  di quelle che annunziano una
    superiorit,  e  la  fanno  amare.   Il  portamento  era  naturalmente
    composto,   e  quasi  involontariamente  maestoso,  non  incurvato  n
    impigrito punto dagli anni; l'occhio grave e vivace,  la fronte serena
    e pensierosa; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell'astinenza,
    della meditazione,  della fatica,  una specie di floridezza verginale:
    tutte le forme del volto indicavano che,  in altre  et,  c'era  stata
    quella  che  pi  propriamente  si  chiama  bellezza;  l'abitudine de'
    pensieri solenni e benevoli, la pace interna d'una lunga vita, l'amore
    degli uomini, la gioia continua d'una speranza ineffabile,  vi avevano
    sostituita una,  direi quasi,  bellezza senile, che spiccava ancor pi
    in quella magnifica semplicit della porpora.
    Tenne anche lui,  qualche momento,  fisso nell'aspetto dell'innominato
    il suo sguardo penetrante, ed esercitato da lungo tempo a ritrarre dai
    sembianti  i  pensieri;  e,  sotto  a  quel  fosco  e  a quel turbato,
    parendogli di scoprire sempre pi qualcosa di conforme  alla  speranza
    da  lui  concepita  al primo annunzio d'una tal visita,  tutt'animato,
    "oh!" disse: "che preziosa visita  questa!  e quanto  vi  devo  esser
    grato  d'una s buona risoluzione;  quantunque per me abbia un po' del
    rimprovero!"
    "Rimprovero!" esclam il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle
    parole e da quel fare,  e contento che il cardinale  avesse  rotto  il
    ghiaccio, e avviato un discorso qualunque.
    "Certo,  m'  un  rimprovero," riprese questo,  "ch'io mi sia lasciato
    prevenir da voi;  quando,  da tanto tempo,  tante volte,  avrei dovuto
    venir da voi io."
    "Da me, voi! Sapete chi sono? V'hanno detto bene il mio nome?"
    "E questa consolazione ch'io sento,  e che, certo, vi si manifesta nel
    mio aspetto,  vi par egli ch'io dovessi  provarla  all'annunzio,  alla
    vista d'uno sconosciuto?  Siete voi che me la fate provare;  voi, dico
    che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto,  per
    cui  ho tanto pregato;  voi,  de' miei figli,  che pure amo tutti e di
    cuore,  quello che avrei pi desiderato d'accogliere e  d'abbracciare,
    se  avessi  creduto  di  poterlo sperare.  Ma Dio sa fare Egli solo le
    maraviglie, e supplisce alla debolezza,  alla lentezza de' suoi poveri
    servi ."
    L'innominato  stava  attonito  a  quel dire cos infiammato,  a quelle
    parole, che rispondevano tanto risolutamente a ci che non aveva ancor
    detto, n era ben determinato di dire, e commosso ma sbalordito, stava
    in silenzio.  "E che?" riprese,  ancor pi affettuosamente,  Federigo:
    "voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?"
    "Una  buona  nuova,  io?  Ho l'inferno nel cuore;  e vi dar una buona
    nuova?  Ditemi voi,  se lo sapete,  qual    questa  buona  nuova  che
    aspettate da un par mio."
    "Che Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo," rispose pacatamente
    il cardinale.
    "Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov' questo Dio?"
    "Voi  me lo domandate?  voi?  E chi pi di voi l'ha vicino?  Non ve lo
    sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare,
    e nello stesso tempo  v'attira,  vi  fa  presentire  una  speranza  di
    quiete,  di consolazione,  d'una consolazione che sar piena, immensa,
    subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?"
    "Oh, certo! ho qui qualche cosa che m'opprime, che mi rode! Ma Dio! Se
    c' questo Dio, se  quello che dicono, cosa volete che faccia di me?"
    Queste parole furon dette con un accento disperato;  ma Federigo,  con
    un tono solenne,  come di placida ispirazione,  rispose: "cosa pu far
    Dio di voi?  cosa vuol farne?  Un segno della sua potenza e della  sua
    bont:  vuol  cavar  da  voi  una gloria che nessun altro gli potrebbe
    dare.  Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi,  che  mille  e
    mille  voci  detestino le vostre opere..." (l'innominato si scosse,  e
    rimase stupefatto un momento nel sentir quel linguaggio cos insolito,
    pi stupefatto ancora di non provarne sdegno, anzi quasi un sollievo);
    "che gloria," proseguiva Federigo,  "ne  viene  a  Dio?  Son  voci  di
    terrore, son voci d'interesse; voci forse anche di giustizia, ma d'una
    giustizia  cos  facile,  cos  naturale!  alcune  forse,  pur troppo,
    d'invidia di codesta vostra sciagurata potenza,  di codesta,  fino  ad
    oggi,  deplorabile sicurezza d'animo. Ma quando voi stesso sorgerete a
    condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso,  allora!  allora Dio
    sar glorificato!  E voi domandate cosa Dio possa far di voi?  Chi son
    io pover'uomo,  che sappia dirvi fin d'ora che profitto possa  ricavar
    da  voi un tal Signore?  cosa possa fare di codesta volont impetuosa,
    di codesta imperturbata costanza,  quando l'abbia animata,  infiammata
    d'amore, di speranza, di pentimento? Chi siete voi, pover'uomo, che vi
    pensiate  d'aver  saputo  da voi immaginare e fare cose pi grandi nel
    male,  che Dio non possa farvene volere e operare nel bene?  Cosa  pu
    Dio far di voi?  E perdonarvi? e farvi salvo? e compire in voi l'opera
    della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui?  Oh pensate!
    se io omiciattolo,  io miserabile,  e pur cos pieno di me stesso,  io
    qual mi sono,  mi struggo ora tanto della vostra salute,  che per essa
    darei  con  gaudio  (Egli  m'  testimonio) questi pochi giorni che mi
    rimangono; oh pensate!  quanta,  quale debba essere la carit di Colui
    che m'infonde questa cos imperfetta,  ma cos viva; come vi ami, come
    vi voglia Quello che mi comanda e m'ispira un amore  per  voi  che  mi
    divora!"
    A  misura  che  queste  parole  uscivan dal suo labbro,  il volto,  lo
    sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore,
    di stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta;  poi
    si  compose  a  una commozione pi profonda e meno angosciosa;  i suoi
    occhi, che dall'infanzia pi non conoscevan le lacrime, si gonfiarono;
    quando le parole furon cessate, si copr il viso con le mani,  e diede
    in un dirotto pianto, che fu come l'ultima e pi chiara risposta.
    "Dio grande e buono!" esclam Federigo, alzando gli occhi e le mani al
    cielo: "che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perch
    Voi  mi chiamaste a questo convito di grazia,  perch mi faceste degno
    d'assistere a un s giocondo prodigio!" Cos dicendo,  stese la mano a
    prender quella dell'innominato.
    "No!"  grid  questo,  "no!  lontano,  lontano  da me voi: non lordate
    quella mano innocente e benefica.  Non sapete tutto ci che  ha  fatto
    questa che volete stringere."
    "Lasciate,"  disse  Federigo,   prendendola  con  amorevole  violenza,
    "lasciate ch'io stringa codesta mano che  riparer  tanti  torti,  che
    sparger  tante  beneficenze,  che  sollever  tanti afflitti,  che si
    stender disarmata, pacifica, umile a tanti nemici."
    "E'  troppo!"   disse,   singhiozzando,   l'innominato.   "Lasciatemi,
    monsignore;  buon Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v'aspetta,
    tant'anime buone, tant'innocenti, tanti venuti da lontano, per vedervi
    una volta, per sentirvi: e voi vi trattenete... con chi!"
    "Lasciamo le novantanove pecorelle," rispose il  cardinale:  "sono  in
    sicuro  sul  monte:  io  voglio  ora stare con quella ch'era smarrita.
    Quell'anime son forse ora ben  pi  contente,  che  di  vedere  questo
    povero  vescovo.  Forse  Dio,  che ha operato in voi il prodigio della
    misericordia,  diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora la
    cagione.  Quel  popolo    forse  unito  a noi senza saperlo: forse lo
    Spirito mette ne' loro cuori  un  ardore  indistinto  di  carit,  una
    preghiera  ch'esaudisce  per  voi,  un rendimento di grazie di cui voi
    siete l'oggetto non ancor conosciuto." Cos dicendo,  stese le braccia
    al collo dell'innominato;  il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e
    resistito un momento,  cedette,  come vinto da quell'impeto di carit,
    abbracci anche lui il cardinale, e abbandon sull'omero di lui il suo
    volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora
    incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano
    affettuosamente  quelle  membra,  premevano quella casacca,  avvezza a
    portar l'armi della violenza e del tradimento.
    L'innominato, sciogliendosi da quell'abbraccio,  si copr di nuovo gli
    occhi  con  la  mano,  e,  alzando  insieme  la faccia,  esclam: "Dio
    veramente grande!  Dio veramente buono!  io mi conosco ora,  comprendo
    chi sono; le mie iniquit mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso;
    eppure...!  eppure provo un refrigerio, una gioia, s una gioia, quale
    non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!"
    "E' un saggio," disse Federigo,  "che Dio vi d per cattivarvi al  suo
    servizio, per animarvi ad entrar risolutamente nella nuova vita in cui
    avrete tanto da disfare, tanto da riparare, tanto da piangere!"
    "Me sventurato!" esclam il signore, "quante, quante... cose, le quali
    non  potr  se  non piangere!  Ma almeno ne ho d'intraprese,  d'appena
    avviate,  che posso,  se non altro,  rompere a mezzo: una ne  ho,  che
    posso romper subito, disfare, riparare."
    Federigo si mise in attenzione; e l'innominato raccont brevemente, ma
    con  parole  d'esecrazione  anche  pi  forti  di  quelle  che abbiamo
    adoprato noi,  la prepotenza fatta a Lucia,  i  terrori,  i  patimenti
    della   poverina,   e   come   aveva   implorato,   e  la  smania  che
    quell'implorare aveva messa addosso a lui,  e come essa era ancor  nel
    castello...
    "Ah,  non  perdiam  tempo!"  esclam  Federigo,  ansante di piet e di
    sollecitudine. "Beato voi! Questo  pegno del perdono di Dio!  far che
    possiate  diventare  strumento  di  salvezza  a  chi volevate esser di
    rovina. Dio vi benedica! Dio v'ha benedetto! Sapete di dove sia questa
    povera nostra travagliata?"
    Il signore nomin il paese di Lucia.
    "Non  lontano di  qui,"  disse  il  cardinale:  "lodato  sia  Dio;  e
    probabilmente..."  Cos  dicendo,  corse  a  un tavolino,  e scosse un
    campanello. E subito entr con ansiet il cappellano crocifero,  e per
    la prima cosa,  guard l'innominato;  e vista quella faccia mutata,  e
    quegli  occhi  rossi  di  pianto,   guard  il  cardinale;   e   sotto
    quell'inalterabile  compostezza,  scorgendogli  in volto come un grave
    contento,  e una premura quasi impaziente,  era per rimanere  estatico
    con la bocca aperta,  se il cardinale non l'avesse subito svegliato da
    quella contemplazione,  domandandogli se,  tra i parrochi radunati l,
    si trovasse quello di ***.
    "C', monsignore illustrissimo," rispose il cappellano.
    "Fatelo venir subito," disse Federigo, "e con lui il parroco qui della
    chiesa."
    Il  cappellano usci,  e and nella stanza dov'eran que' preti riuniti:
    tutti gli occhi si rivolsero a lui. Lui, con la bocca tuttavia aperta,
    col viso ancor tutto dipinto  di  quell'estasi,  alzando  le  mani,  e
    movendole per aria,  disse: "signori!  signori! "haec mutatio dexterae
    Excelsi"". E stette un momento senza dir altro. Poi, ripreso il tono e
    la  voce  della  carica,  soggiunse:  "sua  signoria  illustrissima  e
    reverendissima  vuole  il signor curato della parrocchia,  e il signor
    curato di ***."
    Il primo chiamato venne subito avanti,  e nello stesso tempo,  usc di
    mezzo  alla  folla  un:  "io?"  strascicato,   con  un'intonazione  di
    maraviglia.
    "Non  lei il signor curato di ***?" riprese il cappellano.
    "Per l'appunto; ma..."
    "Sua signoria illustrissima e reverendissima vuol lei."
    "Me?" disse ancora  quella  voce,  significando  chiaramente  in  quel
    monosillabo: come ci posso entrar io?  Ma questa volta, insieme con la
    voce,  venne fuori l'uomo,  don Abbondio  in  persona,  con  un  passo
    forzato,  e con un viso tra l'attonito e il disgustato.  Il cappellano
    gli fece un cenno con la mano,  che voleva dire: a  noi;  andiamo;  ci
    vuol  tanto?  E  precedendo i due curati,  and all'uscio,  l'apr,  e
    gl'introdusse.
    Il cardinale lasci andar la mano dell'innominato,  col quale  intanto
    aveva  concertato  quello  che  dovevan fare;  si discost un poco,  e
    chiam con un cenno il curato della chiesa.  Gli disse in succinto  di
    che  si  trattava;  e  se  saprebbe  trovar subito una buona donna che
    volesse andare in una lettiga al castello,  a prender Lucia: una donna
    di  cuore e di testa,  da sapersi ben governare in una spedizione cos
    nuova,  e usar le maniere  pi  a  proposito,  trovar  le  parole  pi
    adattate,  a rincorare, a tranquillizzare quella poverina, a cui, dopo
    tante angosce,  e in tanto turbamento,  la liberazione  stessa  poteva
    metter nell'animo una nuova confusione.  Pensato un momento, il curato
    disse che aveva la persona a proposito,  e usc.  Il cardinale  chiam
    con  un  altro  cenno  il  cappellano,  al  quale  ordin  che facesse
    preparare subito la lettiga e  i  lettighieri,  e  sellare  due  mule.
    Uscito anche il cappellano,  si volt a don Abbondio.  Questo, che gi
    gli era vicino,  per tenersi lontano da  quell'altro  signore,  e  che
    intanto  dava  un'occhiatina di sotto in su ora all'uno ora all'altro,
    seguitando a almanaccar tra s che cosa mai potesse essere tutto  quel
    rigiro,  s'accost  di  pi,  fece  una riverenza,  e disse: "m'hanno
    significato che vossignoria illustrissima mi voleva me;  ma  io  credo
    che abbiano sbagliato."
    "Non hanno sbagliato," rispose Federigo: "ho una buona nuova da darvi,
    e un consolante,  un soavissimo incarico. Una vostra parrocchiana, che
    avrete pianta per  ismarrita,  Lucia  Mondella,    ritrovata,    qui
    vicino,  in casa di questo mio caro amico; e voi anderete ora con lui,
    e con una donna che il signor  curato  di  qui    andato  a  cercare,
    anderete,  dico, a prendere quella vostra creatura, e l'accompagnerete
    qui."
    Don Abbondio fece di tutto per nascondere la noia, che dico? l'affanno
    e l'amaritudine che gli dava una tale proposta, o comando che fosse; e
    non essendo pi a tempo a sciogliere e a scomporre  un  versaccio  gi
    formato sulla sua faccia, lo nascose, chinando profondamente la testa,
    in  segno  d'ubbidienza.  E  non l'alz che per fare un altro profondo
    inchino all'innominato, con un'occhiata pietosa che diceva: sono nelle
    vostre mani: abbiate misericordia: "parcere subjectis".
    Gli domand poi il cardinale, che parenti avesse Lucia.
    "Di stretti, e con cui viva, o vivesse,  non ha che la madre," rispose
    don Abbondio.
    "E questa si trova al suo paese?"
    "Monsignor, s.
    "Giacch,"  riprese  Federigo,  "quella povera giovine non potr esser
    cos presto restituita a casa sua,  le sar una gran  consolazione  di
    veder  subito  la madre: quindi,  se il signor curato di qui non torna
    prima ch'io vada in chiesa,  fatemi voi il piacere di dirgli che trovi
    un baroccio o una cavalcatura; e spedisca un uomo di giudizio a cercar
    quella donna, per condurla qui."
    "E se andassi io?" disse don Abbondio.
    "No, no, voi: v'ho gi pregato d'altro," rispose il cardinale.
    "Dicevo," replic don Abbondio,  "per disporre quella povera madre. E'
    una donna molto sensitiva; e ci vuole uno che la conosca,  e la sappia
    prendere per il suo verso, per non farle male in vece di bene."
    "E  per  questo,  vi  prego d'avvertire il signor curato che scelga un
    uomo di proposito: voi siete molto pi necessario altrove," rispose il
    cardinale.  E avrebbe voluto dire: quella povera giovine ha molto  pi
    bisogno di veder subito una faccia conosciuta,  una persona sicura, in
    quel castello,  dopo tant'ore di spasimo,  e in una terribile oscurit
    dell'avvenire.  Ma  questa  non  era ragione da dirsi cos chiaramente
    davanti a quel terzo.  Parve per strano al cardinale che don Abbondio
    non l'avesse intesa per aria, anzi pensata da s; e cos fuor di luogo
    gli  parve  la proposta e l'insistenza,  che pens doverci esser sotto
    qualche cosa.  Lo guard in viso,  e vi scopr facilmente la paura  di
    viaggiare con quell'uomo tremendo,  d'andare in quella casa, anche per
    pochi momenti. Volendo quindi dissipare affatto quell'ombre codarde, e
    non piacendogli di tirare in disparte il curato e  di  bisbigliar  con
    lui in segreto,  mentre il suo nuovo amico era l in terzo,  pens che
    il mezzo pi opportuno era di far ci che avrebbe  fatto  anche  senza
    questo motivo,  parlare all'innominato medesimo;  e dalle sue risposte
    don Abbondio intenderebbe finalmente che quello non era  pi  uomo  da
    averne  paura.  S'avvicin dunque all'innominato,  e con quell'aria di
    spontanea confidenza,  che si trova in una nuova e potente  affezione,
    come in un'antica intrinsichezza, "non crediate," gli disse, "ch'io mi
    contenti  di  questa  visita  per oggi.  Voi tornerete,  n' vero?  in
    compagnia di questo ecclesiastico dabbene?"
    "S'io torner?"  rispose  l'innominato:  "quando  voi  mi  rifiutaste,
    rimarrei  ostinato  alla vostra porta,  come il povero.  Ho bisogno di
    parlarvi! ho bisogno di sentirvi, di vedervi! ho bisogno di voi!"
    Federigo gli prese la  mano,  gliela  strinse,  e  disse:  "favorirete
    dunque  di  restare a desinare con noi.  V'aspetto.  Intanto,  io vo a
    pregare, e a render grazie col popolo; e voi a cogliere i primi frutti
    della misericordia."
    Don Abbondio,  a quelle dimostrazioni,  stava come un ragazzo pauroso,
    che  veda  uno  accarezzar  con  sicurezza  un  suo  cagnaccio grosso,
    rabbuffato,  con gli occhi rossi,  con un nomaccio famoso per morsi  e
    per  ispaventi,  e  senta  dire  al  padrone che il suo cane  un buon
    bestione,  quieto,  quieto: guarda il padrone,  e non  contraddice  n
    approva;  guarda il cane,  e non ardisce accostarglisi, per timore che
    il buon bestione non gli mostri i denti,  fosse anche  per  fargli  le
    feste;  non  ardisce allontanarsi,  per non farsi scorgere;  e dice in
    cuor suo: oh se fossi a casa mia!
    Al cardinale, che s'era mosso per uscire, tenendo sempre per la mano e
    conducendo  seco  l'innominato,   diede  di   nuovo   nell'occhio   il
    pover'uomo,  che rimaneva indietro,  mortificato, malcontento, facendo
    il muso senza volerlo.  E  pensando  che  forse  quel  dispiacere  gli
    potesse anche venire dal parergli d'esser trascurato,  e come lasciato
    in un canto,  tanto pi in paragone d'un facinoroso cos ben  accolto,
    cos accarezzato, se gli volt nel passare, si ferm un momento, e con
    un sorriso amorevole,  gli disse: "signor curato, voi siete sempre con
    me nella casa del nostro buon Padre; ma questo... questo "perierat, et
    inventus est"".
    "Oh quanto me ne rallegro!"  disse  don  Abbondio,  facendo  una  gran
    riverenza a tutt'e due in comune.
    L'arcivescovo and avanti, spinse l'uscio, che fu subito spalancato di
    fuori  da  due  servitori,  che  stavano  uno di qua e uno di l: e la
    mirabile coppia apparve agli sguardi bramosi del clero raccolto  nella
    stanza.  Si videro que' due volti sui quali era dipinta una commozione
    diversa, ma ugualmente profonda; una tenerezza riconoscente,  un'umile
    gioia nell'aspetto venerabile di Federigo;  in quello dell'innominato,
    una  confusione  temperata  di  conforto,   un   nuovo   pudore,   una
    compunzione,  dalla quale per traspariva tuttavia il vigore di quella
    selvaggia e risentita natura.  E si seppe poi,  che a  pi  d'uno  de'
    riguardanti  era allora venuto in mente quel detto d'Isaia: "il lupo e
    l'agnello andranno ad un pascolo; il leone e il bue mangeranno insieme
    lo strame". Dietro veniva don Abbondio, a cui nessuno bad.
    Quando  furono  nel  mezzo  della  stanza,   entr  dall'altra   parte
    l'aiutante  di camera del cardinale,  e gli s'accost,  per dirgli che
    aveva eseguiti gli ordini comunicatigli dal cappellano; che la lettiga
    e le due mule eran preparate,  e s'aspettava soltanto la donna che  il
    curato avrebbe condotta.  Il cardinale gli disse che,  appena arrivato
    questo,  lo facesse parlar subito con don Abbondio: e tutto poi  fosse
    agli  ordini di questo e dell'innominato: al quale strinse di nuovo la
    mano,  in atto di commiato,  dicendo: "v'aspetto".  Si volt a salutar
    don  Abbondio,  e  s'avvi  dalla parte che conduceva alla chiesa.  Il
    clero gli and dietro,  tra in folla e in processione: i due  compagni
    di viaggio rimasero soli nella stanza.
    Stava  l'innominato tutto raccolto in s,  pensieroso,  impaziente che
    venisse il momento d'andare a levar di pene e di carcere la sua Lucia:
    sua ora in un senso cos diverso da quello  che  lo  fosse  il  giorno
    avanti:  e  il  suo  viso  esprimeva  un'agitazione  concentrata,  che
    all'occhio ombroso di don Abbondio poteva facilmente  parere  qualcosa
    di  peggio.  Lo  sogguardava,  avrebbe  voluto  attaccare  un discorso
    amichevole;  ma,   -  cosa devo dirgli?   -  pensava:  -  devo  dirgli
    ancora: mi rallegro?  Mi rallegro di che?  Che essendo stato finora un
    demonio,  vi siate finalmente risoluto di diventare un galantuomo come
    gli  altri?  Bel  complimento!  Eh  eh eh!  in qualunque maniera io le
    rigiri,  le congratulazioni non vorrebbero dir altro che questo.  E se
    sar  poi  vero che sia diventato galantuomo: cos a un tratto!  Delle
    dimostrazioni se ne fanno tante a questo mondo,  e per tante  cagioni!
    Che  so io,  alle volte?  E intanto mi tocca a andar con lui!  in quel
    castello! Oh che storia! che storia! che storia! Chi me l'avesse detto
    stamattina!  Ah,  se posso uscirne a salvamento,  m'ha da  sentire  la
    signora  Perpetua,  d'avermi cacciato qui per forza,  quando non c'era
    necessit,  fuor della mia pieve: e che  tutti  i  parrochi  d'intorno
    accorrevano, anche pi da lontano; e che non bisognava stare indietro;
    e che questo,  e che quest'altro;  e imbarcarmi in un affare di questa
    sorte! Oh povero me! Eppure qualcosa bisogner dirgli a costui.   -  E
    pensa  e  ripensa,  aveva  trovato che gli avrebbe potuto dire: non mi
    sarei  mai  aspettato  questa  fortuna  d'incontrarmi  in   una   cos
    rispettabile  compagnia;   e  stava  per  aprir  bocca,  quando  entr
    l'aiutante di camera,  col curato del paese,  il quale annunzi che la
    donna  era  pronta nella lettiga;  e poi si volt a don Abbondio,  per
    ricevere da lui l'altra commissione del cardinale.  Don Abbondio se ne
    sbrig  come  pot,  in quella confusione di mente;  e accostatosi poi
    all'aiutante,  gli disse: "mi dia almeno una  bestia  quieta;  perch,
    dico la verit, sono un povero cavalcatore."
    "Si  figuri,"  rispose l'aiutante,  con un mezzo sogghigno: " la mula
    del segretario, che  un letterato."
    "Basta..." replic don Abbondio,  e continu pensando:  -  il cielo me
    la mandi buona  -.
    Il  signore  s'era  incamminato  di  corsa,  al primo avviso: arrivato
    all'uscio,  s'accorse di don Abbondio,  ch'era  rimasto  indietro.  Si
    ferm  ad  aspettarlo;  e quando questo arriv frettoloso,  in aria di
    chieder perdono,  l'inchin,  e lo fece passare avanti,  con  un  atto
    cortese  e  umile:  cosa  che  raccomod alquanto lo stomaco al povero
    tribolato. Ma appena messo piede nel cortiletto,  vide un'altra novit
    che gli guast quella poca consolazione; vide l'innominato andar verso
    un canto, prender per la canna, con una mano, la sua carabina, poi per
    la  cigna con l'altra,  e,  con un movimento spedito,  come se facesse
    l'esercizio, mettersela ad armacollo.
    - Ohi!  ohi!  ohi!   -  pens don Abbondio:  -   cosa  vuol  farne  di
    quell'ordigno,  costui? Bel cilizio, bella disciplina da convertito! E
    se gli salta qualche grillo? Oh che spedizione! oh che spedizione!  -
    Se quel signore avesse potuto appena sospettare che razza di  pensieri
    passavano  per la testa al suo compagno,  non si pu dire cosa avrebbe
    fatto per rassicurarlo;  ma era lontano le  mille  miglia  da  un  tal
    sospetto;  e  don  Abbondio  stava  attento  a non far nessun atto che
    significasse  chiaramente:  non  mi  fido  di  vossignoria.   Arrivati
    all'uscio   di  strada,   trovarono  le  due  cavalcature  in  ordine:
    l'innominato salt su quella che gli fu presentata da un palafreniere.
    "Vizi  non  ne  ha?"  disse  all'aiutante  di  camera  don   Abbondio,
    rimettendo in terra il piede, che aveva gi alzato verso la staffa.
    "Vada   pur   su   di   buon  animo:    un  agnello."  Don  Abbondio,
    arrampicandosi alla sella, sorretto dall'aiutante,  su,  su,  su,   a
    cavallo.
    La  lettiga,  ch'era  innanzi qualche passo,  portata da due mule,  si
    mosse, a una voce del lettighiero; e la comitiva part.
    Si doveva passar davanti alla chiesa piena zeppa di  popolo,  per  una
    piazzetta  piena anch'essa d'altro popolo del paese e forestieri,  che
    non avevan potuto entrare in quella.  Gi la gran nuova era  corsa;  e
    all'apparir della comitiva,  all'apparir di quell'uomo,  oggetto ancor
    poche ore prima di terrore e d'esecrazione,  ora di lieta  maraviglia,
    s'alz  nella  folla un mormoro quasi d'applauso;  e facendo largo si
    faceva insieme alle spinte,  per vederlo da vicino.  La lettiga pass,
    l'innominato pass;  e davanti alla porta spalancata della chiesa,  si
    lev il cappello,  e chin  quella  fronte  tanto  temuta,  fin  sulla
    criniera della mula, tra il susurro di cento voci che dicevano: Dio la
    benedica!  Don  Abbondio si lev anche lui il cappello,  si chin,  si
    raccomand  al  cielo;  ma  sentendo  il  concerto  solenne  de'  suoi
    confratelli  che  cantavano  a  distesa,  prov un'invidia,  una mesta
    tenerezza, un accoramento tale, che dur fatica a tener le lacrime.
    Fuori  poi  dell'abitato,  nell'aperta  campagna,   negli  andirivieni
    talvolta  affatto deserti della strada,  un velo pi nero si stese sui
    suoi pensieri.  Altro oggetto non aveva su cui riposar con fiducia  lo
    sguardo,  che  il  lettighiero,  il  quale,  essendo  al  servizio del
    cardinale,  doveva essere certamente un uomo  dabbene  e  insieme  non
    aveva  aria  d'imbelle.  Ogni  tanto,  comparivano viandanti,  anche a
    comitive,  che accorrevano per vedere il cardinale;  ed era un ristoro
    per  don  Abbondio;  ma  passeggiero,  ma  s'andava verso quella valle
    tremenda,  dove non s'incontrerebbe  che  sudditi  dell'amico:  e  che
    sudditi!  Con  l'amico avrebbe desiderato ora pi che mai d'entrare in
    discorso, tanto per tastarlo sempre pi, come per tenerlo in buona; ma
    vedendolo cos  soprappensiero,  gliene  passava  la  voglia.  Dovette
    dunque  parlar  con  s  stesso;  ed  ecco  una  parte  di  ci che il
    pover'uomo si disse in quel tragitto: ch, a scriver tutto, ci sarebbe
    da farne un libro.
    - E' un gran dire che tanto i santi come i birboni gli abbiano a  aver
    l'argento  vivo  addosso,  e  non si contentino d'esser sempre in moto
    loro, ma voglian tirare in ballo, se potessero, tutto il genere umano;
    e che i pi faccendoni mi devan proprio venire a cercar  me,  che  non
    cerco  nessuno,  e  tirarmi  per i capelli ne' loro affari: io che non
    chiedo altro che d'esser lasciato vivere!  Quel matto birbone  di  don
    Rodrigo! Cosa gli mancherebbe per esser l'uomo il pi felice di questo
    mondo,  se  avesse  appena  un  pochino di giudizio?   Lui ricco,  lui
    giovine, lui rispettato, lui corteggiato: gli d noia il bene stare; e
    bisogna che vada accattando guai per s e per gli altri.  Potrebbe far
    l'arte  di Michelaccio;  no signore: vuol fare il mestiere di molestar
    le femmine: il pi pazzo, il pi ladro,  il pi arrabbiato mestiere di
    questo mondo; potrebbe andare in paradiso in carrozza, e vuol andare a
    casa del diavolo a pi zoppo. E costui!...  -  E qui lo guardava, come
    se  avesse  sospetto  che  quel  costui  sentisse i suoi pensieri,   -
    costui, dopo aver messo sottosopra il mondo con le scelleratezze,  ora
    lo mette sottosopra con la conversione...  se sar vero. Intanto tocca
    a me a farne l'esperienza!...  E' finita: quando son nati  con  quella
    smania in corpo,  bisogna che faccian sempre fracasso. Ci vuol tanto a
    fare il galantuomo tutta la vita, com'ho fatt'io?  No signore: si deve
    squartare,  ammazzare,  fare il diavolo...  oh povero me!... e poi uno
    scompiglio, anche per far penitenza.  La penitenza,  quando s'ha buona
    volont,  si pu farla a casa sua,  quietamente,  senza tant'apparato,
    senza dar tant'incomodo al prossimo.  E  sua  signoria  illustrissima,
    subito subito, a braccia aperte, caro amico, amico caro; stare a tutto
    quel  che  gli  dice  costui,  come se l'avesse visto far miracoli;  e
    prendere addirittura una risoluzione,  mettercisi dentro con le mani e
    co'  piedi,  presto  di  qua,  presto  di  l:  a  casa  mia si chiama
    precipitazione.  E senza avere una minima caparra,  dargli in mano  un
    povero  curato!  questo  si chiama giocare un uomo a pari e caffo.  Un
    vescovo santo,  com' lui,  de' curati dovrebbe esserne  geloso,  come
    della  pupilla degli occhi suoi.  Un pochino di flemma,  un pochino di
    prudenza,  un pochino di carit,  mi pare che possa stare anche con la
    santit...  E  se  fosse tutto un'apparenza?  Chi pu conoscer tutti i
    fini degli uomini?  e dico degli uomini come costui?  A pensare che mi
    tocca a andar con lui, a casa sua! Ci pu esser sotto qualche diavolo:
    oh  povero  me!    meglio  non ci pensare.  Che imbroglio  questo di
    Lucia? Che ci fosse un'intesa con don Rodrigo? che gente! ma almeno la
    cosa sarebbe chiara. Ma come l'ha avuta nell'unghie costui? Chi lo sa?
    E' tutto un segreto con monsignore: e a me che mi  fanno  trottare  in
    questa  maniera,  non si dice nulla.  Io non mi curo di sapere i fatti
    degli altri;  ma quando uno ci ha a metter la pelle,  ha anche ragione
    di  sapere.  Se  fosse  proprio  per  andare  a prendere quella povera
    creatura, pazienza! Bench, poteva ben condurla con s addirittura.  E
    poi,  se  cos convertito, se  diventato un santo padre, che bisogno
    c'era di me? Oh che caos! Basta; voglia il cielo che la sia cos: sar
    stato un incomodo grosso, ma pazienza!  Sar contento anche per quella
    povera  Lucia:  anche  lei  deve  averla scampata grossa;  sa il cielo
    cos'ha patito: la compatisco;  ma  nata per la mia  rovina...  Almeno
    potessi vedergli proprio in cuore a costui,  come la pensa. Chi lo pu
    conoscere?  Ecco l,  ora pare  sant'Antonio  nel  deserto;  ora  pare
    Oloferne  in persona.  Oh povero me!  povero me!  Basta: il cielo  in
    obbligo d'aiutarmi, perch non mi ci son messo io di mio capriccio.  -
    Infatti, sul volto dell'innominato si vedevano, per dir cos,  passare
    i pensieri,  come, in un'ora burrascosa, le nuvole trascorrono dinanzi
    alla faccia del sole, alternando ogni momento una luce arrabbiata e un
    freddo buio.  L'animo,  ancor tutto inebriato dalle  soavi  parole  di
    Federigo,  e come rifatto e ringiovanito nella nuova vita, s'elevava a
    quell'idee di misericordia,  di perdono e d'amore;  poi ricadeva sotto
    il  peso  del  terribile passato.  Correva con ansiet a cercare quali
    fossero le iniquit riparabili,  cosa si  potesse  troncare  a  mezzo,
    quali i rimedi pi espedienti e pi sicuri, come scioglier tanti nodi,
    che fare di tanti complici: era uno sbalordimento a pensarci. A quella
    stessa  spedizione,  ch'era  la  pi  facile e cos vicina al termine,
    andava con un'impazienza mista d'angoscia, pensando che intanto quella
    creatura pativa, Dio sa quanto, e che lui,  il quale pure si struggeva
    di liberarla,  era lui che la teneva intanto a patire. Dove c'eran due
    strade,  il lettighiero si voltava,  per saper quale dovesse prendere:
    l'innominato  gliel'indicava  con la mano,  e insieme accennava di far
    presto.
    Entrano nella valle. Come stava allora il povero don Abbondio!  Quella
    valle  famosa,  della  quale  aveva  sentito  raccontar  tante  storie
    orribili, esserci dentro: que' famosi uomini,  il fiore della braveria
    d'Italia,  quegli uomini senza paura e senza misericordia,  vederli in
    carne e in ossa, incontrarne uno o due o tre a ogni voltata di strada.
    Si chinavano sommessamente al signore; ma certi visi abbronzati! certi
    baffi irti!  certi occhiacci,  che a don Abbondio pareva che volessero
    dire: fargli la festa a quel prete?  A segno che, in un punto di somma
    costernazione, gli venne detto tra s:  -  gli avessi maritati! non mi
    poteva accader di peggio.   -  Intanto s'andava avanti per un sentiero
    sassoso,  lungo  il  torrente: al di l quel prospetto di balze aspre,
    scure,  disabitate;   al  di  qua  quella  popolazione  da  far  parer
    desiderabile  ogni  deserto:  Dante  non  istava  peggio  nel mezzo di
    Malebolge.
    Passan davanti la Malanotte; bravacci sull'uscio,  inchini al signore,
    occhiate  al  suo compagno e alla lettiga.  Coloro non sapevan cosa si
    pensare: gi la partenza dell'innominato solo, la mattina, aveva dello
    straordinario;  il  ritorno  non  lo  era  meno.  Era  una  preda  che
    conduceva?  E come l'aveva fatta da s? E come una lettiga forestiera?
    E di chi  poteva  esser  quella  livrea?  Guardavano,  guardavano,  ma
    nessuno si moveva, perch questo era l'ordine che il padrone dava loro
    con dell'occhiate.
    Fanno la salita,  sono in cima. I bravi che si trovan sulla spianata e
    sulla porta, si ritirano di qua e di l, per lasciare il passo libero:
    l'innominato fa segno che non si movan di pi: sprona, e passa davanti
    alla lettiga;  accenna al lettighiero e a don Abbondio che lo seguano;
    entra  in  un  primo  cortile,  da  quello in un secondo;  va verso un
    usciolino,  fa stare indietro con un gesto un bravo che accorreva  per
    tenergli la staffa,  e gli dice: "tu sta cost,  e non venga nessuno".
    Smonta,  lega in fretta la mula  a  un'inferriata,  va  alla  lettiga,
    s'accosta  alla  donna,  che  aveva  tirata  la  tendina,  e  le  dice
    sottovoce: "consolatela subito; fatele subito capire che  libera,  in
    mano d'amici.  Dio ve ne render merito". Poi fa cenno al lettighiero,
    che apra;  poi s'avvicina a don Abbondio,  e,  con un  sembiante  cos
    sereno  come  questo  non  gliel aveva ancor visto,  n credeva che lo
    potesse avere,  con dipintavi la gioia dell'opera buona che finalmente
    stava per compire,  gli dice, ancora sottovoce: "signor curato, non le
    chiedo scusa dell'incomodo che ha per cagion mia: lei lo  fa  per  Uno
    che paga bene,  e per questa sua poverina".  Ci detto, prende con una
    mano il morso,  con l'altra la  staffa,  per  aiutar  don  Abbondio  a
    scendere.
    Quel volto,  quelle parole,  quell'atto, gli avevan dato la vita. Mise
    un sospiro,  che da un'ora gli s'aggirava  dentro,  senza  mai  trovar
    l'uscita; si chin verso l'innominato, rispose a voce bassa bassa: "le
    pare?  Ma,  ma,  ma,  ma...!"  e  sdrucciol  alla  meglio  dalla  sua
    cavalcatura.  L innominato leg anche quella,  e detto al  lettighiero
    che stesse l a aspettare,  si lev una chiave di tasca, apr l'uscio,
    entro, fece entrare il curato e la donna,  s'avvi davanti a loro alla
    scaletta: e tutt'e tre salirono in silenzio.











    CAPITOLO 24.

    La liberazione di Lucia.   -  Il ritorno in paese.   -  Nella casa del
    sarto.   -  Un saggio  di  carit  evangelica.    -    La  visita  del
    cardinale.    -  Agnese ch' giunta da poco parla al cardinale dei due
    promessi e dell'indegno comportamento di don Abbondio.   -   Il  sarto
    impacciato.  -  L'innominato ritorna al castello e d l'annuncio della
    sua  conversione.    -    Gli  effetti  dell'annuncio.-   L'innominato
    "stanco", va a riposare.

    Lucia s'era risentita da poco tempo;  e di quel tempo una parte  aveva
    penato  a  svegliarsi affatto,  a separar le torbide visioni del sonno
    dalle memorie e dall'immagini di quella realt  troppo  somigliante  a
    una funesta visione d'inferno. La vecchia le si era subito avvicinata,
    e,  con  quella  voce forzatamente umile,  le aveva detto: "ah!  avete
    dormito?  Avreste potuto dormire in letto: ve  l'ho  pur  detto  tante
    volte ier sera".  E non ricevendo risposta,  aveva continuato,  sempre
    con un tono di supplicazione stizzosa: "mangiate  una  volta:  abbiate
    giudizio.  Uh come siete brutta!  Avete bisogno di mangiare. E poi se,
    quando torna, la piglia con me?"
    "No, no;  voglio andar via,  voglio andar da mia madre.  Il padrone me
    l'ha promesso, ha detto: domattina. Dov' il padrone?"
    "E' uscito,  m'ha detto che torner presto,  e che far tutto quel che
    volete."
    "Ha detto cos? ha detto cos?  Ebbene;  io voglio andar da mia madre;
    subito, subito."
    Ed  ecco  si  sente  un calpesto nella stanza vicina;  poi un picchio
    all'uscio. La vecchia accorre, domanda: "chi ?"
    "Apri," risponde sommessamente  la  nota  voce.  La  vecchia  tira  il
    paletto;  l'innominato, spingendo leggermente i battenti, fa un po' di
    spiraglio: ordina alla vecchia di venir fuori,  fa entrar  subito  don
    Abbondio con la buona donna.  Socchiude poi di nuovo l'uscio, si ferma
    dietro a  quello,  e  manda  la  vecchia  in  una  parte  lontana  del
    castellaccio; come aveva gi mandata via anche l'altra donna che stava
    fuori, di guardia.
    Tutto  questo  movimento,  quel punto d'aspetto,  il primo apparire di
    persone nuove,  cagionarono un soprassalto d'agitazione a Lucia,  alla
    quale,  se lo stato presente era intollerabile,  ogni cambiamento per
    era motivo di sospetto e di nuovo spavento. Guard, vide un prete, una
    donna;  si rincor alquanto: guarda pi attenta  lui,  o non    lui?
    Riconosce don Abbondio,  e rimane con gli occhi fissi, come incantata.
    La donna,  andatale vicino,  si chin sopra  di  lei,  e,  guardandola
    pietosamente,  prendendole le mani,  come per accarezzarla e alzarla a
    un tempo, le disse: "oh poverina! venite, venite con noi".
    "Chi siete?" le domand Lucia: ma,  senza  aspettar  la  risposta,  si
    volt ancora a don Abbondio,  che s'era trattenuto discosto due passi,
    con un viso, anche lui,  tutto compassionevole;  lo fiss di nuovo,  e
    esclam: "lei!   lei?  il signor curato? Dove siamo?... Oh povera me!
    son fuori di sentimento!"
    "No,  no," rispose don Abbondio: "son  io  davvero:  fatevi  coraggio.
    Vedete?  siam  qui  per  condurvi  via.  Son proprio il vostro curato,
    venuto qui apposta, a cavallo..."
    Lucia,  come riacquistate in un tratto tutte le sue  forze,  si  rizz
    precipitosamente;  poi  fiss  ancora  lo sguardo su que' due visi,  e
    disse: " dunque la Madonna che vi ha mandati".
    "Io credo di s," disse la buona donna.
    "Ma possiamo andar via,  possiamo andar via davvero?"  riprese  Lucia,
    abbassando  la voce,  e con uno sguardo timido e sospettoso.  "E tutta
    quella gente...?" continu,  con le labbra  contratte  e  tremanti  di
    spavento  e  d'orrore:  "e  quel signore...!  quell'uomo...!  Gi,  me
    l'aveva promesso..."
    "E' qui anche lui in persona,  venuto  apposta  con  noi,"  disse  don
    Abbondio:  " qui fuori che aspetta.  Andiamo presto;  non lo facciamo
    aspettare, un par suo."
    Allora,  quello di cui si parlava,  spinse l'uscio,  e si fece vedere;
    Lucia,  che  poco  prima lo desiderava,  anzi,  non avendo speranza in
    altra cosa del mondo,  non desiderava che lui,  ora,  dopo aver veduti
    visi, e sentite voci amiche, non pot reprimere un subitaneo ribrezzo;
    si  riscosse,  ritenne il respiro,  si strinse alla buona donna,  e le
    nascose il viso in seno. L'innominato, alla vista di quell'aspetto sul
    quale gi la sera avanti non aveva potuto tener fermo lo  sguardo,  di
    quell'aspetto reso ora pi squallido,  sbattuto,  affannato dal patire
    prolungato e dal digiuno,  era rimasto l fermo quasi sull'uscio;  nel
    veder poi quell'atto di terrore,  abbass gli occhi,  stette ancora un
    momento immobile e muto;  indi rispondendo a ci che la  poverina  non
    aveva detto, " vero," esclam: "perdonatemi!"
    "Viene a liberarvi;  non  pi quello;   diventato buono: sentite che
    vi chiede perdono?" diceva la buona donna all'orecchio di Lucia.
    "Si pu dir di pi?  Via,  su quella testa;  non fate la bambina;  che
    possiamo  andar presto," le diceva don Abbondio.  Lucia alz la testa,
    guard l'innominato,  e,  vedendo bassa  quella  fronte,  atterrato  e
    confuso quello sguardo,  presa da un misto sentimento di conforto,  di
    riconoscenza e di piet,  disse: "oh,  il mio signore!  Dio  le  renda
    merito della sua misericordia!"
    "E a voi, cento volte, il bene che mi fanno codeste vostre parole."
    Cos detto, si volt, and verso l'uscio, e usc il primo. Lucia tutta
    rianimata,  con  la  donna che le dava braccio,  gli and dietro,  don
    Abbondio in coda.  Scesero la scala,  arrivarono all'uscio che metteva
    nel  cortile.  L'innominato  lo spalanc,  and alla lettiga,  apr lo
    sportello, e, con una certa gentilezza quasi timida (due cose nuove in
    lui) sorreggendo il braccio di Lucia,  l'aiut  ad  entrarvi,  poi  la
    buona donna. Sleg quindi la mula di don Abbondio, e l'aiut anche lui
    a montare.
    "Oh  che  degnazione!"  disse questo;  e mont molto pi lesto che non
    avesse fatto la prima volta.  La comitiva si mosse quando l'innominato
    fu anche lui a cavallo. La sua fronte s'era rialzata; lo sguardo aveva
    ripreso  la  solita  espressione  d'impero.  I  bravi  che incontrava,
    vedevan  bene  sul  suo  viso  i  segni  d'un  forte  pensiero,  d'una
    preoccupazione straordinaria;  ma non capivano,  n potevan capire pi
    in l. Al castello,  non si sapeva ancor nulla della gran mutazione di
    quell'uomo;  e  per  congettura,  certo,  nessun  di coloro vi sarebbe
    arrivato.
    La buona donna aveva subito tirate le tendine della lettiga: prese poi
    affettuosamente le mani di  Lucia,  s'era  messa  a  confortarla,  con
    parole  di piet,  di congratulazione e di tenerezza.  E vedendo come,
    oltre  la  fatica  di  tanto  travaglio  sofferto,   la  confusione  e
    l'oscurit  degli  avvenimenti  impedivano  alla  poverina  di  sentir
    pienamente la contentezza  della  sua  liberazione,  le  disse  quanto
    poteva trovar di pi atto a distrigare,  a ravviare,  per dir cos,  i
    suoi poveri pensieri. Le nomin il paese dove andavano.
    "S?" disse Lucia,  la qual sapeva ch'era poco discosto dal  suo.  "Ah
    Madonna santissima, vi ringrazio! Mia madre! mia madre!"
    "La  manderemo  a  cercar subito," disse la buona donna,  la quale non
    sapeva che la cosa era gi fatta.
    "S, s; che Dio ve ne renda merito...  E voi,  chi siete?  Come siete
    venuta..."
    "M'ha  mandata il nostro curato," disse la buona donna: "perch questo
    signore, Dio gli ha toccato il cuore (sia benedetto!),  ed  venuto al
    nostro  paese,  per  parlare  al  signor  cardinale  arcivescovo  (che
    l'abbiamo l in visita,  quel  sant'uomo),  e  s'e  pentito  de'  suoi
    peccatacci, e vuol mutar vita; e ha detto al cardinale che aveva fatta
    rubare  una  povera  innocente,  che siete voi,  d'intesa con un altro
    senza timor di Dio, che il curato non m'ha detto chi possa essere."
    Lucia alz gli occhi al cielo.
    "Lo saprete forse voi," continu la buona  donna:  "basta;  dunque  il
    signor cardinale ha pensato che,  trattandosi d'una giovine, ci voleva
    una donna per venire in  compagnia,  e  ha  detto  al  curato  che  ne
    cercasse una; e il curato, per sua bont,  venuto da me..."
    "Oh! il Signore vi ricompensi della vostra carit!"
    "Che  dite mai,  la mia povera giovine?  E m'ha detto il signor curato
    che vi facessi coraggio,  e cercassi di  sollevarvi  subito,  e  farvi
    intendere come il Signore v'ha salvata miracolosamente..."
    "Ah s! proprio miracolosamente; per intercession della Madonna."
    "Dunque,  che  stiate di buon animo,  e perdonare a chi v'ha fatto del
    male,  e esser contenta che Dio gli  abbia  usata  misericordia,  anzi
    pregare per lui; ch, oltre all'acquistarne merito, vi sentirete anche
    allargare il cuore."
    Lucia  rispose  con  uno  sguardo che diceva di s,  tanto chiaro come
    avrebbero potuto far le parole,  e con una dolcezza che le parole  non
    avrebbero saputa esprimere.
    "Brava giovine!" riprese la donna: "e trovandosi al nostro paese anche
    il  vostro  curato (che ce n' tanti tanti,  di tutto il contorno,  da
    mettere  insieme  quattro  ufizi  generali),   ha  pensato  il  signor
    cardinale  di  mandarlo  anche  lui  in compagnia;  ma  stato di poco
    aiuto.  Gi l'avevo sentito  dire  ch'era  un  uomo  da  poco,  ma  in
    quest'occasione,  ho dovuto proprio vedere che  pi impicciato che un
    pulcin nella stoppa."
    "E questo..." domand Lucia, "questo che  diventato buono... chi ?"
    "Come! non lo sapete?" disse la buona donna, e lo nomin.
    "Oh misericordia!" esclam Lucia.  Quel  nome,  quante  volte  l'aveva
    sentito  ripetere  con  orrore  in  pi d'una storia,  in cui figurava
    sempre come in altre storie  quello  dell'orco!  E  ora,  al  pensiero
    d'essere  stata  nel  suo  terribil  potere,  e  d'essere sotto la sua
    guardia pietosa; al pensiero d'una cos orrenda sciagura, e d'una cos
    improvvisa redenzione;  a considerare di chi era quel viso  che  aveva
    veduto burbero,  poi commosso,  poi umiliato,  rimaneva come estatica,
    dicendo solo, ogni poco: "oh misericordia!"
    "E' una gran misericordia davvero!" diceva la buona donna: "dev'essere
    un gran sollievo per  mezzo  mondo.  A  pensare  quanta  gente  teneva
    sottosopra;  e ora,  come m'ha detto il nostro curato... e poi, solo a
    guardarlo in viso,   diventato un santo!  E poi si  vedon  subito  le
    opere."
    Dire  che questa buona donna non provasse molta curiosit di conoscere
    un po' pi distintamente la grand'avventura nella quale si  trovava  a
    fare  una parte,  non sarebbe la verit.  Ma bisogna dire a sua gloria
    che, compresa d'una piet rispettosa per Lucia, sentendo in certo modo
    la gravit e la dignit dell'incarico che le era stato  affidato,  non
    pens neppure a farle una domanda indiscreta,  n oziosa: tutte le sue
    parole,  in quel tragitto,  furono di conforto e  di  premura  per  la
    povera giovine.
    "Dio sa quant' che non avete mangiato!"
    "Non me ne ricordo pi... Da un pezzo."
    "Poverina! avrete bisogno di ristorarvi."
    "S", rispose Lucia con voce fioca.
    "A casa mia, grazie a Dio, troveremo subito qualcosa. Fatevi coraggio,
    che ormai c' poco."
    Lucia  si  lasciava  poi cader languida sul fondo della lettiga,  come
    assopita; e allora la buona donna la lasciava in riposo.
    Per don Abbondio questo ritorno non era  certo  cos  angoscioso  come
    l'andata  di poco prima;  ma non fu neppur esso un viaggio di piacere.
    Al cessar di  quella  pauraccia,  s'era  da  principio  sentito  tutto
    scarico,  ma  ben presto cominciarono a spuntargli in cuore cent'altri
    dispiaceri; come,  quand' stato sbarbato un grand'albero,  il terreno
    rimane sgombro per qualche tempo, ma poi si copre tutto d'erbacce. Era
    diventato pi sensibile a tutto il resto; e tanto nel presente, quanto
    ne'  pensieri  dell'avvenire,  non  gli  mancava pur troppo materia di
    tormentarsi.  Sentiva ora,  molto pi che nell'andare,  l'incomodo  di
    quel modo di viaggiare, al quale non era molto avvezzo; e specialmente
    sul  principio,  nella  scesa  dal  castello al fondo della valle.  Il
    lettighiero, stimolato da' cenni dell'innominato, faceva andar di buon
    passo le sue bestie; le due cavalcature andavan dietro dietro,  con lo
    stesso passo;  onde seguiva che,  a certi luoghi pi ripidi, il povero
    don Abbondio, come se fosse messo a leva per di dietro, tracollava sul
    davanti,   e,   per  reggersi,   doveva  appuntellarsi  con  la   mano
    all'arcione;  e  non  osava  per pregare che s'andasse pi adagio,  e
    dall'altra parte avrebbe voluto esser fuori di quel paese  pi  presto
    che fosse possibile.  Oltre di ci,  dove la strada era sur un rialto,
    sur un ciglione,  la mula,  secondo l'uso de' pari  suoi,  pareva  che
    facesse  per dispetto a tener sempre dalla parte di fuori,  e a metter
    proprio le zampe sull'orlo; e don Abbondio vedeva sotto di s, quasi a
    perpendicolo, un salto, o come pensava lui,  un precipizio.   -  Anche
    tu,    -    diceva  tra  s alla bestia,   -  hai quel maledetto gusto
    d'andare a cercare i pericoli, quando c' tanto sentiero!  -  E tirava
    la briglia  dall'altra  parte;  ma  inutilmente.  Sicch,  al  solito,
    rodendosi di stizza e di paura, si lasciava condurre a piacere altrui.
    I  bravi  non  gli  facevan pi tanto spavento,  ora che sapeva pi di
    certo come la pensava il padrone.  -  Ma,   -  rifletteva per,  se la
    notizia  di questa gran conversione si sparge qua dentro,  intanto che
    ci siamo ancora,  chi sa come  l'intenderanno  costoro!  Chi  sa  cosa
    nasce!  Che  s'andassero  a  immaginare  che  sia  venuto io a fare il
    missionario!   Povero  me!   mi  martirizzano!     -     Il   cipiglio
    dell'innominato  non  gli dava fastidio.  -  Per tenere a segno quelle
    facce l,  -  pensava,  -  non ci vuol meno di questa qui;  lo capisco
    anch'io; ma perch deve toccare a me a trovarmi tra tutti costoro!  -
    Basta;  s'arriv in fondo alla scesa,  e s'usc finalmente anche dalla
    valle. La fronte dell'innominato s'and spianando.  Anche don Abbondio
    prese  una faccia pi naturale,  sprigion alquanto la testa di tra le
    spalle,  sgranch le braccia e le gambe,  si mise a stare un  po'  pi
    sulla vita, che faceva un tutt'altro vedere, mand pi larghi respiri,
    e,  con  animo  pi  riposato,  si  mise  a  considerare altri lontani
    pericoli.   -  Cosa dir quel bestione di  don  Rodrigo?  Rimaner  con
    tanto di naso a questo modo,  col danno e con le beffe, figuriamoci se
    la gli deve parere amara.  Ora e quando fa il diavolo davvero.  Sta  a
    vedere che se la piglia anche con me,  perch mi son trovato dentro in
    questa cerimonia.  Se ha avuto cuore fin d'allora di mandare que'  due
    demni a farmi una figura di quella sorte sulla strada,  ora poi,  chi
    sa cosa far! Con sua signoria illustrissima non la pu prendere,  che
      un  pezzo  molto  pi grosso di lui;  l bisogner rodere il freno.
    Intanto il veleno l'avr  in  corpo,  e  sopra  qualcheduno  lo  vorr
    sfogare.  Come  finiscono  queste  faccende?  I  colpi  cascano sempre
    all'ingi!  i cenci vanno all'aria.  Lucia,  di ragione,  sua signoria
    illustrissima  penser a metterla in salvo: quell'altro poveraccio mal
    capitato  fuor del tiro,  e ha gi avuto la sua: ecco che  il  cencio
    son diventato io.  La sarebbe barbara, dopo tanti incomodi, dopo tante
    agitazioni, e senza acquistarne merito,  che ne dovessi portar la pena
    io.  Cosa  far  ora  sua signoria illustrissima per difendermi,  dopo
    avermi messo in ballo?  Mi pu star mallevadore lui che  quel  dannato
    non mi faccia un'azione peggio della prima? E poi, ha tanti affari per
    la testa! mette mano a tante cose! Come si pu badare a tutto? Lascian
    poi  alle volte le cose pi imbrogliate di prima.  Quelli che fanno il
    bene, lo fanno all'ingrosso: quand'hanno provata quella soddisfazione,
    n'hanno abbastanza,  e non si voglion seccare a star dietro a tutte le
    conseguenze;  ma  coloro  che  hanno  quel  gusto di fare il male,  ci
    mettono pi diligenza,  ci stanno dietro fino alla fine,  non  prendon
    mai  requie,  perch hanno quel canchero che li rode.  Devo andar io a
    dire  che  son  venuto  qui  per  comando  espresso  di  sua  signoria
    illustrissima, e non di mia volont? Parrebbe che volessi tenere dalla
    parte dell'iniquit. Oh santo cielo! Dalla parte dell'iniquit io! Per
    gli spassi che la mi d!  Basta;  il meglio sar raccontare a Perpetua
    la cosa com'; e lascia poi fare a Perpetua a mandarla in giro. Purch
    a monsignore non venga il grillo di far  qualche  pubblicit,  qualche
    scena  inutile,  e  mettermici dentro anche me.  A buon conto,  appena
    siamo arrivati,  se  uscito di chiesa,  vado a riverirlo in fretta in
    fretta;  se no, lascio le mie scuse, e me ne vo diritto diritto a casa
    mia.  Lucia  bene appoggiata;  di me non ce n' pi bisogno;  e  dopo
    tant'incomodi, posso pretendere anch'io d'andarmi a riposare. E poi...
    che non venisse anche curiosit a monsignore di saper tutta la storia,
    e  mi  toccasse  a  render  conto  dell'affare del matrimonio!  Non ci
    mancherebbe altro.  E se viene in visita anche alla mia parrocchia!...
    Oh!  sar  quel  che  sar;  non vo' confondermi prima del tempo: n'ho
    abbastanza de'  guai.  Per  ora  vo  a  chiudermi  in  casa.  Fin  che
    monsignore  si  trova da queste parti,  don Rodrigo non avr faccia di
    far pazzie.  E poi...  E poi?  Ah!  vedo che i miei ultimi anni ho  da
    passarli male!  -
    La  comitiva  arriv  che  le  funzioni  di  chiesa  non  erano  ancor
    terminate; pass per mezzo alla folla medesima non meno commossa della
    prima volta;  e poi si divise.  I due a cavallo  voltarono    sur  una
    piazzetta  di  fianco,  in  fondo  a cui era la casa del parrocco;  la
    lettiga and avanti verso quella della buona donna.
    Don Abbondio fece quello che aveva pensato: appena  smontato,  fece  i
    pi  sviscerati  complimenti  all'innominato,  e  lo  preg di volerlo
    scusar  con  monsignore;   ch  lui  doveva  tornare  alla  parrocchia
    addirittura,  per affari urgenti.  And a cercare quel che chiamava il
    suo cavallo,  cio il bastone che aveva lasciato in un  cantuccio  del
    salotto,  e  s'incammin.  L'innominato  stette  a  aspettare  che  il
    cardinale tornasse di chiesa.
    La buona donna, fatta sedere Lucia nel miglior luogo della sua cucina,
    s'affaccendava a preparar qualcosa da ristorarla,  ricusando,  con una
    certa  rustichezza  cordiale,  i  ringraziamenti e le scuse che questa
    rinnovava ogni tanto.
    Presto presto,  rimettendo stipa sotto un calderotto,  dove notava  un
    buon  cappone,  fece  alzare  il  bollore  al brodo,  e riempitane una
    scodella gi guarnita di fette di pane,  pot finalmente presentarla a
    Lucia.  E  nel  vedere  la poverina a riaversi a ogni cucchiaiata,  si
    congratulava ad alta voce con s stessa che la cosa fosse accaduta  in
    un  giorno  in  cui,  com'essa  diceva,  non c'era il gatto nel fuoco.
    "Tutti s'ingegnano oggi a  far  qualcosina,"  aggiungeva:  "meno  que'
    poveri  poveri che stentano a aver pane di vecce e polenta di saggina;
    per oggi da un signore cos  caritatevole  sperano  di  buscar  tutti
    qualcosa.  Noi,  grazie  al  cielo,  non  siamo in questo caso: tra il
    mestiere di mio marito,  e qualcosa che abbiamo  al  sole,  si  campa.
    Sicch  mangiate senza pensieri intanto;  ch presto il cappone sar a
    tiro,  e potrete ristorarvi un po' meglio."  Cos  detto,  ritorn  ad
    accudire al desinare, e ad apparecchiare.
    Lucia,  tornatele  alquanto  le  forze,  e  acquietandosele sempre pi
    l'animo, andava intanto assettandosi, per un'abitudine, per un istinto
    di pulizia e di verecondia: rimetteva e fermava le trecce allentate  e
    arruffate,  raccomodava il fazzoletto sul seno, e intorno al collo. In
    far questo,  le sue dita s'intralciarono nella  corona  che  ci  aveva
    messa,  la notte avanti;  lo sguardo vi corse;  si fece nella mente un
    tumulto istantaneo: la  memoria  del  voto,  oppressa  fino  allora  e
    soffogata da tante sensazioni presenti,  vi si suscit d'improvviso, e
    vi comparve chiara e distinta.  Allora tutte le potenze del suo animo,
    appena  riavute,  furon  sopraffatte  di  nuovo,  a  un  tratto:  e se
    quell'animo non fosse stato cos preparato da una vita d'innocenza, di
    rassegnazione e  di  fiducia,  la  costernazione  che  prov  in  quel
    momento,  sarebbe  stata  disperazione.  Dopo  un ribollimento di que'
    pensieri che non vengono con parole,  le prime che si formarono  nella
    sua mente furono:  -  oh povera me, cos'ho fatto!  -
    Ma  non  appena  l'ebbe  pensate,  ne  risent  come uno spavento.  Le
    tornarono  in  mente  tutte  le  circostanze  del   voto,   l'angoscia
    intollerabile, il non avere una speranza di soccorso, il fervore della
    preghiera,  la  pienezza  del sentimento con cui la promessa era stata
    fatta.  E dopo avere ottenuta la grazia,  pentirsi della promessa,  le
    parve un'ingratitudine sacrilega, una perfidia verso Dio e la Madonna;
    le  parve  che una tale infedelt le attirerebbe nuove e pi terribili
    sventure,  in mezzo alle quali non potrebbe pi sperare  neppur  nella
    preghiera;  e  s'affrett di rinnegare quel pentimento momentaneo.  Si
    lev con divozione  la  corona  dal  collo,  e  tenendola  nella  mano
    tremante, conferm, rinnov il voto, chiedendo nello stesso tempo, con
    una   supplicazione   accorata,   che   le  fosse  concessa  la  forza
    d'adempirlo,  che le fossero risparmiati i pensieri e  l'occasioni  le
    quali avrebbero potuto, se non ismovere il suo animo, agitarlo troppo.
    La lontananza di Renzo,  senza nessuna probabilit di ritorno,  quella
    lontananza che fin allora era stata  cos  amara,  le  parve  ora  una
    disposizione della Provvidenza,  che avesse fatti andare insieme i due
    avvenimenti per un fine solo;  e si studiava  di  trovar  nell'uno  la
    ragione  d'esser  contenta  dell'altro.  E  dietro  a  quel  pensiero,
    s'andava figurando ugualmente che  quella  Provvidenza  medesima,  per
    compir  l'opera,  saprebbe  trovar  la  maniera  di  far  che Renzo si
    rassegnasse anche lui,  non pensasse pi...  Ma una tale idea,  appena
    trovata,  mise sottosopra la mente ch'era andata a cercarla. La povera
    Lucia,  sentendo che il cuore era l l  per  pentirsi,  ritorn  alla
    preghiera, alle conferme, al combattimento, dal quale s'alz, se ci si
    passa quest'espressione,  come il vincitore stanco e ferito,  di sopra
    il nemico abbattuto: non dico ucciso.
    Tutt'a un tratto,  si sente uno  scalpicco,  e  un  chiasso  di  voci
    allegre,  Era la famigliola che tornava di chiesa. Due bambinette e un
    fanciullo entran saltando;  si fermano un momento a  dare  un'occhiata
    curiosa  a Lucia,  poi corrono alla mamma,  e le s'aggruppano intorno:
    chi domanda il nome dell'ospite sconosciuta,  e il come e  il  perch;
    chi  vuol  raccontare  le maraviglie vedute: la buona donna risponde a
    tutto e a tutti con un "zitti,  zitti".  Entra poi,  con un passo  pi
    quieto,  ma  con  una premula cordiale dipinta in viso,  il padrone di
    casa. Era, se non l'abbiamo ancora detto, il sarto del villaggio e de'
    contorni;  un uomo che sapeva leggere,  che aveva letto in  fatti  pi
    d'una volta il Leggendario de' Santi, il Guerrin meschino e i Reali di
    Francia,  e  passava,  in  quelle  parti,  per un uomo di talento e di
    scienza: lode per che rifiutava modestamente,  dicendo  soltanto  che
    aveva  sbagliato  la vocazione;  e che se fosse andato agli studi,  in
    vece di  tant'altri...!  Con  questo,  la  miglior  pasta  del  mondo.
    Essendosi  trovato  presente  quando  sua moglie era stata pregata dal
    curato d'intraprendere quel viaggio caritatevole,  non solo  ci  aveva
    data la sua approvazione, ma le avrebbe tatto coraggio, se ce ne fosse
    stato  bisogno.  E  ora  che  la funzione,  la pompa,  il concorso,  e
    soprattutto la predica del cardinale avevano,  come si dice,  esaltati
    tutti i suoi buoni sentimenti,  tornava a casa con un'aspettativa, con
    un desiderio ansioso di sapere come  la  cosa  fosse  riuscita,  e  di
    trovare la povera innocente salvata.
    "Guardate  un  poco,"  gli  disse,  al  suo  entrare,  la buona donna,
    accennando Lucia; la quale fece il viso rosso, s'alz,  e cominciava a
    balbettar  qualche  scusa.   Ma  lui,   avvicinatosele,   l'interruppe
    facendole una gran festa, e esclamando: "ben venuta, ben venuta! Siete
    la benedizione del cielo in questa casa.  Come son contento di vedervi
    qui!  Gi ero sicuro che sareste arrivata a buon porto;  perch non ho
    mai trovato che il Signore abbia cominciato un miracolo senza  finirlo
    bene;  ma son contento di vedervi qui.  Povera giovine!  Ma  per una
    gran cosa d'aver ricevuto un miracolo!"
    N si creda che fosse lui il solo a qualificar cos quell'avvenimento,
    perch aveva letto il Leggendario: per tutto il  paese  e  per  tutt'i
    contorni  non  se ne parl con altri termini,  fin che ce ne rimase la
    memoria. E, a dir la verit,  con le frange che vi s'attaccarono,  non
    gli poteva convenire altro nome.
    Accostatosi  poi  passo passo alla moglie,  che staccava il calderotto
    dalla catena, le disse sottovoce: " andato bene ogni cosa?"
    "Benone: ti racconter poi tutto."
    "Si, s; con comodo."
    Messo poi subito in tavola,  la  padrona  and  a  prender  Lucia,  ve
    l'accompagn,  la  fece  sedere;  e  staccata  un'ala di quel cappone,
    gliela mise davanti;  si mise a sedere anche lei e il marito,  facendo
    tutt'e   due  coraggio  all'ospite  abbattuta  e  vergognosa,   perch
    mangiasse.  Il sarto cominci,  ai primi  bocconi,  a  discorrere  con
    grand'enfasi,  in  mezzo all'interruzioni de' ragazzi,  che mangiavano
    ritti intorno alla tavola,  e che in verit avevano viste troppe  cose
    straordinarie,  per  fare  alla  lunga  la  sola  parte d'ascoltatori.
    Descriveva  le  cerimonie  solenni,   poi  saltava  a  parlare   della
    conversione miracolosa.  Ma ci che gli aveva fatto pi impressione, e
    su cui tornava pi spesso, era la predica del cardinale.
    "A vederlo l davanti  all'altare,"  diceva,  "un  signore  di  quella
    sorte, come un curato..."
    "E quella cosa d'oro che aveva in testa..." diceva una bambinetta.
    "Sta zitta. A pensare, dico, che un signore di quella sorte, e un uomo
    tanto sapiente,  che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci
    sono, cosa a cui non  mai arrivato nessun altro,  n anche in Milano;
    a  pensare che sappia adattarsi a dir quelle cose in maniera che tutti
    intendano..."
    "Ho inteso anch'io," disse l'altra chiacchierina.
    "Sta zitta! cosa vuoi avere inteso, tu?"
    "Ho inteso che spiegava il Vangelo in vece del signor curato."
    "Sta zitta. Non dico chi sa qualche cosa; ch allora uno  obbligato a
    intendere;  ma anche i pi duri di testa,  i  pi  ignoranti,  andavan
    dietro al filo del discorso.  Andate ora a domandar loro se saprebbero
    ripeter le parole che diceva: s;  non ne ripescherebbero una;  ma  il
    sentimento  lo hanno qui.  E senza mai nominare quel signore,  come si
    capiva che voleva parlar di lui!  E poi,  per capire,  sarebbe bastato
    osservare quando aveva le lacrime agli occhi.  E allora tutta la gente
    a piangere..."
    "E' proprio vero," scapp fuori il  fanciullo:  "ma  perch  piangevan
    tutti a quel modo, come bambini?"
    "Sta  zitto.  E s che c' de' cuori duri in questo paese.  E ha fatto
    proprio vedere che, bench ci sia la carestia,  bisogna ringraziare il
    Signore,  ed  esser  contenti:  far  quel  che  si pu,  industriarsi,
    aiutarsi, e poi esser contenti. Perch la disgrazia non  il patire, e
    l'esser poveri;  la disgrazia  il far  del  male.  E  non  son  belle
    parole;  perch  si sa che anche lui vive da pover'uomo,  e si leva il
    pane di bocca per  darlo  agli  affamati;  quando  potrebbe  far  vita
    scelta,  meglio di chi si sia.  Ah!  allora un uomo d soddisfazione a
    sentirlo discorrere; non come tant'altri, fate quello che dico,  e non
    fate quello che fo. E poi ha fatto proprio vedere che anche coloro che
    non son signori,  se hanno pi del necessario, sono obbligati di farne
    parte a chi patisce."
    Qui interruppe il discorso da s, come sorpreso da un pensiero. Stette
    un momento;  poi mise insieme un piatto delle  vivande  ch'eran  sulla
    tavola, e aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso
    questo  per  le  quattro  cocche,  disse alla sua bambinetta maggiore:
    "piglia qui".  Le diede nell'altra  mano  un  fiaschetto  di  vino,  e
    soggiunse: "va qui da Maria vedova;  lasciale questa roba, e dille che
     per stare un po' allegra co' suoi bambini.  Ma  con  buona  maniera,
    ve';  che non paia che tu le faccia l'elemosina.  E non dir niente, se
    incontri qualcheduno; e guarda di non rompere."
    Lucia  fece  gli  occhi  rossi,   e  sent  in  cuore  una   tenerezza
    ricreatrice; come gi da' discorsi di prima aveva ricevuto un sollievo
    che  un  discorso  fatto  apposta non le avrebbe potuto dare.  L'animo
    attirato da quelle descrizioni, da quelle fantasie di pompa, da quelle
    commozioni di piet e di maraviglia,  preso  dall'entusiasmo  medesimo
    del  narratore,  si  staccava  da'  pensieri  dolorosi di s;  e anche
    ritornandoci sopra,  si trovava pi forte contro di essi.  Il pensiero
    stesso  del gran sacrifizio,  non gi che avesse perduto il suo amaro,
    ma insiem con esso aveva un non so che d'una gioia austera e solenne.
    Poco dopo,  entr il curato del paese,  e disse  d'esser  mandato  dal
    cardinale  a informarsi di Lucia,  ad avvertirla che monsignore voleva
    vederla in quel giorno,  e a ringraziare in suo nome  il  sarto  e  la
    moglie. E questi e quella, commossi e confusi, non trovavan parole per
    corrispondere a tali dimostrazioni d'un tal personaggio.
    "E vostra madre non  ancora arrivata?" disse il curato a Lucia.
    "Mia  madre!"  esclam  questa.  Dicendole poi il curato,  che l'aveva
    mandata a prendere,  d'ordine dell'arcivescovo,  si mise il  grembiule
    agli occhi,  e diede in un dirotto pianto,  che dur un pezzo dopo che
    fu andato via il curato.  Quando poi gli affetti tumultuosi che le  si
    erano suscitati a quell'annunzio,  cominciarono a dar luogo a pensieri
    pi posati, la poverina si ricord che quella consolazione allora cos
    vicina,  di riveder la madre,  una consolazione cos inaspettata poche
    ore  prima,  era  stata  da  lei  espressamente implorata in quell'ore
    terribili, e messa quasi come una condizione del voto.  "Fatemi tornar
    salva con mia madre", aveva detto; e queste parole le ricomparvero ora
    distinte  nella  memoria.  Si  conferm  pi  che mai nel proposito di
    mantener la promessa, e si fece di nuovo,  e pi amaramente,  scrupolo
    di  quel  "povera  me!"  che  le era scappato detto tra s,  nel primo
    momento.
    Agnese infatti,  quando si parlava di lei,  era gi poco  lontana.  E'
    facile pensare come la povera donna fosse rimasta, a quell'invito cos
    inaspettato,  e  a  quella notizia,  necessariamente tronca e confusa,
    d'un pericolo,  si poteva  dir,  cessato,  ma  spaventoso;  d'un  caso
    terribile,  che  il messo non sapeva n circostanziare n spiegare;  e
    lei non aveva a che attaccarsi per  ispiegarlo  da  s.  Dopo  essersi
    cacciate  le  mani  ne'  capelli,  dopo  aver  gridato  pi volte: "ah
    Signore!  ah Madonna!",  dopo aver fatte al messo varie domande,  alle
    quali  questo  non  sapeva che rispondere,  era entrata in fretta e in
    furia  nel  baroccio,   continuando  per  la  strada  a  esclamare   e
    interrogare senza profitto. Ma, a un certo punto, aveva incontrato don
    Abbondio che veniva adagio adagio,  mettendo avanti,  a ogni passo, il
    suo bastone. Dopo un "oh!" di tutt'e due le parti,  lui s'era fermato,
    lei aveva fatto fermare,  ed era smontata; e s'eran tirati in disparte
    in un castagneto che  costeggiava  la  strada.  Don  Abbondio  l'aveva
    ragguagliata  di ci che aveva potuto sapere e dovuto vedere.  La cosa
    non era chiara;  ma almeno Agnese fu assicurata che Lucia era  affatto
    in salvo; e respir.
    Dopo,  don  Abbondio era voluto entrare in un altro discorso,  e darle
    una lunga istruzione sulla maniera di regolarsi con l'arcivescovo,  se
    questo,  com'era probabile,  avesse desiderato di parlar con lei e con
    la figliuola; e soprattutto non conveniva far parola del matrimonio...
    Ma Agnese,  accorgendosi che il brav'uomo non parlava che per  il  suo
    proprio interesse,  l'aveva piantato,  senza promettergli,  anzi senza
    risolver nulla;  ch aveva tutt'altro da pensare.  E s'era rimessa  in
    istrada.
    Finalmente il baroccio arriva,  e si ferma alla casa del sarto.  Lucia
    s'alza precipitosamente; Agnese scende,  e dentro di corsa: sono nelle
    braccia l'una dell'altra.  La moglie del sarto,  ch'era la sola che si
    trovava l presente,  fa  coraggio  a  tutt'e  due,  le  acquieta,  si
    rallegra con loro, e poi, sempre discreta, le lascia sole, dicendo che
    andava  a  preparare  un  letto  per  loro;  che aveva il modo,  senza
    incomodarsi;  ma che,  in ogni  caso,  tanto  lei,  come  suo  marito,
    avrebbero  piuttosto  voluto dormire in terra,  che lasciarle andare a
    cercare un ricovero altrove.
    Passato quel primo sfogo  d'abbracciamenti  e  di  singhiozzi,  Agnese
    volle  sapere  i  casi  di  Lucia,  e  questa si mise affannosamente a
    raccontarglieli. Ma, come il lettore sa, era una storia che nessuno la
    conosceva tutta;  e per  Lucia  stessa  c'erano  delle  parti  oscure,
    inesplicabili  affatto.  E  principalmente  quella fatale combinazione
    d'essersi la terribile carrozza trovata l sulla strada, per l'appunto
    quando Lucia vi passava per un caso straordinario: su di che la  madre
    e  la figlia facevan cento congetture,  senza mai dar nel segno,  anzi
    senza neppure andarci vicino.
    In quanto all'autor principale della trama,  tanto l'una  che  l'altra
    non potevano fare a meno di non pensare che fosse don Rodrigo.
    "Ah anima nera!  ah tizzone d'inferno!" esclamava Agnese: "ma verr la
    sua ora anche per lui.  Domeneddio lo pagher  secondo  il  merito;  e
    allora prover anche lui..."
    "No,  no,  mamma;  no!" interruppe Lucia: "non gli augurate di patire,
    non l'augurate a nessuno!  Se  sapeste  cosa  sia  patire!  Se  aveste
    provato! No, no! preghiamo piuttosto Dio e la Madonna per lui: che Dio
    gli  tocchi  il  cuore,  come  ha  fatto a quest'altro povero signore;
    ch'era peggio di lui; e ora  un santo."
    Il ribrezzo che Lucia provava nel tornare sopra memorie cos recenti e
    cos crudeli, la fece pi d'una volta restare a mezzo; pi d'una volta
    disse che non le bastava l'animo di continuare,  e dopo molte lacrime,
    riprese la parola a stento. Ma un sentimento diverso la tenne sospesa,
    a  un  certo  punto del racconto: quando fu al voto.  Il timore che la
    madre le desse dell'imprudente e della precipitosa; e che,  come aveva
    fatto nell'affare del matrimonio, mettesse in campo qualche sua regola
    larga di coscienza e volesse fargliela trovar giusta per forza; o che,
    povera  donna,  dicesse  la  cosa a qualcheduno in confidenza,  se non
    altro per aver lume e consiglio,  e la facesse cos divenir  pubblica,
    cosa che Lucia, solamente a pensarci, si sentiva venire il viso rosso;
    anche   una   certa  vergogna  della  madre  stessa,   una  ripugnanza
    inesplicabile a entrare in quella materia;  tutte queste cose  insieme
    fecero  che  nascose  quella  circostanza importante,  proponendosi di
    farne  prima  la  confidenza  al  padre  Cristoforo.  Ma  come  rimase
    allorch,  domandando  di lui,  si sent rispondere che non c'era pi,
    ch'era stato mandato in un paese lontano  lontano,  in  un  paese  che
    aveva un certo nome!
    "E Renzo?" disse Agnese.
    "E' in salvo, n' vero?" disse ansiosamente Lucia.
    "Questo  sicuro, perch tutti lo dicono; si tien per certo che si sia
    ricoverato  sul bergamasco;  ma il luogo proprio nessuno lo sa dire: e
    lui finora non ha mai fatto saper nulla.  Che non abbia ancora trovata
    la maniera."
    "Ah,  se    in  salvo,  sia  ringraziato il Signore!" disse Lucia;  e
    cercava di cambiar discorso;  quando il discorso fu interrotto da  una
    novit inaspettata: la comparsa del cardinale arcivescovo.
    Questo,   tornato   di   chiesa,   dove  l'abbiam  lasciato,   sentito
    dall'innominato che Lucia era arrivata,  sana e salva,  era  andato  a
    tavola con lui,  facendoselo sedere a destra, in mezzo a una corona di
    preti, che non potevano saziarsi di dare occhiate a quell'aspetto cos
    ammansato senza debolezza,  cos umiliato  senza  abbassamento,  e  di
    paragonarlo   con   l'idea   che  da  lungo  tempo  s'eran  fatta  del
    personaggio.
    Finito di desinare, loro due s'eran ritirati di nuovo insieme. Dopo un
    colloquio che dur molto pi del primo,  l'innominato era partito  per
    il suo castello,  su quella stessa mula della mattina; e il cardinale,
    fatto chiamare il curato,  gli  aveva  detto  che  desiderava  d'esser
    condotto alla casa dov'era ricoverata Lucia.
    "Oh!  monsignore," aveva risposto il curato,  "non s'incomodi: mander
    io subito ad avvertire che venga  qui  la  giovine,  la  madre,  se  
    arrivata,  anche gli ospiti,  se monsignore li vuole, tutti quelli che
    desidera vossignoria illustrissima."
    "Desidero d'andar io a trovarli," aveva replicato Federigo.
    "Vossignoria illustrissima non deve incomodarsi: mander io  subito  a
    chiamarli:      cosa   d'un   momento,"  aveva  insistito  il  curato
    guastamestieri (buon uomo del resto),  non intendendo che il cardinale
    voleva  con quella visita rendere onore alla sventura,  all'innocenza,
    all'ospitalit e al suo proprio ministero in un tempo.  Ma,  avendo il
    superiore  espresso  di  nuovo  il  medesimo  desiderio,   l'inferiore
    s'inchin e si mosse.
    Quando i due personaggi furon veduti spuntar nella  strada,  tutta  la
    gente  che  c'era and verso di loro;  e in pochi momenti n'accorse da
    ogni parte, camminando loro ai fianchi chi poteva, e gli altri dietro,
    alla rinfusa. Il curato badava a dire: "via, indietro, ritiratevi; ma!
    ma!" Federigo gli diceva: "lasciateli  fare",  e  andava  avanti,  ora
    alzando la mano a benedir la gente,  ora abbassandola ad accarezzare i
    ragazzi che gli venivan tra'  piedi.  Cos  arrivarono  alla  casa,  e
    c'entrarono: la folla rimase ammontata al di fuori.  Ma nella folla si
    trovava anche il sarto, il quale era andato dietro come gli altri, con
    gli  occhi  fissi  e  con  la  bocca  aperta,   non  sapendo  dove  si
    riuscirebbe.  Quando  vide  quel dove inaspettato,  si fece far largo,
    pensate con che strepito, gridando e rigridando: "lasciate passare chi
    ha da passare"; e entr.
    Agnese e Lucia sentirono un  ronzo  crescente  nella  strada;  mentre
    pensavano cosa potesse essere, videro l'uscio spalancarsi, e comparire
    il porporato col parroco.
    "E' quella?" domand il primo al secondo;  e,  a un cenno affermativo,
    and verso Lucia, ch'era rimasta l con la madre,  tutt'e due immobili
    e  mute  dalla  sorpresa e dalla vergogna.  Ma il tono di quella voce,
    l'aspetto,  il contegno,  e soprattutto le parole di Federigo l'ebbero
    subito  rianimate.  "Povera  giovine,"  cominci: "Dio ha permesso che
    foste messa a gran prova;  ma v'ha anche fatto vedere  che  non  aveva
    levato l'occhio da voi,  che non v'aveva dimenticata,  V'ha rimessa in
    salvo;  e s' servito di voi per una grand'opera,  per fare  una  gran
    misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo."
    Qui  comparve  nella  stanza la padrona,  la quale,  al rumore,  s'era
    affacciata anch'essa alla finestra,  e avendo veduto chi le entrava in
    casa,  aveva sceso le scale,  di corsa,  dopo essersi raccomodata alla
    meglio;  e quasi nello stesso tempo,  entr il sarto da un altr'uscio.
    Vedendo  avviato  il discorso,  andarono a riunirsi in un canto,  dove
    rimasero con gran rispetto.  Il  cardinale,  salutatili  cortesemente,
    continu  a  parlar  con  le  donne,  mescolando  ai  conforti qualche
    domanda,   per  veder  se  nelle  risposte  potesse   trovar   qualche
    congiuntura di far del bene a chi aveva tanto patito.
    "Bisognerebbe  che  tutti  i  preti  fossero  come  vossignoria,   che
    tenessero un po' dalla parte de' poveri,  e non aiutassero a  metterli
    in imbroglio,  per cavarsene loro," disse Agnese, animata dal contegno
    cos famigliare e amorevole di Federigo, e stizzita dal pensare che il
    signor  don  Abbondio,   dopo  aver  sempre  sacrificati  gli   altri,
    pretendesse poi anche d'impedir loro un piccolo sfogo,  un lamento con
    chi era al di sopra di lui,  quando,  per un caso raro,  n'era  venuta
    l'occasione.
    "Dite  pure  tutto  quel  che  pensate," disse il cardinale;  "parlate
    liberamente."
    "Voglio dire che,  se il nostro signor  curato  avesse  fatto  il  suo
    dovere, la cosa non sarebbe andata cos."
    Ma  facendole  il  cardinale nuove istanze perch si spiegasse meglio,
    quella cominci a trovarsi impicciata a dover  raccontare  una  storia
    nella quale aveva anch'essa una parte che non si curava di far sapere,
    specialmente  a un tal personaggio.  Trov per il verso d'accomodarla
    con un piccolo  stralcio:  raccont  del  matrimonio  concertato,  del
    rifiuto di don Abbondio,  non lasci fuori il pretesto "de' superiori"
    che lui aveva messo in campo (ah,  Agnese!);  e salt all'attentato di
    don Rodrigo, e come, essendo stati avvertiti, avevano potuto scappare.
    "Ma s," soggiunse e concluse: "scappare per inciamparci di nuovo.  Se
    in vece il signor curato ci  avesse  detto  sinceramente  la  cosa,  e
    avesse  subito  maritati i miei poveri giovani,  noi ce n'andavamo via
    subito,  tutti insieme,  di nascosto,  lontano,  in luogo che n anche
    l'aria  non l'avrebbe saputo.  Cosi s' perduto tempo;  ed  nato quel
    che  nato."
    "Il signor  curato  mi  render  conto  di  questo  fatto,"  disse  il
    cardinale.
    "No,  signore,  no, signore," disse subito Agnese: "non ho parlato per
    questo: non lo gridi,  perch gi quel che  stato  stato;  e poi non
    serve  a  nulla:    un uomo fatto cos: tornando il caso,  farebbe lo
    stesso."
    Ma Lucia,  non contenta di quella  maniera  di  raccontar  la  storia,
    soggiunse:  "anche  noi abbiamo fatto del male: si vede che non era la
    volont del Signore che la cosa dovesse riuscire."
    "Che male avete potuto far voi, povera giovine?" disse Federigo.
    Lucia,  malgrado gli occhiacci che la  madre  cercava  di  farle  alla
    sfuggita,  raccont  la  storia  del  tentativo  fatto  in casa di don
    Abbondio;  e concluse  dicendo:  "abbiam  fatto  male;  e  Dio  ci  ha
    gastigati".
    "Prendete  dalla  sua mano i patimenti che avete sofferti,  e state di
    buon animo," disse Federigo: "perch,  chi avr ragione di rallegrarsi
    e di sperare, se non chi ha patito, e pensa ad accusar s medesimo?"
    Domand  allora  dove  fosse  il promesso sposo,  e sentendo da Agnese
    (Lucia stava zitta,  con la testa e gli occhi bassi)  ch'era  scappato
    dal  suo  paese,  ne prov e ne mostr maraviglia e dispiacere e volle
    sapere il perch.
    Agnese raccont alla meglio tutto quel poco che sapeva della storia di
    Renzo.
    "Ho sentito parlare di questo giovine," disse il cardinale:  "ma  come
    mai uno che si trov involto in affari di quella sorte,  poteva essere
    in trattato di matrimonio con una ragazza cos?"
    "Era un giovine dabbene," disse Lucia,  tacendo il viso rosso,  ma con
    voce sicura.
    "Era  un  giovine quieto,  fin troppo," soggiunse Agnese: "e questo lo
    pu domandare a chi si  sia,  anche  al  signor  curato.  Chi  sa  che
    imbroglio avranno fatto laggi,  che cabale?  I poveri, ci vuol poco a
    farli comparir birboni."
    "E' vero pur troppo," disse il cardinale: "m'informer  di  lui  senza
    dubbio": e fattosi dire nome e cognome del giovine, ne prese l'appunto
    sur  un libriccin di memorie.  Aggiunse poi che contava di portarsi al
    loro paese tra pochi giorni,  che allora Lucia potrebbe venir l senza
    timore,  e  che  intanto  penserebbe lui a provvederla d'un luogo dove
    potesse esser al sicuro,  fin che ogni cosa fosse  accomodata  per  il
    meglio.
    Si volt quindi ai padroni di casa, che vennero subito avanti. Rinnov
    i  ringraziamenti  che  aveva  fatti  fare  dal  curato,  e domand se
    sarebbero stati contenti di  ricoverare,  per  que'  pochi  giorni  le
    ospiti che Dio aveva loro mandate.
    "Oh,  s signore," rispose la donna, con un tono di voce e con un viso
    ch'esprimeva molto di pi di quell'asciutta risposta,  strozzata dalla
    vergogna.  Ma  il  marito,  messo  in orgasmo dalla presenza d'un tale
    interrogatore,  dal desiderio di farsi onore in un'occasione di  tanta
    importanza, studiava ansiosamente qualche bella risposta. Raggrinz la
    fronte,  torse gli occhi in traverso,  strinse le labbra, tese a tutta
    forza l'arco dell'intelletto, cerc,  frug,  sent di dentro un cozzo
    d'idee monche e di mezze parole: ma il momento stringeva; il cardinale
    accennava  gi d'avere interpretato il silenzio: il pover'uomo apr la
    bocca, e disse: "si figuri!" Altro non gli volle venire. Cosa,  di cui
    non solo rimase avvilito sul momento; ma sempre poi quella rimembranza
    importuna  gli  guastava  la  compiacenza del grand'onore ricevuto.  E
    quante volte, tornandoci sopra,  e rimettendosi col pensiero in quella
    circostanza,  gli  venivano in mente,  quasi per dispetto,  parole che
    tutte sarebbero state meglio di quell'insulso "si  figuri!"  Ma,  come
    dice un antico proverbio, del senno di poi ne son piene le fosse.
    Il  cardinale  part,  dicendo:  "la benedizione del Signore sia sopra
    questa casa".
    Domand poi  la  sera  al  curato  come  si  sarebbe  potuto  in  modo
    convenevole  ricompensare  quell'uomo,  che  non  doveva  esser ricco,
    dell'ospitalit costosa, specialmente in que' tempi. Il curato rispose
    che,  per verit,  n i guadagni della professione,  n le rendite  di
    certi  campicelli,  che  il  buon  sarto aveva del suo,  non sarebbero
    bastate,  in quell'annata,  a metterlo in istato d'esser liberale  con
    gli altri;  ma che,  avendo fatto degli avanzi negli anni addietro, si
    trovava de' pi agiati del contorno,  e poteva far  qualche  spesa  di
    pi,  senza dissesto,  come certo faceva questa volentieri; e che, del
    rimanente,  non ci sarebbe stato verso  di  fargli  accettare  nessuna
    ricompensa.
    "Avr  probabilmente," disse il cardinale,  "crediti con gente che non
    pu pagare."
    "Pensi,  monsignore illustrissimo: questa povera gente paga  con  quel
    che  le  avanza  dalla raccolta: l'anno scorso,  non avanz nulla;  in
    questo, tutti rimangono indietro del necessario."
    "Ebbene," disse Federigo: "prendo io sopra di me tutti que' debiti;  e
    voi  mi  farete  il piacere d'aver da lui la nota delle partite,  e di
    saldarle."
    "Sar una somma ragionevole."
    "Tanto meglio: e avrete pur troppo di quelli ancor pi bisognosi,  che
    non hanno debiti perch non trovan alcuna credenza."
    "Eh,  pur troppo!  Si fa quel che si pu, ma come arrivare a tutto, in
    tempi di questa sorte?"
    "Fate che lui li vesta a mio conto,  e pagatelo  bene.  Veramente,  in
    quest'anno, mi par rubato tutto ci che non va in pane; ma questo  un
    caso particolare."
    Non  vogliam  per  chiudere  la  storia  di  quella  giornata,  senza
    raccontar brevemente come la terminasse l'innominato.
    Questa volta,  la nuova della sua conversione l'aveva preceduto  nella
    valle;   vi  s'era  subito  sparsa,   e  aveva  messo  per  tutto  uno
    sbalordimento, un'ansiet, un cruccio, un susurro.  Ai primi bravi,  o
    servitori (era tutt'uno) che vide,  accenn che lo seguissero;  e cos
    di mano in mano.  Tutti venivan dietro,  con una sospensione nuova,  e
    con  la  suggezione solita;  finch,  con un seguito sempre crescente,
    arriv al castello. Accenn a quelli che si trovavan sulla porta,  che
    gli  venissero  dietro  con gli altri;  entr nel primo cortile,  and
    verso il mezzo,  e l,  essendo ancora a cavallo,  mise un  suo  grido
    tonante: era il segno usato,  al quale accorrevano tutti que' suoi che
    l'avessero sentito.  In un momento,  quelli  ch'erano  sparsi  per  il
    castello,  vennero  dietro  alla  voce,  e  s'univano ai gi radunati,
    guardando tutti il padrone.
    "Andate ad aspettarmi nella sala  grande,"  disse  loro;  e  dall'alto
    della  sua cavalcatura,  gli stava a veder partire.  Ne scese poi,  la
    men lui  stesso  alla  stalla,  e  and  dov'era  aspettato.  Al  suo
    apparire,   cess  subito  un  gran  bisbiglo  che  c'era;  tutti  si
    ristrinsero da una parte,  lasciando voto per  lui  un  grande  spazio
    della sala: potevano essere una trentina.
    L'innominato alz la mano, come per mantener quel silenzio improvviso;
    alz  la  testa,  che  passava  tutte  quelle della brigata,  e disse:
    "ascoltate tutti, e nessuno parli, se non  interrogato. Figliuoli! la
    strada  per  la  quale  siamo  andati  finora,   conduce   nel   fondo
    dell'inferno.  Non    un  rimprovero ch'io voglia farvi,  io che sono
    avanti a tutti, il peggiore di tutti; ma sentite ci che v'ho da dire.
    Dio misericordioso m'ha chiamato a mutar vita;  e io la  muter,  l'ho
    gi mutata: cos faccia con tutti voi.  Sappiate dunque,  e tenete per
    fermo che son risoluto di prima morire che far pi nulla contro la sua
    santa legge.  Levo a ognun di voi gli ordini scellerati che  avete  da
    me; voi m'intendete; anzi vi comando di non far nulla di ci che v'era
    comandato.  E tenete per fermo ugualmente che nessuno,  da qui avanti,
    potr far del male con la mia protezione,  al mio servizio.  Chi  vuol
    restare  a questi patti,  sar per me come un figliuolo: e mi troverei
    contento alla fine di quel giorno,  in cui  non  avessi  mangiato  per
    satollar l'ultimo di voi,  con l'ultimo pane che mi rimanesse in casa.
    Chi non vuole, gli sar dato quello che gli  dovuto di salario,  e un
    regalo di pi: potr andarsene; ma non metta pi piede qui: quando non
    fosse  per  mutar vita,  che per questo sar sempre ricevuto a braccia
    aperte. Pensateci questa notte: domattina vi chiamer, a uno a uno,  a
    darmi la risposta; e allora vi dar nuovi ordini. Per ora, ritiratevi,
    ognuno al suo posto.  E Dio che ha usato con me tanta misericordia, vi
    mandi il buon pensiero".
    Qui fin,  e tutto rimase in silenzio.  Per quanto vari  e  tumultuosi
    fossero i pensieri che ribollivano in que' cervellacci, non ne apparve
    di  fuori  nessun  segno.  Erano  avvezzi  a  prender la voce del loro
    signore come la manifestazione d'una volont con la quale non c'era da
    ripetere: e quella voce,  annunziando che la volont era  mutata,  non
    dava  punto  indizio  che  fosse  indebolita.  A nessuno di loro pass
    neppur per  la  mente  che,  per  esser  lui  convertito,  si  potesse
    prendergli il sopravvento,  rispondergli come a un altr'uomo. Vedevano
    in lui un santo,  ma un di que' santi che si dipingono  con  la  testa
    alta,  e con la spada in pugno. Oltre il timore, avevano anche per lui
    (principalmente quelli ch'eran nati sul suo,  ed erano una gran parte)
    un'affezione  come  d'uomini  ligi;  avevan  poi tutti una benevolenza
    d'ammirazione;  e alla sua presenza sentivano una  specie  di  quella,
    dir  pur  cos,  verecondia,  che  anche  gli  animi pi zotici e pi
    petulanti  provano  davanti  a   una   superiorit   che   hanno   gi
    riconosciuta.  Le  cose poi che allora avevan sentite da quella bocca,
    erano bens odiose a' loro orecchi,  ma non false n affatto  estranee
    ai loro intelletti: se mille volte se n'eran fatti beffe,  non era gi
    perch non le credessero,  ma per prevenir con le beffe la  paura  che
    gliene sarebbe venuta,  a pensarci sul serio. E ora, a veder l'effetto
    di quella paura in un animo come quello del loro padrone, chi pi, chi
    meno, non ce ne fu uno che non gli se n'attaccasse, almeno per qualche
    tempo. S'aggiunga a tutto ci, che quelli tra loro che,  trovandosi la
    mattina  fuor della valle,  avevan risaputa per i primi la gran nuova,
    avevano insieme veduto, e avevano anche riferito la gioia, la baldanza
    della popolazione, l'amore e la venerazione per l'innominato, ch'erano
    entrati in luogo dell'antico odio e dell'antico  terrore.  Di  maniera
    che, nell'uomo che avevan sempre riguardato, per dir cos, di basso in
    alto,  anche  quando  loro  medesimi erano in gran parte la sua forza,
    vedevano ora la maraviglia, l'idolo d'una moltitudine;  lo vedevano al
    di sopra degli altri,  ben diversamente di prima,  ma non meno; sempre
    fuori della schiera comune, sempre capo.
    Stavano dunque sbalorditi, incerti l'un dell'altro, e ognun di s. Chi
    si rodeva,  chi faceva  disegni  del  dove  sarebbe  andato  a  cercar
    ricovero  e  impiego;  chi  s'esaminava  se avrebbe potuto adattarsi a
    diventar galantuomo; chi anche, tocco da quelle parole,  se ne sentiva
    una  certa  inclinazione;  chi,  senza  risolver  nulla,  proponeva di
    prometter tutto a buon conto, di rimanere intanto a mangiare quel pane
    offerto cos di buon cuore, e allora cos scarso, e d'acquistar tempo:
    nessuno fiat. E quando l'innominato,  alla fine delle sue parole alz
    di nuovo quella mano imperiosa per accennar che se n'andassero, quatti
    quatti,  come un branco di pecore, tutti insieme se la batterono. Usc
    anche lui, dietro a loro,  e,  piantatosi prima nel mezzo del cortile,
    stette  a vedere al barlume come si sbrancassero,  e ognuno s'avviasse
    al suo posto. Salito poi a prendere una sua lanterna,  gir di nuovo i
    cortili, i corridoi, le sale, visit tutte l'entrature, e, quando vide
    ch'era tutto quieto,  and finalmente a dormire. S, a dormire; perch
    aveva sonno.
    Affari intralciati,  e insieme urgenti,  per quanto  ne  fosse  sempre
    andato  in cerca,  non se n'era mai trovati addosso tanti,  in nessuna
    congiuntura,  come allora;  eppure aveva sonno.  I rimorsi  che  gliel
    avevan  levato la notte avanti,  non che essere acquietati,  mandavano
    anzi grida pi alte,  pi severe,  pi assolute;  eppure aveva  sonno.
    L'ordine,  la  specie  di  governo  stabilito  l  dentro  da  lui  in
    tant'anni,  con tante  cure,  con  un  tanto  singolare  accoppiamento
    d'audacia e di perseveranza,  ora l'aveva lui medesimo messo in forse,
    con poche parole;  la dipendenza illimitata di que'  suoi,  quel  loro
    esser disposti a tutto,  quella fedelt da masnadieri, sulla quale era
    avvezzo da tanto tempo a riposare, l'aveva ora smossa lui medesimo;  i
    suoi mezzi, gli aveva fatti diventare un monte d'imbrogli, s'era messa
    la confusione e l'incertezza in casa; eppure aveva sonno.
    And  dunque in camera,  s'accost a quel letto in cui la notte avanti
    aveva  trovato  tante  spine;   e  vi   s'inginocchi   accanto,   con
    l'intenzione  di  pregare.  Trov  in  fatti in un cantuccio riposto e
    profondo della mente,  le preghiere ch'era stato ammaestrato a recitar
    da bambino;  cominci a recitarle;  e quelle parole,  rimaste l tanto
    tempo   ravvolte   insieme,   venivano   l'una   dopo   l'altra   come
    sgomitolandosi. Provava in questo un misto di sentimenti indefinibile;
    una   certa   dolcezza   in   quel   ritorno  materiale  all'abitudini
    dell'innocenza;  un inasprimento di dolore al pensiero dell'abisso che
    aveva messo tra quel tempo e questo;  un ardore d'arrivare,  con opere
    di espiazione,  a una coscienza nuova,  a  uno  stato  il  pi  vicino
    all'innocenza, a cui non poteva tornare; una riconoscenza, una fiducia
    in  quella  misericordia che lo poteva condurre a quello stato,  e che
    gli aveva gi dati tanti segni  di  volerlo.  Rizzatosi  poi,  and  a
    letto,  e  s'addorment immediatamente.  Cos termin quella giornata,
    tanto celebre ancora quando scriveva il nostro anonimo; e ora,  se non
    era lui,  non se ne saprebbe nulla, almeno de' particolari; giacch il
    Ripamonti e il Rivola, citati di sopra,  non dicono se non che quel s
    segnalato   tiranno,   dopo   un   abboccamento  con  Federigo,   mut
    mirabilmente vita, e per sempre. E quanti son quelli che hanno letto i
    libri di que' due?  Meno ancora di quelli che leggeranno il nostro.  E
    chi  sa  se,  nella  valle  stessa,  chi avesse voglia di cercarla,  e
    l'abilit  di  trovarla,   sar  rimasta  qualche  stracca  e  confusa
    tradizione del fatto? Son nate tante cose da quel tempo in poi!

















    CAPITOLO 25.

    Impressioni  per  l'avvenimento  al  paese di Lucia.   -  Vi giunge il
    cardinale.  -  Don Rodrigo a Milano.   -  Donna Prassede si fa tutrice
    di Lucia.   -  Lucia ed Agnese ritornano al loro paese. Don Abbondio 
    preso alle strette dal cardinale.   -  Scusa  di  quegli  e  infuocate
    parole di questi.

    Il giorno seguente,  nel paesetto di Lucia e in tutto il territorio di
    Lecco, non si parlava che di lei, dell'innominato,  dell'arcivescovo e
    d'un  altro  tale,  che,  quantunque gli piacesse molto d'andar per le
    bocche  degli  uomini,   n'avrebbe,   in  quella  congiuntura,   fatto
    volentieri di meno: vogliam dire il signor don Rodrigo.
    Non  gi  che  prima d'allora non si parlasse de' fatti suoi;  ma eran
    discorsi rotti,  segreti: bisognava che due si conoscessero bene  bene
    tra  di  loro,  per  aprirsi  sur un tale argomento.  E anche,  non ci
    mettevano tutto il sentimento di che sarebbero  stati  capaci:  perch
    gli uomini,  generalmente parlando, quando l'indegnazione non si possa
    sfogare senza grave  pericolo,  non  solo  dimostran  meno,  o  tengon
    affatto  in  s quella che sentono,  ma ne senton meno in effetto.  Ma
    ora,  chi si sarebbe tenuto d'informarsi,  e di ragionare  d'un  fatto
    cos strepitoso,  in cui s'era vista la mano del cielo, e dove facevan
    buona figura due personaggi tali? uno, in cui un amore della giustizia
    tanto animoso andava unito a tanta autorit;  l'altro,  con cui pareva
    che la prepotenza in persona si fosse umiliata,  che la braveria fosse
    venuta, per dir cos, a render l'armi, e a chiedere il riposo.  A tali
    paragoni,  il  signor  don Rodrigo diveniva un po' piccino.  Allora si
    capiva  da  tutti  cosa  fosse  tormentar  l'innocenza   per   poterla
    disonorare,  perseguitarla  con  un'insistenza cos sfacciata,  con s
    atroce  violenza,   con  s  abbominevoli  insidie.   Si  faceva,   in
    quell'occasione, una rivista di tant'altre prodezze di quel signore: e
    su tutto la dicevan come la sentivano, incoraggiti ognuno dal trovarsi
    d'accordo con tutti.  Era un susurro,  un fremito generale; alla larga
    per, per ragione di tutti que' bravi che colui aveva d'intorno.
    Una buona parte di quest'odio pubblico cadeva ancora sui suoi amici  e
    cortigiani. Si rosolava bene il signor podest, sempre sordo e cieco e
    muto sui fatti di quel tiranno; ma alla lontana, anche lui, perch, se
    non aveva i bravi, aveva i birri. Col dottor Azzecca-garbugli, che non
    aveva  se  non  chiacchiere  e cabale,  e con altri cortigianelli suoi
    pari, non s'usava tanti riguardi: eran mostrati a dito, e guardati con
    occhi torti; di maniera che,  per qualche tempo,  stimaron bene di non
    farsi veder per le strade.
    Don Rodrigo,  fulminato da quella notizia cos impensata, cos diversa
    dall'avviso che aspettava di giorno in giorno,  di momento in momento,
    stette  rintanato  nel suo palazzotto,  solo co' suoi bravi a rodersi,
    per due giorni; il terzo,  part per Milano.  Se non fosse stato altro
    che  quel  mormoracchiare  della  gente,  forse,  poich le cose erano
    andate tant'avanti, sarebbe rimasto apposta per affrontarlo,  anzi per
    cercar  l'occasione  di  dare un esempio a tutti sopra qualcheduno de'
    pi arditi;  ma chi lo cacci,  fu l'essersi saputo per certo,  che il
    cardinale veniva anche da quelle parti. Il conte zio, i quale di tutta
    quella  storia  non  sapeva  se  non quel che gli aveva detto Attilio,
    avrebbe certamente preteso che, in una congiuntura simile, don Rodrigo
    facesse una gran figura,  e avesse in pubblico dal  cardinale  le  pi
    distinte  accoglienze:  ora,  ognun  vede  come  ci fosse incamminato.
    L'avrebbe preteso,  e se ne sarebbe  fatto  rende  conto  minutamente;
    perch  era  un'occasione  importante di far vedere in che stima fosse
    tenuta la famiglia  da  una  primaria  autorit.  Per  levarsi  da  un
    impiccio  cos  noioso,  don  Rodrigo,  alzatosi una mattina prima del
    sole, si mise in una carrozza, col Griso e con altri bravi,  di fuori,
    davanti e di dietro;  e,  lasciato l'ordine che il resto della servit
    venisse poi in seguito,  part come un fuggitivo,  come (ci sia un po'
    lecito   di   sollevare  i  nostri  personaggi  con  qualche  illustre
    paragone), come Catilina da Roma, sbuffando,  e giurando di tornar ben
    presto, in altra comparsa, a far le sue vendette.
    Intanto,   il  cardinale  veniva  visitando,  a  una  per  giorno,  le
    parrocchie del territorio di Lecco. Il giorno in cui doveva arrivare a
    quella di Lucia,  gi una gran parte degli abitanti erano andati sulla
    strada  a  incontrarlo.  All'entrata  del paese,  proprio accanto alla
    casetta delle nostre due donne, c'era un arco trionfale,  costrutto di
    stili per il ritto,  e di pali per il traverso,  rivestito di paglia e
    di borraccina,  e ornato di rami verdi di  pugnitopo  e  d'agrifoglio,
    distinti  di bacche scarlatte;  la facciata della chiesa era parata di
    tappezzerie;  al davanzale d'ogni finestra pendevano coperte e lenzoli
    distesi, fasce di bambini disposte a guisa di pendoni; tutto quel poco
    necessario che fosse atto a fare,  o bene o male, figura di superfluo.
    Verso le ventidue,  ch'era l'ora  in  cui  s'aspettava  il  cardinale,
    quelli  ch'eran  rimasti  in  casa,  vecchi,  donne e fanciulli la pi
    parte, s'avviarono anche loro a incontrarlo,  parte in fila,  parte in
    truppa,  preceduti da don Abbondio,  uggioso in mezzo a tanta festa, e
    per il fracasso che lo sbalordiva,  e  per  il  brulicar  della  gente
    innanzi e indietro,  che,  come andava ripetendo,  gli faceva girar la
    testa, e per il rodo segreto che le donne avesser potuto cicalare,  e
    dovesse toccargli a render conto del matrimonio.
    Quand'ecco si vede spuntar il cardinale, o per dir meglio, la turba in
    mezzo  a cui si trovava nella sua lettiga,  col suo seguito d'intorno;
    perch di tutto questo non si vedeva altro che un indizio in aria,  al
    di  sopra  di  tutte  le  teste,  un  pezzo  della  croce  portata dal
    cappellano che cavalcava  una  mula.  La  gente  che  andava  con  don
    Abbondio,  s'affrett  alla rinfusa,  a raggiunger quell'altra: e lui,
    dopo aver detto, tre e quattro volte: "adagio; in fila; cosa fate?" si
    volt indispettito; e seguitando a borbottare: " una babilonia,  una
    babilonia",  entr in chiesa,  intanto ch'era vota;  e  stette  l  ad
    aspettare.
    Il  cardinale  veniva  avanti,   dando  benedizioni  con  la  mano,  e
    ricevendone dalle bocche della gente,  che quelli del seguito  avevano
    un bel da fare a tenere un po' indietro. Per esser del paese di Lucia,
    avrebbe   voluto   quella  gente  fare  all'arcivescovo  dimostrazioni
    straordinarie;  ma la cosa non era facile,  perch era  uso  che,  per
    tutto  dove  arrivava,  tutti  facevano  pi  che  potevano.  Gi  sul
    principio stesso del suo pontificato,  nel primo solenne  ingresso  in
    duomo,  la  calca e l'impeto della gente addosso a lui era stato tale,
    da far temere della sua vita;  e alcuni gentiluomini che gli eran  pi
    vicini,  avevano  sfoderate  le  spade,  per  atterrire e respinger la
    folla.  Tanto c'era in que' costumi di scomposto e di  violento,  che,
    anche  nel far dimostrazioni di benevolenza a un vescovo in chiesa,  e
    nel moderarle, si dovesse andar vicino all'ammazzare.  E quella difesa
    non  sarebbe  forse  bastata,  se  il  maestro e il sottomaestro delle
    cerimonie,  un Clerici e un Picozzi,  giovani preti che stavan bene di
    corpo  e  d'animo,  non  l'avessero  alzato sulle braccia e portato di
    peso, dalla porta fino all'altar maggiore.  D'allora in poi,  in tante
    visite episcopali che ebbe a fare, il primo entrar nella chiesa si pu
    senza scherzo contarlo tra le sue pastorali fatiche,  e qualche volta,
    tra i pericoli passati da lui.
    Entr anche in questa come pot; and all'altare e,  dopo essere stato
    alquanto in orazione,  fece, secondo il suo solito, un piccol discorso
    al popolo,  sul suo amore per  loro,  sul  suo  desiderio  della  loro
    salvezza,  e  come  dovessero  disporsi alle funzioni del giorno dopo.
    Ritiratosi poi nella casa del parroco,  tra gli  altri  discorsi,  gli
    domand informazione di Renzo. Don Abbondio disse ch'era un giovine un
    po' vivo,  un po' testardo,  un po' collerico. Ma, a pi particolari e
    precise domande, dovette rispondere ch'era un galantuomo,  e che anche
    lui non sapeva capire come, in Milano, avesse potuto fare tutte quelle
    diavolerie che avevan detto.
    "In quanto alla giovine," riprese il cardinale,  "pare anche a voi che
    possa ora venir sicuramente a dimorare in casa sua?"
    "Per ora," rispose don Abbondio,  "pu venire  e  stare,  come  vuole:
    dico,  per  ora;  ma" soggiunse poi con un sospiro,  "bisognerebbe che
    vossignoria illustrissima fosse sempre qui, o almeno vicino."
    "Il Signore  sempre vicino," disse il cardinale: "del resto,  penser
    io  a metterla al sicuro." E diede subito ordine che,  il giorno dopo,
    si spedisse di buon'ora la lettiga,  con una scorta,  a prender le due
    donne.
    Don  Abbondio  usc  di  l tutto contento che il cardinale gli avesse
    parlato de' due giovani,  senza chiedergli conto del  suo  rifiuto  di
    maritarli.   -  Dunque non sa niente,   -  diceva tra s:  -  Agnese 
    stata zitta: miracolo!  E' vero che s'hanno a tornare a vedere;  ma le
    daremo un'altra istruzione,  le daremo. - E non sapeva, il pover'uomo,
    che Federigo  non  era  entrato  in  quell'argomento,  appunto  perch
    intendeva di parlargliene a lungo,  in tempo pi libero;  e,  prima di
    dargli ci che gli era dovuto, voleva sentire anche le sue ragioni.
    Ma i pensieri del  buon  prelato  per  metter  Lucia  al  sicuro  eran
    divenuti inutili: dopo che l'aveva lasciata, eran nate delle cose, che
    dobbiamo raccontare.
    Le due donne,  in que' pochi giorni ch'ebbero a passare nella casuccia
    ospitale del sarto, avevan ripreso,  per quanto avevan potuto,  ognuna
    il  suo antico tenor di vita.  Lucia aveva subito chiesto da lavorare;
    e,  come aveva fatto nel monastero,  cuciva,  cuciva,  ritirata in una
    stanzina, lontano dagli occhi della gente. Agnese andava un po' fuori,
    un po' lavorava in compagnia della figlia.  I loro discorsi eran tanto
    pi tristi,  quanto pi affettuosi: tutt'e due eran  preparate  a  una
    separazione;  giacch  la pecora non poteva tornare a star cos vicino
    alla tana del lupo: e quando,  quale,  sarebbe il  termine  di  questa
    separazione?  L'avvenire  era  oscuro,  imbrogliato:  per  una di loro
    principalmente.   Agnese  tanto  ci  andava  facendo  dentro  le   sue
    congetture  allegre:  che  Renzo  finalmente,  se non gli era accaduto
    nulla di sinistro,  dovrebbe presto dar  le  sue  nuove;  e  se  aveva
    trovato  da  lavorare  e  da stabilirsi,  se (e come dubitarne?) stava
    fermo nelle sue promesse,  perch non si potrebbe andare  a  star  con
    lui? E di tali speranze, ne parlava e ne riparlava alla figlia, per la
    quale  non  saprei dire se fosse maggior dolore il sentire,  o pena il
    rispondere.  Il suo gran segreto  l'aveva  sempre  tenuto  in  s;  e,
    inquietata  bens  dal  dispiacere  di  fare a una madre cos buona un
    sotterfugio,   che   non   era   il   primo;   ma   trattenuta,   come
    invincibilmente,  dalla vergogna e da' vari timori che abbiam detto di
    sopra, andava d'oggi in domani,  senza dir nulla.  I suoi disegni eran
    ben  diversi da quelli della madre,  o,  per dir meglio,  non n'aveva;
    s'era abbandonata alla Provvidenza.  Cercava dunque di lasciar cadere,
    o  di stornare quel discorso;  o diceva,  in termini generali,  di non
    aver pi speranza,  n desiderio di cosa di questo mondo,  fuorch  di
    poter  presto riunirsi con sua madre;  le pi volte,  il pianto veniva
    opportunamente a troncar le parole.
    "Sai perch ti par cos?" diceva Agnese: "perch hai tanto  patito,  e
    non  ti  par  vero  che  la possa voltarsi in bene.  Ma lascia fare al
    Signore; e se...  Lascia che si veda un barlume,  appena un barlume di
    speranza;  e  allora  mi  saprai dire se non pensi pi a nulla." Lucia
    baciava la madre, e piangeva.
    Del  resto,   tra  loro  e  i  loro  ospiti  era   nata   subito   una
    grand'amicizia:   e   dove   nascerebbe,   se  non  tra  beneficati  e
    benefattori,  quando gli uni e  gli  altri  son  buona  gente?  Agnese
    specialmente  faceva di gran chiacchiere con la padrona.  Il sarto poi
    dava loro un po' di svago con delle storie, e con de' discorsi morali:
    e,  a  desinare  soprattutto,  aveva  sempre  qualche  bella  cosa  da
    raccontare, di Bovo d'Antona o de' Padri del deserto.
    Poco distante da quel paesetto,  villeggiava una coppia d'alto affare;
    don Ferrante e donna Prassede:  il  casato,  al  solito,  nella  penna
    dell'anonimo.   Era  donna  Prassede  una  vecchia  gentildonna  molto
    inclinata a far del bene: mestiere certamente il pi degno che  l'uomo
    possa esercitare; ma che pur troppo pu anche guastare, come tutti gli
    altri.  Per fare il bene,  bisogna conoscerlo; e, al pari d'ogni altra
    cosa,  non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni,  per
    mezzo  de'  nostri giudizi,  con le nostre idee;  le quali bene spesso
    stanno come possono. Con l'idee donna Prassede si regolava come dicono
    che si deve far con gli amici;  n'aveva poche;  ma a quelle poche  era
    molto  affezionata.  Tra le poche,  ce n'era per disgrazia molte delle
    storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi,
    o di proporsi per bene ci che non lo fosse,  o di prender per  mezzi,
    cose  che  potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta,  o di
    crederne leciti di quelli che non lo  fossero  punto,  per  una  certa
    supposizione  in confuso,  che chi fa pi del suo dovere possa far pi
    di quel che avrebbe diritto;  le accadeva di non vedere nel fatto  ci
    che c'era di reale, o di vederci ci che non c'era; e molte altre cose
    simili,   che  possono  accadere,   e  che  accadono  a  tutti,  senza
    eccettuarne i migliori; ma a donna Prassede,  troppo spesso e,  non di
    rado, tutte in una volta.
    Al sentire il gran caso di Lucia, e tutto ci che, in quell'occasione,
    si diceva della giovine, le venne la curiosit di vederla; e mand una
    carrozza,  con  un vecchio bracciere,  a prender la madre e la figlia.
    Questa si ristringeva nelle spalle, e pregava il sarto, il quale aveva
    fatto loro l'imbasciata,  che trovasse  maniera  di  scusarla.  Finch
    s'era  trattato di gente alla buona che cercava di conoscer la giovine
    del miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in
    questo caso,  il rifiuto gli pareva una  specie  di  ribellione.  Fece
    tanti versi,  tant'esclamazioni, disse tante cose: e che non si faceva
    cos, e ch'era una casa grande, e che ai signori non si dice di no,  e
    che  poteva  esser  la loro fortuna,  e che la signora donna Prassede,
    oltre il resto, era anche una santa; tante cose insomma,  che Lucia si
    dovette  arrendere:  molto  pi  che  Agnese  confermava  tutte quelle
    ragioni con altrettanti "sicuro, sicuro".
    Arrivate davanti alla signora,  essa fece  loro  grand'accoglienza,  e
    molte  congratulazioni;  interrog,  consigli: il tutto con una certa
    superiorit quasi innata,  ma corretta  da  tante  espressioni  umili,
    temperata da tanta premura, condita di tanta spiritualit, che, Agnese
    quasi subito,  Lucia poco dopo,  cominciarono a sentirsi sollevate dal
    rispetto  opprimente  che  da  principio  aveva  loro  incusso  quella
    signorile  presenza;  anzi  ci  trovarono una certa attrattiva.  E per
    venire alle corte,  donna Prassede,  sentendo che il  cardinale  s'era
    incaricato  di  trovare  a  Lucia un ricovero,  punta dal desiderio di
    secondare e di prevenire a un tratto quella buona intenzione,  s'esib
    di  prender  la  giovine in casa,  dove,  senz'essere addetta ad alcun
    servizio particolare, potrebbe, a piacer suo, aiutar l'altre donne ne'
    loro  lavori.   E  soggiunse  che  penserebbe  lei  a  darne  parte  a
    monsignore.
    Oltre  il  bene  chiaro e immediato che c'era in un'opera tale,  donna
    Prassede ce  ne  vedeva,  e  se  ne  proponeva  un  altro,  forse  pi
    considerabile,  secondo  lei;  di raddirizzare un cervello,  di metter
    sulla buona strada chi n'aveva gran bisogno.  Perch,  fin  da  quando
    aveva  sentito  la prima volta parlar di Lucia,  s'era subito persuasa
    che una giovine la quale aveva potuto promettersi a un poco di  buono,
    a un sedizioso,  a uno scampaforca in somma,  qualche magagna, qualche
    pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dir chi sei.
    La vista di Lucia aveva confermata quella  persuasione.  Non  che,  in
    fondo,  come si dice, non le paresse una buona giovine; ma c'era molto
    da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella
    della gola,  quel non rispondere,  o risponder secco secco,  come  per
    forza,  potevano  indicar verecondia;  ma denotavano sicuramente molta
    caparbiet: non ci voleva molto a indovinare che quella testina  aveva
    le  sue  idee.  E  quell'arrossire  ogni  momento,  e quel rattenere i
    sospiri... Due occhioni poi,  che a donna Prassede non piacevan punto.
    Teneva essa per certo,  come se lo sapesse di buon luogo, che tutte le
    sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per  la  sua  amicizia
    con  quel  poco  di  buono,  e  un  avviso per far che se ne staccasse
    affatto;  e stante questo,  si proponeva di cooperare a un  cos  buon
    fine.  Giacch,  come diceva spesso agli altri e a s stessa, tutto il
    suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva  spesso  uno
    sbaglio  grosso,  ch'era  di prender per cielo il suo cervello.  Per,
    della seconda intenzione che abbiam detto,  si guard bene di darne il
    minimo indizio.  Era una delle sue massime questa, che, per riuscire a
    far del bene alla gente, la prima cosa,  nella maggior parte de' casi,
     di non metterli a parte del disegno.
    La  madre e la figlia si guardarono in viso.  Nella dolorosa necessit
    di dividersi,  l'esibizione parve a tutt'e due da accettarsi,  se  non
    altro  per  esser  quella villa cos vicina al loro paesetto: per cui,
    alla peggio de'  peggi,  si  ravvicinerebbero  e  potrebbero  trovarsi
    insieme,   alla  prossima  villeggiatura.  Visto,  l'una  negli  occhi
    dell'altra,  il consenso,  si voltaron tutt'e due a donna Prassede con
    quel  ringraziare  che  accetta.  Essa  rinnov  le  gentilezze  e  le
    promesse,  e disse che manderebbe subito una lettera da  presentare  a
    monsignore.
    Partite le donne, la lettera se la fece distendere da don Ferrante, di
    cui,  per esser letterato,  come diremo pi in particolare, si serviva
    per segretario,  nell'occasioni  d'importanza.  Trattandosi  d'una  di
    questa sorte, don Ferrante ci mise tutto il suo sapere, e, consegnando
    la   minuta  da  copiare  alla  consorte,   le  raccomand  caldamente
    l'ortografia; ch'era una delle molte cose che aveva studiate,  e delle
    poche sulle quali avesse lui il comando in casa.  Donna Prassede copi
    diligentissimamente, e sped la lettera alla casa del sarto. Questo fu
    due o tre giorni prima  che  il  cardinale  mandasse  la  lettiga  per
    ricondur le donne al loro paese.
    Arrivate,  smontarono  alla  casa  parrocchiale,  dove  si  trovava il
    cardinale. C'era ordine d'introdurle subito: il cappellano,  che fu il
    primo a vederle, l'esegu, trattenendole solo quant'era necessario per
    dar loro,  in fretta in fretta, un po' d'istruzione sul cerimoniale da
    usarsi con monsignore,  e sui titoli da dargli: cosa che soleva  fare,
    ogni volta che lo potesse di nascosto a lui.  Era per il pover'uomo un
    tormento continuo il vedere il poco  ordine  che  regnava  intorno  al
    cardinale,  su  quel particolare: "tutto",  diceva con gli altri della
    famiglia, "per la troppa bont di quel benedett'uomo;  per quella gran
    famigliarit". E raccontava d'aver perfino sentito pi d'una volta co'
    suoi orecchi, rispondergli: messer s, e messer no.
    Stava in quel momento il cardinale discorrendo con don Abbondio, sugli
    affari della parrocchia: dimodoch questo non ebbe campo di dare anche
    lui,  come avrebbe desiderato, le sue istruzioni alle donne. Solo, nel
    passar loro accanto, mentre usciva, e quelle venivano avanti, pot dar
    loro  d'occhio,   per  accennare  ch'era  contento  di  loro,   e  che
    continuassero, da brave, a non dir nulla.
    Dopo le prime accoglienze da una parte,  e i primi inchini dall'altra,
    Agnese si cav di  seno  la  lettera,  e  la  present  al  cardinale,
    dicendo:  "  della signora donna Prassede,  la quale dice che conosce
    molto vossignoria illustrissima,  monsignore;  come naturalmente,  tra
    loro  signori  grandi,  si  devon  conoscer  tutti.  Quand'avr letto,
    vedr."
    "Bene," disse Federigo,  letto che ebbe,  e ricavato il sugo del senso
    da'  fiori di don Ferrante.  Conosceva quella casa quanto bastasse per
    esser certo che Lucia c'era invitata con buona intenzione,  e  che  l
    sarebbe sicura dall'insidie e dalla violenza del suo persecutore.  Che
    concetto avesse della testa di donna Prassede,  non  n'abbiam  notizia
    positiva.  Probabilmente, non era quella la persona che avrebbe scelta
    a un tal intento; ma, come abbiam detto o fatto intendere altrove, non
    era suo costume di disfar le cose che non toccavano a lui, per rifarle
    meglio.
    "Prendete in pace anche questa separazione,  e l'incertezza in cui  vi
    trovate," soggiunse poi: "confidate che sia per finir presto, e che il
    Signore  voglia guidar le cose a quel termine a cui pare che le avesse
    indirizzate;  ma tenete per certo che quello che vorr  Lui,  sar  il
    meglio  per  voi."  Diede a Lucia in particolare qualche altro ricordo
    amorevole;  qualche altro conforto a tutt'e due;  le benedisse,  e  le
    lasci andare. Appena fuori, si trovarono addosso uno sciame d'amici e
    d'amiche,  tutto  il  comune,  si  pu  dire,  che le aspettava,  e le
    condusse a casa, come in trionfo.  Era tra tutte quelle donne una gara
    di congratularsi,  di compiangere,  di domandare;  e tutte esclamavano
    dal dispiacere, sentendo che Lucia se n'anderebbe il giorno dopo.  Gli
    uomini  gareggiavano  nell'offrir  servizi;  ognuno voleva star quella
    notte a far la guardia alla casetta. Sul qual fatto, il nostro anonimo
    cred bene di formare  un  proverbio:  volete  aver  molti  in  aiuto?
    cercate di non averne bisogno.
    Tante  accoglienze  confondevano  e  sbalordivano  Lucia:  Agnese  non
    s'imbrogliava cos per poco. Ma in sostanza fecero bene anche a Lucia,
    distraendola alquanto  da'  pensieri  e  dalle  rimembranze  che,  pur
    troppo,   anche  in  mezzo  al  frastono,   le  si  risvegliavano,  su
    quell'uscio, in quelle stanzucce, alla vista d'ogni oggetto.
    Al tocco della  campana  che  annunziava  vicino  il  cominciar  delle
    funzioni,  tutti si mossero verso la chiesa,  e fu per le nostre donne
    un'altra passeggiata trionfale.
    Terminate le funzioni, don Abbondio, ch'era corso a vedere se Perpetua
    aveva ben  disposto  ogni  cosa  per  il  desinare,  fu  chiamato  dal
    cardinale.  And subito dal grand'ospite,  il quale,  lasciatolo venir
    vicino,  "signor curato," cominci;  e quelle parole  furon  dette  in
    maniera,  da dover capire, ch'erano il principio d'un discorso lungo e
    serio: "signor curato; perch non avete voi unita in matrimonio quella
    povera Lucia col suo promesso sposo?"
    - Hanno votato il sacco stamattina coloro,   -  pens don Abbondio;  e
    rispose   borbottando:  "monsignore  illustrissimo  avr  ben  sentito
    parlare degli scompigli che son nati  in  quell'affare:    stata  una
    confusione  tale,  da  non  poter,  neppure al giorno d'oggi,  vederci
    chiaro:  come  anche  vossignoria  illustrissima  pu  argomentare  da
    questo, che la giovine  qui, dopo tanti accidenti, come per miracolo;
    e il giovine, dopo altri accidenti, non si sa dove sia."
    "Domando,"  riprese  il  cardinale,  "se    vero che,  prima di tutti
    codesti casi,  abbiate rifiutato di celebrare  il  matrimonio,  quando
    n'eravate richiesto, nel giorno fissato; e il perch."
    "Veramente...    se    vossignoria   illustrissima   sapesse...    che
    intimazioni...  che comandi terribili ho avuti di  non  parlare..."  E
    rest l,  senza concludere,  in un cert'atto,  da far rispettosamente
    intendere che sarebbe indiscrezione il voler saperne di pi.
    "Ma!" disse il cardinale, con voce e con aria grave fuor del consueto:
    " il vostro vescovo che, per suo dovere e per vostra giustificazione,
    vuol saper da voi il perch non  abbiate  fatto  ci  che,  nella  via
    regolare, era obbligo vostro di fare."
    "Monsignore," disse don Abbondio,  facendosi piccino piccino,  "non ho
    gi voluto dire...  Ma m' parso che,  essendo cose intralciate,  cose
    vecchie  e senza rimedio,  fosse inutile di rimestare...  Per,  per,
    dico...  so che vossignoria illustrissima  non  vuol  tradire  un  suo
    povero   parroco.    Perch   vede   bene,   monsignore;   vossignoria
    illustrissima non pu esser per tutto; e io resto qui esposto... Per,
    quando Lei me lo comanda, dir, dir tutto."
    "Dite: io non vorrei altro che trovarvi senza colpa."
    Allora don Abbondio si mise a raccontare la dolorosa storia; ma tacque
    il nome principale,  e vi sostitu: un gran signore;  dando cos  alla
    prudenza tutto quel poco che si poteva, in una tale stretta.
    "E  non  avete  avuto altro motivo?" domand il cardinale,  quando don
    Abbondio ebbe finito.
    "Ma forse non mi sono spiegato  abbastanza,"  rispose  questo:  "sotto
    pena della vita, m'hanno intimato di non far quel matrimonio."
    "E  vi  par  codesta  una  ragion bastante,  per lasciar d'adempire un
    dovere preciso?"
    "Io ho sempre cercato di farlo,  il mio dovere,  anche con  mio  grave
    incomodo, ma quando si tratta della vita..."
    "E  quando vi siete presentato alla Chiesa," disse,  con accento ancor
    pi grave,  Federigo,  "per addossarvi codesto  ministero,  v'ha  essa
    fatto sicurt della vita? V'ha detto che i doveri annessi al ministero
    fossero liberi da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo? O v'ha detto
    forse  che dove cominciasse il pericolo,  ivi cesserebbe il dovere?  O
    non v'ha espressamente detto il contrario?  Non v'ha avvertito che  vi
    mandava  come  un agnello tra i lupi?  Non sapevate voi che c'eran de'
    violenti,  a cui potrebbe dispiacere ci che a voi sarebbe  comandato?
    Quello da Cui abbiam la dottrina e l'esempio,  ad imitazione di Cui ci
    lasciam  nominare  e  ci  nominiamo  pastori,   venendo  in  terra   a
    esercitarne l'ufizio,  mise forse per condizione d'aver salva la vita?
    E per salvarla,  per conservarla,  dico,  qualche giorno di pi  sulla
    terra,  a spese della carit e del dovere, c'era bisogno della unzione
    santa, dell'imposizion delle mani, della grazia del sacerdozio?  Basta
    il mondo a dar questa virt,  a insegnar questa dottrina. Che dico? oh
    vergogna!  il mondo stesso la rifiuta: il mondo fa  anch'esso  le  sue
    leggi,  che  prescrivono  il  male  come  il  bene;  ha il suo vangelo
    anch'esso, un vangelo di superbia e d'odio; e non vuol che si dica che
    l'amore della vita sia una ragione per  trasgredirne  i  comandamenti.
    Non  lo vuole;  ed  ubbidito.  E noi!  noi figli e annunziatori della
    promessa!  Che sarebbe la Chiesa,  se codesto vostro linguaggio  fosse
    quello di tutti i vostri confratelli?  Dove sarebbe, se fosse comparsa
    nel mondo con codeste dottrine?"
    Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra  quegli
    argomenti,  come  un  pulcino negli artigli del falco,  che lo tengono
    sollevato in una regione  sconosciuta,  in  un'aria  che  non  ha  mai
    respirata.  Vedendo che qualcosa bisognava rispondere,  disse, con una
    certa sommissione  forzata:  "monsignore  illustrissimo,  avr  torto.
    Quando  la  vita non si deve contare,  non so cosa mi dire.  Ma quando
    s'ha che fare con certa gente,  con gente che ha la forza,  e che  non
    vuol sentir ragioni,  anche a voler fare il bravo,  non saprei cosa ci
    si potesse guadagnare.  E' un signore quello,  con cui non si  pu  n
    vincerla n impattarla."
    "E  non  sapete  voi  che  il  soffrire  per  la giustizia  il nostro
    vincere?  E se non sapete questo,  che cosa predicate?  di  che  siete
    maestro?  qual    la  "buona  nuova"  che  annunziate a' poveri?  Chi
    pretende da voi che vinciate la forza con la forza?  Certo non vi sar
    domandato, un giorno, se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti;
    che  a  questo  non  vi fu dato n missione,  n modo.  Ma vi sar ben
    domandato se avete adoprati i mezzi ch'erano in vostra  mano  per  far
    ci  che  v'era  prescritto,  anche  quando  avessero  la  temerit di
    proibirvelo."
    - Anche questi santi son curiosi,  -  pensava intanto don Abbondio:  -
    in sostanza, a spremerne il sugo,  gli stanno pi a cuore gli amori di
    due giovani, che la vita d'un povero sacerdote.  -  E, in quant'a lui,
    si sarebbe volentieri contentato che il discorso finisse l; ma vedeva
    il  cardinale,  a  ogni  pausa,  restare  in  atto  di chi aspetti una
    risposta: una confessione, o un'apologia, qualcosa in somma.
    "Torno a dire, monsignore," rispose dunque,  "che avr torto io...  Il
    coraggio, uno non se lo pu dare."
    "E perch dunque, potrei dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero
    che  v'impone di stare in guerra con le passioni del secolo?  Ma come,
    vi dir piuttosto,  come non pensate che,  se  in  codesto  ministero,
    comunque vi ci siate messo, v' necessario il coraggio, per adempir le
    vostre obbligazioni, c' Chi ve lo dar infallibilmente, quando glielo
    chiediate?  Credete  voi  che  tutti  que' milioni di martiri avessero
    naturalmente coraggio?  che non facessero  naturalmente  nessun  conto
    della vita? tanti giovinetti che cominciavano a gustarla, tanti vecchi
    avvezzi a rammaricarsi che fosse gi vicina a finire,  tante donzelle,
    tante spose,  tante madri?  Tutti  hanno  avuto  coraggio;  perch  il
    coraggio  era  necessario,  ed essi confidavano.  Conoscendo la vostra
    debolezza e i vostri doveri,  avete voi pensato a prepararvi ai  passi
    difficili a cui potevate trovarvi,  a cui vi siete trovato in effetto?
    Ah!  se per tant'anni d'ufizio pastorale,  avete (e come non avreste?)
    amato il vostro gregge,  se avete riposto in esso il vostro cuore,  le
    vostre cure,  le vostre delizie,  il coraggio non doveva  mancarvi  al
    bisogno: l'amore  intrepido.  Ebbene,  se voi gli amavate, quelli che
    sono affidati alle vostre cure spirituali,  quelli  che  voi  chiamate
    figliuoli;  quando vedeste due di loro minacciati insieme con voi,  ah
    certo!  come la debolezza della carne v'ha fatto tremar per voi,  cos
    la  carit  v'avr  fatto tremar per loro.  Vi sarete umiliato di quel
    primo timore,  perch era un  effetto  della  vostra  miseria;  avrete
    implorato  la  forza  per vincerlo,  per discacciarlo,  perch era una
    tentazione: ma il timor santo e nobile per gli  altri,  per  i  vostri
    figliuoli,  quello  l'avrete  ascoltato,  quello non v'avr dato pace,
    quello v'avr eccitato,  costretto,  a pensare,  a  fare  ci  che  si
    potesse,  per  riparare  al  pericolo che lor sovrastava...  Cosa v'ha
    ispirato il timore,  l'amore?  Cosa avete fatto per loro?  Cosa  avete
    pensato?"
    E tacque in atto di chi aspetta.




    CAPITOLO 26.

    Continua il colloquio.  -  Don Abbondio  ridotto al silenzio. - Donna
    Prassede  viene  a  prendere  Lucia.    -  Questa palesa alla madre il
    segreto del voto.  -  Si cercano notizie di Renzo,  che ha mutato nome
    e paese.

    A  una  siffatta  domanda,  don  Abbondio,  che pur s'era ingegnato di
    risponder qualcosa a delle meno  precise,  rest  l  senza  articolar
    parola.  E,  per  dir  la  verit,  anche noi,  con questo manoscritto
    davanti,  con una penna in mano,  non avendo da contrastare che con le
    frasi,  n  altro da temere che le critiche de' nostri lettori,  anche
    noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire: troviamo un non
    so che di strano in questo mettere in campo,  con  cos  poca  fatica,
    tanti bei precetti di fortezza e di carit, di premura operosa per gli
    altri,  di  sacrifizio  illimitato di s.  Ma pensando che quelle cose
    erano dette da uno che poi le faceva, tiriamo avanti con coraggio.
    "Voi non rispondete?" riprese il  cardinale.  "Ah,  se  aveste  fatto,
    dalla parte vostra,  ci che la carit,  ci che il dovere richiedeva;
    in qualunque maniera poi le cose fossero andate,  non  vi  mancherebbe
    ora  una  risposta.  Vedete dunque voi stesso cosa avete fatto.  Avete
    ubbidito all'iniquit,  non curando ci che il dovere vi  prescriveva.
    L'avete ubbidita puntualmente: s'era fatta vedere a voi, per intimarvi
    il  suo  desiderio;  ma  voleva  rimanere occulta a chi avrebbe potuto
    ripararsi da essa,  e mettersi in guardia;  non voleva che si  facesse
    rumore, voleva il segreto, per maturare a suo bell'agio i suoi disegni
    d'insidie  o di forza;  vi comand la trasgressione e il silenzio: voi
    avete trasgredito,  e non parlavate.  Domando ora a voi se  non  avete
    fatto  di  pi;  voi  mi  direte  se   vero che abbiate mendicati de'
    pretesti al vostro rifiuto,  per non rivelarne il motivo." E stette l
    alquanto, aspettando di nuovo una risposta.
    - Anche questa gli hanno rapportata le chiacchierone,   -  pensava don
    Abbondio;  ma non dava segno d'aver nulla da dire;  onde il  cardinale
    riprese:  "se    vero,  che abbiate detto a que' poverini ci che non
    era, per tenerli nell'ignoranza,  nell'oscurit,  in cui l'iniquit li
    voleva... Dunque lo devo credere; dunque non mi resta che d'arrossirne
    con voi,  e di sperare che voi ne piangerete con me. Vedete a che v'ha
    condotto (Dio buono!  e pur ora voi la adducevate per  iscusa)  quella
    premura  per  la  vita  che  deve finire.  V'ha condotto...  ribattete
    liberamente queste  parole,  se  vi  paiono  ingiuste,  prendetele  in
    umiliazione  salutare,  se non lo sono...  v'ha condotto a ingannare i
    deboli, a mentire ai vostri figliuoli."
    - Ecco come vanno le cose,   -  diceva ancora tra s don Abbondio:   -
    a quel satanasso,   -  e pensava all'innominato,  le braccia al collo;
    e con me,  per una mezza bugia,  detta a solo fine di salvar la pelle,
    tanto  chiasso.  Ma  sono superiori;  hanno sempre ragione.  E' il mio
    pianeta, che tutti m'abbiano a dare addosso;  anche i santi.   -  E ad
    alta voce,  disse: "ho mancato; capisco che ho mancato, ma cosa dovevo
    fare, in un frangente di quella sorte?"
    "E ancor lo domandate? E non ve l'ho detto?  E dovevo dirvelo?  Amare,
    figliuolo;  amare e pregare. Allora avreste sentito che l'iniquit pu
    aver bens delle minacce da fare,  de'  colpi  da  dare,  ma  non  de'
    comandi; avreste unito, secondo la legge di Dio, ci che l'uomo voleva
    separare; avreste prestato a quegl'innocenti infelici il ministero che
    avevan  ragione di richieder da voi: delle conseguenze sarebbe restato
    mallevadore Iddio,  perch  si  sarebbe  andati  per  la  sua  strada:
    avendone  presa  un'altra,  ne  restate  mallevadore  voi;  e di quali
    conseguenze! Ma forse che tutti i ripari umani vi mancavano? forse che
    non era aperta alcuna via  di  scampo  quand'aveste  voluto  guardarvi
    d'intorno,  pensarci,  cercare?  Ora voi potete sapere che que' vostri
    poverini,  quando fossero stati maritati,  avrebbero pensato da s  al
    loro scampo,  eran disposti a fuggire dalla faccia del potente, s'eran
    gi disegnato il luogo di rifugio. Ma anche senza questo, non vi venne
    in mente che alla fine  avevate  un  superiore?  Il  quale,  come  mai
    avrebbe quest'autorit di riprendervi d'aver mancato al vostro ufizio,
    se  non  avesse  anche  l'obbligo d'aiutarvi ad adempirlo?  Perch non
    avete pensato a  informare  il  vostro  vescovo  dell'impedimento  che
    un'infame violenza metteva all'esercizio del vostro ministero?"
    - I pareri di Perpetua!  -  pensava stizzosamente don Abbondio, a cui,
    in  mezzo  a que' discorsi,  ci che stava pi vivamente davanti,  era
    l'immagine di que' bravi,  e il pensiero che don Rodrigo  era  vivo  e
    sano,  e,  un  giorno o l'altro,  tornerebbe glorioso e trionfante,  e
    arrabbiato.  E bench quella dignit presente,  quell'aspetto  e  quel
    linguaggio,  lo  facessero  star  confuso,  e  gl'incutessero un certo
    timore, era per un timore che non lo soggiogava affatto,  n impediva
    al pensiero di ricalcitrare: perch c'era in quel pensiero,  che, alla
    fin delle fini,  il cardinale non adoprava n schioppo,  n spada,  n
    bravi.
    "Come   non   avete   pensato,"   proseguiva   questo,   "che,   se  a
    quegl'innocenti insidiati non fosse stato aperto altro rifugio,  c'ero
    io,  per accoglierli,  per metterli in salvo, quando voi me gli aveste
    indirizzati,  indirizzati dei derelitti a un vescovo,  come cosa  sua,
    come parte preziosa,  non dico del suo carico, ma delle sue ricchezze?
    E in quanto a voi,  io,  sarei divenuto inquieto per  voi;  io,  avrei
    dovuto non dormire,  fin che non fossi sicuro che non vi sarebbe torto
    un capello. Ch'io non avessi come,  dove,  mettere in sicuro la vostra
    vita?  Ma  quell'uomo che fu tanto ardito,  credete voi che non gli si
    sarebbe scemato punto l'ardire,  quando avesse saputo che le sue trame
    eran  note  fuor  di  qui,  note a me,  ch'io vegliavo ed ero risoluto
    d'usar in vostra difesa tutti i mezzi che fossero  in  mia  mano?  Non
    sapevate  che,  se  l'uomo  promette troppo spesso pi che non sia per
    mantenere,  minaccia anche non di rado,  pi che non s'attenti poi  di
    commettere?  Non  sapevate  che l'iniquit non si fonda soltanto sulle
    sue forze, ma anche sulla credulit e sullo spavento altrui?"
    - Proprio le ragioni di Perpetua  -  pens  anche  qui  don  Abbondio,
    senza  riflettere  che quel trovarsi d'accordo la sua serva e Federigo
    Borromeo, su ci che si sarebbe potuto e dovuto fare, voleva dir molto
    contro di lui.
    "Ma voi," prosegu e concluse il  cardinale,  "non  avete  visto,  non
    avete  voluto  vedere  altro  che  il vostro pericolo temporale;  qual
    maraviglia che vi sia parso tale,  da trascurar per  esso  ogni  altra
    cosa?"
    "Gli    perch  le  ho  viste  io  quelle  facce," scapp detto a don
    Abbondio;  "le ho sentite io quelle parole.  Vossignoria illustrissima
    parla  bene;  ma  bisognerebbe  esser  ne' panni d'un povero prete,  e
    essersi trovato al punto."
    Appena ebbe proferite queste parole,  si morse  la  lingua;  s'accorse
    d'essersi  lasciato  troppo  vincere dalla stizza,  e disse tra s:  -
    ora vien la grandine.   -  Ma alzando  dubbiosamente  lo  sguardo,  fu
    tutto  maravigliato,  nel  veder l'aspetto di quell'uomo,  che non gli
    riusciva mai d'indovinare n di capire, nel vederlo, dico, passare, da
    quella gravit autorevole e correttrice,  a  una  gravit  compunta  e
    pensierosa.
    "Pur  troppo!"  disse  Federigo,  "tale  la misera e terribile nostra
    condizione.  Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che Dio
    sa  se  noi  saremmo  pronti  a dare: dobbiamo giudicare,  correggere,
    riprendere;  e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso,  quel  che
    abbiam fatto in casi somiglianti!  Ma guai s'io dovessi prender la mia
    debolezza  per  misura  del  dovere  altrui,   per   norma   del   mio
    insegnamento!  Eppure   certo che,  insieme con le dottrine,  io devo
    dare agli altri l'esempio,  non rendermi simile al dottor della legge,
    che  carica  gli  altri di pesi che non posson portare,  e che lui non
    toccherebbe con un dito.  Ebbene,  figliuolo e  fratello;  poich  gli
    errori di quelli che presiedono, sono spesso pi noti agli altri che a
    loro;  se  voi  sapete ch'io abbia,  per pusillanimit,  per qualunque
    rispetto, trascurato qualche mio obbligo, ditemelo francamente, fatemi
    ravvedere;  affinch,  dov' mancato l'esempio,  supplisca  almeno  la
    confessione.  Rimproveratemi liberamente le mie debolezze; e allora le
    parole acquisteranno pi valore nella mia bocca,  perch sentirete pi
    vivamente,  che non son mie,  ma di Chi pu dare a voi e a me la forza
    necessaria per far ci che prescrivono."
    - Oh che sant'uomo!  ma che tormento!   - pensava don Abbondio:  anche
    sopra di s: purch frughi, rimesti, critichi, inquisisca; anche sopra
    di s.   -  Disse poi ad alta voce: "oh,  monsignore! che mi fa celia?
    Chi non conosce il petto forte,  lo zelo imperterrito  di  vossignoria
    illustrissima?" E tra s soggiunse: -  anche troppo-.
    "Io  non  vi  chiedevo  una lode,  che mi fa tremare," disse Federigo,
    "perch Dio conosce  i  miei  mancamenti,  e  quello  che  ne  conosco
    anch'io,   basta  a  confondermi.  Ma  avrei  voluto,  vorrei  che  ci
    confondessimo insieme davanti a Lui,  per confidare  insieme.  Vorrei,
    per  amor  vostro,  che intendeste quanto la vostra condotta sia stata
    opposta,  quanto sia opposto il vostro linguaggio alla legge  che  pur
    predicate, e secondo la quale sarete giudicato."
    "Tutto casca addosso a me," disse don Abbondio: "ma queste persone che
    son  venute a rapportare,  non le hanno poi detto d'essersi introdotte
    in casa mia, a tradimento, per sorprendermi,  e per fare un matrimonio
    contro le regole."
    "Me  l'hanno detto,  figliuolo: ma questo m'accora,  questo m'atterra,
    che voi desideriate ancora di  scusarvi;  che  pensiate  di  scusarvi,
    accusando;  che  prendiate materia d'accusa da ci che dovrebber'esser
    parte della vostra confessione.  Chi gli  ha  messi,  non  dico  nella
    necessit,  ma nella tentazione di far ci che hanno fatto?  Avrebbero
    essi cercata quella via irregolare,  se la legittima  non  fosse  loro
    stata chiusa? pensato a insidiare il pastore, se fossero stati accolti
    nelle sue braccia, aiutati, consigliati da lui? a sorprenderlo, se non
    si fosse nascosto?  E a questi voi date carico?  e vi sdegnate perch,
    dopo tante sventure, che dico? nel mezzo della sventura,  abbian detto
    una  parola  di  sfogo  al  loro,  al  vostro pastore?  Che il ricorso
    dell'oppresso,  la querela dell'afflitto siano  odiosi  al  mondo,  il
    mondo   tale;  ma noi!  E che pro sarebbe stato per voi,  se avessero
    taciuto? Vi tornava conto che la loro causa andasse intera al giudizio
    di Dio?  Non  per voi una nuova ragione d'amar queste persone (e  gi
    tante ragioni n'avete),  che v'abbian dato occasione di sentir la voce
    sincera del vostro  vescovo,  che  v'abbian  dato  mezzo  di  conoscer
    meglio,  e di scontare in parte il gran debito che avete con loro? Ah!
    se v'avessero provocato,  offeso,  tormentato,  vi direi (e dovrei  io
    dirvelo?) d'amarli,  appunto per questo.  Amateli perch hanno patito,
    perch patiscono, perch son vostri,  perch son deboli,  perch avete
    bisogno  d'un  perdono,  a  ottenervi il quale,  pensate di qual forza
    possa essere la loro preghiera."
    Don Abbondio stava zitto;  ma non c'era pi quel  silenzio  forzato  e
    impaziente:  stava  zitto come chi ha pi cose da pensare che da dire.
    Le parole che  sentiva,  eran  conseguenze  inaspettate,  applicazioni
    nuove,   ma  d'una  dottrina  antica  per  nella  sua  mente,  e  non
    contrastata.  Il male  degli  altri,  dalla  considerazion  del  quale
    l'aveva  sempre  distratto  la  paura  del  proprio,  gli  faceva  ora
    un'impressione nuova. E se non sentiva tutto il rimorso che la predica
    voleva produrre (ch quella stessa paura era sempre l a far  l'ufizio
    di difensore), ne sentiva per; sentiva un certo dispiacere di s, una
    compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione. Era,
    se  ci  si  lascia  passare questo paragone,  come lo stoppino umido e
    ammaccato d'una candela, che presentato alla fiamma d'una gran torcia,
    da principio fuma, schizza,  scoppietta,  non ne vuol saper nulla;  ma
    alla  fine s'accende e,  bene o male,  brucia.  Si sarebbe apertamente
    accusato,  avrebbe pianto,  se non fosse  stato  il  pensiero  di  don
    Rodrigo;  ma  tuttavia  si  mostrava  abbastanza  commosso,  perch il
    cardinale dovesse accorgersi che le sue parole non erano  state  senza
    effetto.
    "Ora,"  prosegu  questo,  "uno  fuggitivo  da  casa  sua,  l'altra in
    procinto d'abbandonarla,  tutt'e due con troppo forti motivi di starne
    lontani,  senza probabilit di riunirsi mai qui, e contenti di sperare
    che Dio li riunisca altrove;  ora,  pur troppo,  non hanno bisogno  di
    voi: pur troppo,  voi non avete occasione di far loro del bene;  n il
    corto nostro prevedere pu scoprirne alcuna nell'avvenire.  Ma chi  sa
    se Dio misericordioso non ve ne prepara?  Ah non le lasciate sfuggire!
    cercatele, state alle velette, pregatelo che le faccia nascere."
    "Non  mancher,   monsignore,   non  mancher  davvero,"  rispose  don
    Abbondio, con una voce che, in quel momento, veniva proprio dal cuore.
    "Ah  s,  figliuolo,  si!"  esclam Federigo;  e con una dignit piena
    d'affetto,  concluse: "lo sa il cielo se avrei desiderato di tener con
    voi tutt'altri discorsi.  Tutt'e due abbiamo gi vissuto molto;  lo sa
    il cielo se m' stato duro di dover contristar con rimproveri  codesta
    vostra  canizie,  e  quanto  sarei  stato  pi  contento di consolarci
    insieme delle nostre cure comuni,  de'  nostri  guai,  parlando  della
    beata speranza,  alla quale siamo arrivati cos vicino.  Piaccia a Dio
    che le parole le quali ho pur dovuto usar con voi,  servano a voi e  a
    me.  Non  fate che m'abbia a chieder conto,  in quel giorno,  d'avervi
    mantenuto in un ufizio,  al quale avete  cos  infelicemente  mancato.
    Ricompriamo  il  tempo:  la  mezzanotte    vicina;  lo  Sposo non pu
    tardare, teniamo accese le nostre lampade.  Presentiamo a Dio i nostri
    cuori miseri, vti, perch Gli piaccia riempirli di quella carit, che
    ripara al passato, che assicura l'avvenire, che teme e confida, piange
    e si rallegra,  con sapienza; che diventa in ogni caso la virt di cui
    abbiamo bisogno."
    Cos detto, si mosse; e don Abbondio gli and dietro.
    Qui l'anonimo ci avvisa che non fu questo il solo abboccamento di que'
    due personaggi,  n Lucia il solo argomento de' loro abboccamenti;  ma
    che  lui  s'  ristretto a questo,  per non andar lontano dal soggetto
    principale del racconto.  E  che,  per  lo  stesso  motivo,  non  far
    menzione  d'altre  cose notabili,  dette da Federigo in tutto il corso
    della visita,  n delle sue liberalit,  n  delle  discordie  sedate,
    degli odi antichi tra persone,  famiglie, terre intere, spenti o (cosa
    ch'era pur troppo pi frequente) sopiti,  n di  qualche  bravaccio  o
    tirannello ammansato,  o per tutta la vita,  o per qualche tempo; cose
    tutte delle quali ce n'era sempre pi o  meno,  in  ogni  luogo  della
    diocesi dove quell'uomo eccellente facesse qualche soggiorno.
    Dice poi,  che,  la mattina seguente, venne donna Prassede, secondo il
    fissato,  a prender Lucia,  e a complimentare il cardinale,  il  quale
    gliela  lod,  e  raccomand caldamente.  Lucia si stacc dalla madre,
    potete pensar con che pianti;  e usc dalla sua casetta;  disse per la
    seconda volta addio al paese,  con quel senso di doppia amarezza,  che
    si prova lasciando un luogo che fu unicamente  caro,  e  che  non  pu
    esserlo  pi.  Ma  i congedi con la madre non eran gli ultimi;  perch
    donna Prassede aveva detto che si starebbe  ancor  qualche  giorno  in
    quella  sua  villa,  la quale non era molto lontana;  e Agnese promise
    alla figlia d'andar l a trovarla, a dare e a ricevere un pi doloroso
    addio.
    Il cardinale era anche lui sulle mosse per continuar  la  sua  visita,
    quando  arriv,  e chiese di parlargli il curato della parrocchia,  in
    cui era il  castello  dell'innominato.  Introdotto,  gli  present  un
    gruppo  e  una  lettera  di  quel signore,  la quale lo pregava di far
    accettare alla madre di Lucia cento scudi d'oro  ch'eran  nel  gruppo,
    per  servir di dote alla giovine,  o per quell'uso che ad esse sarebbe
    parso migliore;  lo pregava insieme di  dir  loro,  che,  se  mai,  in
    qualunque  tempo,  avessero  creduto  che  potesse render loro qualche
    servizio, la povera giovine sapeva pur troppo dove stesse;  e per lui;
    quella  sarebbe  una  delle fortune pi desiderate.  Il cardinale fece
    subito chiamare Agnese,  le rifer la commissione,  che fu sentita con
    altrettanta  soddisfazione  che  maraviglia;  e le present il rotolo,
    ch'essa prese, senza far gran complimenti. "Dio gliene renda merito, a
    quel signore," disse: "e vossignoria illustrissima lo  ringrazi  tanto
    tanto.  E non dica nulla a nessuno,  perch questo  un certo paese...
    Mi scusi,  veda;  so bene che un par suo non  va  a  chiacchierare  di
    queste cose; ma... lei m'intende."
    And a casa,  zitta,  zitta;  si chiuse in camera, svolt il rotolo, e
    quantunque preparata vide con ammirazione,  tutti in un  mucchietto  e
    suoi,  tanti  di  que' ruspi,  de' quali non aveva forse mai visto pi
    d'uno per volta, e anche di rado;  li cont,  pen alquanto a metterli
    di  nuovo per taglio,  e a tenerli l tutti,  ch ogni momento facevan
    pancia, e sgusciavano dalle sue dita inesperte;  ricomposto finalmente
    un rotolo alla meglio,  lo mise in un cencio,  ne fece un involto,  un
    batuffoletto,  e legatolo bene in giro con della cordellina,  l'and a
    ficcare in un cantuccio del suo saccone.  Il resto di quel giorno, non
    fece  altro  che  mulinare,  far  disegni  sull'avvenire,  e  sospirar
    l'indomani.  Andata  a letto,  stette desta un pezzo,  col pensiero in
    compagnia di que' cento che aveva  sotto:  addormentata,  li  vide  in
    sogno.  All'alba,  s'alz e s'incammin subito verso la villa, dov'era
    Lucia.
    Questa,  dal canto suo,  quantunque non le fosse diminuita quella gran
    ripugnanza  a  parlar  del voto,  pure era risoluta di farsi forza,  e
    d'aprirsene con la madre in quell'abboccamento,  che per  lungo  tempo
    doveva chiamarsi l'ultimo.
    Appena poterono esser sole,  Agnese,  con una faccia tutta animata,  e
    insieme a voce bassa,  come se ci fosse stato presente  qualcheduno  a
    cui non volesse farsi sentire,  cominci: "ho da dirti una gran cosa";
    e le raccont l'inaspettata fortuna.
    "Iddio lo benedica,  quel signore," disse Lucia: "cos avrete da  star
    bene voi, e potrete anche far del bene a qualchedun altro."
    "Come?" rispose Agnese: "non vedi quante cose possiamo fare, con tanti
    danari? Senti; io non ho altro che te, che voi due, posso dire; perch
    Renzo,  da che cominci a discorrerti,  l'ho sempre riguardato come un
    mio figliuolo. Tutto sta che non gli sia accaduta qualche disgrazia, a
    vedere che non ha mai fatto saper nulla; ma eh! deve andar tutto male?
    Speriamo di no, speriamo.  Per me,  avrei avuto caro di lasciar l'ossa
    nel  mio  paese;  ma  ora che tu non ci puoi stare,  in grazia di quel
    birbone, e anche solamente a pensare d'averlo vicino colui, m' venuto
    in odio il mio paese: e con voi altri io sto per tutto.  Ero disposta,
    fin  d'allora,  a venir con voi altri,  anche in capo al mondo;  e son
    sempre stata di quel parere; ma senza danari come si fa?  Intendi ora?
    Que' quattro, che quel poverino aveva messi da parte, con tanto stento
    e con tanto risparmio,  venuta la giustizia, e ha spazzato ogni cosa;
    ma,  per ricompensa,  il Signore ha mandato la fortuna a noi.  Dunque,
    quando avr trovato il bandolo di far sapere se  vivo, e dov', e che
    intenzioni ha, ti vengo a prender io a Milano; io ti vengo a prendere.
    Altre volte mi sarebbe parso  un  gran  che;  ma  le  disgrazie  fanno
    diventar  disinvolti;  fino  a  Monza  ci  sono  andata,  e  so  cos'
    viaggiare.  Prendo con me un  uomo  di  proposito,  un  parente,  come
    sarebbe  a  dire  Alessio  di Maggianico: ch,  a voler dir proprio in
    paese,  un uomo di proposito non c': vengo con lui: gi la  spesa  la
    facciamo noi, e... intendi?"
    Ma vedendo che,  in vece d'animarsi,  Lucia s'andava accorando,  e non
    dimostrava che una  tenerezza  senz'allegria,  lasci  il  discorso  a
    mezzo, e disse: "ma cos'hai? non ti pare?"
    "Povera  mamma!"  esclam  Lucia,  gettandole  un braccio al collo,  e
    nascondendo il viso nel seno di lei.
    "Cosa c'?" domand di nuovo ansiosamente la madre.
    "Avrei dovuto dirvelo  prima,"  rispose  Lucia,  alzando  il  viso,  e
    asciugandosi le lacrime; "ma non ho mai avuto cuore: compatitemi."
    "Ma d su, dunque."
    "Io non posso pi esser moglie di quel poverino!"
    "Come? Come?"
    Lucia,  col capo basso,  col petto ansante, lacrimando senza piangere,
    come chi racconta una cosa che,  quand'anche dispiacesse,  non si  pu
    cambiare,  rivel  il voto;  e insieme,  giungendo le mani,  chiese di
    nuovo perdono alla madre, di non aver parlato fin allora;  la preg di
    non  ridir la cosa ad anima vivente,  e d'aiutarla ad adempire ci che
    aveva promesso.
    Agnese era rimasta  stupefatta  e  costernata.  Voleva  sdegnarsi  del
    silenzio tenuto con lei; ma i gravi pensieri del caso soffogavano quel
    dispiacere suo proprio;  voleva dirle: cos'hai fatto? ma le pareva che
    sarebbe un prendersela col  cielo:  tanto  pi  che  Lucia  tornava  a
    dipinger co' pi vivi colori quella notte, la desolazione cos nera, e
    la  liberazione  cos impreveduta,  tra le quali la promessa era stata
    fatta, cos espressa, cos solenne. E intanto,  ad Agnese veniva anche
    in  mente  questo  e  quell'esempio,  che  aveva sentito raccontar pi
    volte, che lei stessa aveva raccontato alla figlia, di gastighi strani
    e terribili,  venuti per la violazione di  qualche  voto.  Dopo  esser
    rimasta un poco come incantata, disse: "e ora cosa farai?"
    "Ora," rispose Lucia,  "tocca al Signore a pensarci; al Signore e alla
    Madonna.  Mi son messa nelle lor mani: non m'hanno abbandonata finora;
    non  m'abbandoneranno  ora  che...  La  grazia  che  chiedo  per me al
    Signore, la sola grazia, dopo la salvazion dell'anima,  che mi faccia
    tornar con voi: e me la conceder, s, me la conceder. Quel giorno...
    in quella carrozza... ah Vergine santissima!... quegli uomini!...  chi
    m'avrebbe  detto  che  mi  menavano  da  colui  che mi doveva menare a
    trovarmi con voi, il giorno dopo?"
    "Ma non parlarne subito a tua  madre!"  disse  Agnese  con  una  certa
    stizzetta temperata d'amorevolezza e di piet.
    "Compatitemi;  non avevo cuore...  e che sarebbe giovato d'affliggervi
    qualche tempo prima?"
    "E Renzo?" disse Agnese, tentennando il capo.
    "Ah!" esclam Lucia,  riscotendosi,  "io non ci devo pensar pi a quel
    poverino. Gi si vede che non era destinato... Vedete come pare che il
    Signore  ci abbia voluti proprio tener separati.  E chi sa...?  ma no,
    no: l'avr preservato Lui da' pericoli,  e  lo  far  esser  fortunato
    anche di pi, senza di me."
    "Ma intanto," riprese la madre, "se non fosse che tu ti sei legata per
    sempre,  a tutto il resto, quando a Renzo non gli sia accaduta qualche
    disgrazia, con que' danari io ci avevo trovato rimedio."
    "Ma que' danari," replic Lucia, "ci sarebbero venuti, s'io non avessi
    passata quella notte?  E' il Signore che ha voluto che  tutto  andasse
    cos: sia fatta la sua volont." E la parola mor nel pianto.
    A  quell'argomento  inaspettato,  Agnese  rimase  l pensierosa.  Dopo
    qualche momento, Lucia, rattenendo i singhiozzi,  riprese: "ora che la
    cosa  fatta,  bisogna adattarsi di buon animo;  e voi,  povera mamma,
    voi mi potete aiutare, prima, pregando il Signore per la vostra povera
    figlia, e poi...  bisogna bene che quel poverino lo sappia.  Pensateci
    voi,  fatemi  anche questa carit;  ch voi ci potete pensare.  Quando
    saprete dov',  fategli scrivere,  trovate un uomo...  appunto  vostro
    cugino Alessio,  che  un uomo prudente e caritatevole, e ci ha sempre
    voluto bene,  e non ciarler: fategli scrivere da lui  la  cosa  com'
    andata, dove mi son trovata, come ho patito, e che Dio ha voluto cos,
    e  che  metta  il  cuore  in pace,  e ch'io non posso mai mai esser di
    nessuno.  E fargli capir la cosa con buona grazia,  spiegargli che  ho
    promesso, che ho proprio fatto voto. Quando sapr che ho promesso alla
    Madonna...  ha sempre avuto il timor di Dio. E voi, la prima volta che
    avrete le sue nuove,  fatemi scrivere,  fatemi saper  che    sano;  e
    poi.., non mi fate pi saper nulla."
    Agnese,  tutta intenerita, assicur la figlia che ogni cosa si farebbe
    come desiderava.
    "Vorrei dirvi un'altra cosa," riprese questa: "quel poverino,  se  non
    avesse  avuto  la disgrazia di pensare a me,  non gli sarebbe accaduto
    ci che gli  accaduto.  E' per il mondo;  gli hanno troncato  il  suo
    avviamento, gli hanno portato via la sua roba, que' risparmi che aveva
    fatti,  poverino,  sapete  perch...  E  noi abbiamo tanti danari!  Oh
    mamma! giacch il Signore ci ha mandato tanto bene, e quel poverino, 
    proprio vero che lo riguardavate come vostro... s, come un figliuolo,
    oh! fate mezzo per uno; ch,  sicuro,  Iddio non ci mancher.  Cercate
    un'occasione  fidata,  e  mandateglieli,  ch  sa  il  cielo come n'ha
    bisogno!"
    "Ebbene, cosa credi?" rispose Agnese: "glieli mander davvero.  Povero
    giovine!  Perch  pensi  tu  ch'io fossi cos contenta di que' danari?
    Ma...!  io era proprio venuta qui tutta  contenta.  Basta,  io  glieli
    mander,  povero Renzo!  ma anche lui... so quel che dico; certo che i
    danari fanno piacere a chi n'ha bisogno;  ma questi non saranno quelli
    che lo faranno ingrassare."
    Lucia  ringrazi  la madre di quella pronta e liberale condiscendenza,
    con una gratitudine,  con un affetto,  da far capire  a  chi  l'avesse
    osservata, che il suo cuore faceva ancora a mezzo con Renzo, forse pi
    che lei medesima non lo credesse.
    "E  senza  di te,  che far io povera donna?" disse Agnese,  piangendo
    anch'essa.
    "E io senza di voi, povera mamma? e in casa di forestieri? e laggi in
    quel Milano...!  Ma il Signore sar con tutt'e  due;  e  poi  ci  far
    tornare insieme. Tra otto o nove mesi ci rivedremo; e di qui allora, e
    anche  prima,  spero,  avr  accomodate  le  cose  Lui,  per riunirci.
    Lasciamo fare a Lui.  La chieder sempre sempre  alla  Madonna  questa
    grazia. Se avessi qualche altra cosa da offrirle, lo farei; ma  tanto
    misericordiosa, che me l'otterr per niente."
    Con  queste ed altre simili,  e pi volte ripetute parole di lamento e
    di  conforto,   di   rammarico   e   di   rassegnazione,   con   molte
    raccomandazioni e promesse di non dir nulla,  con molte lacrime,  dopo
    lunghi  e  rinnovati   abbracciamenti,   le   donne   si   separarono,
    promettendosi  a  vicenda  di  rivedersi  il prossimo autunno,  al pi
    tardi;  come se il mantenere dipendesse da loro,  e come  per  si  fa
    sempre in casi simili.
    Intanto  cominci  a passar molto tempo senza che Agnese potesse saper
    nulla di Renzo.  N lettere n imbasciate da  parte  di  lui,  non  ne
    veniva:  di  tutti  quelli  del  paese,  o  del  contorno,  a cui pot
    domandare, nessuno ne sapeva pi di lei.
    E non era la sola che facesse invano  una  tal  ricerca:  il  cardinal
    Federigo,  che  non  aveva  detto per cerimonia alle povere donne,  di
    voler prendere informazioni del povero giovine,  aveva infatti scritto
    subito per averne.  Tornato poi dalla visita a Milano,  aveva ricevuto
    la risposta in cui gli si diceva che non s'era potuto trovar  recapito
    dell'indicato soggetto;  che veramente era stato qualche tempo in casa
    d'un suo parente, nel tal paese,  dove non aveva fatto dir di s;  ma,
    una mattina,  era scomparso all'improvviso,  e quel suo parente stesso
    non sapeva cosa ne fosse stato,  e non poteva che ripetere certe  voci
    in  aria e contraddittorie che correvano,  essersi il giovine arrolato
    per il Levante,  esser passato in  Germania,  perito  nel  guadare  un
    fiume: che non si mancherebbe di stare alle velette, se mai si potesse
    saper qualcosa di pi positivo,  per farne subito parte a sua signoria
    illustrissima e reverendissima.
    Pi tardi,  quelle ed altre voci si sparsero anche nel  territorio  di
    Lecco,  e  vennero  per  conseguenza agli orecchi d'Agnese.  La povera
    donna faceva di tutto per venire in chiaro qual  fosse  la  vera,  per
    arrivare  alla  fonte  di  questa  e di quella,  ma non riusciva mai a
    trovar di pi di quel dicono, che, anche al giorno d'oggi, basta da s
    ad attestar tante cose. Talora, appena glien'era stata raccontata una,
    veniva uno e le diceva che non era vero nulla;  ma  per  dargliene  in
    cambio un'altra,  ugualmente strana o sinistra.  Tutte ciarle: ecco il
    fatto.
    Il governatore di Milano e capitano generale in  Italia,  don  Gonzalo
    Fernandez  di  Cordova,  aveva  fatto  un  gran  fracasso  col  signor
    residente di Venezia in  Milano,  perch  un  malandrino,  un  ladrone
    pubblico,  un promotore di saccheggio e d'omicidio,  il famoso Lorenzo
    Tramaglino,  che,  nelle mani stesse della giustizia,  aveva  eccitato
    sommossa per farsi liberare,  fosse accolto e ricettato nel territorio
    bergamasco. Il residente avea risposto che la cosa gli riusciva nuova,
    e che scriverebbe a Venezia,  per poter dare a sua  eccellenza  quella
    spiegazione che il caso avesse portato.
    A   Venezia   avevan   per   massima   di  secondare  e  di  coltivare
    l'inclinazione degli  operai  di  seta  milanesi  a  trasportarsi  nel
    territorio  bergamasco,  e  quindi  di  far  che  ci  trovassero molti
    vantaggi e,  soprattutto quello senza di cui ogni altro    nulla,  la
    sicurezza.  Siccome per,  tra due grossi litiganti, qualche cosa, per
    poco che sia,  bisogna sempre che  il  terzo  goda;  cos  Bortolo  fu
    avvisato in confidenza, non si sa da chi, che Renzo non istava bene in
    quel paese,  e che farebbe meglio a entrare in qualche altra fabbrica,
    cambiando anche nome per qualche tempo.  Bortolo intese per aria,  non
    domand  altro,  corse a dir la cosa al cugino,  lo prese con s in un
    calessino,  lo condusse a un altro filatoio,  discosto da quello forse
    quindici miglia,  e lo present,  sotto il nome d'Antonio Rivolta,  al
    padrone,  ch'era nativo anche lui dello stato di Milano,  e suo antico
    conoscente.  Questo,  quantunque  l'annata  fosse scarsa,  non si fece
    pregare a ricevere un operaio che gli era raccomandato come  onesto  e
    abile,  da un galantuomo che se n'intendeva.  Alla prova poi, non ebbe
    che a lodarsi dell'acquisto;  meno che,  sul principio,  gli era parso
    che  il  giovine  dovesse  essere  un  po' stordito,  perch quando si
    chiamava: Antonio! le pi volte non rispondeva.
    Poco dopo, venne un ordine da Venezia,  in istile pacato,  al capitano
    di  Bergamo,   che  prendesse  e  desse  informazione,  se  nella  sua
    giurisdizione,  e segnatamente nel  tal  paese,  si  trovasse  il  tal
    soggetto.  Il capitano,  fatte le sue diligenze, come aveva capito che
    si volevano,  trasmise la risposta negativa,  la quale fu trasmessa al
    residente  in  Milano,  che  la  trasmettesse  al gran cancelliere che
    potrebbe trasmetterla a don Gonzalo Fernandez di Cordova.
    Non mancavan poi curiosi,  che volessero saper da  Bortolo  il  perch
    quel  giovine non c'era pi,  e dove fosse andato.  Alla prima domanda
    Bortolo rispondeva: "ma!   scomparso".  Per mandar poi in pace i  pi
    insistenti,  senza dar loro sospetto di quel che n'era davvero,  aveva
    creduto bene di regalar loro,  a chi l'una a chi l'altra delle notizie
    da noi riferite di sopra: per,  come cose incerte,  che aveva sentite
    dire anche lui senza averne un riscontro positivo.
    Ma quando la domanda gli venne fatta  per  commission  del  cardinale,
    senza  nominarlo,  e  con un certo apparato d'importanza e di mistero,
    lasciando capire ch'era in  nome  d'un  gran  personaggio,  tanto  pi
    Bortolo  s'insospett,  e  cred  necessario  di  risponder secondo il
    solito;  anzi,  trattandosi d'un gran personaggio,  diede in una volta
    tutte  le  notizie  che aveva stampate a una a una,  in quelle diverse
    occorrenze.
    Non si creda per  che  don  Gonzalo,  un  signore  di  quella  sorte,
    l'avesse  proprio  davvero  col  povero  filatore  di  montagna;   che
    informato forse del poco rispetto usato,  e delle cattive parole dette
    da  colui  al  suo  re moro incatenato per la gola,  volesse fargliela
    pagare;   o  che  lo  credesse  un  soggetto  tanto   pericoloso,   da
    perseguitarlo anche fuggitivo,  da non lasciarlo vivere anche lontano,
    come il senato romano con Annibale.  Don Gonzalo aveva troppe e troppo
    gran cose in testa,  per darsi tanto pensiero de' fatti di Renzo; e se
    parve che se ne desse, nacque da un concorso singolare di circostanze,
    per cui il poveraccio,  senza volerlo,  e senza saperlo n  allora  n
    mai,  si  trov,  con  un sottilissimo e invisibile filo,  attaccato a
    quelle troppe e troppo gran cose.












    CAPITOLO 27.

    I pretendenti al ducato di Mantova.  -  L'assedio di Casale.  -  Renzo
    si mette in relazione con Agnese e si inizia un carteggio fra  i  due.
    -    Lucia in casa di donna Prassede.   -  Uno scienziato pedante: don
    Ferrante.

    Gi pi d'una volta c' occorso  di  far  menzione  della  guerra  che
    allora  bolliva,  per  la  successione  agli  stati  del duca Vincenzo
    Gonzaga,  secondo di quel nome;  ma c' occorso sempre in  momenti  di
    gran  fretta  sicch non abbiam mai potuto darne pi che un cenno alla
    sfuggita.  Ora per,  all'intelligenza del nostro racconto si richiede
    proprio  d'averne  qualche  notizia pi particolare.  Son cose che chi
    conosce la storia le deve sapere; ma siccome, per un giusto sentimento
    di noi medesimi,  dobbiam supporre che  quest'opera  non  possa  esser
    letta  se  non  da  ignoranti,  cos  non sar male che ne diciamo qui
    quanto basti per infarinarne chi n'avesse bisogno.
    Abbiam detto che, alla morte di quel duca, il primo chiamato, in linea
    di successione,  Carlo Gonzaga,  capo d'un ramo cadetto trapiantato in
    Francia, dove possedeva i ducati di Nevers e di Rhtel, era entrato al
    possesso di Mantova;  e ora aggiungiamo, del Monferrato: che la fretta
    appunto ce l'aveva fatto lasciar nella penna. La corte di Madrid,  che
    voleva  a ogni patto (abbiam detto anche questo) escludere da que' due
    feudi il nuovo principe,  e per escluderlo aveva bisogno d'una ragione
    (perch  le guerre fatte senza una ragione sarebbero ingiuste),  s'era
    dichiarata sostenitrice di quella che pretendevano avere,  su  Mantova
    un  altro  Gonzaga,  Ferrante.  principe di Guastalla;  sul Monferrato
    Carlo Emanuele I  [Primo],  duca  di  Savoia,  e  Margherita  Gonzaga,
    duchessa  vedova  di Lorena.  Don Gonzalo,  ch'era della casa del gran
    capitano,  e ne portava il nome,  e che aveva gi fatto la  guerra  in
    Fiandra,  voglioso  oltremodo  di  condurne  una in Italia,  era forse
    quello che faceva pi fuoco, perch questa si dichiarasse;  e intanto,
    interpretando  l'intenzioni  e  precorrendo  gli  ordini  della  corte
    suddetta,  aveva concluso col duca di Savoia un trattato d'invasione e
    di  divisione  del  Monferrato;  e  n'aveva poi ottenuta facilmente la
    ratificazione  dal  conte  duca,   facendogli  creder  molto   agevole
    l'acquisto di Casale,  ch'era il punto pi difeso della parte pattuita
    al re di Spagna.  Protestava per,  in nome di questo,  di non  volere
    occupar  paese,  se  non  a  titolo  di  deposito,  fino alla sentenza
    dell'imperatore; il quale, in parte per gli ufizi altrui, in parte per
    suoi propri motivi,  aveva intanto negata l'investitura al nuovo duca,
    e   intimatogli   che   rilasciasse  a  lui  in  sequestro  gli  stati
    controversi: lui poi, sentite le parti, li rimetterebbe a chi fosse di
    dovere. Cosa alla quale il Nevers non s'era voluto piegare.
    Aveva anche lui amici  d'importanza:  il  cardinale  di  Richelieu,  i
    signori veneziani,  e il papa,  ch'era, come abbiam detto, Urbano VIII
    [Ottavo]. Ma il primo,  impegnato allora nell'assedio della Roccella e
    in una guerra con l'Inghilterra, attraversato dal partito della regina
    madre,  Maria de' Medici,  contraria, per certi suoi motivi, alla casa
    di Nevers, non poteva dare che delle speranze. I veneziani non volevan
    moversi,  e nemmeno dichiararsi,  se prima un  esercito  francese  non
    fosse calato in Italia; e, aiutando il duca sotto mano, come potevano,
    con  la  corte  di  Madrid  e  col governatore di Milano stavano sulle
    proteste,  sulle proposte,  sull'esortazioni,  placide  o  minacciose,
    secondo  i  momenti.  Il  papa  raccomandava  il  Nevers  agli  amici,
    intercedeva in  suo  favore  presso  gli  avversari,  faceva  progetti
    d'accomodamento; di metter gente in campo non ne voleva saper nulla.
    Cos  i  due  alleati  alle  offese  poterono,  tanto pi sicuramente,
    cominciar l'impresa concertata.  Il duca di Savoia era entrato,  dalla
    sua parte,  nel Monferrato;  don Gonzalo aveva messo, con gran voglia,
    l'assedio a Casale;  ma non ci trovava tutta quella soddisfazione  che
    s'era immaginato: che non credeste che nella guerra sia tutto rose. La
    corte  non  l'aiutava  a seconda de' suoi desidri,  anzi gli lasciava
    mancare i mezzi pi necessari; l'alleato l'aiutava troppo: voglio dire
    che,  dopo aver presa la sua porzione,  andava  spilluzzicando  quella
    assegnata  al  re  di  Spagna.  Don Gonzalo se ne rodeva quanto mai si
    possa dire;  ma temendo,  se faceva appena un po' di rumore,  che quel
    Carlo  Emanuele,  cos attivo ne' maneggi e mobile ne' trattati,  come
    prode nell'armi, si voltasse alla Francia,  doveva chiudere un occhio,
    mandarla gi, e stare zitto. L'assedio poi andava male, in lungo, ogni
    tanto all'indietro, e per il contegno saldo, vigilante, risoluto degli
    assediati,  e per aver lui poca gente,  e, al dire di qualche storico,
    per i molti spropositi che faceva.  Su questo noi lasciamo la verit a
    suo  luogo,  disposti  anche,  quando la cosa fosse realmente cos,  a
    trovarla bellissima,  se fu cagione che in quell'impresa  sia  restato
    morto,  smozzicato,  storpiato  qualche  uomo  di  meno,  e,  "ceteris
    paribus",  anche soltanto un po' meno danneggiati i tegoli di  Casale.
    In questi frangenti ricevette la nuova della sedizione di Milano, e ci
    accorse in persona.
    Qui,  nel  ragguaglio che gli si diede,  fu fatta anche menzione della
    fuga ribelle e clamorosa di Renzo,  de' fatti veri e supposti ch'erano
    stati  cagione  del suo arresto;  e gli si seppe anche dire che questo
    tale s'era rifugiato sul territorio  di  Bergamo.  Questa  circostanza
    ferm l'attenzione di don Gonzalo.  Era informato da tutt'altra parte,
    che a Venezia avevano alzata la cresta, per la sommossa di Milano; che
    da principio avevan creduto che sarebbe costretto a levar l'assedio da
    Casale, e pensavan tuttavia che ne fosse ancora sbalordito,  e in gran
    pensiero: tanto pi che,  subito dopo quell'avvenimento,  era arrivata
    la notizia,  sospirata da que' signori e temuta  da  lui,  della  resa
    della Roccella. E scottandogli molto, e come uomo e come politico, che
    que'  signori  avessero  un  tal concetto de' fatti suoi,  spiava ogni
    occasione di persuaderli,  per via d'induzione,  che non  aveva  perso
    nulla  dell'antica  sicurezza;  giacch  il dire espressamente: non ho
    paura,  come non dir nulla. Un buon mezzo  di fare il disgustato, di
    querelarsi,  di reclamare: e perci,  essendo venuto il  residente  di
    Venezia  a  fargli un complimento,  e ad esplorare insieme,  nella sua
    faccia e nel suo contegno, come stesse dentro di s (notate tutto; ch
    questa  politica di quella vecchia  fine),  don  Gonzalo,  dopo  aver
    parlato  del tumulto,  leggermente e da uomo che ha gi messo riparo a
    tutto; fece quel fracasso che sapete a proposito di Renzo; come sapete
    anche quel che ne venne in conseguenza.  Dopo,  non s'occup pi  d'un
    affare cos minuto e, in quanto a lui, terminato; e quando poi, che fu
    un pezzo dopo,  gli arriv la risposta, al campo sopra Casale, dov'era
    tornato,  e dove aveva tutt'altri pensieri,  alz e dimen  la  testa,
    come un baco da seta che cerchi la foglia;  stette l un momento,  per
    farsi tornar vivo nella memoria quel fatto, di cui non ci rimaneva pi
    che un'ombra,  si ramment della cosa,  ebbe un'idea fugace e  confusa
    del personaggio; pass ad altro, e non ci pens pi.
    Ma Renzo,  il quale,  da quel poco che gli s'era fatto veder per aria,
    doveva supporre tutt'altro che una cos benigna noncuranza,  stette un
    pezzo senz'altro pensiero o, per dir meglio, senz'altro studio, che di
    viver  nascosto.  Pensate  se si struggeva di mandar le sue nuove alle
    donne,  e d'aver le loro;  ma c'eran due  gran  difficolt.  Una,  che
    avrebbe  dovuto  anche  lui  confidarsi  a  un  segretario,  perch il
    poverino non sapeva scrivere, e neppur leggere, nel senso esteso della
    parola;  e se,  interrogato di ci,  come forse  vi  ricorderete,  dal
    dottor Azzecca-garbugli,  aveva risposto di s,  non fu un vanto,  una
    sparata,  come si dice;  ma era la verit che lo  stampato  lo  sapeva
    leggere,  mettendoci  il  suo  tempo:  lo  scritto    un altro par di
    maniche.  Era dunque costretto a mettere un terzo  a  parte  de'  suoi
    interessi,  d'un  segreto  cos geloso: e un uomo che sapesse tener la
    penna in mano,  e di cui uno si potesse fidare,  a que' tempi  non  si
    trovava  cos  facilmente;  tanto  pi  in  un paese dove non s'avesse
    nessuna antica conoscenza.  L'altra difficolt era  d'avere  anche  un
    corriere;  un  uomo  che andasse appunto da quelle parti,  che volesse
    incaricarsi della lettera, e darsi davvero il pensiero di recapitarla;
    tutte cose, anche queste, difficili a trovarsi in un uomo solo.
    Finalmente,  cerca e ricerca,  trov chi scrivesse per  lui.  Ma,  non
    sapendo se le donne fossero ancora a Monza, o dove, cred bene di fare
    accluder   la   lettera  per  Agnese  in  un'altra  diretta  al  padre
    Cristoforo.  Lo scrivano prese anche l'incarico di far  recapitare  il
    plico;   lo   consegn  a  uno  che  doveva  passare  non  lontano  da
    Pescarenico;   costui  lo  lasci,   con  molte  raccomandazioni,   in
    un'osteria sulla strada, al punto pi vicino; trattandosi che il plico
    era  indirizzato a un convento,  ci arriv;  ma cosa n'avvenisse dopo,
    non s'  mai  saputo.  Renzo,  non  vedendo  comparir  risposta,  fece
    stendere un'altra lettera,  a un di presso come la prima, e accluderla
    in un'altra a un suo amico di Lecco, o parente che fosse.  Si cerc un
    altro  latore,  si  trov;  questa  volta  la lettera arriv a chi era
    diretta. Agnese trott a Maggianico,  se la fece leggere e spiegare da
    quell'Alessio  suo  cugino: concert con lui una risposta,  che questo
    mise in carta;  si trov il mezzo di mandarla ad Antonio  Rivolta  nel
    luogo del suo domicilio: tutto questo per non cos presto come noi lo
    raccontiamo.  Renzo  ebbe  la risposta,  e fece riscrivere.  In somma,
    s'avvi tra le due parti un carteggio, n rapido n regolare, ma pure,
    a balzi e ad intervalli, continuato.
    Ma per avere un'idea di quel carteggio,  bisogna sapere un  poco  come
    andassero  allora  tali  cose,  anzi  come vadano;  perch,  in questo
    particolare, credo che ci sia poco o nulla di cambiato.
    Il contadino che non sa scrivere,  e che avrebbe bisogno di  scrivere,
    si rivolge a uno che conosca quell'arte, scegliendolo, per quanto pu,
    tra  quelli della sua condizione,  perch degli altri si perita,  o si
    fida poco;  l'informa,  con pi  o  meno  ordine  e  chiarezza,  degli
    antecedenti: e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in
    carta.  Il  letterato,  parte  intende,  parte  frantende,  d qualche
    consiglio,  propone qualche cambiamento,  dice: lasciate  fare  a  me;
    piglia  la  penna,  mette  come  pu  in  forma  letteraria i pensieri
    dell'altro, li corregge, li migliora,  carica la mano,  oppure smorza,
    lascia  anche  fuori,  secondo  gli  pare  che  torni meglio alla cosa
    perch,  non c' rimedio,  chi ne sa pi degli altri non  vuol  essere
    strumento  materiale  nelle  loro  mani;  e  quando entra negli affari
    altrui, vuol anche fargli andare un po' a modo suo. Con tutto ci,  al
    letterato  suddetto  non  gli  riesce  sempre  di  dire tutto quel che
    vorrebbe;  qualche volta gli accade di dire tutt'altro: accade anche a
    noi  altri,  che  scriviamo  per  la  stampa.  Quando  la lettera cos
    composta arriva alle mani del corrispondente,  che anche lui non abbia
    pratica  dell'abbicc,  la porta a un altro dotto di quel calibro,  il
    quale gliela legge e gliela spiega.  Nascono delle questioni sul  modo
    d'intendere;  perch  l'interessato,  fondandosi  sulla cognizione de'
    fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il
    lettore,  stando alla pratica che ha della composizione,  pretende che
    ne vogliano dire un'altra.  Finalmente bisogna che chi non sa si metta
    nelle mani di chi sa, e dia a lui l'incarico della risposta: la quale,
    fatta sul gusto della proposta,  va poi soggetta a  un'interpretazione
    simile.  Che se, per di pi, il soggetto della corrispondenza  un po'
    geloso;  se c'entrano affari segreti,  che non si  vorrebbero  lasciar
    capire  a  un terzo,  caso mai che la lettera andasse persa;  se,  per
    questo riguardo,  c' stata anche l'intenzione positiva di non dir  le
    cose affatto chiare;  allora,  per poco che la corrispondenza duri, le
    parti finiscono  a  intendersi  tra  di  loro  come  altre  volte  due
    scolastici  che  da  quattr'ore  disputassero sull'entelechia: per non
    prendere una similitudine da cose vive;  che ci avesse poi  a  toccare
    qualche scappellotto.
    Ora,  il  caso  de'  nostri  due corrispondenti era appunto quello che
    abbiam detto.  La prima lettera scritta in  nome  di  Renzo  conteneva
    molte materie.  Da principio,  oltre un racconto della fuga, molto pi
    conciso,  ma anche  pi  arruffato  di  quello  che  avete  letto,  un
    ragguaglio  delle  sue  circostanze  attuali  dal quale,  tanto Agnese
    quanto il suo turcimanno furono ben lontani di ricavare  un  costrutto
    chiaro e intero: avviso segreto, cambiamento di nome, esser sicuro, ma
    dovere  star  nascosto;  cose  per  s  non  troppo famigliari a' loro
    intelletti,  e nella lettera dette anche un po' in  cifra.  C'era  poi
    delle  domande  affannose,  appassionate,  su' casi di Lucia,  con de'
    cenni oscuri e dolenti,  intorno alle voci che n'erano arrivate fino a
    Renzo.   C'erano  finalmente  speranze  incerte,  e  lontane,  disegni
    lanciati nell'avvenire,  e intanto promesse e preghiere di mantener la
    fede  data,  di  non  perder  la  pazienza n il coraggio,  d'aspettar
    migliori circostanze.
    Dopo un po' di tempo,  Agnese trov un mezzo fidato di  far  pervenire
    nelle mani di Renzo una risposta,  co' cinquanta scudi assegnatigli da
    Lucia.  Al veder tant'oro,  Renzo non sapeva cosa si  pensare;  e  con
    l'animo  agitato  da una maraviglia e da una sospensione che non davan
    luogo  a  contentezza,  corse  in  cerca  del  segretario,  per  farsi
    interpretar la lettera, e aver la chiave d'un cos strano mistero.
    Nella lettera, il segretario d'Agnese, dopo qualche lamento sulla poca
    chiarezza  della proposta,  passava a descrivere,  con chiarezza un di
    presso uguale,  la tremenda storia di quella persona (cos diceva);  e
    qui rendeva ragione de' cinquanta scudi; poi veniva a parlar del voto,
    ma per via di perifrasi, aggiungendo, con parole pi dirette e aperte,
    il consiglio di mettere il cuore in pace, e di non pensarci pi.
    Renzo,  poco  manc  che  non  se la prendesse col lettore interprete:
    tremava, inorridiva, s'infuriava, di quel che aveva capito,  e di quel
    che non aveva potuto capire.  Tre o quattro volte si fece rileggere il
    terribile scritto, ora parendogli d'intender meglio,  ora divenendogli
    buio  ci  che  prima  gli  era  parso  chiaro.  E in quella febbre di
    passioni,  volle che il segretario mettesse subito mano alla penna,  e
    rispondesse. Dopo l'espressioni pi forti che si possano immaginare di
    piet  e  di  terrore  per  i  casi  di Lucia,  "scrivete," proseguiva
    dettando,  "che io il cuore in pace non lo voglio mettere,  e  non  lo
    metter mai;  e che non son pareri da darsi a un figliuolo par mio;  e
    che i danari non li toccher; che li ripongo,  e li tengo in deposito,
    per  la dote della giovine;  che gi la giovine dev'esser mia;  che io
    non so di promessa;  e che ho ben sempre sentito dire che  la  Madonna
    c'entra  per aiutare i tribolati,  e per ottener delle grazie,  ma per
    far dispetto e per mancar di parola,  non  l'ho  sentito  mai;  e  che
    codesto non pu stare;  e che,  con questi danari, abbiamo a metter su
    casa qui; e che, se ora sono un po' imbrogliato,  l' una burrasca che
    passer presto"; e cose simili.
    Agnese  ricev poi quella lettera,  e fece riscrivere;  e il carteggio
    continu, nella maniera che abbiam detto.
    Lucia, quando la madre ebbe potuto, non so per qual mezzo farle sapere
    che quel tale era vivo e in salvo e avvertito, sent un gran sollievo,
    e non desiderava pi altro, se non che si dimenticasse di lei; o,  per
    dir  la  cosa proprio a un puntino,  che pensasse a dimenticarla.  Dal
    canto suo,  faceva  cento  volte  al  giorno  una  risoluzione  simile
    riguardo a lui;  e adoprava anche ogni mezzo, per mandarla ad effetto.
    Stava assidua al lavoro,  cercava d'occuparsi tutta in quello:  quando
    l'immagine  di  Renzo  le  si  presentava,  e  lei  a dire o a cantare
    orazioni a mente.  Ma quell'immagine,  proprio come  se  avesse  avuto
    malizia,  non veniva per lo pi,  cos alla scoperta; s'introduceva di
    soppiatto dietro all'altre,  in modo che  la  mente  non  s'accorgesse
    d'averla ricevuta, se non dopo qualche tempo che la c'era. Il pensiero
    di  Lucia  stava spesso con la madre: come non ci sarebbe stato?  e il
    Renzo ideale veniva pian piano a mettersi  in  terzo,  come  il  reale
    aveva fatto tante volte. Cos con tutte le persone, in tutti i luoghi,
    in  tutte le memorie del passato,  colui si veniva a ficcare.  E se la
    poverina si  lasciava  andar  qualche  volta  a  fantasticar  sul  suo
    avvenire,  anche l compariva colui, per dire, se non altro: io a buon
    conto non ci  sar.  Per,  se  il  non  pensare  a  lui  era  impresa
    disperata,  a pensarci meno,  e meno intensamente che il cuore avrebbe
    voluto,  Lucia ci riusciva fino a un certo  segno:  ci  sarebbe  anche
    riuscita  meglio,  se  fosse  stata  sola  a  volerlo.  Ma c'era donna
    Prassede, la quale, tutta impegnata dal canto suo a levarle dall'animo
    colui,  non aveva  trovato  miglior  espediente  che  di  parlargliene
    spesso. "Ebbene?" le diceva: "non ci pensiam pi a colui?"
    "Io non penso a nessuno," rispondeva Lucia.
    Donna Prassede non s'appagava d'una risposta simile;  replicava che ci
    volevan fatti e non parole;  si diffondeva a parlare sul costume delle
    giovani, le quali, diceva, "quando hanno nel cuore uno scapestrato (ed
     l che inclinano sempre),  non se lo staccan pi. Un partito onesto,
    ragionevole,  d'un galantuomo,  d'un uomo assetato,  che,  per qualche
    accidente,  vada a monte,  son subito rassegnate;  ma un rompicollo, 
    piaga incurabile." E  allora  principiava  il  panegirico  del  povero
    assente, del birbante venuto a Milano, per rubare e scannare; e voleva
    far  confessare  a  Lucia  le  bricconate  che colui doveva aver fatte
    sicuramente, anche al suo paese.
    Lucia, con la voce tremante di vergogna, di dolore, e di quello sdegno
    che poteva aver luogo nel suo animo dolce e nella sua  umile  fortuna,
    assicurava e attestava,  che,  al suo paese,  quel poveretto non aveva
    mai fatto parlar di s, altro che in bene; avrebbe voluto, diceva, che
    fosse presente qualcheduno di l, per fargli far testimonianza.  Anche
    sull'avventure  di  Milano,  delle  quali  non  era ben informata,  lo
    difendeva,  appunto con la cognizione che aveva  di  lui  e  de'  suoi
    portamenti  fino  dalla  fanciullezza.  Lo difendeva o si proponeva di
    difenderlo, per puro dovere di carit,  per amore del vero,  e,  a dir
    proprio la parola con la quale spiegava a s stessa il suo sentimento,
    come  prossimo.  Ma  da  queste apologie donna Prassede ricavava nuovi
    argomenti per convincer Lucia,  che il  suo  cuore  era  ancora  perso
    dietro  a colui.  E per verit,  in que' momenti,  non saprei ben dire
    come la cosa stesse.  L'indegno ritratto che  la  vecchia  faceva  del
    poverino,  risvegliava,  per opposizione,  pi viva e pi distinta che
    mai, nella mente della giovine l'idea che vi s'era formata in una cos
    lunga consuetudine; le rimembranze compresse a forza, si svolgevano in
    folla;  l'avversione e il disprezzo richiamavano tanti antichi  motivi
    di stima;  l'odio cieco e violento faceva sorger pi forte la piet: e
    con questi affetti,  chi sa quanto ci potesse essere o non  essere  di
    quell'altro  che  dietro  ad  essi  s'introduce  cos facilmente negli
    animi; figuriamoci cosa far in quelli,  donde si tratti di scacciarlo
    per forza.  Sia come si sia,  il discorso,  per la parte di Lucia, non
    sarebbe mai andato molto in lungo;  ch le parole  finivan  presto  in
    pianto.
    Se  donna Prassede fosse stata spinta a trattarla in quella maniera da
    qualche  odio  inveterato  contro  di  lei,   forse   quelle   lacrime
    l'avrebbero tocca, e fatta smettere; ma parlando a fin di bene, tirava
    avanti, senza lasciarsi smovere: come i gemiti, i gridi supplichevoli,
    potranno  ben  trattenere  l'arme  d'un  nemico,  ma non il ferro d'un
    chirurgo.  Fatto per bene il  suo  dovere  per  quella  volta,  dalle
    stoccate e da' rabbuffi veniva all'esortazioni,  ai consigli,  conditi
    anche di qualche lode,  per temperar cos l'agro col dolce,  e ottener
    meglio  l'effetto,  operando  sull'animo in tutti i versi.  Certo,  di
    quelle baruffe (che avevan sempre a un di presso lo stesso  principio,
    mezzo e fine), non rimaneva alla buona Lucia propriamente astio contro
    l'acerba  predicatrice,  la  quale  poi nel resto la trattava con gran
    dolcezza;  e anche in questo,  si  vedeva  una  buona  intenzione.  Le
    rimaneva  bens  un  ribollimento,  una  sollevazione  di  pensieri  e
    d'affetti tale, che ci voleva molto tempo e molta fatica per tornare a
    quella qualunque calma di prima.
    Buon per lei,  che non era la sola a cui donna Prassede avesse  a  far
    del bene;  sicch le baruffe non potevano esser cos frequenti.  Oltre
    il resto della servit, tutti cervelli che avevan bisogno, pi o meno,
    d'esser raddirizzati e  guidati;  oltre  tutte  l'altre  occasioni  di
    prestar  lo  stesso  ufizio,  per buon cuore,  a molti con cui non era
    obbligata a niente: occasioni che cercava,  se non s'offrivan  da  s;
    aveva  anche  cinque figlie;  nessuna in casa,  ma che le davan pi da
    pensare, che se ci fossero state.  Tre eran monache,  due maritate;  e
    donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due case a
    cui  soprintendere: impresa vasta e complicata,  e tanto pi faticosa,
    che due mariti, spalleggiati da padri,  da madri,  da fratelli,  e tre
    badesse,  fiancheggiate  da  altre  dignit  e  da molte monache,  non
    volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra,  anzi cinque
    guerre,  coperte,  gentili,  fino  a  un certo segno,  ma vive e senza
    tregua: era in tutti que' luoghi un'attenzione continua a scansare  la
    sua  premura,  a  chiuder  l'adito  a'  suoi pareri,  a eludere le sue
    richieste, a far che fosse al buio, pi che si poteva,  d'ogni affare.
    Non parlo de' contrasti,  delle difficolt che incontrava nel maneggio
    d'altri affari anche pi estranei: si  sa  che  agli  uomini  il  bene
    bisogna,  le  pi  volte,  farlo  per  forza.  Dove il suo zelo poteva
    esercitarsi liberamente, era in casa: l ogni persona era soggetta, in
    tutto e per tutto, alla sua autorit, fuorch don Ferrante,  col quale
    le cose andavano in un modo affatto particolare.
    Uomo di studio, non gli piaceva n di comandare n d'ubbidire. Che, in
    tutte  le  cose  di  casa,  la  signora moglie fosse la padrona,  alla
    buon'ora; ma lui servo, no. E se, pregato, le prestava a un'occorrenza
    l'ufizio della penna, era perch ci aveva il suo genio; del rimanente,
    anche in questo sapeva dir di no, quando non fosse persuaso di ci che
    lei voleva fargli scrivere.  "La  s'ingegni,"  diceva  in  que'  casi;
    "faccia  da s,  giacch la cosa le par tanto chiara." Donna Prassede,
    dopo aver tentato per qualche tempo,  e inutilmente,  di  tirarlo  dal
    lasciar  fare  al fare,  s'era ristretta a brontolare spesso contro di
    lui, a nominarlo uno schivafatiche,  un uomo fisso nelle sue idee,  un
    letterato; titolo nel quale, insieme con la stizza, c'entrava anche un
    po' di compiacenza.
    Don  Ferrante  passava  di  grand'ore  nel suo studio,  dove aveva una
    raccolta di libri considerabile,  poco meno di trecento volumi:  tutta
    roba  scelta,  tutte  opere delle pi riputate,  in varie materie;  in
    ognuna delle quali era pi o meno versato. Nell'astrologia era tenuto,
    e con ragione,  per pi che un dilettante;  perch  non  ne  possedeva
    soltanto   quelle   nozioni   generiche   e  quel  vocabolario  comune
    d'influssi, d'aspetti, di congiunzioni; ma sapeva parlare a proposito,
    e come dalla cattedra,  delle  dodici  case  del  cielo,  de'  circoli
    massimi,  de' gradi lucidi e tenebrosi,  d'esaltazione e di deiezione,
    di transiti e di rivoluzioni,  de' princpi in somma pi certi  e  pi
    reconditi  della  scienza.  Ed  eran  forse vent'anni che,  in dispute
    frequenti e lunghe,  sosteneva la domificazione del Cardano contro  un
    altro  dotto  attaccato ferocemente a quella dell'Alcabizio,  per mera
    ostinazione, diceva don Ferrante; il quale, riconoscendo volentieri la
    superiorit degli antichi, non poteva per soffrire quel non voler dar
    ragione a' moderni,  anche dove l'hanno chiara che la vedrebbe ognuno.
    Conosceva  anche,  pi  che  mediocremente,  la  storia della scienza;
    sapeva a un bisogno citare  le  pi  celebri  predizioni  avverate,  e
    ragionar  sottilmente  ed  eruditamente sopra altre celebri predizioni
    andate a vto, per dimostrar che la colpa non era della scienza, ma di
    chi non l'aveva saputa adoprar bene.
    Della  filosofia  antica  aveva  imparato  quanto  poteva  bastare,  e
    n'andava  di  continuo  imparando  di  pi,  dalla  lettura di Diogene
    Laerzio. Siccome per que' sistemi, per quanto sian belli,  non si pu
    adottarli  tutti;  e,  a  voler  esser filosofo,  bisogna scegliere un
    autore,  cos don Ferrante aveva scelto  Aristotile,  il  quale,  come
    diceva  lui,  non  n antico n moderno;   il filosofo.  Aveva anche
    varie opere de' pi savi e sottili seguaci  di  lui,  tra  i  moderni;
    quelle  de'  suoi  impugnatori non aveva mai voluto leggerle,  per non
    buttar via il tempo,  diceva;  n comprarle,  per  non  buttar  via  i
    danari.  Per  eccezione  per,  dava  luogo  nella sua libreria a que'
    celebri ventidue  libri  "De  subtilitate",  e  a  qualche  altr'opera
    antiperipatetica del Cardano,  in grazia del suo valore in astrologia;
    dicendo che chi aveva potuto scrivere  il  trattato  "De  restitutione
    temporum  et  motuum  coelestium",  e il libro "Duodecim geniturarum",
    meritava d'essere ascoltato, anche quando spropositava;  e che il gran
    difetto  di quell'uomo era stato d'aver troppo ingegno;  e che nessuno
    si pu immaginare dove sarebbe arrivato, anche in filosofia,  se fosse
    stato  sempre  nella  strada  retta.  Del rimanente,  quantunque,  nel
    giudizio  de'  dotti,   don  Ferrante  passasse  per  un  peripatetico
    consumato,  non ostante a lui non pareva di saperne abbastanza;  e pi
    d'una volta disse, con gran modestia,  che l'essenza,  gli universali,
    l'anima del mondo,  e la natura delle cose non eran cose tanto chiare,
    quanto si potrebbe credere.
    Della filosofia naturale s'era fatto pi un passatempo che uno studio;
    l'opere stesse d'Aristotile su questa materia,  e quelle di Plinio  le
    aveva  piuttosto lette che studiate: non di meno,  con questa lettura,
    con le notizie  raccolte  incidentemente  da'  trattati  di  filosofia
    generale,  con  qualche  scorsa  data alla "Magia naturale del Porta",
    alle tre storie "lapidum", "animalium", "plantarum",  del Cardano,  al
    Trattato dell'erbe,  delle piante,  degli animali,  d'Alberto Magno, a
    qualche altr'opera di minor  conto,  sapeva  a  tempo  trattenere  una
    conversazione  ragionando  delle  virt pi mirabili e delle curiosit
    pi singolari di molti semplici;  descrivendo esattamente le  forme  e
    l'abitudini  delle  sirene  e  dell'unica  fenice;  spiegando  come la
    salamandra stia  nel  fuoco  senza  bruciare:  come  la  remora,  quel
    pesciolino,  abbia la forza e l'abilit di fermare di punto in bianco,
    in alto mare,  qualunque gran nave;  come le  gocciole  della  rugiada
    diventin  perle  in seno delle conchiglie;  come il cameleonte si cibi
    d'aria; come dal ghiaccio lentamente indurato, con l'andar de' secoli,
    si formi il cristallo;  e altri de'  pi  maravigliosi  segreti  della
    natura.
    In  quelli  della  magia  e  della stregoneria s'era internato di pi,
    trattandosi,  dice il nostro anonimo,  di scienza molto pi in voga  e
    pi  necessaria,  e  nella  quale  i  fatti  sono  di  molto  maggiore
    importanza,  e pi a mano,  da poterli verificare.  Non c' bisogno di
    dire  che,  in  un  tale  studio,  non  aveva mai avuta altra mira che
    d'istruirsi e di conoscere a fondo le pessime arti de'  maliardi,  per
    potersene guardare,  e difendere.  E, con la scorta principalmente del
    gran Martino Delrio (l'uomo della scienza), era in grado di discorrere
    "ex professo" del maleficio amatorio,  del  maleficio  sonnifero,  del
    maleficio ostile,  e dell'infinite specie che, pur troppo, dice ancora
    l'anonimo,  si vedono in pratica alla giornata,  di questi tre  generi
    capitali  di  malie,  con  effetti  cos dolorosi.  Ugualmente vaste e
    fondate eran le  cognizioni  di  don  Ferrante  in  fatto  di  storia,
    specialmente   universale:   nella   quale  i  suoi  autori  erano  il
    Tarcagnota,  il Dolce,  il Bugatti,  il  Campana,  il  Guazzo,  i  pi
    riputati in somma.
    Ma cos' mai la storia, diceva spesso don Ferrante, senza la politica?
    Una  guida  che  cammina,  cammina,  con  nessuno dietro che impari la
    strada,  e per conseguenza butta via i suoi passi;  come  la  politica
    senza  la storia  uno che cammina senza guida.  C'era dunque ne' suoi
    scaffali un palchetto assegnato agli  statisti;  dove,  tra  molti  di
    piccola  mole,   e  di  fama  secondaria,  spiccavano  il  Bodino,  il
    Cavalcanti, il Sansovino,  il Paruta,  il Boccalini.  Due per erano i
    libri che don Ferrante anteponeva a tutti,  e di gran lunga, in questa
    materia;  due che,  fino a un certo tempo,  fu solito  di  chiamare  i
    primi,   senza  mai  potersi  risolvere  a  qual  de'  due  convenisse
    unicamente quel grado: l'uno, il "Principe" e i "Discorsi" del celebre
    segretario fiorentino; mariolo s,  diceva don Ferrante,  ma profondo:
    l'altro,  la  "Ragion  di  Stato" del non men celebre Giovanni Botero;
    galantuomo s,  diceva pure,  ma acuto.  Ma,  poco prima del tempo nel
    quale   circoscritta la nostra storia,  era venuto fuori il libro che
    termin la questione del primato,  passando avanti anche all'opere  di
    que'  due "matadori",  diceva don Ferrante;  il libro in cui si trovan
    racchiuse e come stillate tutte le malizie,  per poterle conoscere,  e
    tutte le virt,  per poterle praticare;  quel libro piccino,  ma tutto
    d'oro;  in  una  parola,  lo  "Statista  Regnante"  di  don  Valeriano
    Castiglione,  di quell'uomo celeberrimo, di cui si pu dire, che i pi
    gran letterati lo esaltavano a gara,  e i pi gran personaggi facevano
    a  rubarselo;  di quell'uomo,  che il papa Urbano Ottavo onor,
    come  noto, di magnifiche lodi;  che il cardinal Borghese e il vicer
    di Napoli,  don Pietro di Toledo, sollecitarono a descrivere, il primo
    i fatti di papa Paolo Quinto,  l'altro le guerre del re  cattolico
    in  Italia,  l'uno  e  l'altro invano;  di quell'uomo,  che Luigi 
    Tredicesimo,  re  di  Francia,  per  suggerimento  del  cardinal  di
    Richelieu,  nomin  suo istoriografo;  a cui il duca Carlo Emanuele di
    Savoia confer la stessa carica; in lode di cui, per tralasciare altre
    gloriose   testimonianze,    la   duchessa   Cristina,    figlia   del
    cristianissimo  re Enrico Quarto,  pot in un diploma,  con molti
    altri titoli,  annoverare "la certezza della fama ch'egli  ottiene  in
    Italia, di primo scrittore de' nostri tempi".
    Ma  se,  in  tutte  le  scienze  suddette,  don  Ferrante poteva dirsi
    addottrinato,  una ce n'era in cui meritava  e  godeva  il  titolo  di
    professore:  la  scienza cavalleresca.  Non solo ne ragionava con vero
    possesso,  ma pregato frequentemente d'intervenire in affari  d'onore,
    dava sempre qualche decisione. Aveva nella sua libreria, e si pu dire
    in testa, le opere degli scrittori pi riputati in tal materia: Paride
    dal  Pozzo,   Fausto  da  Longiano,   l'Urrea,  il  Muzio,  il  Romei,
    l'Albergato,  il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso,  di
    cui  aveva  anche  in  pronto,  e a un bisogno sapeva citare a memoria
    tutti i passi cos della Gerusalemme Liberata come della  Conquistata,
    che  possono  far testo in materia di cavalleria.  L'autore per degli
    autori, nel suo concetto, era il nostro celebre Francesco Birago,  con
    cui  si  trov  anche,  pi  d'una  volta,  a  dar giudizio sopra casi
    d'onore; e il quale, dal canto suo, parlava di don Ferrante in termini
    di stima particolare.  E  fin  da  quando  venner  fuori  i  "Discorsi
    Cavallereschi"  di  quell'insigne scrittore,  don Ferrante pronostic,
    senza  esitazione,   che  quest'opera  avrebbe   rovinata   l'autorit
    dell'Olevanos,  e  sarebbe  rimasta,  insieme  con  l'altre sue nobili
    sorelle,  come codice di primaria autorit presso ai posteri: profezia
    dice l'anonimo, che ognun pu vedere come si sia avverata.
    Da  questo passa poi alle lettere amene;  ma noi cominciamo a dubitare
    se veramente il lettore abbia una gran voglia d'andar avanti  con  lui
    in questa rassegna, anzi a temere di non aver gi buscato il titolo di
    copiator  servile  per  noi,  e  quello  di seccatore da dividersi con
    l'anonimo sullodato, per averlo bonariamente seguito fin qui,  in cosa
    estranea  al racconto principale,  e nella quale probabilmente non s'
    tanto disteso,  che per isfoggiar dottrina,  e far vedere che non  era
    indietro del suo secolo.  Per,  lasciando scritto quel che  scritto,
    per  non  perder  la  nostra  fatica,  ometteremo  il  rimanente,  per
    rimetterci  in  istrada:  tanto  pi  che  ne  abbiamo un bel pezzo da
    percorrere,  senza incontrare alcun de' nostri personaggi,  e uno  pi
    lungo ancora,  prima di trovar quelli ai fatti de' quali certamente il
    lettore s'interessa di pi,  se a qualche cosa  s'interessa  in  tutto
    questo.
    Fino  all'autunno  del  seguente  anno 1629,  rimasero tutti,  chi per
    volont,  chi per forza,  nello stato a un di presso in cui gli abbiam
    lasciati,  senza  che ad alcuno accadesse,  n che alcun altro potesse
    far cosa degna d'esser riferita.  Venne l'autunno,  in  cui  Agnese  e
    Lucia   avevan  fatto  conto  di  ritrovarsi  insieme:  ma  un  grande
    avvenimento pubblico mand quel conto all'aria: e fu questo certamente
    uno  de'  suoi  pi  piccoli  effetti.   Seguiron  poi  altri   grandi
    avvenimenti,  che per non portarono nessun cambiamento notabile nella
    sorte de' nostri personaggi. Finalmente nuovi casi, pi generali,  pi
    forti,  pi estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di
    loro,  secondo la scala del mondo: come un turbine vasto,  incalzante,
    vagabondo,   scoscendendo   e  sbarbando  alberi,   arruffando  tetti,
    scoprendo campanili,  abbattendo muraglie,  e sbattendone qua e  la  i
    rottami,  solleva  anche i fuscelli nascosti tra l'erba,  va a cercare
    negli angoli le foglie passe e leggieri,  che un minor vento vi  aveva
    confinate, e le porta in giro involte nella sua rapina.
    Ora,  perch  i  fatti privati che ci rimangon da raccontare,  riescan
    chiari,  dobbiamo assolutamente premettere un racconto alla meglio  di
    quei pubblici, prendendola anche un po' da lontano.



    CAPITOLO 28.

    La  carestia  si  fa  veramente  sentire.   -  La citt  in uno stato
    deplorevole.   -  La grande carit del cardinale.   -  Si annuncia  la
    peste, quando sopraggiunge la guerra.  -  Arriva l'esercito imperiale.
    -    Don  Gonzalo parte da Milano.   -  Spavento e rovine al passaggio
    dell'esercito.

    Dopo quella sedizione del giorno di san Martino e del seguente,  parve
    che l'abbondanza fosse tornata in Milano,  come per miracolo.  Pane in
    quantit da tutti i fornai; il prezzo,  come nell'annate migliori;  le
    farine a proporzione. Coloro che, in que' due giorni, s'erano addati a
    urlare  o a far anche qualcosa di pi,  avevano ora (meno alcuni pochi
    stati presi) di che lodarsi: e non crediate che se ne stessero, appena
    cessato  quel  primo  spavento  delle  catture.  Sulle  piazze,  sulle
    cantonate,  nelle bettole,  era un tripudio palese, un congratularsi e
    un vantarsi tra' denti d'aver trovata la maniera di far rinviliare  il
    pane.  In mezzo per alla festa e alla baldanza,  c'era (e come non ci
    sarebbe stata?) un'inquietudine,  un presentimento  che  la  cosa  non
    avesse a durare.  Assediavano i fornai e i farinaioli, come gi avevan
    fatto in quell'altra fattizia e passeggiera abbondanza prodotta  dalla
    prima tariffa d'Antonio Ferrer; tutti consumavano senza risparmio; chi
    aveva  qualche  quattrino  da parte,  l'investiva in pane e in farine;
    facevan magazzino delle casse, delle botticine,  delle caldaie.  Cos,
    facendo  a gara a goder del buon mercato presente,  ne rendevano,  non
    dico impossibile la lunga durata, che gi lo era per s, ma sempre pi
    difficile anche la continuazione momentanea.  Ed ecco che,  il  15  di
    novembre,  Antonio Ferrer,  "De orden de Su Excelencia",  pubblic una
    grida,  con la quale,  a chiunque avesse granaglie o farine  in  casa,
    veniva proibito di comprarne n punto n poco,  e ad ognuno di comprar
    pane,  per pi che il bisogno di due giorni,  "sotto pene pecuniarie e
    corporali,  all'arbitrio di Sua Eccellenza"; intimazione a chi toccava
    per ufizio, e a ogni persona, di denunziare i trasgressori;  ordine a'
    giudici, di far ricerche nelle case che potessero venir loro indicate;
    insieme per, nuovo comando a' fornai di tener le botteghe ben fornite
    di pane, "sotto pena, in caso di mancamento, di cinque anni di galera,
    et maggiore,  all'arbitrio di S. E." Chi sa immaginarsi una grida tale
    eseguita, deve avere una bella immaginazione; e certo, se tutte quelle
    che si pubblicavano in quel tempo erano eseguite,  il ducato di Milano
    doveva avere almeno tanta gente in mare,  quanta ne possa avere ora la
    gran Bretagna.
    Sia com'esser si voglia,  ordinando  ai  fornai  di  far  tanto  pane,
    bisognava  anche  fare  in  modo  che la materia del pane non mancasse
    loro.  S'era immaginato (come sempre in tempo di carestia rinasce  uno
    studio  di  ridurre  in pane de' prodotti che d'ordinario si consumano
    sott'altra forma), s'era, dico,  immaginato di far entrare il riso nel
    composto  del  pane detto "di mistura".  Il 23 di novembre,  grida che
    sequestra,  agli ordini del vicario e de' dodici  di  provvisione,  la
    met  del riso vestito ("risone" lo dicevano qui,  e lo dicon tuttora)
    che ognuno possegga;  pena a chiunque ne disponga senza il permesso di
    que' signori,  la perdita della derrata,  e una multa di tre scudi per
    moggio. E', come ognun vede, la pi onesta.
    Ma questo riso bisognava pagarlo, e un prezzo troppo sproporzionato da
    quello del pane. Il carico di supplire all'enorme differenza era stato
    imposto alla citt; ma il Consiglio de' decurioni, che l'aveva assunto
    per essa, deliber, lo stesso giorno 23 di novembre,  di rappresentare
    al  governatore  l'impossibilit  di  sostenerlo  pi  a  lungo.  E il
    governatore,  con grida del 7 di dicembre,  fiss il prezzo  del  riso
    suddetto  a  lire dodici il moggio: a chi ne chiedesse di pi,  come a
    chi ricusasse di vendere,  intim la perdita della derrata e una multa
    d'altrettanto valore,  "et maggior pena pecuniaria et ancora corporale
    sino alla galera, all'arbitrio di S.E., secondo la qualit de' casi et
    delle persone".
    Al riso brillato era gi stato fissato il prezzo prima della sommossa;
    come probabilmente  la  tariffa  o,  per  usare  quella  denominazione
    celeberrima negli annali moderni,  il "maximum" del grano e dell'altre
    granaglie pi ordinarie sar stato fissato con altre  gride,  che  non
    c' avvenuto di vedere.
    Mantenuto cos il pane e la farina a buon mercato in Milano, ne veniva
    di  conseguenza  che  dalla  campagna accorresse gente a processione a
    comprarne.  Don  Gonzalo,  per  riparare  a  questo,  come  dice  lui,
    inconveniente,  proib,  con  un'altra  grida  del 15 di dicembre,  di
    portar fuori della citt pane, per pi del valore di venti soldi; pena
    la perdita del pane medesimo,  e venticinque scudi,  "et  in  caso  di
    inhabilit,  di  due  tratti  di  corda  in  publico,  et maggior pena
    ancora", secondo il solito, "all'arbitrio di S. E." Il 22 dello stesso
    mese (e non si vede perch cos tardi), pubblic un ordine somigliante
    per le farine e per i grani.
    La moltitudine aveva voluto far nascere l'abbondanza col saccheggio  e
    con  l'incendio;  il  governo voleva mantenerla con la galera e con la
    corda. I mezzi erano convenienti tra loro; ma cosa avessero a fare col
    fine,  il lettore lo vede: come valessero in fatto  ad  ottenerlo,  lo
    vedr a momenti. E' poi facile anche vedere, e non inutile l'osservare
    come  tra  quegli  strani  provvedimenti  ci  sia per una connessione
    necessaria: ognuno era una conseguenza inevitabile dell'antecedente, e
    tutti del primo, che fissava al pane un prezzo cos lontano dal prezzo
    reale,  da  quello  cio  che  sarebbe  risultato  naturalmente  dalla
    proporzione  tra  il  bisogno e la quantit.  Alla moltitudine un tale
    espediente  sempre parso, e ha sempre dovuto parere,  quanto conforme
    all'equit, altrettanto semplice e agevole a mettersi in esecuzione: 
    quindi  cosa  naturale  che,   nell'angustie  e  ne'  patimenti  della
    carestia, essa lo desideri, l'implori e, se pu, l'imponga. Di mano in
    mano poi che le conseguenze si fanno sentire,  conviene che  coloro  a
    cui  tocca,  vadano  al riparo di ciascheduna,  con una legge la quale
    proibisca  agli  uomini   di   far   quello   a   che   eran   portati
    dall'antecedente.  Ci  si  permetta  d'osservar  qui  di passaggio una
    combinazione singolare.  In un paese e in un'epoca vicina,  nell'epoca
    la  pi clamorosa e la pi notabile della storia moderna,  si ricorse,
    in circostanze simili,  a simili espedienti (i medesimi,  si  potrebbe
    quasi dire, nella sostanza, con la sola differenza di proporzione, e a
    un di presso nel medesimo ordine) ad onta de' tempi tanto cambiati,  e
    delle cognizioni cresciute in Europa,  e in quel paese forse  pi  che
    altrove;  e  ci  principalmente  perch la gran massa popolare,  alla
    quale quelle cognizioni non erano arrivate, pot far prevalere a lungo
    il suo giudizio,  e forzare,  come col si dice,  la mano a quelli che
    facevan la legge.
    Cos,  tornando a noi,  due erano stati,  alla fin de' conti, i frutti
    principali della sommossa; guasto e perdita effettiva di viveri, nella
    sommossa  medesima;   consumo,   fin  che  dur  la  tariffa,   largo,
    spensierato,  senza misura,  a spese di quel poco grano che pur doveva
    bastare fino alla nuova raccolta. A questi effetti generali s'aggiunga
    quattro disgraziati,  impiccati come capi del tumulto: due davanti  al
    forno  delle  grucce,  due  in  cima  della strada dov'era la casa del
    vicario di provvisione.
    Del resto,  le relazioni storiche di que' tempi son fatte cos a caso,
    che  non  ci si trova neppur la notizia del come e del quando cessasse
    quella tariffa violenta. Se, in mancanza di notizie positive,  lecito
    propor congetture, noi incliniamo a credere che sia stata abolita poco
    prima  o  poco  dopo  il  24   dicembre,   che   fu   il   giorno   di
    quell'esecuzione.  E  in  quanto alle gride,  dopo l'ultima che abbiam
    citata del 22 dello stesso mese,  non ne troviamo altre in materia  di
    grasce; sian esse perite, o siano sfuggite alle nostre ricerche, o sia
    finalmente   che   il   governo,   disanimato,   se   non  ammaestrato
    dall'inefficacia di que' suoi rimedi,  e sopraffatto  dalle  cose,  le
    abbia abbandonate al loro corso. Troviamo bens nelle relazioni di pi
    d'uno    storico    (inclinati,    com'erano,    pi    a    descriver
    grand'avvenimenti,  che a  notarne  le  cagioni  e  il  progresso)  il
    ritratto  del  paese,   e  della  citt  principalmente,  nell'inverno
    avanzato e nella primavera, quando la cagion del male, la sproporzione
    cio tra i viveri e il bisogno,  non distrutta,  anzi accresciuta  da'
    rimedi  che  ne  sospesero  temporariamente gli effetti,  e neppure da
    un'introduzione sufficiente di granaglie estere,  alla quale  ostavano
    l'insufficienza  de'  mezzi  pubblici e privati,  la penuria de' paesi
    circonvicini, la scarsezza,  la lentezza e i vincoli del commercio,  e
    le  leggi  stesse  tendenti  a  produrre  e mantenere il prezzo basso,
    quando,  dico,  la cagion vera della carestia,  o per dir  meglio,  la
    carestia  stessa operava senza ritegno,  e con tutta la sua forza.  Ed
    ecco la copia di quel ritratto doloroso.
    A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte;  le
    strade,  un indicibile spettacolo,  un corso incessante di miserie, un
    soggiorno perpetuo di patimenti. Gli accattoni di mestiere,  diventati
    ora  il  minor  numero,  confusi  e  perduti in una nuova moltitudine,
    ridotti a litigar l'elemosina con quelli  talvolta  da  cui  in  altri
    giorni  l'avevan ricevuta.  Garzoni e giovani licenziati da padroni di
    bottega,  che,  scemato o mancato  affatto  il  guadagno  giornaliero,
    vivevano  stentatamente  degli  avanzi  e  del  capitale;  de' padroni
    stessi,  per cui il cessar  delle  faccende  era  stato  fallimento  e
    rovina; operai, e anche maestri d'ogni manifattura e d'ogn'arte, delle
    pi  comuni  come  delle  pi raffinate,  delle pi necessarie come di
    quelle di lusso,  vaganti di porta in porta,  di  strada  in  istrada,
    appoggiati alle cantonate,  accovacciati sulle lastre, lungo le case e
    le chiese,  chiedendo pietosamente  l'elemosina,  o  esitanti  tra  il
    bisogno   e   una  vergogna  non  ancor  domata,   smunti,   spossati,
    rabbrividiti dal freddo e dalla fame ne' panni logori e scarsi, ma che
    in  molti  serbavano  ancora  i  segni  d'un'antica  agiatezza;   come
    nell'inerzia  e  nell'avvilimento,  compariva  non  so  quale  indizio
    d'abitudini operose e franche.  Mescolati tra la deplorabile turba,  e
    non  piccola  parte  di  essa,  servitori licenziati da padroni caduti
    allora  dalla  mediocrit   nella   strettezza,   o   che   quantunque
    facoltosissimi si trovavano inabili,  in una tale annata,  a mantenere
    quella solita pompa di seguito.  E a tutti  questi  diversi  indigenti
    s'aggiunga  un numero d'altri,  avvezzi in parte a vivere del guadagno
    di  essi:  bambini,  donne,   vecchi,   aggruppati  co'  loro  antichi
    sostenitori, o dispersi in altre parti all'accatto.
    C'eran  pure,  e  si  distinguevano  ai  ciuffi  arruffati,  ai  cenci
    sfarzosi, o anche a un certo non so che nel portamento e nel gesto,  a
    quel marchio che le consuetudini stampano su' visi, tanto pi rilevato
    e  chiaro,  quanto  pi sono strane,  molti di quella gena de' bravi,
    che, perduto, per la condizion comune,  quel loro pane scellerato,  ne
    andavan chiedendo per carit.  Domati dalla fame,  non gareggiando con
    gli altri che di preghiere, spauriti,  incantati,  si strascicavan per
    le  strade  che avevano per tanto tempo passeggiate a testa alta,  con
    isguardo sospettoso e feroce, vestiti di livree ricche e bizzarre, con
    gran penne, guarniti di ricche armi, attillati, profumati;  e paravano
    umilmente  la  mano,  che  tante  volte  avevano  alzata  insolente  a
    minacciare, o traditrice a ferire.
    Ma forse il pi brutto e insieme  il  pi  compassionevole  spettacolo
    erano i contadini,  scompagnati,  a coppie, a famiglie intere; mariti,
    mogli, con bambini in collo, o attaccati dietro le spalle, con ragazzi
    per la mano, con vecchi dietro. Alcuni che, invase e spogliate le loro
    case dalla soldatesca,  alloggiata l o di passaggio,  n'eran  fuggiti
    disperatamente;  e  tra  questi  ce  n'era di quelli che,  per far pi
    compassione,  e come per distinzione  di  miseria,  facevan  vedere  i
    lividi e le margini de' colpi ricevuti nel difendere quelle loro poche
    ultime  provvisioni,  o  scappando da una sfrenatezza cieca e brutale.
    Altri,  andati esenti da quel flagello particolare,  ma spinti da que'
    due da cui nessun angolo era stato immune, la sterilit e le gravezze,
    pi esorbitanti che mai per soddisfare a ci che si chiamava i bisogni
    della guerra,  eran venuti,  venivano alla citt, come a sede antica e
    ad ultimo  asilo  di  ricchezza  e  di  pia  munificenza.  Si  potevan
    distinguere gli arrivati di fresco,  pi ancora che all'andare incerto
    e all'aria nuova, a un fare maravigliato e indispettito di trovare una
    tal piena,  una tale rivalit  di  miseria,  al  termine  dove  avevan
    creduto di comparire oggetti singolari di compassione,  e d'attirare a
    s gli sguardi e i soccorsi. Gli altri che da pi o men tempo giravano
    e abitavano  le  strade  della  citt,  tenendosi  ritti  co'  sussidi
    ottenuti  o  toccati  come  in sorte,  in una tanta sproporzione tra i
    mezzi e il bisogno, avevan dipinta ne' volti e negli atti una pi cupa
    e stanca costernazione.  Vestiti diversamente,  quelli che  ancora  si
    potevano dir vestiti; e diversi anche nell'aspetto: facce dilavate del
    basso paese,  abbronzate del pian di mezzo e delle colline,  sanguigne
    di montanari; ma tutte affilate e stravolte, tutte con occhi incavati,
    con isguardi fissi,  tra il torvo e l'insensato;  arruffati i capelli,
    lunghe  e  irsute  le  barbe:  corpi cresciuti e indurati alla fatica,
    esausti ora dal disagio;  raggrinzata la pelle sulle braccia aduste  e
    sugli  stinchi e sui petti scarniti,  che si vedevan di mezzo ai cenci
    scomposti.  E diversamente,  ma non meno doloroso di questo aspetto di
    vigore  abbattuto,  l'aspetto  d'una  natura  pi  presto vinta,  d'un
    languore e d'uno sfinimento pi abbandonato,  nel sesso e nell'et pi
    deboli.
    Qua  e  l per le strade,  rasente ai muri delle case,  qualche po' di
    paglia pesta,  trita e mista d'immondo ciarpume.  E una tal  porcheria
    era  per un dono e uno studio della carit;  eran covili apprestati a
    qualcheduno di que' meschini,  per posarci  il  capo  la  notte.  Ogni
    tanto, ci si vedeva, anche di giorno, giacere o sdraiarsi taluno a cui
    la  stanchezza  o il digiuno aveva levate le forze e tronche le gambe:
    qualche volta quel tristo letto portava un cadavere: qualche volta  si
    vedeva uno cader come un cencio all'improvviso, e rimaner cadavere sul
    selciato.
    Accanto  a qualcheduno di que' covili,  si vedeva pure chinato qualche
    passeggiero o vicino, attirato da una compassion subitanea. In qualche
    luogo appariva un soccorso ordinato con pi lontana previdenza,  mosso
    da una mano ricca di mezzi,  e avvezza a beneficare in grande;  ed era
    la mano del buon Federigo. Aveva scelto sei preti ne' quali una carit
    viva e perseverante fosse accompagnata e servita da  una  complessione
    robusta;  gli aveva divisi in coppie,  e ad ognuna assegnata una terza
    parte della citt da percorrere,  con dietro facchini carichi di  vari
    cibi,  d'altri pi sottili e pi pronti ristorativi,  e di vesti. Ogni
    mattina,  le tre coppie si mettevano  in  istrada  da  diverse  parti,
    s'avvicinavano a quelli che vedevano abbandonati per terra, e davano a
    ciascheduno aiuto secondo il bisogno. Taluno gi agonizzante e non pi
    in  caso  di  ricevere  alimento,  riceveva  gli  ultimi soccorsi e le
    consolazioni della religione.  Agli  affamati  dispensavano  minestra,
    ova,  pane, vino; ad altri, estenuati da pi antico digiuno, porgevano
    consumati, stillati, vino pi generoso, riavendoli prima, se faceva di
    bisogno, con cose spiritose. Insieme,  distribuivano vesti alle nudit
    pi sconce e pi dolorose.
    N  qui  finiva  la loro assistenza: il buon pastore aveva voluto che,
    almeno dov'essa poteva arrivare,  recasse un sollievo efficace  e  non
    momentaneo.  Ai  poverini  a  cui quel primo ristoro avesse rese forze
    bastanti per reggersi e  per  camminare,  davano  un  po'  di  danaro,
    affinch  il  bisogno rinascente e la mancanza d'altro soccorso non li
    rimettesse ben presto nello  stato  di  prima;  agli  altri  cercavano
    ricovero e mantenimento,  in qualche casa delle pi vicine.  In quelle
    de'  benestanti,  erano  per  lo  pi  ricevuti  per  carit,  e  come
    raccomandati  dal  cardinale;   in  altre,  dove  alla  buona  volont
    mancassero i  mezzi,  chiedevan  que'  preti  che  il  poverino  fosse
    ricevuto  a  dozzina,  fissavano il prezzo,  e ne sborsavan subito una
    parte a conto. Davano poi, di questi ricoverati,  la nota ai parrochi,
    acciocch li visitassero; e tornavano essi medesimi a visitarli.
    Non  c'  bisogno  di  dire che Federigo non ristringeva le sue cure a
    questa estremit di patimenti,  n l'aveva aspettata  per  commoversi.
    Quella  carit  ardente  e  versatile  doveva tutto sentire,  in tutto
    adoprarsi, accorrere dove non aveva potuto prevenire, prender, per dir
    cos, tante forme,  in quante variava il bisogno.  Infatti,  radunando
    tutti i suoi mezzi,  rendendo pi rigoroso il risparmio, mettendo mano
    a risparmi destinati ad altre liberalit, divenute ora d'un'importanza
    troppo secondaria,  aveva cercato ogni  maniera  di  far  danari,  per
    impiegarli  tutti in soccorso degli affamati.  Aveva fatte gran compre
    di granaglie, e speditane una buona parte ai luoghi della diocesi, che
    n'eran pi scarsi; ed essendo il soccorso troppo inferiore al bisogno,
    mand anche del  sale,  "con  cui,"  dice,  raccontando  la  cosa,  il
    Ripamonti  *,  "l'erbe  del  prato  e  le  cortecce  degli  alberi  si
    convertono in cibo".  Granaglie pure e  danari  aveva  distribuiti  ai
    parrochi della citt; lui stesso la visitava, quartiere per quartiere,
    dispensando  elemosine;  soccorreva  in segreto molte famiglie povere;
    nel palazzo arcivescovile,  come attesta uno scrittore  contemporaneo,
    il medico Alessandro Tadino,  in un suo "Ragguaglio" che avremo spesso
    occasion di citare andando avanti,  si distribuivano ogni mattina  due
    mila scodelle di minestra di riso **.
    Ma   questi  effetti  di  carit,   che  possiamo  certamente  chiamar
    grandiosi,  quando si consideri che venivano da un sol uomo e dai soli
    suoi  mezzi  (giacch  Federigo  ricusava,   per  sistema,   di  farsi
    dispensatore  delle  liberalit  altrui);   questi,   insieme  con  le
    liberalit  d'altre mani private,  se non cos feconde,  pur numerose;
    insieme con le  sovvenzioni  che  il  Consiglio  de'  decurioni  aveva
    decretate,   dando   al   tribunal   di  provvisione  l'incombenza  di
    distribuirle; erano ancor poca cosa in paragone del bisogno. Mentre ad
    alcuni montanari vicini a morir di fame,  veniva,  per la  carit  del
    cardinale,  prolungata  la vita,  altri arrivavano a quell'estremo;  i
    primi, finito quel misurato soccorso,  ci ricadevano;  in altre parti,
    non  dimenticate,  ma  posposte,  come meno angustiate,  da una carit
    costretta a scegliere,  l'angustie divenivan  mortali;  per  tutto  si
    periva,  da  ogni  parte  s'accorreva alla citt.  Qui,  due migliaia,
    mettiamo, d'affamati pi robusti ed esperti a superar la concorrenza e
    a farsi largo, avevano acquistata una minestra, tanto da non morire in
    quel giorno;  ma pi altre migliaia  rimanevano  indietro,  invidiando
    quei,  diremo  noi,  pi  fortunati,  quando,  tra i rimasti indietro,
    c'erano spesso le mogli,  i figli,  i padri loro?  E mentre in  alcune
    parti   della  citt,   alcuni  di  quei  pi  abbandonati  e  ridotti
    all'estremo  venivan  levati  di  terra,   rianimati,   ricoverati   e
    provveduti  per  qualche tempo;  in cent'altre parti,  altri cadevano,
    languivano o anche spiravano, senza aiuto, senza refrigerio.
    Tutto il giorno,  si sentiva per le strade un ronzo confuso  di  voci
    supplichevoli;  la  notte,  un  susurro di gemiti,  rotto di quando in
    quando da alti lamenti scoppiati all'improvviso,  da urli,  da accenti
    profondi d'invocazione, che terminavano in istrida acute.
    E'  cosa  notabile  che,  in un tanto eccesso di stenti,  in una tanta
    variet di querele,  non si vedesse mai un tentativo,  non  iscappasse
    mai  un  grido  di  sommossa:  almeno non se ne trova il minimo cenno.
    Eppure, tra coloro che vivevano e morivano in quella maniera, c'era un
    buon numero d'uomini educati a tutt'altro che a tollerare;  c'erano  a
    centinaia,  di  que' medesimi che,  il giorno di san Martino,  s'erano
    tanto fatti sentire.  N si pu  pensare  che  l'esempio  de'  quattro
    disgraziati  che n'avevan portata la pena per tutti,  fosse quello che
    ora li tenesse  tutti  a  freno:  qual  forza  poteva  avere,  non  la
    presenza,  ma  la  memoria  de' supplizi sugli animi d'una moltitudine
    vagabonda e  riunita,  che  si  vedeva  come  condannata  a  un  lento
    supplizio,  che  gi  lo pativa?  Ma noi uomini siam in generale fatti
    cos: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i  mali  mezzani,  e  ci
    curviamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati ma
    stupidi,   il   colmo   di  ci  che  da  principio  avevamo  chiamato
    insopportabile.
    Il vto che la mortalit faceva  ogni  giorno  in  quella  deplorabile
    moltitudine,  veniva  ogni  giorno  pi  che riempito: era un concorso
    continuo, prima da' paesi circonvicini,  poi da tutto il contado,  poi
    dalle citt dello stato, alla fine anche da altre. E intanto, anche da
    questa  partivano ogni giorno antichi abitatori;  alcuni per sottrarsi
    alla vista di tante piaghe; altri, vedendosi,  per dir cos,  preso il
    posto da' nuovi concorrenti d'accatto,  uscivano a un'ultima disperata
    prova di chieder soccorso altrove,  dove si  fosse,  dove  almeno  non
    fosse  cos  fitta  e  cos  incalzante  la  folla  e  la rivalit del
    chiedere.   S'incontravano  nell'opposto   viaggio   questi   e   que'
    pellegrini,  spettacolo  di  ribrezzo  gli  uni  agli altri,  e saggio
    doloroso, augurio sinistro del termine a cui gli uni e gli altri erano
    incamminati.  Ma seguitavano ognuno la sua strada,  se non pi per  la
    speranza  di  mutar  sorte,  almeno  per  non  tornare  sotto un cielo
    divenuto odioso,  per non rivedere i luoghi dove avevan disperato.  Se
    non che taluno,  mancandogli affatto le forze, cadeva per la strada, e
    rimaneva l morto: spettacolo ancor pi funesto ai  suoi  compagni  di
    miseria, oggetto d'orrore, forse di rimprovero agli altri passeggieri.
    "Vidi  io,"  scrive il Ripamonti,  "nella strada che gira le mura,  il
    cadavere  d'una  donna...   Le  usciva  di   bocca   dell'erba   mezza
    rosicchiata,  e  le  labbra  facevano  ancora  quasi un atto di sforzo
    rabbioso... Aveva un fagottino in ispalla, e attaccato con le fasce al
    petto  un  bambino,  che  piangendo  chiedeva  la  poppa...  Ed  erano
    sopraggiunte   persone   compassionevoli,   le   quali,   raccolto  il
    meschinello di terra,  lo portavan via,  adempiendo  cos  intanto  il
    primo ufizio materno."
    Quel  contrapposto  di  gale e di cenci,  di superfluit e di miseria,
    spettacolo ordinario de' tempi ordinari, era allora affatto cessato. I
    cenci e la miseria eran quasi per tutto;  e ci che se ne distingueva,
    era  appena  un'apparenza  di  parca mediocrit.  Si vedevano i nobili
    camminare in abito semplice  e  dimesso,  o  anche  logoro  e  gretto;
    alcuni,  perch  le  cagioni comuni della miseria avevan mutata a quel
    segno anche la loro fortuna,  o  dato  il  tracollo  a  patrimoni  gi
    sconcertati:  gli  altri,  o  che  temessero di provocare col fasto la
    pubblica  disperazione,   o  che  si  vergognassero  d'insultare  alla
    pubblica  calamit.  Que'  prepotenti  odiati  e rispettati,  soliti a
    andare in giro con uno strascico di bravi, andavano ora quasi soli,  a
    capo basso,  con visi che parevano offrire e chieder pace.  Altri che,
    anche nella prosperit,  erano stati  di  pensieri  pi  umani,  e  di
    portamenti pi modesti, parevano anch'essi confusi, costernati, e come
    sopraffatti  dalla  vista  continua d'una miseria che sorpassava,  non
    solo la possibilit del soccorso,  ma  direi  quasi,  le  forze  della
    compassione.  Chi aveva il modo di far qualche elemosina,  doveva per
    fare una trista scelta tra fame e  fame,  tra  urgenze  e  urgenze.  E
    appena si vedeva una mano pietosa avvicinarsi alla mano d'un infelice,
    nasceva  all'intorno una gara d'altri infelici;  coloro a cui rimaneva
    pi vigore,  si  facevano  avanti  a  chieder  con  pi  istanza;  gli
    estenuati,  i  vecchi  i  fanciulli  alzavano le mani scarne: le madri
    alzavano  e  facevan  veder  da  lontano  i  bambini  piangenti,   mal
    rinvoltati  nelle fasce cenciose,  e ripiegati per languore nelle loro
    mani.
    Cos pass l'inverno e  la  primavera:  e  gi  da  qualche  tempo  il
    tribunale   della   sanit   andava   rappresentando  a  quello  della
    provvisione il pericolo del contagio,  che sovrastava alla citt,  per
    tanta  miseria  ammontata  in ogni parte di essa;  e proponeva che gli
    accattoni venissero raccolti in  diversi  ospizi.  Mentre  si  discute
    questa proposta,  mentre s'approva, mentre si pensa ai mezzi, ai modi,
    ai luoghi,  per mandarla ad effetto,  i cadaveri crescono nelle strade
    ogni giorno pi;  a proporzion di questo, cresce tutto l'altro ammasso
    di miserie.  Nel tribunale di  provvisione  vien  proposto,  come  pi
    facile  e  pi  speditivo,  un  altro  ripiego,  di  radunar tutti gli
    accattoni,  sani e infermi,  in un sol  luogo,  nel  lazzeretto;  dove
    fosser  mantenuti e curati a spese del pubblico;  e cos vien risoluto
    contro il parere della Sanit, la quale opponeva che, in una cos gran
    riunione, sarebbe cresciuto il pericolo a cui si voleva metter riparo.
    Il lazzeretto di Milano (se,  per caso,  questa storia capitasse nelle
    mani  di  qualcheduno  che  non  lo  conoscesse,  n  di  vista n per
    descrizione)  un recinto quadrilatero e quasi quadrato,  fuori  della
    citt,  a sinistra della porta detta orientale, distante dalle mura lo
    spazio della fossa, d'una strada di circonvallazione, e d'una gora che
    gira il recinto medesimo.  I due lati maggiori  son  lunghi  a  un  di
    presso cinquecento passi;  gli altri due,  forse quindici meno; tutti,
    dalla parte esterna, son divisi in piccole stanze d'un piano solo;  di
    dentro  gira  intorno  a  tre  di  essi  un  portico continuo a volta,
    sostenuto da piccole e magre colonne.
    Le stanzine era dugent'ottantotto, o gi di l: a' nostri giorni,  una
    grande  apertura  fatta  nel mezzo,  e una piccola,  in un canto della
    facciata del lato che costeggia la strada maestra,  ne  hanno  portate
    via  non so quante.  Al tempo della nostra storia,  non c'eran che due
    entrature;  una nel mezzo del lato che guarda  le  mura  della  citt,
    l'altra  di rimpetto,  nell'opposto.  Nel centro dello spazio interno,
    c'era, e c' tutt'ora, una piccola chiesa ottangolare.
    La prima destinazione di tutto l'edifizio,  cominciato nell'anno 1489,
    co'  danari  d'un  lascito  privato,  continuato  poi  con  quelli del
    pubblico e d'altri testatori e donatori,  fu,  come l'accenna il  nome
    stesso,  di  ricoverarvi,  all'occorrenza,  gli ammalati di peste;  la
    quale, gi molto prima di quell'epoca,  era solita,  e lo fu per molto
    tempo  dopo,  a  comparire quelle due,  quattro,  sei,  otto volte per
    secolo,  ora in  questo,  ora  in  quel  paese  d'Europa,  prendendone
    talvolta una gran parte, o anche scorrendola tutta, per il lungo e per
    il largo.  Nel momento di cui parliamo,  il lazzeretto non serviva che
    per deposito delle mercanzie soggette a contumacia.
    Ora,  per metterlo in libert,  non si stette  al  rigor  delle  leggi
    sanitarie,  e  fatte  in  fretta in fretta le purghe e gli esperimenti
    prescritti,  si rilasciaron tutte le mercanzie a un  tratto.  Si  fece
    stender  della  paglia  in  tutte le stanze,  si fecero provvisioni di
    viveri,  della qualit e nella quantit che si pot;  e  s'invitarono,
    con pubblico editto, tutti gli accattoni a ricoverarsi l.
    Molti  vi  concorsero  volontariamente;  tutti  quelli  che  giacevano
    infermi per le strade e per le  piazze,  ci  vennero  trasportati;  in
    pochi giorni,  ce ne fu,  tra gli uni e gli altri, pi di tre mila. Ma
    molti pi furon quelli  che  restaron  fuori.  O  che  ognun  di  loro
    aspettasse  di  veder  gli  altri andarsene,  e di rimanere in pochi a
    goder l'elemosine della citt,  o fosse quella natural ripugnanza alla
    clausura,  o  quella diffidenza de' poveri per tutto ci che vien loro
    proposto da chi possiede le ricchezze e il potere  (diffidenza  sempre
    proporzionata  all'ignoranza comune di chi la sente e di chi l'ispira,
    al numero de' poveri,  e al poco giudizio delle leggi),  o il saper di
    fatto quale fosse in realt il benefizio offerto, o fosse tutto questo
    insieme, o che altro, il fatto sta che la pi parte, non facendo conto
    dell'invito,  continuavano  a  strascicarsi  stentando  per le strade.
    Visto ci,  si  cred  bene  di  passar  dall'invito  alla  forza.  Si
    mandarono  in ronda birri che cacciassero gli accattoni al lazzeretto,
    e vi menassero legati quelli che resistevano;  per ognun de' quali  fu
    assegnato  a  coloro  il  premio di dieci soldi: ecco se,  anche nelle
    maggiori strettezze,  i danari del  pubblico  si  trovan  sempre,  per
    impiegarli a sproposito.  E quantunque, com'era stata congettura, anzi
    intento  espresso  della  Provvisione,  un  certo  numero  d'accattoni
    sfrattasse  dalla  citt,  per andare a vivere o a morire altrove,  in
    libert almeno; pure la caccia fu tale che,  in poco tempo,  il numero
    de' ricoverati, tra ospiti e prigionieri, s'accost a dieci mila.
    Le  donne  e  i  bambini,  si vuol supporre che saranno stati messi in
    quartieri separati,  bench le memorie del tempo non ne  dican  nulla.
    Regole  poi  e  provvedimenti  per  il  buon  ordine,  non  ne saranno
    certamente mancati;  ma si figuri ognuno qual  ordine  potesse  essere
    stabilito  e  mantenuto,  in  que'  tempi  specialmente  e  in  quelle
    circostanze, in una cos vasta e varia riunione, dove coi volontari si
    trovavano i forzati;  con quelli per cui l'accatto era una  necessit,
    un  dolore,  una  vergogna,  coloro di cui era il mestiere;  con molti
    cresciuti nell'onesta attivit de' campi e dell'officine,  molti altri
    educati  nelle  piazze,  nelle  taverne,  ne'  palazzi de' prepotenti,
    all'ozio, alla truffa, allo scherno, alla violenza.
    Come stessero poi tutti insieme d'alloggio e  di  vitto,  si  potrebbe
    tristamente congetturarlo,  quando non n'avessimo notizie positive; ma
    le abbiamo.  Dormivano ammontati a venti a trenta per ognuna di quelle
    cellette, o accovacciati sotto i portici, sur un po' di paglia putrida
    e  fetente,  o  sulla nuda terra: perch,  s'era bens ordinato che la
    paglia fosse fresca e a sufficienza, e cambiata spesso;  ma in effetto
    era  stata  cattiva,  scarsa,  e  non  si  cambiava.  S'era ugualmente
    ordinato  che  il  pane  fosse  di  buona  qualit:   giacch,   quale
    amministratore  ha mai detto che si faccia e si dispensi roba cattiva?
    ma ci che non si sarebbe ottenuto nelle circostanze solite, anche per
    un pi ristretto servizio,  come ottenerlo in quel caso,  e per quella
    moltitudine? Si disse allora, come troviamo nelle memorie, che il pane
    del lazzeretto fosse alterato con sostanze pesanti e non nutrienti: ed
      pur  troppo  credibile  che  non fosse uno di que' lamenti in aria.
    D'acqua perfino c'era scarsit; d'acqua, voglio dire,  viva e salubre:
    il  pozzo  comune,  doveva esser la gora che gira le mura del recinto,
    bassa, lenta, dove anche motosa,  e divenuta poi quale poteva renderla
    l'uso e la vicinanza d'una tanta e tal moltitudine.
    A tutte queste cagioni di mortalit,  tanto pi attive,  che operavano
    sopra corpi ammalati o ammalazzati,  s'aggiunga  una  gran  perversit
    della  stagione:  piogge  ostinate,  seguite  da una siccit ancor pi
    ostinata,  e  con  essa  un  caldo  anticipato  e  violento.  Ai  mali
    s'aggiunga  il  sentimento  de'  mali,  la  noia  e  la  smania  della
    prigionia,  la rimembranza dell'antiche abitudini,  il dolore di  cari
    perduti,  la  memoria  inquieta  di  cari  assenti,  il  tormento e il
    ribrezzo vicendevole,  tant'altre passioni d'abbattimento o di rabbia,
    portate  o nate l dentro;  l'apprensione poi e lo spettacolo continuo
    della morte resa frequente da tante cagioni,  e divenuta essa medesima
    una  nuova  e  potente  cagione.  E  non far stupore che la mortalit
    crescesse e regnasse in quel recinto a segno di  prendere  aspetto  e,
    presso  molti,  nome di pestilenza: sia che la riunione e l'aumento di
    tutte quelle cause non facesse che aumentare l'attivit d'un'influenza
    puramente epidemica;  sia (come par che avvenga nelle  carestie  anche
    men  gravi  e  men  prolungate di quella) che vi avesse luogo un certo
    contagio,  il quale ne' corpi affetti e preparati dal disagio e  dalla
    cattiva qualit degli alimenti,  dall'intemperie,  dal sudiciume,  dal
    travaglio e dall'avvilimento trovi la tempera,  per  dir  cos,  e  la
    stagione  sua propria,  le condizioni necessarie in somma per nascere,
    nutrirsi e moltiplicare (se a un ignorante  lecito buttar  l  queste
    parole,  dietro  l'ipotesi  proposta  da alcuni fisici e riproposta da
    ultimo,  con molte ragioni e con  molta  riserva,  da  uno,  diligente
    quanto ingegnoso ***): sia poi che il contagio scoppiasse da principio
    nel lazzeretto medesimo,  come, da un'oscura e inesatta relazione, par
    che pensassero i medici  della  Sanit;  sia  che  vivesse  e  andasse
    covando  prima  d'allora (ci che par forse pi verisimile,  chi pensi
    come il disagio  era  gi  antico  e  generale,  e  la  mortalit  gi
    frequente), e che portato in quella folla permanente, vi si propagasse
    con nuova e terribile rapidit.  Qualunque di queste congetture sia la
    vera,  il numero giornaliero de' morti nel  lazzeretto  oltrepass  in
    poco tempo il centinaio.
    Mentre in quel luogo tutto il resto era languore,  angoscia, spavento,
    rammaricho,  fremito,  nella Provvisione era  vergogna,  stordimento,
    incertezza. Si discusse, si sent il parere della Sanit; non si trov
    altro che di disfare ci che s'era fatto con tanto apparato, con tanta
    spesa,  con  tante  vessazioni.  S'apr il lazzeretto,  si licenziaron
    tutti i poveri non ammalati che ci rimanevano,  e che scapparon  fuori
    con  una  gioia  furibonda.  La  citt  torn  a  risonare dell'antico
    lamento,  ma pi debole e interrotto;  rivide quella turba pi rada  e
    pi compassionevole, dice il Ripamonti, per il pensiero del come fosse
    di  tanto  scemata.  Gl'infermi  furon trasportati a Santa Maria della
    Stella, allora ospizio di poveri; dove la pi parte perirono.
    Intanto per cominciavano  que'  benedetti  campi  a  imbiondire.  Gli
    accattoni venuti dal contado se n'andarono,  ognuno dalla sua parte, a
    quella tanto sospirata segatura. Il buon Federigo gli accomiat con un
    ultimo sforzo,  e con un nuovo ritrovato di carit: a  ogni  contadino
    che si presentasse all'arcivescovado, fece dare un giulio, e una falce
    da mietere.
    Con  la messe finalmente cess la carestia: la mortalit,  epidemica o
    contagiosa,  scemando di  giorno  in  giorno,  si  prolung  per  fin
    nell'autunno. Era sul finire, quand'ecco un nuovo flagello.
    Molte  cose importanti,  di quelle a cui pi specialmente si d titolo
    di storiche,  erano accadute  in  questo  frattempo.  Il  cardinal  di
    Richelieu,  presa,  come  s' detto,  la Roccella,  abborracciata alla
    meglio una pace col re d'Inghilterra, aveva proposto e persuaso con la
    sua potente parola,  nel  Consiglio  di  quello  di  Francia,  che  si
    soccorresse   efficacemente  il  duca  di  Nevers;   e  aveva  insieme
    determinato il re medesimo a condurre in persona la spedizione. Mentre
    si facevan gli apparecchi, il conte di Nassau,  commissario imperiale,
    intimava  in  Mantova  al  nuovo  duca,  che desse gli stati in mano a
    Ferdinando, o questo manderebbe un esercito ad occuparli. Il duca che,
    in  pi  disperate  circostanze,   s'era  schermito  d'accettare   una
    condizione  cos  dura  e  cos  sospetta,  incoraggito ora dal vicino
    soccorso di Francia,  tanto pi se ne schermiva;  per con termini  in
    cui il no fosse rigirato e allungato, quanto si poteva, e con proposte
    di sommissione,  anche pi apparente,  ma meno costosa. Il commissario
    se n'era andato, protestandogli che si verrebbe alla forza.  In marzo,
    il  cardinal  di  Richelieu era poi calato infatti col re,  alla testa
    d'un esercito;  aveva chiesto  il  passo  al  duca  di  Savoia;  s'era
    trattato;  non  s'era  concluso;  dopo uno scontro,  col vantaggio de'
    Francesi, s'era trattato di nuovo, e concluso un accordo, nel quale il
    duca,  tra l'altre cose,  aveva stipulato  che  il  Cordova  leverebbe
    l'assedio da Casale;  obbligandosi,  se questo ricusasse, a unirsi co'
    Francesi,  per invadere il ducato di Milano.  Don Gonzalo,  parendogli
    anche  d'uscirne con poco,  aveva levato l'assedio da Casale,  dov'era
    subito entrato un corpo di Francesi, a rinforzar la guarnigione.
    Fu in questa occasione che l'Achillini scrisse al re  Luigi  quel  suo
    famoso sonetto:
    "Sudate, o fochi a preparar metalli":
    e  un altro,  con cui l'esortava a portarsi subito alla liberazione di
    Terra santa.  Ma  un  destino  che  i  pareri  de'  poeti  non  siano
    ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti conformi a qualche loro
    suggerimento,  dite  pur  francamente ch'eran cose risolute prima.  Il
    cardinal di Richelieu aveva in vece stabilito di ritornare in Francia,
    per affari che a lui parevano pi urgenti.  Girolamo Soranzo,  inviato
    de'  Veneziani,  pot  bene  addurre  ragioni  per  combattere  quella
    risoluzione; che il re e il cardinale, dando retta alla sua prosa come
    ai versi dell'Achillini,  se ne ritornarono col grosso  dell'esercito,
    lasciando soltanto sei mila uomini in Susa,  per mantenere il passo, e
    per caparra del trattato.
    Mentre quell'esercito se n'andava da una parte,  quello di  Ferdinando
    s'avvicinava  dall'altra;  aveva  invaso  il  paese  de' Grigioni e la
    Valtellina; si disponeva a calar nel milanese. Oltre tutti i danni che
    si potevan temere da un tal passaggio,  eran venuti espressi avvisi al
    tribunale della sanit,  che in quell'esercito covasse la peste, della
    quale allora nelle truppe alemanne c'era sempre qualche sprazzo,  come
    dice  il  Varchi,  parlando  di quella che,  un secolo avanti,  avevan
    portata in Firenze.  Alessandro Tadino,  uno  de'  conservatori  della
    sanit  (eran  sei,  oltre  il  presidente,  quattro  magistrati e due
    medici),  fu incaricato dal tribunale,  come racconta lui  stesso,  in
    quel  suo ragguaglio gi citato ****,  di rappresentare al governatore
    lo spaventoso pericolo che sovrastava al paese,  se  quella  gente  ci
    passava, per andare all'assedio di Mantova, come s'era sparsa la voce.
    Da tutti i portamenti di don Gonzalo,  pare che avesse una gran smania
    d'acquistarsi un posto nella storia,  la quale infatti  non  pot  non
    occuparsi  di  lui;  ma (come spesso le accade) non conobbe,  o non si
    cur di registrare l'atto di lui pi degno di memoria, la risposta che
    diede al Tadino in quella circostanza.  Rispose che  non  sapeva  cosa
    farci;  che  i motivi d'interesse e di riputazione,  per i quali s'era
    mosso quell'esercito,  pesavan pi che il pericolo rappresentato;  che
    con tutto ci si cercasse di riparare alla meglio, e si sperasse nella
    Provvidenza.
    Per  riparar dunque alla meglio,  i due medici della Sanit (il Tadino
    suddetto e Senatore Settala, figlio del celebre Lodovico) proposero in
    quel tribunale che si proibisse sotto severissime pene di comprar roba
    di nessuna sorte da' soldati ch'eran per passare,  ma non fu possibile
    far intendere la necessit d'un tal ordine al presidente, "uomo", dice
    il Tadino,  "di molta bont,  che non poteva credere dovesse succedere
    incontri di morte di tante migliaia di persone,  per il  commercio  di
    questa  gente,  et  loro  robbe".  Citiamo  questo  tratto per uno de'
    singolari di quel tempo: ch di certo,  da che  ci  son  tribunali  di
    sanit,  non accadde mai a un altro presidente d'un tal corpo, di fare
    un ragionamento simile; se ragionamento si pu chiamare.
    In quanto a don Gonzalo,  poco dopo  quella  risposta,  se  n'and  da
    Milano;  e  la  partenza  fu  trista per lui,  come lo era la cagione.
    Veniva rimosso per i cattivi successi della guerra,  della  quale  era
    stato il promotore e il capitano;  e il popolo lo incolpava della fame
    sofferta sotto il suo governo. (Quello che aveva fatto per la peste, o
    non si sapeva,  o certo nessuno  se  n'inquietava,  come  vedremo  pi
    avanti,   fuorch   il   tribunale  della  sanit,   e  i  due  medici
    specialmente.) All'uscir dunque,  in carrozza da viaggio,  dal palazzo
    di  corte,  in mezzo a una guardia d'alabardieri,  con due trombetti a
    cavallo davanti,  e con altre  carrozze  di  nobili  che  gli  facevan
    seguito,  fu  accolto  con  gran fischiate da ragazzi ch'eran radunati
    sulla piazza del duomo, e che gli andaron dietro alla rinfusa. Entrata
    la comitiva nella strada che conduce a  porta  ticinese,  di  dove  si
    doveva uscire,  cominci a trovarsi in mezzo a una folla di gente che,
    parte era l ad aspettare, parte accorreva; tanto pi che i trombetti,
    uomini di formalit,  non cessaron di sonare,  dal palazzo  di  corte,
    fino alla porta.  E nel processo che si fece poi su quel tumulto,  uno
    di costoro, ripreso che, con quel suo trombettare, fosse stato cagione
    di farlo  crescere,  risponde:  "caro  signore,  questa    la  nostra
    professione;  et se S.  E. non hauesse hauuto a caro che noi hauessimo
    sonato,  doveva comandarne che  tacessimo."  Ma  don  Gonzalo,  o  per
    ripugnanza a far cosa che mostrasse timore, o per timore di render con
    questo  pi  ardita  la moltitudine,  o perch fosse in effetto un po'
    sbalordito,  non dava nessun ordine.  La moltitudine,  che le  guardie
    avevan tentato in vano di respingere,  precedeva,  circondava, seguiva
    le carrozze,  gridando: "la va via la carestia,  va via il sangue  de'
    poveri," e peggio.  Quando furon vicini alla porta, cominciarono anche
    a tirar sassi,  mattoni,  torsoli,  bucce d'ogni sorte,  la  munizione
    solita in somma di quelle spedizioni; una parte corse sulle mura, e di
    l  fecero un'ultima scarica sulle carrozze che uscivano.  Subito dopo
    si sbandarono.
    In luogo di don Gonzalo,  fu mandato il marchese Ambrogio Spinola,  il
    cui  nome  aveva  gi  acquistata,  nelle  guerre  di Fiandra,  quella
    celebrit militare che ancor gli rimane.
    Intanto l'esercito  alemanno,  sotto  il  comando  supremo  del  conte
    Rambaldo di Collalto,  altro condottiere italiano,  di minore,  ma non
    d'ultima  fama,   aveva  ricevuto  l'ordine  definitivo  di   portarsi
    all'impresa di Mantova;  e nel mese di settembre,  entr nel ducato di
    Milano.
    La milizia, a que' tempi,  era ancor composta in gran parte di soldati
    di  ventura  arrolati  da condottieri di mestiere,  per commissione di
    questo o di quel principe, qualche volta anche per loro proprio conto,
    e per vendersi poi insieme con essi.  Pi che dalle paghe,  erano  gli
    uomini  attirati  a  quel  mestiere dalle speranze del saccheggio e da
    tutti gli allettamenti della licenza.  Disciplina stabile  e  generale
    non  ce  n'era;  n  avrebbe  potuto  accordarsi  cos  facilmente con
    l'autorit in parte indipendente de' vari condottieri.  Questi poi  in
    particolare,  n  erano molto raffinatori in fatto di disciplina,  n,
    anche volendo, si vede come avrebbero potuto riuscire a stabilirla e a
    mantenerla;  ch soldati di quella razza,  o  si  sarebbero  rivoltati
    contro  un  condottiere novatore che si fosse messo in testa d'abolire
    il saccheggio;  o per lo meno,  l'avrebbero lasciato solo a guardar le
    bandiere.  Oltre  di ci,  siccome i principi,  nel prendere,  per dir
    cos,  ad affitto  quelle  bande,  guardavan  pi  ad  aver  gente  in
    quantit,  per assicurar l'imprese, che a proporzionare il numero alla
    loro facolt di pagare,  per il solito molto  scarsa;  cos  le  paghe
    venivano per lo pi tarde, a conto, a spizzico; e le spoglie de' paesi
    a  cui  la  toccava,  ne  divenivano  come  un supplimento tacitamente
    convenuto. E' celebre,  poco meno del nome di Wallenstein,  quella sua
    sentenza: esser pi facile mantenere un esercito di cento mila uomini,
    che  uno  di  dodici mila.  E questo di cui parliamo era in gran parte
    composto della gente che,  sotto il suo  comando,  aveva  desolata  la
    Germania,  in  quella  guerra celebre tra le guerre,  e per s e per i
    suoi effetti,  che ricevette poi il  nome  da'  trent'anni  della  sua
    durata: e allora ne correva l'undecimo. C'era anzi, condotto da un suo
    luogotenente,  il suo proprio reggimento;  degli altri condottieri, la
    pi parte avevan comandato sotto di lui,  e ci si trovava pi d'uno di
    quelli  che,  quattr'anni  dopo,  dovevano aiutare a fargli far quella
    cattiva fine che ognun sa.
    Eran vent'otto mila fanti,  e sette mila cavalli;  e,  scendendo dalla
    Valtellina per portarsi nel mantovano,  dovevan seguire tutto il corso
    che fa l'Adda per due rami di lago,  e poi di nuovo come fiume fino al
    suo  sbocco  in  Po,  e  dopo  avevano  un  buon  tratto  di questo da
    costeggiare: in tutto otto giornate nel ducato di Milano.
    Una  gran  parte  degli  abitanti  si  rifugiavano  su  per  i  monti,
    portandovi quel che avevan di meglio, e cacciandosi innanzi le bestie;
    altri  rimanevano,  o  per  non  abbandonar  qualche  ammalato,  o per
    preservar la casa dall'incendio,  o per tener d'occhio  cose  preziose
    nascoste,  sotterrate;  altri  perch  non avevan nulla da perdere,  o
    anche facevan conto d'acquistare.  Quando la prima squadra arrivava al
    paese   della  fermata,   si  spandeva  subito  per  quello  e  per  i
    circonvicini,  e li metteva a sacco  addirittura:  ci  che  c'era  da
    godere o da portar via,  spariva;  il rimanente, lo distruggevano o lo
    rovinavano; i mobili diventavan legna,  le case,  stalle: senza parlar
    delle  busse,  delle ferite,  degli stupri.  Tutti i ritrovati,  tutte
    l'astuzie per salvar la roba,  riuscivano per lo pi inutili,  qualche
    volta portavano danni maggiori. I soldati, gente ben pi pratica degli
    stratagemmi anche in questa guerra,  frugavano per tutti i buchi delle
    case,  smuravano,  diroccavano;  conoscevan facilmente negli  orti  la
    terra  smossa  di  fresco;  andarono  fino  su per i monti a rubare il
    bestiame;  andarono nelle grotte,  guidati  da  qualche  birbante  del
    paese,  in  cerca  di  qualche  ricco  che  vi  fosse rimpiattato;  lo
    strascinavano alla sua casa,  e con tortura di minacce e di  percosse,
    lo costringevano a indicare il tesoro nascosto.
    Finalmente se n'andavano;  erano andati;  si sentiva da lontano morire
    il suono de' tamburi o delle  trombe;  succedevano  alcune  ore  d'una
    quiete spaventata;  e poi un nuovo maledetto batter di cassa, un nuovo
    maledetto suon di trombe,  annunziava un'altra  squadra.  Questi,  non
    trovando pi da far preda,  con tanto pi furore facevano sperpero del
    resto, bruciavan le botti votate da quelli, gli usci delle stanze dove
    non c'era pi nulla,  davan fuoco anche alle case;  e  con  tanta  pi
    rabbia,  s'intende,  maltrattavan  le  persone;  e  cos  di peggio in
    peggio, per venti giorni: ch in tante squadre era diviso l'esercito.
    Colico fu la prima terra del ducato,  che  invasero  que'  demni;  si
    gettarono  poi  sopra  Bellano;  di  l  entrarono e si sparsero nella
    Valsassina, da dove sboccarono nel territorio di Lecco.

    NOTA *: "Historiae Patriae", Decadis V, Lib. VI, pag. 386.
    NOTA **: "Ragguaglio dell'origine  et  giornali  successi  della  gran
    peste contagiosa, venefica et malefica, seguita nella citt di Milano"
    etc. Milano, 1648, pag. 10.
    NOTA  ***:  "Del  morbo  petecchiale...   e  degli  altri  contagi  in
    generale", opera del dott. F. Enrico Acerbi, cap. III,  1 e 2.
    NOTA ****: Pag. 16.



    CAPITOLO 29.

    Don Abbondio,  spaventato,  sta concertando la  fuga.    -    Perpetua
    nasconde il "morto" e fa gli altri preparativi.  -  Ambedue si avviano
    con Agnese verso il castello dell'innominato.  -  Una sosta nella casa
    del  sarto.     -    Diportamento  dell'innominato  dal  giorno  della
    conversione.   - Il suo interessamento per i fuggitivi e i preparativi
    di difesa contro eventuali assalti.

    Qui, tra i poveri spaventati troviamo persone di nostra conoscenza.
    Chi non ha visto don Abbondio,  il giorno che si sparsero tutte in una
    volta le notizie della calata dell'esercito,  del suo  avvicinarsi,  e
    de'  suoi  portamenti,  non  sa  bene  cosa  sia  impiccio e spavento.
    Vengono; son trenta,  son quaranta,  son cinquanta mila;  son diavoli,
    sono ariani,  sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; han dato
    fuoco a Primaluna; devastano Introbbio, Pasturo, Barsio, sono arrivati
    a Balabbio; domani son qui: tali eran le voci che passavan di bocca in
    bocca;  e insieme un correre,  un fermarsi a  vicenda,  un  consultare
    tumultuoso, un'esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi di
    donne,  un  metter  le  mani  ne'  capelli.  Don  Abbondio risoluto di
    fuggire, risoluto prima di tutti e pi di tutti, vedeva per,  in ogni
    strada   da   prendere,   in  ogni  luogo  da  ricoverarsi,   ostacoli
    insuperabili e pericoli  spaventosi.  "Come  fare?"  esclamava:  "dove
    andare?"  I monti,  lasciando da parte la difficolt del cammino,  non
    eran sicuri: gi s'era saputo che i lanzichenecchi vi  s'arrampicavano
    come gatti,  dove appena avessero indizio o speranza di far preda.  Il
    lago era grosso;  tirava un gran vento: oltre di questo,  la pi parte
    de' barcaioli,  temendo d'esser forzati a tragittar soldati o bagagli,
    s'eran rifugiati,  con le loro barche,  all'altra riva:  alcune  poche
    rimaste,  eran  poi partite stracariche di gente;  e,  travagliate dal
    peso e dalla burrasca,  si diceva che pericolassero ogni momento.  Per
    portarsi   lontano  e  fuori  della  strada  che  l'esercito  aveva  a
    percorrere, non era possibile trovar n un calesse, n un cavallo,  n
    alcun altro mezzo: a piedi, don Abbondio non avrebbe potuto far troppo
    cammino,  e  temeva  d'esser  raggiunto  per  istrada.  Il  territorio
    bergamasco non era  tanto  distante,  che  le  sue  gambe  non  ce  lo
    potessero portare in una tirata;  ma si sapeva ch'era stato spedito in
    fretta da Bergamo  uno  squadrone  di  cappelletti,  il  quale  doveva
    costeggiare il confine,  per tenere in suggezione i lanzichenecchi;  e
    quelli eran diavoli in carne,  n pi n meno  di  questi,  e  facevan
    dalla  parte  loro  il  peggio  che  potevano.  Il pover'uomo correva,
    stralunato e mezzo fuor di s, per la casa;  andava dietro a Perpetua,
    per  concertare una risoluzione con lei;  ma Perpetua,  affaccendata a
    raccogliere il meglio di casa,  e a nasconderlo in soffitta,  o per  i
    bugigattoli,  passava di corsa,  affannata, preoccupata, con le mani o
    con le braccia piene,  e rispondeva: "or ora finisco di metter  questa
    roba  al  sicuro,  e  poi faremo anche noi come fanno gli altri".  Don
    Abbondio voleva trattenerla,  e discuter con lei i  vari  partiti;  ma
    lei, tra il da fare, e la fretta, e lo spavento che aveva anch'essa in
    corpo,  e  la  rabbia  che le faceva quello del padrone,  era,  in tal
    congiuntura, meno trattabile di quel che fosse stata mai. "S'ingegnano
    gli altri;  c'ingegneremo anche noi.  Mi scusi,  ma non   capace  che
    d'impedire.  Crede  lei  che  anche gli altri non abbiano una pelle da
    salvare? Che vengono per far la guerra a lei i soldati? Potrebbe anche
    dare una mano,  in questi momenti,  in vece  di  venir  tra'  piedi  a
    piangere  e a impicciare." Con queste e simili risposte si sbrigava da
    lui,  avendo gi  stabilito,  finita  che  fosse  alla  meglio  quella
    tumultuaria operazione,  di prenderlo per un braccio, come un ragazzo,
    e di trascinarlo su per una montagna. Lasciato cos solo, s'affacciava
    alla  finestra,  guardava,  tendeva  gli  orecchi;  e  vedendo  passar
    qualcheduno,  gridava  con  una  voce  mezza  di  pianto  e  mezza  di
    rimprovero: "fate questa carit al vostro povero curato  di  cercargli
    qualche cavallo, qualche mulo, qualche asino. Possibile che nessuno mi
    voglia  aiutare!  Oh che gente!  Aspettatemi almeno,  che possa venire
    anch'io con voi;  aspettate d'esser quindici o venti,  da condurmi via
    insieme,  ch'io non sia abbandonato. Volete lasciarmi in man de' cani?
    Non sapete che sono luterani la pi parte,  che ammazzare un sacerdote
    l'hanno  per  opera  meritoria?  Volete  lasciarmi  qui  a ricevere il
    martirio? Oh che gente! Oh che gente!"
    Ma a chi diceva queste cose?  Ad uomini che passavano curvi  sotto  il
    peso della loro povera roba, pensando a quella che lasciavano in casa,
    spingendo  le loro vaccherelle,  conducendosi dietro i figli,  carichi
    anch'essi quanto potevano,  e le donne con in  collo  quelli  che  non
    potevan  camminare.  Alcuni  tiravan  di  lungo,  senza  rispondere n
    guardare in su; qualcheduno diceva: "eh messere! faccia anche lei come
    pu;  fortunato lei che non ha  da  pensare  alla  famiglia;  s'aiuti,
    s'ingegni".
    "Oh! povero me!" esclamava don Abbondio: "oh che gente! che cuori! Non
    c' carit: ognuno pensa a s; e a me nessuno vuol pensare." E tornava
    in cerca di Perpetua.
    "Oh appunto!" gli disse questa: "e i danari?"
    "Come faremo?"
    "Li dia a me,  ander a sotterrarli qui nell'orto di casa, insieme con
    le posate."
    "Ma..."
    "Ma, ma; dia qui; tenga qualche soldo, per quel che pu occorre; e poi
    lasci fare a me."
    Don Abbondio ubbid,  and allo scrigno,  cav il suo tesoretto,  e lo
    consegn  a  Perpetua;  la  quale  disse: "vo a sotterrarli nell'orto,
    appi del fico";  e and.  Ricomparve poco dopo,  con un paniere  dove
    c'era  della  munizione da bocca,  e con una piccola gerla vota;  e si
    mise in fretta a collocarvi nel fondo un po' di biancheria sua  e  del
    padrone, dicendo intanto: "il breviario almeno lo porter lei".
    "Ma dove andiamo?"
    "Dove vanno tutti gli altri? Prima di tutto, anderemo in istrada; e l
    sentiremo, e vedremo cosa convenga di fare."
    In quel momento entr Agnese con una gerletta sulle spalle,  e in aria
    di chi viene a fare una proposta importante.
    Agnese,  risoluta anche lei di non aspettare ospiti di  quella  sorte,
    sola   in   casa,   com'era,   e   con  ancora  un  po'  di  quell'oro
    dell'innominato,  era stata qualche tempo  in  forse  del  luogo  dove
    ritirarsi. Il residuo appunto di quegli scudi, che ne' mesi della fame
    le avevan fatto tanto pro, era la cagion principale della sua angustia
    e  della  irresoluzione,  per  aver  essa  sentito che,  ne' paesi gi
    invasi,  quelli che avevan  danari,  s'eran  trovati  a  pi  terribil
    condizione,   esposti   insieme  alla  violenza  degli  stranieri,   e
    all'insidie de' paesani.  Era vero che,  del bene piovutole,  come  si
    dice, dal cielo, non aveva fatta la confidenza a nessuno fuorch a don
    Abbondio;  dal quale andava,  volta per volta, a farsi spicciolare uno
    scudo,  lasciandogli sempre qualcosa da dare a qualcheduno pi  povero
    di  lei.  Ma  i  danari  nascosti,  specialmente  chi  non  avvezzo a
    maneggiarne molti,  tengono il possessore in un sospetto continuo  del
    sospetto  altrui.  Ora,  mentre andava anch'essa rimpiattando qua e l
    alla meglio ci che non poteva portar con s,  e pensava  agli  scudi,
    che  teneva  cuciti  nel  busto,  si  ramment che,  insieme con essi,
    l'innominato,  le aveva mandate le pi larghe offerte di  servizi;  si
    ramment  le  cose  che  aveva sentito raccontare di quel suo castello
    posto in un luogo cos sicuro,  e dove,  a dispetto del  padrone,  non
    potevano  arrivar  se  non  gli  uccelli;  e  si risolvette d'andare a
    chiedere un asilo lass.  Pens come potrebbe farsi conoscere da  quel
    signore,  e le venne subito in mente don Abbondio; il quale, dopo quel
    colloquio cos fatto con l'arcivescovo, le aveva sempre fatto festa, e
    tanto pi di cuore, che lo poteva senza compromettersi con nessuno,  e
    che,  essendo  lontani i due giovani,  era anche lontano il caso che a
    lui venisse  fatta  una  richiesta,  la  quale  avrebbe  messa  quella
    benevolenza a un gran cimento.  Suppose che,  in un tal parapiglia, il
    pover'uomo doveva esser ancor pi impicciato e sbigottito  di  lei,  e
    che il partito potrebbe parer molto buono anche a lui; e glielo veniva
    a proporre. Trovatolo con Perpetua, fece la proposta a tutt'e due.
    "Che ne dite, Perpetua?" domand don Abbondio.
    "Dico che  un'ispirazione del cielo,  e che non bisogna perder tempo,
    e mettersi la strada tra le gambe."
    "E poi..."
    "E poi,  e poi,  quando saremo l,  ci troveremo  ben  contenti.  Quel
    signore, ora si sa che non vorrebbe altro che far servizi al prossimo;
    e sar ben contento anche lui di ricoverarci.  L sul confine,  e cos
    per aria, soldati non ne verr certamente.  E poi e poi,  ci troveremo
    anche da mangiare;  ch,  su per i monti, finita questa poca grazia di
    Dio," e cos dicendo,  l'accomodava nella gerla,  sopra la biancheria,
    "ci saremmo trovati a mal partito."
    "Convertito,  convertito davvero, eh?"
    "Che c' da dubitarne ancora, dopo tutto quello che si sa, dopo quello
    che anche lei ha veduto?"
    "E se andassimo a metterci in gabbia?"
    "Che gabbia?  Con tutti codesti suoi casi,  mi scusi,  non si verrebbe
    mai a una conclusione.  Brava  Agnese!  v'  proprio  venuto  un  buon
    pensiero."  E  messa la gerla sur un tavolino,  pass le braccia nelle
    cigne, e la prese sulle spalle.
    "Non si potrebbe,"  disse  don  Abbondio,  "trovar  qualche  uomo  che
    venisse con noi, per la scorta al suo curato? Se incontrassimo qualche
    birbone,  che pur troppo ce n' in giro parecchi,  che aiuto m'avete a
    dar voi altre?"
    "Un'altra, per perder tempo!" esclam Perpetua.  "Andarlo a cercar ora
    l'uomo, che ognuno ha da pensare a' fatti suoi. Animo! vada a prendere
    il breviario e il cappello; e andiamo."
    Don Abbondio and,  torn,  di l a un momento, col breviario sotto il
    braccio,  col cappello in capo e col suo bordone in mano;  e  uscirono
    tutt'e  tre  per  un  usciolino che metteva sulla piazzetta.  Perpetua
    richiuse,  pi per non trascurare una  formalit,  che  per  fede  che
    avesse in quella toppa e in que' battenti,  e mise la chiave in tasca.
    Don Abbondio diede, nel passare, un'occhiata alla chiesa,  e disse tra
    i denti: "al popolo tocca a custodirla,  che serve a lui.  Se hanno un
    po' di cuore per la loro chiesa,  ci  penseranno;  se  poi  non  hanno
    cuore, tal sia di loro."
    Presero  per  i campi,  zitti zitti,  pensando ognuno a' casi suoi,  e
    guardandosi intorno,  specialmente don Abbondio,  se apparisse qualche
    figura sospetta,  qualcosa di straordinario. Non s'incontrava nessuno;
    la gente era, o nelle case a guardarle, a far fagotto, a nascondere, o
    per le strade che conducevan direttamente all'alture.
    Dopo aver sospirato e risospirato,  e  poi  lasciato  scappar  qualche
    interiezione, don Abbondio cominci a brontolare pi di seguito. Se la
    prendeva  col  duca  di Nevers,  che avrebbe potuto stare in Francia a
    godersela,  a fare il principe,  e voleva  esser  duca  di  Mantova  a
    dispetto del mondo; con l'imperatore, che avrebbe dovuto aver giudizio
    per gli altri,  lasciar correr l'acqua all'ingi, non istar su tutti i
    puntigli: ch finalmente lui sarebbe sempre stato l'imperatore,  fosse
    duca  di  Mantova  Tizio  o  Sempronio.   L'aveva  principalmente  col
    governatore, a cui sarebbe toccato a far di tutto, per tener lontani i
    flagelli dal paese, ed era lui che ce gli attirava: tutto per il gusto
    di far la  guerra.  "Bisognerebbe,"  diceva,  "che  fossero  qui  que'
    signori  a  vedere,  a provare,  che gusto .  Hanno da rendere un bel
    conto! Ma intanto, ne va di mezzo chi non ci ha colpa."
    "Lasci un po' star codesta gente;  che  gi  non  son  quelli  che  ci
    verranno  a  aiutare," diceva Perpetua.  "Codeste,  mi scusi,  sono di
    quelle sue solite chiacchiere che non concludon nulla.  Piuttosto quel
    che mi d noia..."
    "Cosa c'?"
    Perpetua,  la quale, in quel pezzo di strada, aveva pensato con comodo
    al  nascondimento  fatto  in  furia,   cominci  a  lamentarsi  d'aver
    dimenticata la tal cosa,  d'aver mal riposta la tal altra;  qui d'aver
    lasciata una traccia che poteva guidare i ladroni, l...
    "Brava!" disse don Abbondio, ormai sicuro della vita, quanto basta per
    poter angustiarsi della roba: "brava!  cos avete fatto?  Dove avevate
    la testa?"
    "Come!"  esclam  Perpetua,  fermandosi  un  momento  su due piedi,  e
    mettendo i pugni su' fianchi,  in quella maniera che la  gerla  glielo
    permetteva: "come!  verr ora a farmi codesti rimproveri quand'era lei
    che me la faceva andar via,  la testa,  in  vece  d'aiutarmi  e  farmi
    coraggio!  Ho pensato forse pi alla roba di casa che alla mia; non ho
    avuto chi mi desse una mano;  ho dovuto far da Marta e  Maddalena;  se
    qualcosa  ander  a male,  non so cosa mi dire: ho fatto anche pi del
    mio dovere."
    Agnese interrompeva questi contrasti, entrando anche lei a parlare de'
    suoi guai: e non si  rammaricava  tanto  dell'incomodo  e  del  danno,
    quanto  di  vedere  svanita  la speranza di riabbracciar presto la sua
    Lucia;  ch,  se vi rammentate,  era appunto quell'autunno  sul  quale
    avevan  fatto  assegnamento:  n  era  da  supporre che donna Prassede
    volesse venire a villeggiare da quelle  parti,  in  tali  circostanze:
    piuttosto  ne  sarebbe partita,  se ci si fosse trovata,  come facevan
    tutti gli altri villeggianti.
    La vista de' luoghi rendeva ancor pi vivi que'  pensieri  d'Agnese  e
    pi pungente il suo dispiacere.  Usciti da' sentieri,  avevan presa la
    strada pubblica,  quella medesima per cui la povera donna  era  venuta
    riconducendo,  per  cos  poco  tempo,  a  casa  la figlia,  dopo aver
    soggiornato con lei, in casa del sarto. E gi si vedeva il paese.
    "Anderemo bene a salutar quella brava gente," disse Agnese.
    "E anche a riposare un pochino: ch di questa  gerla  io  comincio  ad
    averne abbastanza; e poi per mangiare un boccone," disse Perpetua.
    "Con  patto  di  non  perder  tempo;  che  non  siamo  in  viaggio per
    divertimento," concluse don Abbondio.
    Furono  ricevuti  a  braccia  aperte,   e  veduti  con  gran  piacere:
    rammentavano una buona azione. Fate del bene a quanti pi potete, dice
    qui  il  nostro  autore: e vi seguir tanto pi spesso d'incontrar de'
    visi che vi mettano allegria.
    Agnese,  nell'abbracciar la buona donna,  diede in un dirotto  pianto,
    che le fu d'un gran sollievo; e rispondeva con singhiozzi alle domande
    che quella e il marito le facevan di Lucia.
    "Sta  meglio  di  noi,"  disse  don  Abbondio:  " a Milano,  fuor de'
    pericoli, lontana da queste diavolerie."
    "Scappano, eh! il signor curato e la compagnia," disse il sarto.
    "Sicuro," risposero a una voce il padrone e la serva.
    "Li compatisco."
    "Siamo incamminati," disse don Abbondio; "al castello di ***."
    "L'hanno pensata bene: sicuri come in chiesa."
    "E qui, non hanno paura?" disse don Abbondio.
    "Dir,  signor curato: propriamente in "ospitazione",  come lei sa che
    si dice,  a parlar bene, qui non dovrebbero venire coloro: siam troppo
    fuori della loro strada,  grazie al cielo.  Al  pi  al  pi,  qualche
    scappata,  che  Dio  non voglia: ma in ogni caso c' tempo;  s'hanno a
    sentir  prima  altre  notizie  da'  poveri  paesi  dove  anderanno   a
    fermarsi."
    Si concluse di star l un poco a prender fiato,  e,  siccome era l'ora
    del desinare, "signori," disse il sarto: "devono onorare la mia povera
    tavola: alla buona ci sar un piatto di buon viso."
    Perpetua disse d'aver con s qualcosa da rompere il digiuno.  Dopo  un
    po'  di  cerimonie  da  una  parte  e  dall'altra,  si  venne  a patti
    d'accozzar, come si dice, il pentolino, e di desinare in compagnia...
    I ragazzi s'eran messi con gran festa intorno  ad  Agnese  loro  amica
    vecchia.  Presto,  presto;  il  sarto ordin a una bambina (quella che
    aveva portato quel boccone a Maria vedova: chi sa se ve ne  rammentate
    pi!),  che  andasse a diricciar quattro castagne primaticce,  ch'eran
    riposte in un cantuccio: e le mettesse a arrostire.
    "E tu," disse a un ragazzo, "va nell'orto, a dare una scossa al pesco,
    da farne cader quattro, e portale qui: tutte,  ve'.  E tu," disse a un
    altro,  "va  sul  fico,  a  coglierne  quattro de' pi maturi.  Gi lo
    conoscete anche troppo quel mestiere." Lui and  a  spillare  una  sua
    botticina,  la  donna  a  prendere  un  po'  di  biancheria da tavola.
    Perpetua cav fuori le provvisioni;  s'apparecchi: un tovagliolo e un
    piatto di maiolica al posto d'onore,  per don Abbondio, con una posata
    che Perpetua aveva nella gerla. Si misero a tavola,  e desinarono,  se
    non  con  grand'allegria,   almeno  con  molta  pi  che  nessuno  de'
    commensali si fosse aspettato d'averne in quella giornata.
    "Cosa ne dice, signor curato, d'uno scombussolamento di questa sorte?"
    disse il sarto: "mi par di leggere la storia de' mori in Francia."
    "Cosa devo dire? Mi doveva cascare addosso anche questa!"
    "Per, hanno scelto un buon ricovero," riprese quello: "chi diavolo ha
    a andar lass per forza?  E troveranno compagnia: ch gi s'  sentito
    che ci sia rifugiata molta gente, e che ce n'arrivi tuttora."
    "Voglio  sperare,"  disse  don Abbondio,  "che saremo ben accolti.  Lo
    conosco quel bravo signore;  e quando ho avuto un'altra volta  l'onore
    di trovarmi con lui, fu cos compito!"
    "E  a  me,"  disse  Agnese,  "m'ha  fatto  dire  dal  signor monsignor
    illustrissimo,  che,  quando avessi bisogno di qualcosa,  bastava  che
    andassi da lui."
    "Gran  bella  conversione!"  riprese don Abbondio;  "e si mantiene n'
    vero? si mantiene."
    Il  sarto  si  mise  a  parlare  alla   distesa   della   santa   vita
    dell'innominato,  e come,  dall'essere il flagello de' contorni, n'era
    divenuto l'esempio e il benefattore.
    "E quella gente  che  teneva  con  s?...  tutta  quella  servit?..."
    riprese  don  Abbondio,  il quale n'aveva pi di una volta sentito dir
    qualcosa, ma non era mai quieto abbastanza.
    "Sfrattati la pi parte," rispose il sarto: "e quelli che son rimasti,
    han mutato sistema,  ma come!  In somma  diventato quel castello  una
    Tebaide: lei le sa queste cose."
    Entr   poi   a   parlar   con  Agnese  della  visita  del  cardinale.
    "Grand'uomo!" diceva; "grand'uomo! Peccato che sia passato di qui cos
    in furia,  che non ho n anche potuto fargli un  po'  d'onore.  Quanto
    sarei  contento  di  potergli  parlare un'altra volta,  un po' pi con
    comodo!"
    Alzati poi da tavola,  fece osservare  una  stampa  rappresentante  il
    cardinale,   che  teneva  attaccata  a  un  battente  dell'uscio,   in
    venerazione del  personaggio,  e  anche  per  poter  dire  a  chiunque
    capitasse,  che non era somigliante; giacch lui aveva potuto esaminar
    da vicino e con comodo il cardinale in  persona,  in  quella  medesima
    stanza.
    "L'hanno  voluto  far  lui,  con questa cosa qui?" disse Agnese.  "Nel
    vestito gli somiglia; ma..."
    "N' vero che non somiglia?" disse il sarto: "lo dico sempre  anch'io:
    noi,  non c'ingannano,  eh? ma, se non altro, c' sotto il suo nome: 
    una memoria."
    Don Abbondio faceva fretta;  il sarto s'impegn di trovare un baroccio
    che li conducesse appi della salita;  n'and subito in cerca,  e poco
    dopo,  torn a dire che arrivava.  Si volt poi a don Abbondio,  e gli
    disse:  "signor  curato,  se  mai  desiderasse di portar lass qualche
    libro, per passare il tempo, da pover'uomo posso servirla: che anch'io
    mi diverto un po' a leggere. Cose non da par suo, libri in volgare; ma
    per..."
    "Grazie,  grazie," rispose don Abbondio: "son circostanze,  che si  ha
    appena testa d'occuparsi di quel che  di precetto."
    Mentre si fanno e si ricusano ringraziamenti,  e si barattano saluti e
    buoni auguri,  inviti e promesse d'un'altra  fermata  al  ritorno,  il
    baroccio   arrivato davanti all'uscio di strada.  Ci metton le gerle,
    salgon su,  e principiano,  con un po' pi d'agio  e  di  tranquillit
    d'animo, la seconda met del viaggio.
    Il sarto aveva detto la verit a don Abbondio, intorno all'innominato.
    Questo,  dal  giorno che l'abbiam lasciato,  aveva sempre continuato a
    far ci che allora s'era  proposto,  compensar  danni,  chieder  pace,
    soccorrer poveri,  sempre del bene in somma, secondo l'occasione. Quel
    coraggio  che  altre  volte  aveva  mostrato  nell'offendere   e   nel
    difendersi,  ora  lo  mostrava  nel non fare n l'una cosa n l'altra.
    Andava sempre solo e  senz'armi,  disposto  a  tutto  quello  che  gli
    potesse accadere dopo tante violenze commesse,  e persuaso che sarebbe
    commetterne una nuova l'usar la forza in difesa di chi era debitore di
    tanto e a tanti; persuaso che ogni male che gli venisse fatto, sarebbe
    un'ingiuria riguardo a Dio, ma riguardo a lui una giusta retribuzione;
    e che dell'ingiuria,  lui meno d'ogni altro,  aveva diritto  di  farsi
    punitore.  Con  tutto  ci,  era  rimasto non meno inviolato di quando
    teneva armate,  per la sua sicurezza,  tante  braccia  e  il  suo.  La
    rimembranza  dell'antica  ferocia,   e  la  vista  della  mansuetudine
    presente,  una,  che doveva aver lasciati tanti desidri di  vendetta,
    l'altra,   che  la  rendeva  tanto  agevole,  cospiravano  in  vece  a
    procacciargli  e  a  mantenergli  un'ammirazione,   che  gli   serviva
    principalmente  di  salvaguardia.  Era  quell'uomo  che  nessuno aveva
    potuto umiliare, e che s'era umiliato da s. I rancori, irritati altre
    volte dal suo disprezzo e dalla paura degli altri,  si dileguavano ora
    davanti  a  quella  nuova umilt: gli offesi avevano ottenuta,  contro
    ogni  aspettativa,  e  senza  pericolo,   una  soddisfazione  che  non
    avrebbero   potuta  promettersi  dalla  pi  fortunata  vendetta,   la
    soddisfazione di  vedere  un  tal  uomo  pentito  de'  suoi  torti,  e
    partecipe,  per  dir  cos,  della  loro indegnazione.  Molti,  il cui
    dispiacere pi amaro e pi intenso era stato  per  molt'anni,  di  non
    veder  probabilit di trovarsi in nessun caso pi forti di colui,  per
    ricattarsi di qualche gran torto; incontrandolo poi solo, disarmato, e
    in atto di chi  non  farebbe  resistenza,  non  s'eran  sentiti  altro
    impulso  che  di  fargli dimostrazioni d'onore.  In quell'abbassamento
    volontario,  la sua presenza e il  suo  contegno  avevano  acquistato,
    senza  che lui lo sapesse,  un non so che di pi alto e di pi nobile;
    perch ci si vedeva,  ancor meglio  di  prima,  la  noncuranza  d'ogni
    pericolo.  Gli  odi,  anche i pi rozzi e rabbiosi,  si sentivano come
    legati e tenuti in rispetto  dalla  venerazione  pubblica  per  l'uomo
    penitente  e  benefico.  Questa  era  tale,  che  spesso quell'uomo si
    trovava impicciato a schermirsi dalle dimostrazioni che gliene venivan
    fatte, e doveva star attento a non lasciar troppo trasparire nel volto
    e negli atti il sentimento interno di compunzione,  a  non  abbassarsi
    troppo,  per  non  esser  troppo  esaltato.  S'era scelto nella chiesa
    l'ultimo luogo: e non c'era pericolo  che  nessuno  glielo  prendesse:
    sarebbe stato come usurpare un posto d'onore. Offender poi quell'uomo,
    o  anche  trattarlo  con  poco  riguardo,   poteva  parere  non  tanto
    un'insolenza e una vilt,  quanto un sacrilegio: e quelli stessi a cui
    questo   sentimento   degli   altri  poteva  servir  di  ritegno,   ne
    partecipavano anche loro, pi o meno.
    Queste medesime  ed  altre  cagioni,  allontanavano  pure  da  lui  le
    vendette  della  forza  pubblica,  e gli procuravano,  anche da questa
    parte,  la sicurezza della quale non si dava pensiero.  Il grado e  le
    parentele,  che in ogni tempo gli erano state di qualche difesa, tanto
    pi valevano per lui,  ora che a quel  nome  gi  illustre  e  infame,
    andava  aggiunta  la  lode  d'una condotta esemplare,  la gloria della
    conversione.  I magistrati e i grandi  s'eran  rallegrati  di  questa,
    pubblicamente  come  il  popolo;  e  sarebbe  parso strano l'infierire
    contro chi era stato soggetto di tante congratulazioni.  Oltre di ci,
    un potere occupato in una guerra perpetua,  e spesso infelice,  contro
    ribellioni vive e  rinascenti,  poteva  trovarsi  abbastanza  contento
    d'esser  liberato  dalla  pi  indomabile e molesta,  per non andare a
    cercar altro: tanto pi,  che quella conversione produceva riparazioni
    che non era avvezzo ad ottenere, e nemmeno a richiedere. Tormentare un
    santo,  non  pareva un buon mezzo di cancellar la vergogna di non aver
    saputo fare stare a dovere un facinoroso: e  l'esempio  che  si  fosse
    dato  col  punirlo,  non  avrebbe  potuto  aver altro effetto,  che di
    stornare i suoi simili dal divenire inoffensivi.  Probabilmente  anche
    la parte che il cardinal Federigo aveva avuta nella conversione,  e il
    suo nome associato a quello del convertito  servivano  a  questo  come
    d'uno  scudo  sacro.  E  in  quello stato di cose e d'idee,  in quelle
    singolari relazioni  dell'autorit  spirituale  e  del  poter  civile,
    ch'eran   cos  spesso  alle  prese  tra  loro,   senza  mirar  mai  a
    distruggersi,   anzi  mischiando  sempre   alle   ostilit   atti   di
    riconoscimento e proteste di deferenza, e che, spesso pure, andavan di
    conserva a un fine comune,  senza far mai pace,  pot parere, in certa
    maniera,   che  la  riconciliazione  della  prima  portasse   con   s
    l'oblivione,  se  non  l'assoluzione del secondo,  quando quella s'era
    sola adoprata a produrre un effetto voluto da tutt'e due.
    Cos quell'uomo sul quale,  se fosse caduto,  sarebbero corsi  a  gara
    grandi  e  piccoli  a  calpestarlo;  messosi  volontariamente a terra,
    veniva risparmiato da tutti, e inchinato da molti.
    E' vero ch'eran anche molti a cui quella strepitosa mutazione  dovette
    far  tutt'altro  che  piacere: tanti esecutori stipendiati di delitti,
    tanti compagni nel delitto,  che perdevano una cos gran  forza  sulla
    quale  erano avvezzi a fare assegnamento,  che anche si trovavano a un
    tratto rotti i fili di trame ordite da un pezzo, nel momento forse che
    aspettavano la nuova  dell'esecuzione.  Ma  gi  abbiam  veduto  quali
    diversi  sentimenti  quella  conversione facesse nascere negli sgherri
    che si trovavano allora con lui,  e che la sentirono annunziare  dalla
    sua  bocca: stupore,  dolore,  abbattimento,  stizza;  un po' di tutto
    fuorch disprezzo n odio.  Lo stesso accadde agli  altri  che  teneva
    sparsi  in  diversi  posti,  lo stesso a' complici di pi alto affare,
    quando riseppero  la  terribile  nuova,  e  a  tutti  per  le  cagioni
    medesime.  Molt'odio,  come  trovo  nel  luogo,  altrove  citato,  del
    Ripamonti, ne venne piuttosto al cardinal Federigo. Riguardavan questo
    come  uno  che  s'era  mischiato  ne'  loro  affari,   per  guastarli;
    l'innominato  aveva voluto salvar l'anima sua: nessuno aveva ragion di
    lagnarsene.
    Di mano in mano poi,  la pi parte degli sgherri di casa,  non potendo
    accomodarsi alla nuova disciplina, n vedendo probabilit che s'avesse
    a  mutare,  se  n'erano  andati.  Chi  avr  cercato altro padrone,  e
    fors'anche tra gli antichi amici di quello che lasciava;  chi si  sar
    arrolato  in  qualche  terzo,  come  allora  dicevano,  di Spagna o di
    Mantova, o di qualche altra parte belligerante; chi si sar messo alla
    strada, per far la guerra a minuto, e per conto suo; chi si sar anche
    contentato d'andar birboneggiando in  libert.  E  il  simile  avranno
    fatto quegli altri che stavano prima a' suoi ordini, in diversi paesi.
    Di  quelli  poi che s'eran potuti avvezzare al nuovo tenor di vita,  o
    che lo avevano abbracciato volentieri, i pi, nativi della valle, eran
    tornati ai campi,  o ai mestieri  imparati  nella  prima  et,  e  poi
    abbandonati;  i  forestieri eran rimasti nel castello,  come servitori
    gli uni e gli altri,  quasi ribenedetti nello stesso tempo che il loro
    padrone,  se la passavano, al par di lui, senza fare n ricever torti,
    inermi e rispettati.
    Ma quando,  al calar delle bande alemanne,  alcuni fuggiaschi di paesi
    invasi  o  minacciati  capitarono  su  al castello a chieder ricovero,
    l'innominato,  tutto contento che quelle sue mura fossero cercate come
    asilo  da'  deboli,  che per tanto tempo le avevan guardate da lontano
    come un enorme spauracchio,  accolse quegli sbandati,  con espressioni
    piuttosto di riconoscenza che di cortesia;  fece sparger la voce,  che
    la sua casa sarebbe aperta a chiunque ci si volesse rifugiare, e pens
    subito a mettere,  non solo questa,  ma anche la valle,  in istato  di
    difesa,  se  mai  lanzichenecchi  o  cappelletti volessero provarsi di
    venirci a far delle loro.  Radun i servitori che  gli  eran  rimasti,
    pochi  e valenti,  come i versi di Torti;  fece loro una parlata sulla
    buona occasione che Dio dava a loro e a lui,  d'impiegnarsi una  volta
    in aiuto del prossimo,  che avevan tanto oppresso e spaventato; e, con
    quel   tono   naturale   di   comando,    ch'esprimeva   la   certezza
    dell'ubbidienza,  annunzi  loro  in  generale  ci  che intendeva che
    facessero, e soprattutto prescrisse come dovessero contenersi,  perch
    la gente che veniva a ricoverarsi lass, non vedesse in loro che amici
    e  difensori.  Fece  poi  portar  gi  da una stanza a tetto l'armi da
    fuoco, da taglio,  in asta,  che da un pezzo stavan l ammucchiate,  e
    gliele  distribu;  fece  dire  a'  suoi  contadini e affittuari della
    valle,  che chiunque si sentiva,  venisse con armi al castello;  a chi
    non n'aveva,  ne diede;  scelse alcuni,  che fossero come ufiziali,  e
    avessero altri sotto il loro comando;  assegn i posti all'entrature e
    in  altri luoghi della valle,  sulla salita,  alle porte del castello;
    stabil l'ore e i modi di dar la muta,  come in un campo,  o come  gi
    s'era  costumato  in quel castello medesimo,  ne' tempi della sua vita
    disperata.
    In un canto di quella stanza a tetto,  c'erano in disparte l'armi  che
    lui solo aveva portate;  quella sua famosa carabina, moschetti, spade,
    spadoni, pistole,  coltellacci,  pugnali,  per terra,  o appoggiati al
    muro.  Nessuno de' servitori le tocc; ma concertarono di domandare al
    padrone quali voleva che gli fossero portate.  "Nessuna," rispose:  e,
    fosse  voto,  fosse proposito,  rest sempre disarmato,  alla testa di
    quella specie di guarnigione.
    Nello stesso tempo,  aveva  messo  in  moto  altr'uomini  e  donne  di
    servizio, o suoi dipendenti, a preparar nel castello alloggio a quante
    pi  persone  fosse  possibile,  a rizzar letti,  a disporre sacconi e
    strapunti nelle stanze, nelle sale, che diventavan dormitori.  E aveva
    dato  ordine  di  far venire provvisioni abbondanti,  per ispesare gli
    ospiti che Dio gli manderebbe,  e i quali infatti andavan crescendo di
    giorno in giorno. Lui intanto non istava mai fermo; dentro e fuori del
    castello, su e gi per la salita, in giro per la valle, a stabilire, a
    rinforzare,  a visitare i posti, a vedere, a farsi vedere, a mettere e
    a tenere in regola, con le parole, con gli occhi, con la presenza.  In
    casa,  per  la strada,  faceva accoglienza a quelli che arrivavano;  e
    tutti, o lo avessero gi visto, o lo vedessero per la prima volta,  lo
    guardavano estatici, dimenticando un momento i guai e i timori che gli
    avevano  spinti  lass;  e  si  voltavano ancora a guardarlo,  quando,
    staccatosi da loro, seguitava la sua strada.




    CAPITOLO 30.

    Prosegue il cammino verso il castello.  -  Timori di don Abbondio.   -
    Il cordiale ricevimento dell'innominato.  -  La residenza nel castello
    finch  dura  il  passaggio  delle  truppe.   -  Ritorno in paese.   -
    Un'altra sosta in casa del  sarto.    -    Le  distruzioni  fatte  dai
    lanzichenecchi.  -  Il curato e Perpetua giungono a casa, dove tutto 
    rovinato e sudicio.  -  Il "morto" scomparso.

    Quantunque il concorso maggiore non fosse dalla parte per cui i nostri
    tre  fuggitivi s'avvicinavano alla valle,  ma all'imboccatura opposta,
    con tutto  ci,  cominciarono  a  trovar  compagni  di  viaggio  e  di
    sventura, che da traverse e viottole erano sboccati o sboccavano nella
    strada.  In circostanze simili,  tutti quelli che s'incontrano,  come
    se si conoscessero. Ogni volta che il baroccio aveva raggiunto qualche
    pedone,  si barattavan domande e risposte.  Chi era scappato,  come  i
    nostri,  senza  aspettar  l'arrivo  de'  soldati;  chi aveva sentiti i
    tamburi o le trombe;  chi gli aveva visti coloro,  e li dipingeva come
    gli spaventati soglion dipingere.
    "Siamo ancora fortunati," dicevan le due donne: "ringraziamo il cielo.
    Vada la roba; ma almeno siamo in salvo."
    Ma  don  Abbondio non trovava che ci fosse tanto da rallegrarsi;  anzi
    quel concorso, e pi ancora il maggiore che sentiva esserci dall'altra
    parte,  cominciava a dargli ombra.  "Oh che storia!"  borbottava  alle
    donne,  in un momento che non c'era nessuno d'intorno: "oh che storia!
    Non capite,  che radunarsi tanta gente in un luogo    lo  stesso  che
    volerci  tirare  i soldati per forza?  Tutti nascondono,  tutti portan
    via; nelle case non resta nulla; crederanno che lass ci siano tesori.
    Ci vengono sicuro: sicuro ci vengono.  Oh  povero  me!  dove  mi  sono
    imbarcato!"
    "Oh!  voglion far altro che venir lass," diceva Perpetua: "anche loro
    devono andar per la loro strada. E poi, io ho sempre sentito dire che,
    ne' pericoli,  meglio essere in molti."
    "In molti?  in molti?" replicava  don  Abbondio:  "povera  donna!  Non
    sapete  che ogni lanzichenecco ne mangia cento di costoro?  E poi,  se
    volessero far delle pazzie, sarebbe un bel gusto,  eh?  di trovarsi in
    una battaglia.  Oh povero me!  Era meno male andar su per i monti. Che
    abbian tutti a voler cacciarsi in un luogo!...  Seccatori!" borbottava
    poi,  a voce pi bassa: "tutti qui: e via,  e via,  e via l'uno dietro
    l'altro, come pecore senza ragione."
    "A questo modo," disse Agnese, "anche loro potrebbero dir lo stesso di
    noi."
    "Chetatevi un po'," disse don Abbondio: "che gi  le  chiacchiere  non
    servono  a nulla.  Quel ch' fatto  fatto: ci siamo,  bisogna starci.
    Sar quel che vorr la Provvidenza: il cielo ce la mandi buona."
    Ma fu ben peggio quando,  all'entrata della valle,  vide un buon posto
    d'armati,  parte sull'uscio d'una casa,  e parte nelle stanze terrene:
    pareva una caserma. Li guard con la coda dell'occhio: non eran quelle
    facce che gli era toccato a vedere nell'altra dolorosa sua gita,  o se
    ce n'era di quelle,  erano ben cambiate,  ma con tutto ci, non si pu
    dire che noia gli desse quella vista.   -  Oh povero me!   -  pensava:
    -  ecco se le fanno le pazzie. Gi non poteva essere altrimenti: me lo
    sarei  dovuto  aspettare  da  un uomo di quella qualit.  Ma cosa vuol
    fare?  vuol far la guerra?  vuol fare il re,  lui?  Oh povero  me!  In
    circostanze  che  si vorrebbe potersi nasconder sotto terra,  e costui
    cerca ogni maniera di farsi scorgere,  di dar nell'occhio;  par che li
    voglia invitare!  -
    "Vede  ora,  signor padrone," gli disse Perpetua,  "se c' della brava
    gente qui, che ci sapr difendere. Vengano ora i soldati: qui non sono
    come que' nostri spauriti, che non son buoni che a menar le gambe."
    "Zitta!" rispose,  con voce bassa ma iraconda,  don Abbondio:  "zitta!
    che non sapete quel che vi dite.  Pregate il cielo che abbian fretta i
    soldati, o che non vengano a sapere le cose che si fanno qui, e che si
    mette all'ordine questo luogo come una  fortezza.  Non  sapete  che  i
    soldati   il loro mestiere di prender le fortezze?  Non cercan altro;
    per loro, dare un assalto  come andare a nozze; perch tutto quel che
    trovano  per loro,  e passano la gente a fil di spada.  Oh povero me!
    Basta,  vedr  se  ci  sar maniera di mettersi in salvo su per queste
    balze. In una battaglia non mi ci colgono: oh! in una battaglia non mi
    ci colgono"
    "Se ha poi paura  anche  d'esser  difeso  e  aiutato..."  ricominciava
    Perpetua: ma don Abbondio l'interruppe aspramente,  sempre per a voce
    bassa: "zitta!  E  badate  bene  di  non  riportare  questi  discorsi.
    Ricordatevi che qui bisogna far sempre viso ridente, e approvare tutto
    quello che si vede."
    Alla  Malanotte,  trovarono un altro picchetto d'armati,  ai quali don
    Abbondio fece una scappellata,  dicendo intanto tra s:    -    ohim,
    ohim:  son proprio venuto in un accampamento!   -  Qui il baroccio si
    ferm;  ne scesero;  don  Abbondio  pag  in  fretta,  e  licenzi  il
    condottiere;  e  s'incammin con le due compagne per la salita,  senza
    far parola.  La vista di que' luoghi  gli  andava  risvegliando  nella
    fantasia,  e mescolando all'angosce presenti, la rimembranza di quelle
    che vi aveva sofferte l'altra volta. E Agnese,  la quale non gli aveva
    mai  visti  que'  luoghi,  e  se  n'era  fatta  in  mente  una pittura
    fantastica che le si rappresentava ogni volta che pensava  al  viaggio
    spaventoso di Lucia, vedendoli ora quali eran davvero, provava come un
    nuovo  e  pi  vivo  sentimento di quelle crudeli memorie.  "Oh signor
    curato!" esclam: "a pensare che la mia povera  Lucia    passata  per
    questa strada!"
    "Volete  stare  zitta?  donna senza giudizio!" le grid in un orecchio
    don Abbondio: "son discorsi codesti da farsi qui? Non sapete che siamo
    in casa sua? Fortuna che ora nessun vi sente;  ma se parlate in questa
    maniera..."
    "Oh!" disse Agnese: "ora che  santo...!"
    "State  zitta,"  le replic don Abbondio: "credete voi che ai santi si
    possa dire, senza riguardo, tutto ci che passa per la mente?  Pensate
    piuttosto a ringraziarlo del bene che v'ha fatto."
    "Oh!  per questo, ci avevo gi pensato: che crede che non le sappia un
    pochino le creanze?"
    "La creanza  di non dir le cose che posson dispiacere, specialmente a
    chi non  avvezzo a sentirne.  E intendetela bene tutt'e due,  che qui
    non    luogo  da  far pettegolezzi,  e da dir tutto quello che vi pu
    venire in testa. E' casa d'un gran signore,  gi lo sapete: vedete che
    compagnia  c'  d'intorno:  ci  vien gente di tutte le sorte;  sicch,
    giudizio,  se potete: pesar le parole,  e soprattutto dirne  poche,  e
    solo quando c' necessit: ch a stare zitti non si sbaglia mai."
    "Fa peggio lei con tutte codeste cose..." riprendeva Perpetua.
    Ma:  "zitta!"  grid  sottovoce  don  Abbondio,  e  insieme si lev il
    cappello in fretta, e fece un profondo inchino: ch,  guardando in su,
    aveva  visto  l'innominato  scender verso di loro.  Anche questo aveva
    visto e riconosciuto don Abbondio;  e affrettava il passo per andargli
    incontro.
    "Signor curato," disse,  quando gli fu vicino,  "avrei voluto offrirle
    la mia casa in miglior occasione; ma, a ogni modo, son ben contento di
    poterle esser utile in qualche cosa."
    "Confidato nella gran bont di vossignoria illustrissima," rispose don
    Abbondio,  "mi  son  preso  l'ardire  di  venire,   in  queste  triste
    circostanze, a incomodarla: e, come vede vossignoria illustrissima, mi
    son  preso  anche  la  libert  di  menar  compagnia.  Questa  la mia
    governante..."
    "Benvenuta," disse l'innominato.
    "E questa," continu don Abbondio,  " una donna a cui vossignoria  ha
    gi fatto del bene: la madre di quella... di quella..."
    "Di Lucia," disse Agnese.
    "Di Lucia!" esclam l'innominato,  voltandosi,  con la testa bassa, ad
    Agnese. "Del bene, io! Dio immortale! Voi,  mi fate del bene,  a venir
    qui...  da me... in questa casa. Siate la benvenuta. Voi ci portate la
    benedizione."
    "Oh giusto!" disse Agnese:  "vengo  a  incomodarla.  Anzi,"  continu,
    avvicinandosegli all'orecchio, "ho anche a ringraziarla..."
    L'innominato tronc quelle parole,  domandando premurosamente le nuove
    di Lucia; e sapute che l'ebbe, si volt per accompagnare al castello i
    nuovi ospiti,  come fece,  malgrado la  loro  resistenza  cerimoniosa.
    Agnese  diede  al  curato un'occhiata che voleva dire: veda un poco se
    c' bisogno che lei entri in mezzo tra noi due a dar pareri.
    "Sono arrivati alla sua parrocchia?" gli domand l'innominato.
    "No,  signore,  che non gli ho voluti aspettare que' diavoli," rispose
    don Abbondio. "Sa il cielo se avrei potuto uscir vivo dalle loro mani,
    e venire a incomodare vossignoria illustrissima."
    "Bene,  si  faccia  coraggio,"  riprese  l'innominato:  "ch  ora  in
    sicuro. Quass non verranno; e se si volessero provare,  siam pronti a
    riceverli."
    "Speriamo che non vengano," disse don Abbondio.  "E sento," soggiunse,
    accennando col dito i monti  che  chiudevano  la  valle  di  rimpetto,
    "sento  che,  anche  da quella parte,  giri un'altra masnada di gente,
    ma... ma..."
    "E' vero," rispose l'innominato: "ma non dubiti, che siam pronti anche
    per loro."
    - Tra due fuochi,   -  diceva tra s don  Abbondio:  proprio  tra  due
    fuochi.  Dove mi son lasciato tirare! e da due pettegole! E costui par
    proprio che ci sguazzi dentro! Oh che gente c' a questo mondo!  -
    Entrati nel castello,  il signore fece condurre Agnese e  Perpetua  in
    una  stanza del quartiere assegnato alle donne,  che occupava tre lati
    del secondo cortile,  nella parte posteriore dell'edifizio situata sur
    un masso sporgente e isolato,  a cavaliere a un precipizio. Gli uomini
    alloggiavano ne' lati dell'altro cortile a destra e a sinistra,  e  in
    quello che rispondeva sulla spianata.  Il corpo di mezzo, che separava
    i due cortili,  e dava passaggio  dall'uno  all'altro,  per  un  vasto
    andito di rimpetto alla porta principale,  era in parte occupato dalle
    provvisioni,  e in parte doveva servir di deposito per la roba  che  i
    rifugiati  volessero  mettere  in  salvo  lass.  Nel  quartiere degli
    uomini,   c'erano  alcune  camere  destinate  agli  ecclesiastici  che
    potessero capitare. L'innominato v'accompagn in persona don Abbondio,
    che fu il primo a prenderne il possesso.
    Ventitr  o  ventiquattro  giorni  stettero  i  nostri  fuggitivi  nel
    castello, in mezzo a un movimento continuo,  in una gran compagnia,  e
    che,  ne' primi tempi,  and sempre crescendo;  ma senza che accadesse
    nulla di straordinario.  Non pass forse  giorno,  che  non  si  desse
    all'armi.  Vengon lanzichenecchi di qua;  si son veduti cappelletti di
    l.  A ogni avviso,  l'innominato mandava uomini a  esplorare;  e,  se
    faceva bisogno, prendeva con s della gente che teneva sempre pronta a
    ci,  e andava con essa fuor della valle, dalla parte dov'era indicato
    il pericolo. Ed era cosa singolare, vedere una schiera d'uomini armati
    da capo a piedi,  e schierati come una truppa,  condotti  da  un  uomo
    senz'armi.  Le  pi  volte  non  erano che foraggieri e saccheggiatori
    sbandati,  che se n'andavano prima d'esser  sorpresi.  Ma  una  volta,
    cacciando  alcuni  di  costoro,  per  insegnar loro a non venir pi da
    quelle parti, l'innominato ricevette avviso che un paesetto vicino era
    invaso e messo a  sacco.  Erano  lanzichenecchi  di  vari  corpi  che,
    rimasti  indietro  per rubare,  s'eran riuniti,  e andavano a gettarsi
    all'improvviso sulle terre vicine a quelle dove alloggiava l'esercito;
    spogliavano  gli  abitanti,  e  gliene  facevan  di  tutte  le  sorte.
    L'innominato  fece un breve discorso a' suoi uomini,  e li condusse al
    paesetto.
    Arrivarono inaspettati.  I ribaldi che avevan creduto di non andar che
    alla  preda,  vedendosi  venire  addosso  gente  schierata  e pronta a
    combattere,  lasciarono il saccheggio a  mezzo,  e  se  n'andarono  in
    fretta,  senz'aspettarsi  l'uno  con  l'altro,  dalla parte dond'erano
    venuti. L'innominato gl'insegu per un pezzo di strada; poi, fatto far
    alto,  stette qualche tempo aspettando,  se vedesse qualche novit;  e
    finalmente  se ne ritorn.  E ripassando nel paesetto salvato,  non si
    potrebbe dire con quali applausi e benedizioni fosse  accompagnato  il
    drappello liberatore e il condottiero.
    Nel  castello,  tra  quella moltitudine,  formata a caso,  di persone,
    varie di condizione,  di costumi,  di sesso e d'et,  non  nacque  mai
    alcun  disordine  d'importanza.  L'innominato  aveva  messe guardie in
    diversi luoghi,  le quali tutte invigilavano che non  seguisse  nessun
    inconveniente, con quella premura che ognuno metteva nelle cose di cui
    s'avesse a rendergli conto.
    Aveva  poi pregati gli ecclesiastici,  e gli uomini pi autorevoli che
    si trovavan tra i ricoverati,  d'andare in giro e  d'invigilare  anche
    loro. E pi spesso che poteva, girava anche lui, e si faceva veder per
    tutto;  ma,  anche in sua assenza, il ricordarsi di chi s'era in casa,
    serviva di freno a chi ne potesse aver  bisogno.  E,  del  resto,  era
    tutta  gente  scappata,  e quindi inclinata in generale alla quiete: i
    pensieri della casa e della roba,  per alcuni  anche  di  congiunti  o
    d'amici  rimasti  nel  pericolo,   le  nuove  che  venivan  di  fuori,
    abbattendo gli animi,  mantenevano e accrescevano  sempre  pi  quella
    disposizione.
    C'era  per  anche  de'  capi scarichi,  degli uomini d'una tempra pi
    salda e d'un coraggio pi verde,  che cercavano di passar que'  giorni
    in  allegria.  Avevano  abbandonate le loro case,  per non esser forti
    abbastanza da difenderle:  ma  non  trovavan  gusto  a  piangere  e  a
    sospirare  sur  una  cosa  che  non c'era rimedio,  n a figurarsi e a
    contemplar con la fantasia il guasto che  vedrebbero  pur  troppo  co'
    loro  occhi.  Famiglie  amiche  erano  andate  di  conserva,  o s'eran
    ritrovate lass, s'eran fatte amicizie nuove;  e la folla s'era divisa
    in  crocchi,  secondo  gli  umori  e  l'abitudini.  Chi aveva danari e
    discrezione,  andava a  desinare  gi  nella  valle,  dove  in  quella
    circostanza,  s'eran  rizzate in fretta osterie: in alcune,  i bocconi
    erano alternati co' sospiri,  e non era lecito parlar d'altro  che  di
    sciagure:  in altre,  non si rammentavan le sciagure,  se non per dire
    che non bisognava pensarci.  A chi non poteva o non  voleva  farsi  le
    spese, si distribuiva nel castello pane, minestra e vino: oltre alcune
    tavole ch'eran servite ogni giorno, per quelli che il padrone vi aveva
    espressamente invitati; i nostri eran di questo numero.
    Agnese  e  Perpetua,  per  non  mangiare il pane a ufo,  avevan voluto
    essere  impiegate  ne'  servizi  che  richiedeva   una   cos   grande
    ospitalit;  e in questo spendevano una buona parte della giornata; il
    resto nel chiacchierare con certe  amiche  che  s'eran  fatte,  o  col
    povero don Abbondio. Questo non aveva nulla da fare, ma non s'annoiava
    per;  la  paura gli teneva compagnia.  La paura proprio d'un assalto,
    credo che la gli fosse passata,  o se pur gliene rimaneva,  era quella
    che gli dava meno fastidio;  perch,  pensandoci appena appena, doveva
    capire quanto poco fosse fondata. Ma l'immagine del paese circonvicino
    inondato,  da una parte e dall'altra,  da soldatacci,  le armi  e  gli
    armati  che  vedeva  sempre in giro,  un castello,  quel castello,  il
    pensiero di tante cose  che  potevan  nascere  ogni  momento  in  tali
    circostanze,   tutto  gli  teneva  addosso  uno  spavento  indistinto,
    generale,  continuo;  lasciando stare il rodo che gli dava il pensare
    alla sua povera casa. In tutto il tempo che stette in quell'asilo, non
    se ne discost mai quanto un tiro di schioppo, n mai mise piede sulla
    discesa:  l'unica  sua  passeggiata  era  d'uscire  sulla spianata,  e
    d'andare,  quando da una parte e quando  dall'altra  del  castello,  a
    guardar  gi  per le balze e per i burroni,  per istudiare se ci fosse
    qualche passo un po' praticabile,  qualche po' di sentiero,  per  dove
    andar  cercando  un  nascondiglio in caso d'un serra serra.  A tutti i
    suoi compagni di rifugio faceva  gran  riverenze  o  gran  saluti,  ma
    bazzicava  con  pochissimi: la sua conversazione pi frequente era con
    le due donne, come abbiam detto; con loro andava a fare i suoi sfoghi,
    a rischio che talvolta gli fosse dato sulla voce da Perpetua, e che lo
    svergognasse anche Agnese.  A tavola poi,  dove stava poco  e  parlava
    pochissimo,  sentiva  le  nuove  del  terribile  passaggio,  le  quali
    arrivavano ogni giorno,  o di paese in paese e di bocca  in  bocca,  o
    portate lass da qualcheduno, che da principio aveva voluto restarsene
    a casa,  e scappava in ultimo,  senza aver potuto salvar nulla, e a un
    bisogno anche malconcio: e ogni giorno c'era qualche nuova  storia  di
    sciagura.    Alcuni,    novellisti   di   professione,    raccoglievan
    diligentemente tutte le voci,  abburattavan tutte le relazioni,  e  ne
    davan poi il fiore agli altri. Si disputava quali fossero i reggimenti
    pi  indiavolati,  se  fosse  peggio  la fanteria o la cavalleria;  si
    ripetevano,  il meglio che  si  poteva,  certi  nomi  di  condottieri;
    d'alcuni  si  raccontavan  l'imprese  passate,   si  specificavano  le
    stazioni e le marce: quel giorno,  il tale reggimento si spandeva  ne'
    tali  paesi,  domani anderebbe addosso ai tali altri,  dove intanto il
    tal altro faceva il diavolo e peggio.  Sopra tutto si  cercava  d'aver
    informazione, e si teneva il conto de' reggimenti che passavan di mano
    in  mano il ponte di Lecco,  perch quelli si potevano considerar come
    andati, e fuori veramente del paese. Passano i cavalli di Wallenstein,
    passano i fanti di Merode,  passano i cavalli  di  Anhalt,  passano  i
    fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di
    Ferrari;  passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo; passano
    i Croati, passa Torquato Conti, passano altri e altri;  quando piacque
    al cielo,  pass anche Galasso,  che fu l'ultimo.  Lo squadron volante
    de' veneziani fin d'allontanarsi anche  lui;  e  tutto  il  paese,  a
    destra e a sinistra,  si trov libero. Gi quelli delle terre invase e
    sgombrate le prime,  eran partiti  dal  castello;  e  ogni  giorno  ne
    partiva:  come,  dopo  un  temporale  d'autunno,  si  vede  dai palchi
    fronzuti d'un grand'albero uscire da ogni parte  gli  uccelli  che  ci
    s'erano  riparati.  Credo  che  i  nostri  tre  fossero  gli ultimi ad
    andarsene;  e ci per volere di don Abbondio,  il quale temeva,  se si
    tornasse  subito  a  casa,  di  trovare  ancora in giro lanzichenecchi
    rimasti indietro sbrancati, in coda all'esercito. Perpetua ebbe un bel
    dire che,  quanto pi s'indugiava,  tanto pi si dava agio ai  birboni
    del paese d'entrare in casa a portar via il resto;  quando si trattava
    d'assicurar la pelle, era sempre don Abbondio che la vinceva; meno che
    l'imminenza del pericolo non  gli  avesse  fatto  perdere  affatto  la
    testa.
    Il  giorno  fissato  per la partenza,  l'innominato fece trovar pronta
    alla Malanotte una carrozza,  nella quale aveva gi fatto  mettere  un
    corredo  di  biancheria  per Agnese.  E tiratala in disparte,  le fece
    anche accettare un gruppetto di scudi,  per  riparare  al  guasto  che
    troverebbe  in  casa;  quantunque,  battendo  la mano sul petto,  essa
    andasse ripetendo che ne aveva li ancora de' vecchi.
    "Quando vedrete quella vostra buona,  povera  Lucia..."  le  disse  in
    ultimo:  "gi  son  certo  che prega per me,  poich le ho fatto tanto
    male: ditele adunque ch'io la ringrazio, e confido in Dio,  che la sua
    preghiera torner anche in tanta benedizione per lei."
    Volle  poi accompagnar tutti e tre gli ospiti,  fino alla carrozza.  I
    ringraziamenti umili e sviscerati di don Abbondio e i  complimenti  di
    Perpetua,  se gl'immagini il lettore.  Partirono;  fecero,  secondo il
    fissato, una fermatina, ma senza neppur mettersi a sedere,  nella casa
    del  sarto,  dove  sentirono  raccontar  cento  cose del passaggio: la
    solita storia di ruberie, di percosse, di sperpero,  di sporchizie: ma
    l, per buona sorte, non s'eran visti lanzichenecchi.
    "Ah signor curato!" disse il sarto, dandogli di braccio a rimontare in
    carrozza:  "s'ha  da  far  de' libri in istampa,  sopra un fracasso di
    questa sorte."
    Dopo un'altra po' di strada, cominciarono i nostri viaggiatori a veder
    co' loro occhi  qualche  cosa  di  quello  che  avevan  tanto  sentito
    descrivere: vigne spogliate,  non come dalla vendemmia,  ma come dalla
    grandine e dalla bufera che fossero  venute  in  compagnia:  tralci  a
    terra,  sfrondati  e  scompigliati;  strappati  i pali,  calpestato il
    terreno,  e sparso di  schegge,  di  foglie,  di  sterpi;  schiantati,
    scapezzati gli alberi;  sforacchiate le siepi; i cancelli portati via.
    Ne' paesi poi, usci sfondati, impannate lacere, paglia, cenci, rottami
    d'ogni sorte,  a mucchi,  o seminati per le strade;  un'aria  pesante,
    zaffate  di  puzzo pi forte che uscivan dalle case;  la gente,  chi a
    buttar fuori porcherie,  chi a raccomodar le imposte alla meglio,  chi
    in crocchio a lamentarsi insieme; e, al passar della carrozza, mani di
    qua e di l tese agli sportelli, per chieder l'elemosina.
    Con queste immagini,  ora davanti agli occhi,  ora nella mente,  e con
    l'aspettativa di trovare altrettanto a casa  loro,  ci  arrivarono;  e
    trovarono infatti quello che s'aspettavano.
    Agnese  fece  posare  i  fagotti  in  un canto del cortiletto,  ch'era
    rimasto il luogo pi pulito della casa;  si mise poi  a  spazzarla,  a
    raccogliere  e  a rigovernare quella poca roba che le avevan lasciata;
    fece venire un legnaiolo e  un  fabbro,  per  riparare  i  guasti  pi
    grossi,  e  guardando poi,  capo per capo,  la biancheria regalata,  e
    conando que' nuovi ruspi, diceva tra s:  -  son caduta in piedi;  sia
    ringraziato Iddio e la Madonna e quel buon signore: posso proprio dire
    d'esser caduta in piedi.  -
    Don Abbondio e Perpetua entrano in casa,  senza aiuto di chiavi;  ogni
    passo che fanno nell'andito, senton crescere un tanfo, un veleno,  una
    peste,  che li respinge indietro; con la mano al naso, vanno all'uscio
    di cucina;  entrano in punta di piedi,  studiando dove  metterli,  per
    iscansar pi che possono la porcheria che copre il pavimento;  e danno
    un'occhiata in giro.  Non c'era nulla d'intero;  ma avanzi e frammenti
    di  quel  che c'era stato,  l e altrove,  se ne vedeva in ogni canto:
    piume e penne delle galline di Perpetua,  pezzi di  biancheria,  fogli
    de'  calendari  di don Abbondio,  cocci di pentole e di piatti;  tutto
    insieme o sparpagliato.  Solo nel focolare si potevan vedere  i  segni
    d'un  vasto saccheggio accozzati insieme,  come molte idee sottintese,
    in un periodo steso da un uomo di garbo. C'era, dico, un rimasuglio di
    tizzi  e  tizzoni  spenti,  i  quali  mostravano  d'essere  stati,  un
    bracciolo  di seggiola,  un piede di tavola,  uno sportello d'armadio,
    una panca di letto, una doga della botticina dove ci stava il vino che
    rimetteva lo stomaco a don Abbondio. Il resto era cenere e carboni;  e
    con   que'   carboni  stessi,   i  guastatori  per  ristoro,   avevano
    scarabocchiati i muri di figuracce, ingegnandosi, con certe berrettine
    o con certe cheriche, e con certe larghe facciole, di farne de' preti,
    e mettendo studio a  farli  orribili  e  ridicoli:  intento  che,  per
    verit, non poteva andar fallito a tali artisti.
    "Ah  porci!" esclam Perpetua.  "Ah baroni!" esclam don Abbondio;  e,
    come  scappando,   andaron  fuori,   per  un  altr'uscio  che  metteva
    nell'orto.   Respirarono;  andaron  diviato  al  fico;  ma  gi  prima
    d'arrivarci,  videro la terra smossa,  e misero un  grido  tutt'e  due
    insieme;  arrivati,  trovarono effettivamente,  in vece del morto,  la
    buca  aperta.   Qui  nacquero  de'  guai:  don  Abbondio  cominci   a
    prendersela  con  Perpetua,  che  non avesse nascosto bene: pensate se
    questa rimase zitta:  dopo  ch'ebbero  ben  gridato,  tutt'e  due  col
    braccio teso,  e con l'indice appuntato verso la buca, se ne tornarono
    insieme,  brontolando.  E fate conto che per tutto trovarono a  un  di
    presso  la  medesima  cosa.  Penarono non so quanto,  a far ripulire e
    smorbare la casa, tanto pi che, in que' giorni,  era difficile trovar
    aiuto;  e non so quanto dovettero stare come accampati,  accomodandosi
    alla meglio,  o alla peggio,  e rifacendo a poco a poco usci,  mobili,
    utensili, con danari prestati da Agnese.
    Per  giunta poi,  quel disastro fu una semenza d'altre questioni molto
    noiose; perch Perpetua, a forza di chiedere e domandare,  di spiare e
    fiutare, venne a saper di certo che alcune masserizie del suo padrone,
    credute  preda  o  strazio de' soldati,  erano in vece sane e salve in
    casa di gente del paese;  e  tempestava  il  padrone  che  si  facesse
    sentire,  e richiedesse il suo. Tasto pi odioso non si poteva toccare
    per don Abbondio; giacch la sua roba era in mano di birboni,  cio di
    quella specie di persone con cui gli premeva pi di stare in pace.
    "Ma  se  non  ne  voglio saper nulla di queste cose," diceva.  "Quante
    volte ve lo devo ripetere, che quel che  andato  andato? Ho da esser
    messo anche in croce, perch m' stata spogliata la casa?"
    "Se lo dico," rispondeva Perpetua,  "che lei si lascerebbe  cavar  gli
    occhi di testa.  Rubare agli altri  peccato,  ma a lei,  peccato non
    rubare."
    "Ma vedete  se  codesti  sono  spropositi  da  dirsi!"  replicava  don
    Abbondio: "ma volete stare zitta?"
    Perpetua  si  chetava,  ma  non subito subito;  e prendeva pretesto da
    tutto per riprincipiare.  Tanto che il pover'uomo s'era ridotto a  non
    lamentarsi pi,  quando trovava mancante qualche cosa, nel momento che
    ne avrebbe avuto bisogno; perch, pi di una volta,  gli era toccato a
    sentirsi  dire:  "vada  a chiederlo al tale che l'ha,  e non l'avrebbe
    tenuto fino a quest'ora, se non avesse che fare con un buon uomo."
    Un'altra e pi viva inquietudine gli dava il sentire che  giornalmente
    continuavano a passar soldati alla spicciolata, come aveva troppo bene
    congetturato;  onde  stava  sempre  in  sospetto  di vedersene capitar
    qualcheduno  o  anche  una  compagnia  sull'uscio,   che  aveva  fatto
    raccomodare in fretta per la prima cosa,  e che teneva chiuso con gran
    cura; ma,  per grazia del cielo,  ci non avvenne mai.  Ne per questi
    terrori erano ancora cessati, che un nuovo ne sopraggiunse.
    Ma  qui lasceremo da parte il pover'uomo: si tratta ben d'altro che di
    sue apprensioni  private,  che  de'  guai  d'alcuni  paesi,  che  d'un
    disastro passeggiero.


















    CAPITOLO 31.

    I  primi casi di peste.   -  Lentezza dei governanti e incredulit del
    popolo.   -  Le febbri pestilenziali.   -  Disaccordi tra medici.    -
    Gli  infermi  vengono  portati  al lazzeretto.   -  La mortalit si fa
    sempre pi alta.   -  Il lazzeretto sotto la direzione de' cappuccini.
    -    Il  popolo  d  la colpa del contagio agli "untori".   -  Qualche
    episodio di unzioni.

    La peste che il tribunale della sanit aveva temuto che potesse entrar
    con le bande alemanne nel milanese,  c'era  entrata  davvero,  come  
    noto;  ed   noto parimente che non si ferm qui,  ma invase e spopol
    una buona parte d'Italia.  Condotti dal filo della nostra storia,  noi
    passiamo  a  raccontar  gli avvenimenti principali di quella calamit;
    nel milanese,  s'intende,  anzi in Milano  quasi  esclusivamente:  ch
    della citt quasi esclusivamente trattano le memorie del tempo, come a
    un  di  presso  accade  sempre  e  per tutto,  per buone e per cattive
    ragioni.  E in questo racconto,  il nostro fine  non  ,  per  dir  la
    verit,  soltanto  di  rappresentar  lo  stato  delle  cose  nel quale
    verranno a trovarsi i nostri personaggi;  ma di far conoscere insieme,
    per quanto si pu in ristretto,  e per quanto si pu da noi, un tratto
    di storia patria pi famoso che conosciuto.
    Delle molte relazioni contemporanee, non ce n' alcuna che basti da s
    a darne un'idea un po' distinta e ordinata; come non ce n' alcuna che
    non possa aiutare a formarla.  In ognuna di  queste  relazioni,  senza
    eccettuarne quella del Ripamonti (N.  d.  A.  1) ,  la quale le supera
    tutte,  per la quantit e per la scelta de' fatti,  e ancor pi per il
    modo  d'osservarli,  in  ognuna sono omessi fatti essenziali,  che son
    registrati in altre; in ognuna ci sono errori materiali, che si posson
    riconoscere e rettificare con l'aiuto di  qualche  altra,  o  di  que'
    pochi  atti della pubblica autorit,  editi e inediti,  che rimangono;
    spesso in una si vengono a trovar le cagioni di cui nell'altra  s'eran
    visti,  come  in  aria,  gli  effetti.  In  tutte poi regna una strana
    confusione di tempi e di cose;   un continuo andare  e  venire,  come
    alla ventura,  senza disegno generale,  senza disegno ne' particolari:
    carattere, del resto,  de' pi comuni e de' pi apparenti ne' libri di
    quel tempo, principalmente in quelli scritti in lingua volgare, almeno
    in Italia;  se anche nel resto d'Europa,  i dotti lo sapranno,  noi lo
    sospettiamo.   Nessuno  scrittore  d'epoca  posteriore  s'   proposto
    d'esaminare  e  di confrontare quelle memorie,  per ritrarne una serie
    concatenata degli avvenimenti,  una storia  di  quella  peste;  sicch
    l'idea  che  se ne ha generalmente,  dev'essere,  di necessit,  molto
    incerta,  e un po' confusa: un'idea indeterminata di gran  mali  e  di
    grand'errori  (e  per verit ci fu dell'uno e dell'altro,  al di l di
    quel che si possa immaginare),  un'idea composta pi di giudizi che di
    fatti,   alcuni   fatti  dispersi,   non  di  rado  scompagnati  dalle
    circostanze pi caratteristiche, senza distinzion di tempo, cio senza
    intelligenza di causa e d'effetto,  di corso,  di  progressione.  Noi,
    esaminando e confrontando,  con molta diligenza se non altro, tutte le
    relazioni stampate, pi d'una inedita,  molti (in ragione del poco che
    ne rimane) documenti,  come dicono,  ufiziali, abbiam cercato di farne
    non gi quel che si vorrebbe,  ma qualche cosa che non   stato  ancor
    fatto.  Non intendiamo di riferire tutti gli atti pubblici,  e nemmeno
    tutti gli avvenimenti degni, in qualche modo,  di memoria.  Molto meno
    pretendiamo  di rendere inutile a chi voglia farsi un'idea pi compita
    della cosa,  la lettura delle relazioni originali: sentiamo troppo che
    forza viva,  propria e,  per dir cos,  incomunicabile,  ci sia sempre
    nell'opere di quel genere,  comunque concepite e  condotte.  Solamente
    abbiam  tentato  di distinguere e di verificare i fatti pi generali e
    pi importanti,  di disporli nell'ordine reale della loro successione,
    per  quanto lo comporti la ragione e la natura d'essi,  d'osservare la
    loro efficienza reciproca, e di dar cos,  per ora e finch qualchedun
    altro  non  faccia  meglio,   una  notizia  succinta,   ma  sincera  e
    continuata, di quel disastro.
    Per tutta adunque la striscia di  territorio  percorso  dall'esercito,
    s'era  trovato qualche cadavere nelle case,  qualcheduno sulla strada.
    Poco dopo,  in questo e in quel paese,  cominciarono ad  ammalarsi,  a
    morire,  persone,  famiglie,  di  mali  violenti,  strani,  con  segni
    sconosciuti alla pi parte de' viventi.  C'era soltanto alcuni  a  cui
    non riuscissero nuovi: que' pochi che potessero ricordarsi della peste
    che,  cinquantatr  anni  avanti,  aveva desolata pure una buona parte
    d'Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed  tuttora, la
    peste di san Carlo. Tanto  forte la carit! Tra le memorie cos varie
    e cos solenni d'un infortunio  generale,  pu  essa  far  primeggiare
    quella d'un uomo,  perch a quest'uomo ha ispirato sentimenti e azioni
    pi memorabili ancora de' mali;  stamparlo nelle menti,  come un sunto
    di tutti que' guai,  perch in tutti l'ha spinto e intromesso,  guida,
    soccorso, esempio, vittima volontaria;  d'una calamit per tutti,  far
    per quest'uomo come un'impresa;  nominarla da lui, come una conquista,
    o una scoperta.
    Il protofisico Lodovico Settala,  che,  non solo aveva  veduta  quella
    peste,  ma n'era stato uno de' pi attivi e intrepidi,  e,  quantunque
    allor giovinissimo,  de' pi riputati curatori;  e che  ora,  in  gran
    sospetto di questa,  stava all'erta e sull'informazioni, rifer, il 20
    d'ottobre,  nel tribunale della sanit,  come,  nella terra di  Chiuso
    (l'ultima del territorio di Lecco,  e confinante col bergamasco),  era
    scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna
    risoluzione, come si ha dal Ragguaglio del Tadino. (N. d. A. 2)
    Ed ecco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco e  da  Bellano.  Il
    tribunale allora si risolvette e si content di spedire un commissario
    che, strada facendo, prendesse un medico a Como, e si portasse con lui
    a  visitare  i  luoghi  indicati.  Tutt'e due,  "o per ignoranza o per
    altro,  si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiero di
    Bellano,  che quella sorte de mali non era Peste (N. d. A. 3)"; ma, in
    alcuni  luoghi,   effetto  consueto  dell'emanazioni  autunnali  delle
    paludi,  e negli altri, effetto de' disagi e degli strapazzi sofferti,
    nel passaggio degli alemanni.  Una tale assicurazione fu riportata  al
    tribunale, il quale pare che ne mettesse il cuore in pace.
    Ma  arrivando  senza  posa  altre  e altre notizie di morte da diverse
    parti,  furono spediti due delegati a vedere e a provvedere: il Tadino
    suddetto, e un auditore del tribunale. Quando questi giunsero, il male
    s'era  gi  tanto  dilatato,  che  le  prove  si offrivano,  senza che
    bisognasse andarne in cerca.  Scorsero  il  territorio  di  Lecco,  la
    Valsassina, le coste del lago di Como, i distretti denominati il Monte
    di  Brianza,  e la Gera d'Adda;  e per tutto trovarono paesi chiusi da
    cancelli all'entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e
    attendati alla campagna, o dispersi; "et ci parevano," dice il Tadino,
    "tante creature seluatiche, portando in mano chi l'herba menta, chi la
    ruta, chi il rosmarino et chi una ampolla d'aceto".  S'informarono del
    numero de' morti: era spaventevole;  visitarono infermi e cadaveri,  e
    per tutto trovarono le brutte e  terribili  marche  della  pestilenza.
    Diedero subito,  per lettere, quelle sinistre nuove al tribunale della
    sanit, il quale, al riceverle, che fu il 30 d'ottobre,  "si dispose",
    dice il medesimo Tadino,  a prescriver le bullette,  per chiuder fuori
    dalla Citt le persone provenienti da' paesi dove  il  contagio  s'era
    manifestato;   "et   mentre   si   compilaua   la  grida",   ne  diede
    anticipatamente qualche ordine sommario a' gabellieri.
    Intanto i delegati presero in fretta e  in  furia  quelle  misure  che
    parver loro migliori; e se ne tornarono, con la trista persuasione che
    non  sarebbero  bastate  a  rimediare  e  a  fermare un male gi tanto
    avanzato e diffuso.
    Arrivati il 14 di novembre,  dato ragguaglio,  a voce e  di  nuovo  in
    iscritto, al tribunale, ebbero da questo commissione di presentarsi al
    governatore,   e  d'esporgli  lo  stato  delle  cose.   V'andarono,  e
    riportarono:  aver  lui  di  tali  nuove  provato  molto   dispiacere,
    mostratone  un  gran sentimento;  ma i pensieri della guerra esser pi
    pressanti: "sed belli graviores esse curas".  Cos  il  Ripamonti,  il
    quale aveva spogliati i registri della Sanit, e conferito col Tadino,
    incaricato specialmente della missione: era la seconda,  se il lettore
    se ne ricorda, per quella causa,  e con quell'esito.  Due o tre giorni
    dopo,  il  18  di  novembre,  eman  il  governatore  una grida in cui
    ordinava  pubbliche  feste,   per  la  nascita  del  principe   Carlo,
    primogenito  del  re  Filippo  Quarto,  senza sospettare o senza
    curare il pericolo d'un gran concorso, in tali circostanze: tutto come
    in tempi ordinari, come se non gli fosse stato parlato di nulla.
    Era quest'uomo,  come gi s'  detto,  il  celebre  Ambrogio  Spinola,
    mandato  per  raddirizzar  quella guerra e riparare agli errori di don
    Gonzalo,  e incidentemente,  a governare;  e  noi  pure  possiamo  qui
    incidentemente  rammentar  che mor dopo pochi mesi,  in quella stessa
    guerra che gli stava tanto a cuore;  e mor,  non gi  di  ferite  sul
    campo,  ma  in  letto,  d'affanno  e di struggimento,  per rimproveri,
    torti,  disgusti d'ogni specie ricevuti da quelli a  cui  serviva.  La
    storia ha deplorata la sua sorte, e biasimata l'altrui sconoscenza; ha
    descritte  con  molta  diligenza  le sue imprese militari e politiche,
    lodata la  sua  previdenza,  l'attivit,  la  costanza:  poteva  anche
    cercare  cos'abbia  fatto  di  tutte  queste qualit,  quando la peste
    minacciava,  invadeva una popolazione datagli in cura,  o piuttosto in
    bala.
    Ma ci che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella
    sua condotta, ci che fa nascere un'altra e pi forte maraviglia,  la
    condotta della popolazione medesima,  di quella, voglio dire, che, non
    tocca ancora dal contagio,  aveva tanta ragion di temerlo.  All'arrivo
    di  quelle  nuove de' paesi che n'erano cos malamente imbrattati,  di
    paesi che formano intorno alla citt quasi un semicircolo,  in  alcuni
    punti  distante  da  essa non pi di diciotto o venti miglia;  chi non
    crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di
    precauzioni bene o  male  intese,  almeno  una  sterile  inquietudine?
    Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d'accordo, 
    nell'attestare che non ne fu nulla.  La penuria dell'anno antecedente,
    le angherie della soldatesca,  le afflizioni d'animo,  parvero pi che
    bastanti  a  render  ragione  della  mortalit:  sulle  piazze,  nelle
    botteghe,  nelle case,  chi buttasse l una parola del  pericolo,  chi
    motivasse  peste,  veniva  accolto con beffe incredule,  con disprezzo
    iracondo. La medesima miscredenza, la medesima, per dir meglio, cecit
    e fissazione prevaleva nel senato,  nel Consiglio  de'  decurioni,  in
    ogni magistrato.
    Trovo  che  il cardinal Federigo,  appena si riseppero i primi casi di
    mal contagioso, prescrisse, con lettera pastorale a' parrochi,  tra le
    altre cose, che ammonissero pi e pi volte i popoli dell'importanza e
    dell'obbligo stretto di rivelare ogni simile accidente, e di consegnar
    le  robe infette o sospette (N.  d.  A.  4): e anche questa pu essere
    contata tra le sue lodevoli singolarit.
    Il  tribunale  della  sanit  chiedeva,  implorava  cooperazione,   ma
    otteneva  poco  o niente.  E nel tribunale stesso,  la premura era ben
    lontana da uguagliare l'urgenza: erano,  come  afferma  pi  volte  il
    Tadino,  e  come  appare  ancor  meglio da tutto il contesto della sua
    relazione,  i due fisici che,  persuasi della gravit e dell'imminenza
    del  pericolo,  stimolavan quel corpo,  il quale aveva poi a stimolare
    gli altri.
    Abbiam gi veduto come, al primo annunzio della peste,  andasse freddo
    nell'operare,  anzi  nell'informarsi:  ecco  ora  un  altro  fatto  di
    lentezza non men portentosa,  se per non era  forzata,  per  ostacoli
    frapposti  da  magistrati  superiori.  Quella  grida  per le bullette,
    risoluta il 30 d'ottobre, non fu stesa che il d 23 del mese seguente,
    non fu pubblicata che il 29. La peste era gi entrata in Milano.
    Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la port  il
    primo,  e  altre  circostanze  della  persona  e  del caso: e infatti,
    nell'osservare i princpi d'una vasta mortalit,  in cui  le  vittime,
    non  che  esser  distinte  per  nome,   appena  si  potranno  indicare
    all'incirca,  per il numero delle migliaia,  nasce una  non  so  quale
    curiosit  di  conoscere  que'  primi e pochi nomi che poterono essere
    notati e conservati:  questa  specie  di  distinzione,  la  precedenza
    nell'esterminio,   par   che   faccian   trovare  in  essi,   e  nelle
    particolarit, per altro pi indifferenti, qualche cosa di fatale e di
    memorabile.
    L'uno e l'altro storico dicono che fu un soldato italiano al  servizio
    di  Spagna;  nel resto non sono ben d'accordo,  neppure sul nome.  Fu,
    secondo  il  Tadino,  un  Pietro  Antonio  Lovato,  di  quartiere  nel
    territorio di Lecco;  secondo il Ripamonti,  un Pier Paolo Locati,  di
    quartiere a Chiavenna. Differiscono anche nel giorno della sua entrata
    in  Milano:  il  primo  la  mette  al  22  d'ottobre,  il  secondo  ad
    altrettanti  del  mese  seguente:  e  non  si  pu stare n all'uno n
    all'altro.  Tutt'e due l'epoche sono in contraddizione con  altre  ben
    pi  verificate.   Eppure  il  Ripamonti,  scrivendo  per  ordine  del
    Consiglio generale de' decurioni,  doveva avere al suo  comando  molti
    mezzi di prender l'informazioni necessarie;  e il Tadino,  per ragione
    del suo impiego,  poteva,  meglio d'ogn'altro,  essere informato  d'un
    fatto di questo genere.  Del resto,  dal riscontro d'altre date che ci
    paiono,  come abbiam detto,  pi esatte,  risulta che fu,  prima della
    pubblicazione della grida sulle bullette;  e, se ne mettesse conto, si
    potrebbe anche provare o quasi provare, che dovette essere ai primi di
    quel mese; ma certo, il lettore ce ne dispensa.
    Sia come si sia, entr questo fante sventurato e portator di sventura,
    con un gran fagotto di vesti comprate o  rubate  a  soldati  alemanni;
    and  a  fermarsi  in  una  casa  di suoi parenti,  nel borgo di porta
    orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato,  s'ammal fu portato
    allo spedale; dove un bubbone che gli si scopr sotto un'ascella, mise
    chi  lo  curava  in  sospetto  di ci ch'era infatti: il quarto giorno
    mor.
    Il tribunale della sanit fece segregare e sequestrare in casa  la  di
    lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale,
    furon  bruciati.  Due serventi che l'avevano avuto in cura,  e un buon
    frate che l'aveva  assistito,  caddero  anch'essi  ammalati  in  pochi
    giorni,  tutt'e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s'era avuto,
    fin da principio,  della natura  del  male,  e  le  cautele  usate  in
    conseguenza, fecero s che il contagio non vi si propagasse di pi.
    Ma  il  soldato  ne aveva lasciato di fuori un semino che non tard a
    germogliare.  Il primo a cui s'attacc,  fu il padrone della casa dove
    quello  aveva  alloggiato,  un Carlo Colonna sonator di liuto.  Allora
    tutti i pigionali  di  quella  casa  furono,  d'ordine  della  Sanit,
    condotti  al  lazzeretto,  dove  la  pi  parte  s'ammalarono;  alcuni
    morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio.
    Nella citt,  quello che gi c'era stato disseminato da  costoro,  da'
    loro  panni,  da' loro mobili trafugati da parenti,  da pigionali,  da
    persone  di  servizio,   alle  ricerche  e  al  fuoco  prescritto  dal
    tribunale,  e di pi quello che c'entrava di nuovo,  per l'imperfezion
    degli editti,  per la trascuranza nell'eseguirli,  e per la  destrezza
    nell'eluderli,  and covando e serpendo lentamente,  tutto il restante
    dell'anno, e ne' primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando,
    ora in questo,  ora in  quel  quartiere,  a  qualcheduno  s'attaccava,
    qualcheduno  ne  moriva:  e  la radezza stessa de' casi allontanava il
    sospetto della verit,  confermava sempre pi il  pubblico  in  quella
    stupida,  micidiale fiducia che non ci fosse peste,  n ci fosse stata
    neppur,  un momento.  Molti medici ancora,  facendo eco alla voce  del
    popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli auguri
    sinistri,  gli avvertimenti minacciosi de' pochi; e avevan pronti nomi
    di malattie comuni,  per qualificare ogni caso di  peste  che  fossero
    chiamati  a curare;  con qualunque sintomo,  con qualunque segno fosse
    comparso.
    Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanit, ci
    pervenivano tardi per lo pi e incerti.  Il terrore della contumacia e
    del  lazzeretto  aguzzava  tutti  gl'ingegni:  non  si denunziavan gli
    ammalati,  si corrompevano i becchini  e  i  loro  soprintendenti;  da
    subalterni  del  tribunale  stesso,  deputati  da  esso  a  visitare i
    cadaveri, s'ebbero, con danari, falsi attestati.
    Siccome per,  a ogni scoperta che gli riuscisse  fare,  il  tribunale
    ordinava di bruciar robe,  metteva in sequestro case, mandava famiglie
    al lazzeretto,  cos  facile argomentare quanta dovesse essere contro
    di  esso l'ira e la mormorazione del pubblico,  "della Nobilt,  delli
    Mercanti et della plebe",  dice il Tadino;  persuasi,  com'eran tutti,
    che  fossero  vessazioni  senza  motivo,  e  senza  costrutto.  L'odio
    principale cadeva sui due  medici;  il  suddetto  Tadino,  e  Senatore
    Settala,  figlio del protofisico: a tal segno,  che ormai non potevano
    attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce,  quando  non
    eran sassi.  E certo fu singolare,  e merita che ne sia fatta memoria,
    la condizione in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini,  di
    veder  venire  avanti  un  orribile  flagello,  d'affaticarsi  in ogni
    maniera a  stornarlo,  d'incontrare  ostacoli  dove  cercavano  aiuti,
    volont,  e  d'essere insieme bersaglio delle grida,  avere il nome di
    nemici della patria: "pro patriae hostibus", dice il Ripamonti.
    Di quell'odio ne toccava  una  parte  anche  agli  altri  medici  che,
    convinti   come   loro,   della   realt  del  contagio,   suggerivano
    precauzioni,   cercavano  di  comunicare  a  tutti  la  loro  dolorosa
    certezza.  I  pi discreti li tacciavano di credulit e d'ostinazione:
    per tutti gli altri,  era manifesta impostura,  cabala ordita per  far
    bottega sul pubblico spavento.
    Il  protofisico  Lodovico  Settala,  allora poco men che ottuagenario,
    stato professore di medicina all'universit di Pavia, poi di filosofia
    morale a Milano,  autore di molte opere riputatissime  allora,  chiaro
    per inviti a cattedre d'altre universit,  Ingolstadt,  Pisa, Bologna,
    Padova,  e per il rifiuto di tutti questi inviti,  era certamente  uno
    degli  uomini  pi  autorevoli  del suo tempo.  Alla riputazione della
    scienza  s'aggiungeva  quella  della  vita,   e   all'ammirazione   la
    benevolenza,  per  la  sua  gran  carit nel curare e nel beneficare i
    poveri.  E,  una cosa che in noi turba e contrista  il  sentimento  di
    stima  ispirato  da  questi meriti,  ma che allora doveva renderlo pi
    generale e pi forte,  il pover'uomo 25 partecipava de' pregiudizi pi
    comuni  e  pi funesti de' suoi contemporanei: era pi avanti di loro,
    ma senza allontanarsi dalla schiera, che  quello che attira i guai, e
    fa molte volte perdere l'autorit acquistata in altre maniere.  Eppure
    quella grandissima che godeva, non solo non bast a vincere, in questo
    caso,  l'opinion  di  quello che i poeti chiamavan volgo profano,  e i
    capocomici, rispettabile pubblico; ma non pot salvarlo dall'animosit
    e dagl'insulti di quella parte di esso,  che corre pi facilmente  da'
    giudizi alle dimostrazioni e ai fatti.
    Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati,  principi
    a radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che
    volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento
    la citt,  con quel suo cipiglio,  con quella sua barbaccia: tutto per
    dar  da  fare  ai  medici.  La  folla e il furore andavan crescendo: i
    portantini,  vedendo la mala parata,  ricoverarono il padrone  in  una
    casa  d'amici,  che  per  sorte era vicina.  Questo gli tocc per aver
    veduto chiaro,  detto ci che era,  e voluto salvar dalla peste  molte
    migliaia di persone: quando,  con un suo deplorabile consulto, cooper
    a far torturare,  tanagliare  e  bruciare,  come  strega,  una  povera
    infelice  sventurata,  perch  il  suo padrone pativa dolori strani di
    stomaco,  e un altro padrone di prima era stato fortemente  innamorato
    di lei (N.  d.  A.  5), allora ne avr avuta presso il pubblico' nuova
    lode di sapiente e, ci che  intollerabile a pensare, nuovo titolo di
    benemerito.
    Ma sul finire del mese di marzo,  cominciarono,  prima  nel  borgo  di
    porta orientale,  poi in ogni quartiere della citt, a farsi frequenti
    le  malattie,   le  morti,   con  accidenti  strani  di  spasimi,   di
    palpitazioni,  di letargo,  di delirio,  con quelle insegne funeste di
    lividi e di bubboni;  morti per lo pi celeri,  violente,  non di rado
    repentine,  senza  alcun  indizio  antecedente  di malattia.  I medici
    opposti alla opinion del contagio,  non volendo ora confessare ci che
    avevan  deriso,  e  dovendo  pur  dare  un  nome  generico  alla nuova
    malattia,  divenuta troppo comune e troppo palese per  andarne  senza,
    trovarono  quello di febbri maligne,  di febbri pestilenti: miserabile
    transazione, anzi.  trufferia di parole,  e che pur faceva gran danno;
    perch,  figurando  di  riconoscere  la verit,  riusciva ancora a non
    lasciar credere ci che pi importava di credere,  di vedere,  che  il
    male  s'attaccava  per mezzo del contatto.  I magistrati,  come chi si
    risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po' pi orecchio
    agli avvisi, alle proposte della Sanit, a far eseguire i suoi editti,
    i sequestri ordinati,  le quarantene  prescritte  da  quel  tribunale.
    Chiedeva  esso  di  continuo  anche  danari  per  supplire  alle spese
    giornaliere, crescenti, del lazzeretto,  di tanti altri servizi;  e li
    chiedeva  ai decurioni,  intanto che fosse deciso (che non fu,  credo,
    mai,  se non col  fatto)  se  tali  spese  toccassero  alla  citt,  o
    all'erario   regio.   Ai   decurioni   faceva  pure  istanza  il  gran
    cancelliere, per ordine anche del governatore,  ch'era andato di nuovo
    a  metter  l'assedio  a quel povero Casale;  faceva istanza il senato,
    perch pensassero alla maniera di vettovagliar  la  citt,  prima  che
    dilatandovisi  per  isventura  il contagio,  le venisse negato pratica
    dagli altri paesi;  perch trovassero il mezzo di mantenere  una  gran
    parte  della  popolazione,  a  cui eran mancati i lavori.  I decurioni
    cercavano di far danari per via imprestiti,  d'imposte;  e di quel che
    ne raccoglievano,  ne davano un po' alla Sanit,  un po' a' poveri; un
    po' di grano compravano: supplivano a una  parte  del  bisogno.  E  le
    grandi angosce non erano ancor venute.
    Nel lazzeretto,  dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno,
    andava ogni  giorno  crescendo,  era  un'altra  ardua  impresa  quella
    d'assicurare  il  servizio  e  la  subordinazione,   di  conservar  le
    separazioni prescritte, di mantenervi in somma o,  per dir meglio,  di
    stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanit: ch, fin da
    primi momenti, c'era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza
    di  molti  rinchiusi,  per  la  trascuratezza  e per la connivenza de'
    serventi.  Il tribunale e i decurioni,  non sapendo  dove  battere  il
    capo,  pensaron  di rivolgersi ai cappuccini,  e supplicarono il padre
    commissario della provincia,  il quale faceva le veci del  provinciale
    morto  poco  prima,  acci  volesse  dar  loro  de'  soggetti  abili a
    governare quel  regno  desolato.  Il  commissario  propose  loro,  per
    principale, un padre Felice Casati, uomo d'et matura, il quale godeva
    una  gran  fama  di carit,  d'attivit,  di mansuetudine insieme e di
    fortezza d'animo, a quel che il seguito fece vedere,  ben meritata,  e
    per  compagno  e come ministro di lui,  un padre Michele Pozzobonelli,
    ancor giovine, ma grave e severo,  di pensieri come d'aspetto.  Furono
    accettati  con  gran  piacere;   e  il  30  di  marzo,  entrarono  nel
    lazzeretto.  Il presidente della Sanit li condusse in giro,  come per
    prenderne il possesso;  e,  convocati i serventi e gl'impiegati d'ogni
    grado,  dichiar,  davanti a loro,  presidente di quel luogo il  padre
    Felice,  con  primaria  e  piena autorit.  Di mano in mano poi che la
    miserabile radunanza and crescendo,  v'accorsero altri cappuccini;  e
    furono  in  quel  luogo  soprintendenti,  confessori,  amministratori,
    infermieri, cucinieri, guardarobi, lavandai, tutto ci che occorresse.
    Il padre Felice,  sempre affaticato  e  sempre  sollecito,  girava  di
    giorno,  girava di notte, per i portici, per le stanze, per quel vasto
    spazio interno, talvolta portando un'asta,  talvolta non armato che di
    cilizio;  animava  e  regolava  ogni  cosa;  sedava i tumulti,  faceva
    ragione alle  querele,  minacciava,  puniva,  riprendeva,  confortava,
    asciugava  e  spargeva lacrime.  Prese,  sul principio,  la peste;  ne
    guar,  e si rimise,  con nuova lena,  alle  cure  di  prima.  I  suoi
    confratelli  ci  lasciarono  la  pi  parte  la  vita,   e  tutti  con
    allegrezza.
    Certo,  una tale dittatura era uno  strano  ripiego;  strano  come  la
    calamit,  come i tempi;  e quando non ne sapessimo altro,  basterebbe
    per argomento,  anzi per  saggio  d'una  societ  molto  rozza  e  mal
    regolata,  il  veder  che  quelli  a  cui  toccava  un cos importante
    governo, non sapesser pi farne altro che cederlo, n trovassero a chi
    cederlo, che uomini, per istituto, il pi alieni da ci.  Ma  insieme
    un  saggio  non  ignobile della forza e dell'abilit che la carit pu
    dare  in  ogni  tempo,  e  in  qualunque  ordin  di  cose,   il  veder
    quest'uomini  sostenere  un tal carico cos bravamente.  E fu bello lo
    stesso averlo accettato,  senz'altra ragione che il non esserci chi lo
    volesse, senz'altro fine che di servire, senz'altra speranza in questo
    mondo,  che d'una morte molto pi invidiabile che invidiata;  fu bello
    lo stesso esser loro offerto,  solo perch era difficile e pericoloso,
    e  si  supponeva  che il vigore e il sangue freddo,  cos necessario e
    raro in que' momenti,  essi lo dovevano avere.  E perci l'opera e  il
    cuore   di  que'  frati  meritano  che  se  ne  faccia  memoria,   con
    ammirazione,  con tenerezza,  con quella specie di gratitudine  che  
    dovuta,  come in solido, per i gran servizi resi da uomini a uomini, e
    pi dovuta a quelli che non se la propongono per ricompensa.  "Che  se
    questi Padri iui non si ritrouauano," dice il Tadino, "al sicuro tutta
    la  Citt  annichilata si trouaua;  puoich fu cosa miracolosa l'hauer
    questi Padri fatto in cos  puoco  spatio  di  tempo  tante  cose  per
    benefitio  publico,  che  non  hauendo hauuto agiutto,  o almeno puoco
    dalla Citt,  con la sua industria et prudenza haueuano mantenuto  nel
    Lazeretto  tante  migliaia  de  poueri." Le persone ricoverate in quel
    luogo,  durante i sette mesi che il padre Felice  n'ebbe  il  governo,
    furono  circa cinquantamila,  secondo il Ripamonti;  il quale dice con
    ragione,  che d'un uomo tale avrebbe dovuto ugualmente parlare,  se in
    vece  di descriver le miserie d'una citt,  avesse dovuto raccontar le
    cose che posson farle onore.
    Anche nel pubblico,  quella  caparbiet  di  negar  la  peste,  andava
    naturalmente  cedendo  e  perdendosi,  di mano in mano che il morbo si
    diffondeva,  e si diffondeva per via del contatto e della  pratica;  e
    tanto  pi  quando,  dopo  esser  qualche tempo rimasto solamente tra'
    poveri, cominci a toccar persone pi conosciute.  E tra queste,  come
    allora fu il pi notato, cos merita anche adesso un'espressa menzione
    il protofisico Settala. Avranno almen confessato che il povero vecchio
    aveva ragione?  Chi lo sa?  Caddero infermi di peste,  lui, la moglie,
    due figliuoli,  sette persone di servizio.  Lui e  uno  de'  figliuoli
    n'usciron  salvi;  il  resto  mor.  "Questi  casi,"  dice  il Tadino,
    "occorsi nella Citt in case Nobili, disposero la Nobilt, et la plebe
    a pensare, et gli increduli Medici, et la plebe ignorante et temeraria
    cominci stringere  le  labra,  chiudere  li  denti,  et  inarcare  le
    ciglia."
    Ma l'uscite,  i ripieghi,  le vendette, per dir cos, della caparbiet
    convinta,  sono alle volte tali da far desiderare  che  fosse  rimasta
    ferma  e invitta,  fino all'ultimo,  contro la ragione e l'evidenza: e
    questa fu bene una di quelle volte.  Coloro i quali avevano  impugnato
    cos risolutamente,  e cos a lungo,  che ci fosse vicino a loro,  tra
    loro, un germe di male, che poteva,  per mezzi naturali,  propagarsi e
    fare una strage;  non potendo ormai negare il propagamento di esso,  e
    non volendo attribuirlo a que' mezzi (che sarebbe stato  confessare  a
    un tempo un grand'inganno e una gran colpa),  erano tanto pi disposti
    a trovarci qualche altra causa,  a menar buona  qualunque  ne  venisse
    messa  in  campo.  Per disgrazia,  ce n'era una in pronto nelle idee e
    nelle tradizioni comuni allora,  non qui soltanto,  ma in  ogni  parte
    d'Europa:  arti venefiche,  operazioni diaboliche,  gente congiurata a
    sparger la peste, per mezzo di veleni contagiosi,  di male.  Gi cose
    tali,  o  somiglianti,  erano  state supposte e credute in molte altre
    pestilenze,  e qui segnatamente,  in quella di mezzo  secolo  innanzi.
    S'aggiunga  che,  fin  dall'anno  antecedente era venuto un dispaccio,
    sottoscritto dal re Filippo,  al governatore,  per avvertirlo ch'erano
    scappati  da  Madrid  quattro  francesi,  ricercati  come  sospetti di
    spargere unguenti velenosi, pestiferi: stesse all'erta,  se mai coloro
    fossero  capitati  a  Milano.   Il  governatore  aveva  comunicato  il
    dispaccio al senato e al tribunale della sanit; n, per allora,  pare
    che  ci  si badasse pi che tanto.  Per,  scoppiata e riconosciuta la
    peste,  il tornar nelle menti quell'avviso pot servir di conferma  al
    sospetto  indeterminato  d'una frode scellerata;  pot anche essere la
    prima occasione di farlo nascere.
    Ma due fatti, l'uno di cieca e indisciplinata paura, l'altro di non so
    quale  cattivit,   furon  quelli  che  convertirono   quel   sospetto
    indeterminato  d'un attentato possibile,  in sospetto,  e per molti in
    certezza,  d'un attentato positivo,  e d'una trama reale.  Alcuni,  ai
    quali era parso di vedere,  la sera del 17 di maggio, persone in duomo
    andare ungendo un assito,  che serviva a dividere gli spazi  assegnati
    a' due sessi,  fecero, nella notte, portar fuori della chiesa l'assito
    e una quantit di panche rinchiuse in quello; quantunque il presidente
    della  Sanit,   accorso  a  far  la  visita,   con  quattro   persone
    dell'ufizio,  avendo visitato l'assito,  le panche, le pile dell'acqua
    benedetta,  senza trovar  nulla  che  potesse  confermare  l'ignorante
    sospetto   d'un   attentato   venefico,    avesse,    per   compiacere
    all'immaginazioni altrui,  e "pi tosto per abbondare in cautela,  che
    per  bisogno",  avesse,  dico,  deciso  che  bastava  dar  una  lavata
    all'assito.   Quel   volume   di   roba   accatastata   produsse   una
    grand'impressione  di  spavento nella moltitudine,  per cui un oggetto
    diventa  cos  facilmente  un  argomento.   Si  disse  e  si  credette
    generalmente  che  fossero  state  unte  in duomo tutte le panche,  le
    pareti,  e fin le corde delle campane.  N si disse  soltanto  allora:
    tutte  le  memorie de' contemporanei che parlano di quel fatto (alcune
    scritte molt'anni dopo),  ne parlano con ugual sicurezza: e la  storia
    sincera di esso,  bisognerebbe indovinarla,  se non si trovasse in una
    lettera del tribunale della sanit al  governatore,  che  si  conserva
    nell'archivio  detto  di san Fedele;  dalla quale l'abbiamo cavata,  e
    della quale sono le parole che abbiam messe in corsivo.
    La  mattina  seguente,  un  nuovo  e  pi  strano,   pi  significante
    spettacolo  colp  gli  occhi e le menti de' cittadini.  In ogni parte
    della citt,  si videro  le  porte  delle  case  e  le  muraglie,  per
    lunghissimi  tratti,  intrise  di  non so che sudicera,  giallognola,
    biancastra,  sparsavi come con delle spugne.  O  sia  stato  un  gusto
    sciocco di far nascere uno spavento pi rumoroso e pi generale, o sia
    stato  un  pi  reo disegno d'accrescer la pubblica confusione,  o non
    saprei che altro; la cosa  attestata di maniera,  che ci parrebbe men
    ragionevole l'attribuirla a un sogno di molti,  che al fatto d'alcuni:
    fatto,  del resto,  che non sarebbe stato,  n il primo n l'ultimo di
    tal  genere.   Il  Ripamonti,   che  spesso,   su  questo  particolare
    dell'unzioni, deride, e pi spesso deplora la credulit popolare,  qui
    afferma d'aver veduto quell'impiastramento,  e lo descrive (N.  d.  A.
    6).  Nella lettera sopraccitata,  i signori della Sanit raccontan  la
    cosa ne' medesimi termini,  parlan di visite,  d'esperimenti fatti con
    quella materia sopra de' cani,  e senza cattivo  effetto;  aggiungono,
    esser  loro  opinione  "che cotale temerit sia pi tosto proceduta da
    insolenza, che da fine scelerato": pensiero che indica in loro, fino a
    quel tempo,  pacatezza d'animo bastante per non vedere ci che non  ci
    fosse  stato.  L'altre  memorie  contemporanee,  raccontando  la cosa,
    accennano anche,  essere stata,  sulle prime,  opinion di  molti,  che
    fosse fatta per burla,  per bizzarria; nessuna parla di nessuno che la
    negasse;  e n'avrebbero parlato certamente,  se ce ne fosse stati;  se
    non altro, per chiamarli stravaganti. Ho creduto che non fosse fuor di
    proposito  il  riferire  e  il mettere insieme questi particolari,  in
    parte poco noti,  in parte affatto  ignorati,  d'un  celebre  delirio;
    perch,  negli  errori e massime negli errori di molti,  ci che  pi
    interessante e pi utile a osservarsi,  mi pare  che  sia  appunto  la
    strada  che hanno fatta l'apparenze i modi con cui hanno potuto entrar
    nelle menti, e dominarle.
    La citt gi agitata ne fu  sottosopra:  i  padroni  delle  case,  con
    paglia  accesa,  abbruciacchiavano  gli  spazi unti;  i passeggieri si
    fermavano, guardavano, inorridivano, fremevano. I forestieri, sospetti
    per questo solo,  e che allora si conoscevan facilmente al  vestiario,
    venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia.
    Si  fecero  interrogatri,   esami  d'arrestati,   d'arrestatori,   di
    testimoni non si trov reo nessuno: le menti  erano  ancor  capaci  di
    dubitare, d'esaminare, d'intendere. Il tribunale della sanit pubblic
    una grida, con la quale prometteva premio e impunit a chi mettesse in
    chiaro  l'autore  o gli autori del fatto.  "Ad ogni modo non parendoci
    conueniente",  dicono que' signori nella citata lettera che  porta  la
    data del 21 di maggio,  ma che fu evidentemente scritta il 19,  giorno
    segnato nella grida stampata, "che questo delitto in qualsiuoglia modo
    resti impunito,  massime in tempo tanto pericoloso e  sospettoso,  per
    consolatione  e  quiete  di  questo  Popolo,  e per cauare indicio del
    fatto, habbiamo oggi publicata grida, etc." (N. d. A. 7).  Nella grida
    stessa  per,  nessun  cenno,  almen  chiaro,  di quella ragionevole e
    acquietante congettura, che partecipavano al governatore: silenzio che
    accusa a un tempo una preoccupazione furiosa nel popolo, e in loro una
    condiscendenza,  tanto  pi  biasimevole,   quanto  pi  poteva  esser
    perniciosa.
    Mentre il tribunale cercava,  molti nel pubblico,  come accade, avevan
    gi trovato.  Coloro che credevano esser quella  un'unzione  velenosa,
    chi  voleva  che  la  fosse  una  vendetta di don Gonzalo Fernandez de
    Cordova, per gl'insulti ricevuti nella sua partenza,  chi un ritrovato
    del cardinal di Richelieu, per spopolar Milano, e impadronirsene senza
    fatica;  altri,  e non si sa per quali ragioni,  ne volevano autore il
    conte  di  Collalto,  Wallenstein,   questo,   quell'altro  gentiluomo
    milanese.  Non mancavan, come abbiam detto, di quelli che non vedevano
    in quel fatto altro  che  uno  sciocco  scherzo,  e  l'attribuivano  a
    scolari,  a  signori,  a  ufiziali  che  s'annoiassero  all'assedio di
    Casale.  Il non veder poi,  come  si  sar  temuto,  che  ne  seguisse
    addirittura un infettamento,  un eccidio universale,  fu probabilmente
    cagione che quel primo spavento s'andasse per allora acquietando, e la
    cosa fosse o paresse messa in oblo.
    C'era,  del resto,  un certo numero di persone non ancora persuase che
    questa  peste ci fosse.  E perch,  tanto nel lazzeretto,  come per la
    citt,  alcuni pur ne guarivano,  "si diceua"  (gli  ultimi  argomenti
    d'una  opinione  battuta  dall'evidenza son sempre curiosi a sapersi),
    "si diceua dalla plebe, et ancora da molti medici partiali, non essere
    vera peste, perch tutti sarebbero morti" (N.  d.  A.  8).  Per levare
    ogni   dubbio,   trov   il   tribunale  della  sanit  un  espediente
    proporzionato al bisogno, un modo di parlare agli occhi, quale i tempi
    potevano  richiederlo  o  suggerirlo.   In  una  delle   feste   della
    Pentecoste,  usavano  i  cittadini  di  concorrere  al cimitero di San
    Gregorio,  fuori di Porta Orientale,  a pregar per i morti  dell'altro
    contagio, ch'eran sepolti l; e, prendendo dalla divozione opportunit
    di divertimento e di spettacolo,  ci andavano,  ognuno pi in gala che
    potesse. Era in quel giorno morta di peste,  tra gli altri,  un'intera
    famiglia.  Nell'ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, alla
    gente a cavallo,  e a piedi,  i cadaveri di  quella  famiglia  furono,
    d'ordine  della Sanit,  condotti al cimitero suddetto,  sur un carro,
    ignudi,  affinch la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto
    della pestilenza. Un grido di ribrezzo, di terrore, s'alzava per tutto
    dove passava il carro;  un lungo mormoro regnava dove era passato; un
    altro mormoro lo precorreva.  La peste fu pi creduta: ma  del  resto
    andava  acquistandosi fede da s,  ogni giorno pi;  e quella riunione
    medesima non dov servir poco a propagarla.
    In principio dunque,  non peste,  assolutamente no,  per nessun conto:
    proibito  anche di proferire il vocabolo.  Poi,  febbri pestilenziali:
    l'idea s'ammette per isbieco in un aggettivo.  Poi,  non  vera  peste;
    vale a dire peste s,  ma in un certo senso; non peste proprio, ma una
    cosa alla quale non si sa trovare un  altro  nome.  Finalmente,  peste
    senza  dubbio,  e  senza  contrasto:  ma gi ci s' attaccata un'altra
    idea, l'idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde
    l'idea espressa dalla parola che non si pu pi mandare indietro.
    Non , credo,  necessario d'esser molto versato nella storia dell'idee
    e delle parole,  per vedere che molte hanno fatto un simil corso.  Per
    grazia del cielo,  che non sono molte quelle d'una tal sorte,  e d'una
    tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e
    alle quali si possano attaccare accessri d'un tal genere. Si potrebbe
    per,  tanto nelle cose piccole,  come nelle grandi,  evitare, in gran
    parte,  quel corso cos lungo  e  cos  storto,  prendendo  il  metodo
    proposto da tanto tempo,  d'osservare,  ascoltare paragonare, pensare,
    prima di parlare.
    Ma parlare,  questa cosa cos sola,   talmente pi  facile  di  tutte
    quell'altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo
    un po' da compatire.

    N.  d.  A.  1: Josephi Ripamonti, canonici scalensis, chronistae urbis
    Mediolani, "De peste quae fuit anno 1630", Libri V.  Mediolani,  1640,
    apud Malatestas.
    N. d. A. 2: Pag. 24.
    N. d. A. 3: Tadino, pag. 24.
    N.  d. A. 4: Vita di Federigo Borromeo, compilata da Francesco Rivola.
    Milano 1666, pag. 582.
    N. d.  A.  5: "Storia di Milano" del Conte Pietro Verri.  Milano 1825,
    Tom. 4, pag. 155.
    N.  d.  A.  6: ...  et nos quoque ivimus visere. Maculae erant sparsim
    inaequaliterque  manantes,  veluti  si  quis  haustam  spongia  saniem
    adspersisset,  impressissetve  parieti:  et  ianuae  passim,  ostiaque
    aedium eadem adspergine contaminata  cernebantur.  Pag.  75.  Ecco  la
    traduzione  di ci che  riportato in nota: "E anch'io andai a vedere.
    Le macchie erano qua e l e gocciolavano in diversa maniera,  come  se
    qualcuno  avesse asperso e impresso sulla parete del marciume raccolto
    con una spugna.  Anche le porte,  qua e l,  e gli usci dei palazzi si
    vedevano contaminati dalla stessa sudiceria".
    N. d. A. 7: Tadino, pag. 93.
    N. d. A. 8: Tadino, pag. 93.
















    CAPITOLO 32.

    Si vuole una processione.  -  Il cardinale esita alquanto ma alla fine
    concede.    -    Tristi conseguenze;  il popolo  frenetico contro gli
    untori.  -  Lo zelo degli ecclesiastici.  -  I monatti.  -  Processi e
    supplizi di untori.

    Divenendo sempre pi difficile il supplire all'esigenze dolorose della
    circostanza,  era stato,  il 4 di maggio,  deciso  nel  consiglio  de'
    decurioni,  di ricorrer per aiuto al governatorel.  E,  il 22,  furono
    spediti al campo due di quel corpo,  che gli rappresentassero i guai e
    le strettezze della citt: le spese enormi,  le casse vote, le rendite
    degli anni avvenire impegnate, le imposte correnti non pagate,  per la
    miseria  generale,  prodotta da tante cause,  e dal guasto militare in
    ispecie;   gli  mettessero  in  considerazione  che,   per   leggi   e
    consuetudini  non  interrotte,  e  per  decreto  speciale  di  Carlo 
    Quinto,  le spese della peste dovevan essere a carico del fisco:  in
    quella del 1576,  avere il governatore,  marchese d'Ayamonte, non solo
    sospese  tutte  le  imposizioni  camerali,  ma  data  alla  citt  una
    sovvenzione  di  quaranta mila scudi della stessa Camera;  chiedessero
    finalmente quattro cose: che l'imposizioni fossero sospese, come s'era
    fatto allora; la Camera desse danari; il governatore informasse il re,
    delle miserie della citt e  della  provincia;  dispensasse  da  nuovi
    alloggiamenti   militari  il  paese  gi  rovinato  dai  passati.   Il
    governatore scrisse in risposta  condoglianze,  e  nuove  esortazioni:
    dispiacergli di non poter trovarsi nella citt, per impiegare ogni sua
    cura in sollievo di quella; ma sperare che a tutto avrebbe supplito lo
    zelo  di  que'  signori:  questo  essere  il  tempo  di spendere senza
    risparmio d'ingegnarsi in  ogni  maniera.  In  quanto  alle  richieste
    espresse,  "proueer  en  el  mejor  modo  que el tiempo y necesidades
    presentes permitieren".  E  sotto,  un  girigogolo,  che  voleva  dire
    Ambrogio  Spinola,  chiaro  come le sue promesse.  Il gran cancelliere
    Ferrer gli scrisse che quella risposta era stata letta dai  decurioni,
    "con  gran  desconsuelo";  ci furono altre andate e venute,  domande e
    risposte;  ma non trovo che se ne venisse a pi  strette  conclusioni.
    Qualche  tempo dopo,  nel colmo della peste,  il governatore trasfer,
    con lettere patenti,  la sua autorit a Ferrer medesimo,  avendo  lui,
    come  scrisse,  da  pensare  alla  guerra.  La  quale,  sia  detto qui
    incidentemente,  dopo aver portato via,  senza parlar de' soldati,  un
    milion  di  persone,  a  dir  poco,  per  mezzo  del contagio,  tra la
    Lombardia, il Veneziano,  il Piemonte,  la Toscana,  e una parte della
    Romagna; dopo aver desolati, come s' visto di sopra, i luoghi per cui
    pass,  e  figuratevi  quelli dove fu fatta;  dopo la presa e il sacco
    atroce di Mantova;  fin con riconoscerne tutti  il  nuovo  duca,  per
    escludere  il quale la guerra era stata intrapresa.  Bisogna per dire
    che fu obbligato a cedere al duca di Savoia un pezzo  del  Monferrato,
    della  rendita di quindici mila scudi,  e a Ferrante duca di Guastalla
    altre terre, della rendita di sei mila;  e che ci fu un altro trattato
    a  parte  e  segretissimo,  col  quale il duca di Savoia suddetto ced
    Pinerolo  alla  Francia:  trattato  eseguito   qualche   tempo   dopo,
    sott'altri pretesti, e a furia di furberie.
    Insieme con quella risoluzione,  i decurioni ne avevan presa un'altra:
    di chiedere al cardinale arcivescovo,  che si facesse una  processione
    solenne, portando per la citt il corpo di san Carlo.
    Il  buon  prelato  rifiut,  per molte ragioni.  Gli dispiaceva quella
    fiducia in un mezzo arbitrario, e temeva che,  se l'effetto non avesse
    corrisposto,  come  pure temeva,  la fiducia si cambiasse in iscandolo
    (N. d. A. 1). Temeva di pi, che, "se pur c'era di questi untori",  la
    processione  fosse  un'occasion  troppo  comoda al delitto: "se non ce
    n'era",  il radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre pi il
    contagio:  "pericolo  ben pi reale" (N.  d.  A.  2).  Ch il sospetto
    sopito dell'unzioni  s'era  intanto  ridestato,  pi  generale  e  pi
    furioso di prima.
    S'era  visto  di  nuovo,  o  questa  volta  era parso di vedere,  unte
    muraglie, porte d'edifizi pubblici, usci di case,  martelli.  Le nuove
    di  tali  scoperte volavan di bocca in bocca;  e,  come accade pi che
    mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l'effetto del
    vedere.  Gli animi,  sempre pi amareggiati dalla presenza  de'  mali,
    irritati  dall'insistenza  del pericolo,  abbracciavano pi volentieri
    quella credenza: ch la collera  aspira  a  punire:  e,  come  osserv
    acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d'ingegno (N. d. A. 3),
    le  piace  pi d'attribuire i mali a una perversit umana,  contro cui
    possa far le sue vendette,  che di riconoscerli da una causa,  con  la
    quale  non  ci sia altro da fare che rassegnarsi.  Un veleno squisito,
    istantaneo, penetrantissimo, eran parole pi che bastanti a spiegar la
    violenza, e tutti gli accidenti pi oscuri e disordinati del morbo. Si
    diceva composto,  quel veleno,  di rospi,  di serpenti,  di bava e  di
    materia d'appestati,  di peggio, di tutto ci che selvagge e stravolte
    fantasie sapessero trovar di sozzo e d'atroce.  Vi s'aggiunsero poi le
    male,  per  le quali ogni effetto diveniva possibile,  ogni obiezione
    perdeva la forza,  si scioglieva ogni difficolt.  Se gli effetti  non
    s'eran  veduti  subito  dopo  quella  prima  unzione,  se ne capiva il
    perch; era stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora
    l'arte era perfezionata,  e le  volont  pi  accanite  nell'infernale
    proposito.  Ormai  chi avesse sostenuto ancora ch'era stata una burla,
    chi avesse negata l'esistenza d'una  trama,  passava  per  cieco,  per
    ostinato;  se  pur non cadeva in sospetto d'uomo interessato a stornar
    dal  vero  l'attenzion  del  pubblico,  di  complice,  d'"untore":  il
    vocabolo  fu  ben  presto  comune,  solenne,  tremendo.  Con  una  tal
    persuasione che ci  fossero  untori,  se  ne  doveva  scoprire,  quasi
    infallibilmente:  tutti  gli occhi stavano all'erta;  ogni atto poteva
    dar gelosia.  E la gelosia diveniva facilmente certezza,  la  certezza
    furore.
    Due fatti ne adduce in prova il Ripamonti, avvertendo d'averli scelti,
    non come i pi atroci tra quelli che seguivano giornalmente, ma perch
    dell'uno e dell'altro era stato pur troppo testimonio.
    Nella chiesa di sant'Antonio,  un giorno di non so quale solennit, un
    vecchio   pi   che   ottuagenario,   dopo   aver   pregato   alquanto
    inginocchioni,  volle  mettersi  a  sedere;  e  prima,  con  la cappa,
    spolver la panca. "Quel vecchio unge le panche!" gridarono a una voce
    alcune donne che vider l'atto.  La gente che si trovava in chiesa  (in
    chiesa!),  fu  addosso al vecchio;  lo prendon per i capelli,  bianchi
    com'erano; lo carican di pugni e di calci;  parte lo tirano,  parte lo
    spingon  fuori;  se  non  lo  finirono,  fu  per  istrascinarlo,  cos
    semivivo, alla prigione, ai giudici, alle torture.  "Io lo vidi mentre
    lo  strascinavan  cos," dice il Ripamonti: "e non ne seppi pi altro:
    credo bene che non abbia potuto sopravvivere pi di qualche momento."
    L'altro caso (e segu il giorno dopo) fu  ugualmente  strano,  ma  non
    ugualmente funesto.  Tre giovani compagni francesi,  un letterato,  un
    pittore,  un meccanico,  venuti per veder l'Italia,  per istudiarvi le
    antichit,  e  per cercarvi occasion di guadagno,  s'erano accostati a
    non  so  qual  parte  esterna  del  duomo,   e  stavan  l   guardando
    attentamente.  Uno che passava,  li vede e si ferma,  gli accenna a un
    altro,  ad altri che arrivano: si form un  crocchio,  a  guardare,  a
    tener d'occhio coloro,  che il vestiario, la capigliatura, le bisacce,
    accusavano di stranieri e, quel ch'era peggio,  di francesi.  Come per
    accertarsi ch'era marmo, stesero essi la mano a toccare. Bast. Furono
    circondati,  afferrati,  malmenati,  spinti, a furia di percosse, alle
    carceri.  Per buona sorte,  il palazzo di giustizia  poco lontano dal
    duomo;  e,  per una sorte ancor pi felice, furon trovati innocenti, e
    rilasciati.
    N tali cose accadevan soltanto in citt: la frenesia s'era  propagata
    come il contagio.  Il viandante che fosse incontrato da de' contadini,
    fuor della strada maestra,  o che in quella si dondolasse a guardar in
    qua e in l,  o si buttasse gi per riposarsi; lo sconosciuto a cui si
    trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano
    untori: al primo avviso di chi si fosse,  al grido  d'un  ragazzo,  si
    sonava a martello, s'accorreva; gl'infelici eran tempestati di pietre,
    o,  presi,  venivan menati,  a furia di popolo,  in prigione.  Cos il
    Ripamonti medesimo. E la prigione, fino a un certo tempo, era un porto
    di salvamento.
    Ma i decurioni, non disanimati dal rifiuto del savio prelato,  andavan
    replicando   le   loro   istanze,   che  il  voto  pubblico  secondava
    rumorosamente.  Federigo resistette  ancor  qualche  tempo,  cerc  di
    convincerli;  questo   quello che pot il senno d'un uomo,  contro la
    forza de' tempi, e l'insistenza di molti.  In quello stato d'opinioni,
    con  l'idea  del pericolo,  confusa com'era allora,  contrastata,  ben
    lontana dall'evidenza che ci si trova ora,  non  difficile  a  capire
    come  le  sue  buone ragioni potessero,  anche nella sua mente,  esser
    soggiogate dalle cattive degli altri.  Se poi,  nel  ceder  che  fece,
    avesse  o  non  avesse  parte un po' di debolezza della volont,  sono
    misteri del cuore umano. Certo, se in alcun caso par che si possa dare
    in tutto l'errore all'intelletto, e scusarne la coscienza,  quando si
    tratti di que' pochi (e questo fu ben del numero),  nella vita  intera
    de' quali apparisca un ubbidir risoluto alla coscienza, senza riguardo
    a  interessi  temporali  di  nessun genere.  Al replicar dell'istanze,
    cedette  egli  dunque,  acconsent  che  si  facesse  la  processione,
    acconsent  di pi al desiderio,  alla premura generale,  che la cassa
    dov'eran rinchiuse le reliquie di san Carlo,  rimanesse dopo  esposta,
    per otto giorni, sull'altar maggiore del duomo.
    Non  trovo  che  il  tribunale  della  sanit,   n  altri,  facessero
    rimostranza n opposizione di sorte  alcuna.  Soltanto,  il  tribunale
    suddetto ordin alcune precauzioni che, senza riparare al pericolo, ne
    indicavano  il  timore.  Prescrisse  pi  strette regole per l'entrata
    delle persone in citt;  e,  per assicurarne l'esecuzione,  fece  star
    chiuse  le  porte:  come  pure,  a fine d'escludere,  per quanto fosse
    possibile,  dalla radunanza gli infetti e i sospetti,  fece  inchiodar
    gli usci delle case sequestrate: le quali,  per quanto pu valere,  in
    un fatto di questa sorte, la semplice affermazione d'uno scrittore,  e
    d'uno scrittore di quel tempo, eran circa cinquecento (N. d. A. 4).
    Tre giorni furono spesi in preparativi: l'undici di giugno,  ch'era il
    giorno stabilito, la processione usc,  sull'alba,  dal duomo.  Andava
    dinanzi  una lunga schiera di popolo,  donne la pi parte,  coperte il
    volto d'ampi zendali,  molte scalze,  e vestite di sacco.  Venivan poi
    l'arti,  precedute da' loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari
    di forme e di colori; poi le fraterie,  poi il clero secolare,  ognuno
    con l'insegne del grado,  e con una candela o un torcetto in mano. Nel
    mezzo,  tra il chiarore di pi fitti lumi,  tra un rumor pi  alto  di
    canti,  sotto  un ricco baldacchino,  s'avanzava la cassa,  portata da
    quattro canonici, parati in gran pompa,  che si cambiavano ogni tanto.
    Dai  cristalli  traspariva il venerato cadavere,  vestito di splendidi
    abiti pontificali,  e mitrato il teschio;  e nelle  forme  mutilate  e
    scomposte,  si  poteva ancora distinguere qualche vestigio dell'antico
    sembiante,   quale  lo  rappresentano  l'immagini,   quale  alcuni  si
    ricordavan  d'averlo  visto  e onorato in vita.  Dietro la spoglia del
    morto pastore (dice il  Ripamonti,  da  cui  principalmente  prendiamo
    questa  descrizione),  e  vicino a lui come di meriti e di sangue e di
    dignit,  cos ora anche di persona,  veniva  l'arcivescovo  Federigo.
    Seguiva  l'altra parte del clero;  poi i magistrati,  con gli abiti di
    maggior cerimonia; poi i nobili,  quali vestiti sfarzosamente,  come a
    dimostrazione  solenne  di  culto,   quali,  in  segno  di  penitenza,
    abbrunati,  o scalzi e incappati,  con la buffa sul  viso;  tutti  con
    torcetti. Finalmente una coda d'altro popolo misto.
    Tutta  la  strada era parata a festa;  i ricchi avevan cavate fuori le
    suppellettili pi preziose;  le facciate delle case povere erano state
    ornate da de' vicini benestanti, o a pubbliche spese; dove in luogo di
    parati,  dove sopra i parati,  c'eran de' rami fronzuti; da ogni parte
    pendevano quadri,  iscrizioni,  imprese;  su' davanzali delle finestre
    stavano in mostra vasi,  anticaglie, rarit diverse; per tutto lumi. A
    molte  di  quelle   finestre,   infermi   sequestrati   guardavan   la
    processione,  e  l'accompagnavano  con le loro preci.  L'altre strade,
    mute,  deserte;  se non  che  alcuni,  pur  dalle  finestre,  tendevan
    l'orecchio  al  ronzo  vagabondo;  altri,  e tra questi si videro fin
    delle monache,  eran saliti sui tetti,  se di l  potessero  veder  da
    lontano quella cassa, il corteggio, qualche cosa.
    La  processione  pass  per tutti i quartieri della citt: a ognuno di
    que' crocicchi,  o piazzette,  dove le strade principali sboccano  ne'
    borghi, e che allora serbavano l'antico nome di "carrobi", ora rimasto
    a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce
    che in ognuno era stata eretta da san Carlo,  nella peste antecedente,
    e delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che  si  torn
    in duomo un pezzo dopo il mezzogiorno.
    Ed  ecco  che,  il  giorno  seguente,  mentre  appunto  regnava quella
    presontuosa fiducia,  anzi in molti  una  fanatica  sicurezza  che  la
    processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni
    classe, in ogni parte della citt, a un tal eccesso, con un salto cos
    subitaneo,  che non ci fu chi non ne vedesse la causa,  o l'occasione,
    nella processione medesima.  Ma,  oh forze mirabili  e  dolorose  d'un
    pregiudizio generale! non gi al trovarsi insieme tante persone, e per
    tanto  tempo,  non all'infinita moltiplicazione de' contatti fortuiti,
    attribuivano i pi quell'effetto; l'attribuivano alla facilit che gli
    untori ci avessero trovata d'eseguire in grande il loro empio disegno.
    Si disse che,  mescolati nella  folla,  avessero  infettati  col  loro
    unguento  quanti  pi  avevan potuto.  Ma siccome questo non pareva un
    mezzo bastante,  n appropriato a una mortalit  cos  vasta,  e  cos
    diffusa in ogni classe di persone;  siccome,  a quel che pare, non era
    stato possibile all'occhio cos attento,  e pur cos  travedente,  del
    sospetto,  di scorgere untumi,  macchie di nessuna sorte, su' muri, n
    altrove; cos si ricorse,  per la spiegazion del fatto,  a quell'altro
    ritrovato,  gi  vecchio,  e  ricevuto  allora  nella  scienza  comune
    d'Europa,  delle polveri venefiche e malefiche;  si disse che  polveri
    tali,  sparse lungo la strada, e specialmente ai luoghi delle fermate,
    si fossero attaccate agli strascichi  de'  vestiti,  e  tanto  pi  ai
    piedi,  che  in  gran  numero erano quel giorno andati in giro scalzi.
    "Vide pertanto",  dice uno  scrittore  contemporaneo  (N.  d.  A.  5),
    "l'istesso giorno della processione, la piet cozzar con l'empiet, la
    perfidia con la sincerit,  la perdita con l'acquisto." Ed era in vece
    il povero senno umano che cozzava co' fantasmi creati da s.
    Da quel giorno,  la furia del contagio and sempre crescendo: in  poco
    tempo,  non  ci fu quasi pi casa che non fosse toccata: in poco tempo
    la popolazione del lazzeretto,  al dir del Somaglia citato  di  sopra,
    mont  da  duemila  a  dodici mila: pi tardi,  al dir di quasi tutti,
    arriv fino a sedici mila.  Il 4 di luglio,  come  trovo  in  un'altra
    lettera  de'  conservatori  della sanit al governatore,  la mortalit
    giornaliera oltrepassava i cinquecento.  Pi  innanzi,  e  nel  colmo,
    arriv,  secondo  il  calcolo  pi  comune,  a  mille  dugento,  mille
    cinquecento;  e a pi di tremila cinquecento,  se vogliam  credere  al
    Tadino.  Il quale anche afferma che, "per le diligenze fatte", dopo la
    peste si  trov  la  popolazion  di  Milano  ridotta  a  poco  pi  di
    sessantaquattro  mila anime,  e che prima passava le dugento cinquanta
    mila. Secondo il Ripamonti, era di sole dugento mila: de' morti,  dice
    che ne risultava cento quaranta mila da' registri civici, oltre quelli
    di cui non si pot tener conto. Altri dicon pi o meno, ma ancor pi a
    caso.
    Si  pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni,  addosso
    ai quali era rimasto il peso di provvedere alle  pubbliche  necessit,
    di  riparare  a  ci  che  c'era  di  riparabile  in  un tal disastro.
    Bisognava ogni  giorno  sostituire,  ogni  giorno  aumentare  serventi
    pubblici di varie specie: "monatti", "apparitori", commissari. I primi
    erano  addetti  ai  servizi  pi penosi e pericolosi della pestilenza:
    levar dalle case, dalle strade, dal lazzeretto,  i cadaveri;  condurli
    sui carri alle fosse,  e sotterrarli;  portare o guidare al lazzeretto
    gl'infermi,  e  governarli;  bruciare,   purgare  la  roba  infetta  e
    sospetta.  Il  nome,  vuole  il Ripamonti che venga dal greco "monos";
    Gaspare Bugatti (in  una  descrizion  della  peste  antecedente),  dal
    latino "monere";  ma insieme dubita,  con pi ragione,  che sia parola
    tedesca,  per esser quegli uomini arrolati la pi parte nella Svizzera
    e ne' Grigioni.  N sarebbe infatti assurdo il crederlo una troncatura
    del vocabolo  "monathlich"  (mensuale);  giacch,  nell'incertezza  di
    quanto  potesse  durare  il  bisogno,   probabile che gli accordi non
    fossero che di mese in mese.  L'impiego speciale degli apparitori  era
    di  precedere  i  carri,  avvertendo,  col  suono  d'un campanello,  i
    passeggieri, che si ritirassero. I commissari regolavano gli uni e gli
    altri,   sotto  gli  ordini  immediati  del  tribunale  della  sanit.
    Bisognava  tener  fornito  il lazzeretto di medici,  di chirurghi,  di
    medicine,  di vitto,  di tutti gli  attrezzi  d'infermeria;  bisognava
    trovare   e   preparar   nuovo   alloggio   per   gli   ammalati   che
    sopraggiungevano ogni giorno.  Si fecero a quest'effetto costruire  in
    fretta  capanne  di  legno  e  di  paglia  nello  spazio  interno  del
    lazzeretto;  se ne piant un nuovo,  tutto di  capanne,  cinto  da  un
    semplice  assito,  e  capace  di  contener quattromila persone.  E non
    bastando, ne furon decretati due altri; ci si mise anche mano; ma, per
    mancanza di mezzi d'ogni  genere  rimasero  in  tronco.  I  mezzi,  le
    persone,  il  coraggio,  diminuivano  di  mano  in mano che il bisogno
    cresceva.
    E non solo l'esecuzione rimaneva sempre addietro de' progetti e  degli
    ordini;  non  solo,  a  molte necessit,  pur troppo riconosciute,  si
    provvedeva scarsamente,  anche in  parole;  s'arriv  a  quest'eccesso
    d'impotenza e di disperazione,  che a molte, e delle pi pietose, come
    delle pi urgenti, non si provvedeva in nessuna maniera.  Moriva,  per
    esempio, d'abbandono una gran quantit di bambini, ai quali eran morte
    le madri di peste: la Sanit propose che s'instituisse un ricovero per
    questi  e  per  le partorienti bisognose,  che qualcosa si facesse per
    loro;  e non pot ottener nulla.  "Si doueua non  di  meno",  dice  il
    Tadino,  "compatire  ancora  alli  Decurioni della Citt,  li quali si
    trouauano afflitti,  mesti et lacerati dalla Soldatesca senza  regola,
    et rispetto alcuno;  come molto meno nell'infelice Ducato,  atteso che
    aggiutto alcuno,  n prouisione si poteua hauere dal  Gouernatore,  se
    non  che  si  trouaua  tempo  di guerra,  et bisognaua trattar bene li
    Soldati (N. d. A.  6)".  Tanto importava il prender Casale!  Tanto par
    bella  la  lode  del vincere,  indipendentemente dalla cagione,  dallo
    scopo per cui si combatta!
    Cos pure,  trovandosi colma di cadaveri  un'ampia,  ma  unica  fossa,
    ch'era  stata scavata vicino al lazzeretto;  e rimanendo,  non solo in
    quello, ma in ogni parte della citt, insepolti i nuovi cadaveri,  che
    ogni  giorno  erano  di pi,  i magistrati,  dopo avere invano cercato
    braccia per il tristo lavoro,  s'eran ridotti a dire di non saper  pi
    che partito prendere.  N si vede come sarebbe andata a finire, se non
    veniva un soccorso straordinario.  Il presidente della Sanit ricorse,
    per disperato,  con le lacrime agli occhi,  a que' due bravi frati che
    soprintendevano al lazzeretto;  e il padre Michele s'impegn a dargli,
    in  capo  a  quattro giorni,  sgombra la citt di cadaveri;  in capo a
    otto,  aperte fosse sufficienti,  non solo al bisogno presente,  ma  a
    quello  che si potesse preveder di peggio nell'avvenire.  Con un frate
    compagno,  e con persone del tribunale,  dategli dal presidente,  and
    fuor  della citt in cerca di contadini;  e,  parte con l'autorit del
    tribunale, parte con quella dell'abito e delle sue parole, ne raccolse
    circa dugento,  ai quali fece scavar tre grandissime fosse;  sped poi
    dal  lazzeretto  monatti a raccogliere i morti,  tanto che,  il giorno
    prefisso, la sua promessa si trov adempita.
    Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse
    paghe e d'onori, a fatica e non subito, se ne pot avere; ma molto men
    del bisogno. Fu spesso l l per mancare affatto di viveri, a segno di
    temere che ci s'avesse a morire anche di  fame;  e  pi  d'una  volta,
    mentre  non  si  sapeva  pi  dove  batter  la  testa  per  trovare il
    bisognevole,  vennero a tempo abbondanti sussidi per inaspettato  dono
    di  misericordia  privata:  ch,  in  mezzo alio stordimento generale,
    all'indifferenza per gli altri,  nata dal continuo temer  per  s,  ci
    furono  degli animi sempre desti alla carit,  ce ne furon degli altri
    in cui la carit nacque al cessar  d'ogni  allegrezza  terrena;  come,
    nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di
    provvedere,  ce  ne  furono alcuni,  sani sempre di corpo,  e saldi di
    coraggio al loro posto: ci furon pure altri che  spinti  dalla  piet,
    assunsero  e  sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati
    per impiego.
    Dove spicc una pi generale e pi pronta e costante fedelt ai doveri
    difficili della circostanza,  fu negli ecclesiastici.  Ai  lazzeretti,
    nella  citt,  non  manc  mai la loro assistenza: dove si pativa,  ce
    n'era;  sempre  si  videro  mescolati,  confusi  co'  languenti,   co'
    moribondi  languenti  e  moribondi  qualche  volta  loro medesimi;  ai
    soccorsi spirituali aggiungevano,  per quanto potessero,  i  temporali
    prestavano  ogni  servizio  che  richiedessero le circostanze.  Pi di
    sessanta parrochi,  della citt solamente,  moriron di  contagio:  gli
    otto noni, all'incirca.
    Federigo  dava a tutti,  com'era da aspettarsi da lui,  incitamento ed
    esempio.  Mortagli intorno quasi tutta la  famiglia  arcivescovile,  e
    facendogli istanza parenti, alti magistrati, principi circonvicini che
    s'allontanasse dal pericolo,  ritirandosi in qualche villa, rigett un
    tal consiglio,  e resistette all'istanze,  con  quell'animo,  con  cui
    scriveva  ai  parrochi:  "siate  disposti  ad  abbandonar  questa vita
    mortale,  piuttosto che questa famiglia,  questa  figliolanza  nostra:
    andate  con  amore incontro alla peste,  come a un premio,  come a una
    vita, quando ci sia da guadagnare un'anima a Cristo" (N. d. A. 7). Non
    trascur quelle cautele che non gli impedissero di fare il suo  dovere
    (sulla qual cosa diede anche istruzioni e regole al clero),  e insieme
    non cur il pericolo, n parve che se n'avvedesse,  quando per far del
    bene,  bisognava passar per quello. Senza parlare degli ecclesiastici,
    coi quali era sempre per lodare e regolare il loro zelo,  per eccitare
    chiunque di loro andasse freddo nel lavoro, per mandarli ai posti dove
    altri  eran  morti,  volle  che fosse aperto l'adito a chiunque avesse
    bisogno  di  lui.   Visitava  i  lazzeretti,   per  dar   consolazione
    agl'infermi,  e  per animare i serventi;  scorreva la citt,  portando
    soccorsi ai poveri sequestrati nelle case, fermandosi agli usci, sotto
    le finestre,  ad ascoltare i loro lamenti,  a dare in cambio parole di
    consolazione e di coraggio. Si cacci in somma e visse nel mezzo della
    pestilenza, maravigliato anche lui alla fine, d'esserne uscito illeso.
    Cos,  ne'  pubblici  infortuni,  e nelle lunghe perturbazioni di quel
    qual  si  sia  ordine  consueto,  si  vede  sempre  un  aumento,   una
    sublimazione  di  virt;  ma,  pur  troppo,  non  manca mai insieme un
    aumento, e d'ordinario ben pi generale, di perversit.  E questo pure
    fu  segnalato.  I  birboni  che  la peste risparmiava e non atterriva,
    trovarono nella confusione  comune,  nel  rilasciamento  d'ogni  forza
    pubblica,  una  nuova  occasione  d'attivit  e  una  nuova  sicurezza
    d'impunit a un tempo.  Che anzi,  l'uso della forza  pubblica  stessa
    venne  a  trovarsi  in  gran  parte  nelle mani de' peggiori tra loro.
    All'impiego di monatti e d'apparitori  non  s'adattavano  generalmente
    che uomini sui quali l'attrattiva delle rapine e della licenza potesse
    pi  che il terror del contagio,  che ogni naturale ribrezzo.  Erano a
    costoro prescritte strettissime  regole,  intimate  severissime  pene,
    assegnati posti, dati per superiori de' commissari, come abbiam detto;
    sopra  questi  e quelli eran delegati in ogni quartiere,  magistrati e
    nobili, con l'autorit di provveder sommariamente a ogni occorrenza di
    buon governo. Un tal ordin di cose cammin, e fece effetto,  fino a un
    certo  tempo;  ma,  crescendo,  ogni  giorno,  il numero di quelli che
    morivano, di quelli che andavan via,  di quelli che perdevan la testa,
    venner coloro a non aver quasi pi nessuno che li tenesse a freno;  si
    fecero,  i monatti principalmente,  arbitri d'ogni cosa.  Entravano da
    padroni,  da nemici nelle case,  e, senza parlar de' rubamenti, e come
    trattavano gl'infelici ridotti dalla peste a passar per tali mani,  le
    mettevano,  quelle  mani  infette e scellerate,  sui sani,  figliuoli,
    parenti, mogli, mariti, minacciando di strascinarli al lazzeretto,  se
    non  si  riscattavano,  o  non  venivano riscattati con danari.  Altre
    volte,  mettevano a prezzo i loro servizi,  ricusando di portar via  i
    cadaveri  gi  putrefatti,  a meno di tanti scudi.  Si disse (e tra la
    leggerezza  degli  uni  e  la  malvagit  degli  altri,    ugualmente
    malsicuro il credere e il non credere), si disse, e l'afferma anche il
    Tadino  (N.  d.  A.  8),  che  monatti e apparitori lasciassero cadere
    apposta  dai  carri  robe  infette,   per  propagare  e  mantenere  la
    pestilenza,  divenuta per essi un'entrata,  un regno, una festa. Altri
    sciagurati, fingendosi monatti,  portando un campanello attaccato a un
    piede,  com'era  prescritto a quelli,  per distintivo e per avviso del
    loro avvicinarsi,  s'introducevano nelle case  a  farne  di  tutte  le
    sorte.  In  alcune,  aperte  e vote d'abitanti,  o abitate soltanto da
    qualche languente, da qualche moribondo, entravan ladri,  a man salva,
    a saccheggiare: altre venivan sorprese, invase da birri che facevan lo
    stesso, e anche cose peggiori.
    Del  pari  con  la perversit,  crebbe la pazzia: tutti gli errori gi
    dominati pi o meno,  presero dallo sbalordimento,  e  dall'agitazione
    delle menti,  una forza straordinaria, produssero effetti pi rapidi e
    pi vasti.  E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura
    speciale dell'unzioni,  la quale,  ne' suoi effetti,  ne' suoi sfoghi,
    era spesso,  come abbiam veduto,  un'altra perversit.  L'immagine  di
    quel  supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi,  molto pi
    che il pericolo reale e presente.  "E mentre",  dice il Ripamonti,  "i
    cadaveri  sparsi,  o i mucchi di cadaveri,  sempre davanti agli occhi,
    sempre tra' piedi,  facevano della citt tutta come un solo  mortorio,
    c'era  qualcosa  di pi brutto,  di pi funesto,  in quell'accanimento
    vicendevole,  in quella sfrenatezza e mostruosit di  sospetti...  Non
    del  vicino soltanto si prendeva ombra,  dell'amico,  dell'ospite;  ma
    que' nomi,  que' vincoli dell'umana carit,  marito e moglie,  padre e
    figlio,  fratello  e  fratello,  eran  di terrore: e,  cosa orribile e
    indegna a dirsi!  la mensa domestica,  il letto nuziale,  si temevano,
    come agguati, come nascondigli di venefizio."
    La  vastit  immaginata,  la  stranezza  della  trama turbavan tutti i
    giudizi,  alteravan tutte  le  ragioni  della  fiducia  reciproca.  Da
    principio,  si  credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi
    dall'ambizione  e  dalla  cupidigia;  andando  avanti,  si  sogn,  si
    credette   che  ci  fosse  una  non  so  quale  volutt  diabolica  in
    quell'ungere, un'attrattiva che dominasse le volont.  I vaneggiamenti
    degl'infermi  che  accusavan  s stessi di ci che avevan temuto dagli
    altri,  parevano rivelazioni,  rendevano  ogni  cosa,  per  dir  cos,
    credibile  d'ognuno.   E  pi  delle  parole,  dovevan  far  colpo  le
    dimostrazioni,  se accadeva che appestati in delirio andasser  facendo
    di  quegli  atti  che  s'erano figurati che dovessero fare gli untori:
    cosa insieme molto probabile,  e atta  a  dar  miglior  ragione  della
    persuasion generale e dell'affermazioni di molti scrittori.  Cos, nel
    lungo e tristo periodo de' processi per stregoneria,  le  confessioni,
    non sempre estorte,  degl'imputati,  non serviron poco a promovere e a
    mantener  l'opinione  che  regnava  intorno  ad  essa:   ch,   quando
    un'opinione  regna  per  lungo tempo,  e in una buona parte del mondo,
    finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte le uscite,  a
    scorrer per tutti i gradi della persuasione;  ed  difficile che tutti
    o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si faccia,  senza che
    venga alcuno il quale creda di farla.
    Tra  le  storie  che  quel  delirio dell'unzioni fece immaginare,  una
    merita che se ne faccia menzione,  per il credito che acquist,  e per
    il  giro che fece.  Si raccontava,  non da tutti nella istessa maniera
    (che sarebbe un troppo singolar privilegio delle favole),  ma a un  di
    presso,  che un tale,  in tal giorno, aveva visto arrivar sulla piazza
    del duomo un tiro a sei, e dentro, con altri, un gran personaggio, con
    una faccia fosca e infocata, con gli occhi accesi,  coi capelli ritti,
    e  il labbro atteggiato di minaccia.  Mentre quel tale stava intento a
    guardare, la carrozza s'era fermata; e il cocchiere l'aveva invitato a
    salirvi; e lui non aveva saputo dir di no. Dopo diversi rigiri,  erano
    smontati alla porta d'un tal palazzo,  dove entrato anche lui,  con la
    compagnia, aveva trovato amenit e orrori, deserti e giardini, caverne
    e sale, e in esse, fantasime sedute a consiglio. Finalmente, gli erano
    state fatte vedere gran casse di danaro,  e  detto  che  ne  prendesse
    quanto gli fosse piaciuto,  con questo per, che accettasse un vasetto
    d'unguento,  e andasse con esso ungendo per la citt.  Ma  non  avendo
    voluto  acconsentire,  s'era  trovato,  in  un  batter  d'occhio,  nel
    medesimo luogo dove  era  stato  preso.  Questa  storia,  creduta  qui
    generalmente  dal  popolo,  e,  al  dir del Ripamonti,  non abbastanza
    derisa da qualche uomo di peso (N. d. A.  9),  gir per tutta Italia e
    fuori.  In  Germania  se ne fece una stampa: l'elettore arcivescovo di
    Magonza scrisse al cardinal Federigo,  per domandargli cosa si dovesse
    credere de' fatti maravigliosi che si raccontavan di Milano;  e n'ebbe
    in risposta ch'eran sogni.
    D'ugual valore,  se non in tutto d'ugual natura,  erano  i  sogni  de'
    dotti;  come disastrosi del pari n'eran gli effetti.  Vedevano, la pi
    parte di loro,  l'annunzio e la ragione insieme de' guai in una cometa
    apparsa  l'anno  1628,  e  in  una  congiunzione di Saturno con Giove,
    "inclinando", scrive il Tadino,  "la congiontione sodetta Sopra questo
    anno 1630,  tanto chiara,  che ciascun la poteua intendere.  "Mortales
    parat morbos, miranda videntur"". Questa predizione, cavata, dicevano,
    da un libro intitolato "Specchio degli almanacchi perfetti",  stampato
    in Torino,  nel 1623, correva per le bocche di tutti. Un'altra cometa,
    apparsa nel giugno dell'anno stesso della peste, si prese per un nuovo
    avviso; anzi per una prova manifesta dell'unzioni. Pescavan ne' libri,
    e pur troppo ne trovavano in quantit, esempi di peste, come dicevano,
    manufatta: citavano Livio, Tacito, Dione, che dico? Omero e Ovidio,  i
    molti   altri   antichi   che   hanno  raccontati  o  accennati  fatti
    somiglianti: di moderni ne avevano ancor pi in  abbondanza.  Citavano
    cent'altri  autori  che  hanno  trattato  dottrinalmente,   o  parlato
    incidentemente di veleni,  di male d'unti,  di polveri: il Cesalpino,
    il Cardano, il Grevino, il Salio, il Pareo, lo Schenchio, lo Zachia e,
    per  finirla,  quel  funesto Delrio,  il quale,  se la rinomanza degli
    autori fosse in ragione del bene e del male prodotto dalle loro opere,
    dovrebb'essere uno de' pi famosi; quel Delrio, le cui veglie costaron
    la vita a pi uomini che  l'imprese  di  qualche  conquistatore:  quel
    Delrio,  le cui "Disquisizioni Magiche" (il ristretto di tutto ci che
    gli uomini avevano,  fino a' suoi tempi,  sognato in quella  materia),
    divenute il testo pi autorevole,  pi irrefragabile,  furono, per pi
    d'un  secolo,  norma  e  impulso  potente  di  legali,  orribili,  non
    interrotte carnificine.
    Da'  trovati  del volgo,  la gente istruita prendeva ci che si poteva
    accomodar con le sue idee; da' trovati della gente istruita,  il volgo
    prendeva ci che ne poteva intendere,  e come lo poteva; e di tutto si
    formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.
    Ma ci che reca maggior maraviglia,   il  vedere  i  medici,  dico  i
    medici  che fin da principio avevan creduta la peste,  dico in ispecie
    il Tadino,  il  quale  l'aveva  pronosticata,  vista  entrare,  tenuta
    d'occhio,  per  dir  cos,  nel suo progresso,  il quale aveva detto e
    predicato che  l'era  peste,  e  s'attaccava  col  contatto,  che  non
    mettendovi riparo,  ne sarebbe infettato tutto il paese,  vederlo poi,
    da questi  effetti  medesimi  cavare  argomento  certo  delle  unzioni
    venefiche e malefiche;  lui che in quel Carlo Colonna,  il secondo che
    mor di peste in Milano,  aveva notato il delirio  come  un  accidente
    della  malattia,  vederlo  poi  addurre  in prova dell'unzioni e della
    congiura diabolica,  un fatto  di  questa  sorte:  che  due  testimoni
    deponevano  d'aver sentito raccontare da un loro amico infermo,  come,
    una  notte,  gli  eran  venute  persone  in  camera,  a  esibirgli  la
    guarigione  e danari,  se avesse voluto unger le case del contorno;  e
    come, al suo rifiuto,  quelli se n'erano andati,  e in loro vece,  era
    rimasto un lupo sotto il letto,  e tre gattoni sopra, "che sino al far
    del giorno vi dimororno" (N. d. A. 10).
    Se fosse stato uno solo che connettesse cos,  si  dovrebbe  dire  che
    aveva  una  testa  curiosa;  o  piuttosto  non  ci  sarebbe  ragion di
    parlarne; ma siccome eran molti, anzi quasi tutti, cos  storia dello
    Spirito umano,  e d occasion d'osservare quanto una serie ordinata  e
    ragionevole d'idee possa essere scompigliata da un'altra serie d'idee,
    che ci si getti a traverso.  Del resto,  quel Tadino era qui uno degli
    uomini pi riputati del suo tempo.
    Due illustri e benemeriti scrittori hanno affermato  che  il  cardinal
    Federigo dubitasse del fatto dell'unzioni (N.  d. A. 11). Noi vorremmo
    poter dare a quell'inclita  e  amabile  memoria  una  lode  ancor  pi
    intera, e rappresentare il buon prelato, in questo, come in tant'altre
    cose,  superiore  alla  pi parte de' suoi contemporanei,  ma siamo in
    vece costretti di notar  di  nuovo  in  lui  un  esempio  della  forza
    d'un'opinione comune anche sulle menti pi nobili.  S' visto,  almeno
    da quel che ne dice il Ripamonti, come da principio,  veramente stesse
    in  dubbio: ritenne poi sempre che in quell'opinione avesse gran parte
    la credulit, l'ignoranza,  la paura,  il desiderio di scusarsi d'aver
    cos tardi riconosciuto il contagio,  e pensato a mettervi riparo, che
    molto ci fosse d'esagerato,  ma insieme,  che qualche cosa ci fosse di
    vero.  Nella  biblioteca ambrosiana si conserva un'operetta scritta di
    sua mano intorno a quella peste;  e questo  sentimento  c'  accennato
    spesso,  anzi una volta enunciato espressamente. "Era opinion comune",
    dice a un di presso,  "che di questi unguenti se ne componesse in vari
    luoghi,  e  che molte fossero l'arti di metterlo in opera: delle quali
    alcune ci paion vere, altre inventate" (N. d. A. 12).
    Ci furon per di quelli che  pensarono  fino  alla  fine,  e  fin  che
    vissero,  che  tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo,  non da loro,
    ch nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento
    cos opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo
    deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d'alcuni,
    un errore che non s'attentava di venire a disputa palese,  ma che  pur
    viveva;  lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. "Ho
    trovato gente savia in Milano,"  dice  il  buon  Muratori,  nel  luogo
    sopraccitato,  "che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era
    molto persuasa che tosse vero il fatto di quegli  unti  velenosi."  Si
    vede ch'era uno sfogo segreto della verit,  una confidenza domestica:
    il buon senso c'era;  ma se ne stava nascosto,  per  paura  del  senso
    comune.
    I  magistrati,  scemati ogni giorno,  e sempre pi smarriti e confusi,
    tutta,  per dir cos,  quella poca risoluzione  di  cui  eran  capaci,
    l'impiegarono a cercar di questi untori.  Tra le carte del tempo della
    peste,  che si conservano nell'archivio nominato  di  sopra,  c'  una
    lettera  (senza  alcun  altro  documento  relativo)  in  cui  il  gran
    cancelliere informa,  sul serio e con  gran  premura,  il  governatore
    d'aver  ricevuto  un avviso che,  in una casa di campagna de' fratelli
    Girolamo e Giulio Monti, gentiluomini milanesi, si componeva veleno in
    tanta  quantit,   che  quaranta  uomini  erano  occupati   "en   este
    exercicio",  con l'assistenza di quattro cavalieri bresciani,  i quali
    facevano venir materiali dal veneziano,  "para la fbrica del veneno".
    Soggiunge che lui aveva preso,  in gran segreto,  i concerti necessari
    per mandar l il podest di Milano  e  l'auditore  della  Sanit,  con
    trenta  soldati  di  cavalleria;  che  pur troppo uno de' fratelli era
    stato avvertito a tempo per poter trafugare gl'indizi del  delitto,  e
    probabilmente dall'auditor medesimo,  suo amico;  e che questo trovava
    delle scuse per non partire;  ma  che  non  ostante,  il  podest  co'
    soldati  era  andato "a reconocer la casa,  y a ver si hallar algunos
    vestigios",  e prendere informazioni,  e  arrestar  tutti  quelli  che
    fossero incolpati.
    La  cosa  dov  finire  in  nulla,  giacch  gli scritti del tempo che
    parlano de' sospetti che c'eran su que' gentiluomini, non citano alcun
    fatto. Ma pur troppo, in un'altra occasione, si cred d'aver trovato.
    I processi che ne vennero in conseguenza,  non eran certamente i primi
    d'un  tal  genere:  e  non  si pu neppur considerarli come una rarit
    nella storia della giurisprudenza. Ch,  per tacere dell'antichit,  e
    accennar solo qualcosa de' tempi pi vicini a quello di cui trattiamo,
    in Palermo,  del 1526;  in Ginevra, del 1530, poi del 1545, poi ancora
    del 1574;  in Casal Monferrato,  del 1536;  in Padova,  del  1555;  in
    Torino,  del  1599,  e  di  nuovo,  in  quel medesim'anno 1630,  furon
    processati e condannati a  supplizi,  per  lo  pi  atrocissimi,  dove
    qualcheduno,  dove molti infelici, come rei d'aver propagata la peste,
    con polveri, o con unguenti, o con male, o con tutto ci insieme.  Ma
    l'affare  delle cos dette unzioni di Milano,  come fu il pi celebre,
    cos  fors'anche il pi osservabile;  o,  almeno,  c' pi  campo  di
    farci   sopra   osservazione,   per   esserne  rimasti  documenti  pi
    circostanziati e pi autentici. E quantunque uno scrittore lodato poco
    sopra se ne sia occupato, pure,  essendosi lui proposto,  non tanto di
    farne  propriamente la storia,  quanto di cavarne sussidio di ragioni,
    per un assunto di maggiore,  o certo di pi immediata importanza,  c'
    parso che la storia potesse esser materia d'un nuovo lavoro.  Ma non 
    cosa da uscirne con poche parole;  e non  qui il luogo  di  trattarla
    con l'estensione che merita.  E oltre di ci,  dopo essersi fermato su
    que' casi, il lettore non si curerebbe pi certamente di conoscere ci
    che rimane del nostro racconto.  Serbando per a un altro  scritto  la
    storia e l'esame di quelli, torneremo finalmente a' nostri personaggi,
    per non lasciarli pi, fino alla fine.

    N.  d.  A. 1: "Memoria delle cose nobili successe in Milano intorno al
    mal contaggioso l'anno 1630", ecc. raccolte da D. Pio la Croce, Milano
    1730.  E' tratta evidentemente da scritto inedito d'autore vissuto  al
    tempo della pestilenza: se pure non  una semplice edizione, piuttosto
    che una nuova compilazione.
    N.  d.  A.  2: "Si inguenta scelerata et unctores in urbe essent... Si
    non essent... Certiusque adeo malum". Ripamonti, pag. 185.
    N. d. A. 3: P. VERRI, "Osservazioni sulla tortura": Scrittori italiani
    di economia politica; parte moderna, tom 17, pag. 203.
    N. d. A. 4: "Allegiamento dello Stato di Milano" etc. di C. G. Vavatio
    della Somaglia. Milano, 1653, pag. 482.
    N.  d.  A.  5: Agostino Lampugnano,"La pestilenza seguita  in  Milano,
    l'anno 1630". Milano, 1634, pag. 44.
    N. d. A. 6: Pag. 117.
    N. d. A. 7: Ripamonti, pag. 164.
    N. d. A. 8: Pag. 102.
    N. d. A. 9: "Apud prudentium plerosque, non sicuti debuerat irrisa. De
    peste etc.", pag 77.
    N. d. A. 10: Pag. 123, 124.
    N.  d.  A. 11: Muratori, "Del governo della peste". Modena, 1714, pag.
    117. - P. Verri, opuscolo citato, pag. 261.
    N. d.  A.  12: Ecco le sue parole: "Unguenta uero haec aiebant componi
    conficique  multifariam traudisque uias tuisse complures;  quarum sane
    fraudum,  et artium aliis quidem assentimur,  alias uero fictas fuisse
    comentitiasque  arbitramur.  De  pestilentia  quae Mediolani anno 1630
    magnam stragem edidit." Cap. V.



    CAPITOLO 33.

    Don Rodrigo fa l'elogio funebre del cugino Attilio.  -  Tornato a casa
    s'accorge ch' infetto di peste.  -  Vuol dissimularlo al Griso ma non
    riesce.   -  Un terribile sogno di don Rodrigo.   -  Il tradimento del
    Griso.  -  Don Rodrigo  condotto al lazzeretto.  -  Il Griso muore di
    peste.  -  Il contagio nel bergamasco.  -  Renzo  colpito, guarisce e
    va al suo paese.  -  Trova don Abbondio, e si fa ospitare da un amico.
    -  Decide quindi di andare in cerca di Lucia e s'incammina per Milano.

    Una  notte,  verso  la  fine d'agosto,  proprio nel colmo della peste,
    tornava don Rodrigo a casa sua,  in  Milano,  accompagnato  dal  fedel
    Griso,  l'uno  de' tre o quattro che,  di tutta la famiglia,  gli eran
    rimasti vivi.  Tornava da un  ridotto  d'amici  soliti  a  straviziare
    insieme,  per  passar  la  malinconia  di  quel tempo: e ogni volta ce
    n'eran de' nuovi,  e ne mancava de' vecchi.  Quel giorno,  don Rodrigo
    era stato uno de' pi allegri;  e tra l'altre cose,  aveva fatto rider
    tanto la compagnia, con una specie d'elogio funebre del conte Attilio,
    portato via dalla peste, due giorni prima.
    Camminando  per,  sentiva  un  mal  essere,   un  abbattimento,   una
    fiacchezza di gambe,  una gravezza di respiro, un'arsione interna, che
    avrebbe  voluto  attribuir  solamente  al  vino,  alla  veglia,   alla
    stagione.  Non  apr  bocca,  per tutta la strada;  e la prima parola,
    arrivati a casa,  fu d'ordinare al Griso  che  gli  facesse  lume  per
    andare  in  camera.  Quando  ci  furono,  il Griso osserv il viso del
    padrone, stravolto, acceso, con gli occhi in fuori, e lustri lustri; e
    gli stava alla lontana: perch, in quelle circostanze, ogni mascalzone
    aveva dovuto acquistar, come si dice, l'occhio medico.
    "Sto bene,  ve'," disse don Rodrigo,  che lesse nel fare del Griso  il
    pensiero che gli passava per la mente.  "Sto benone;  ma ho bevuto, ho
    bevuto forse un po' troppo. C'era una vernaccia!... Ma,  con una buona
    dormita,  tutto se ne va.  Ho un gran sonno... Levami un po' quel lume
    dinanzi, che m'accieca... mi d una noia...!"
    "Scherzi della vernaccia,"  disse  il  Griso,  tenendosi  sempre  alla
    larga. "Ma vada a letto subito, ch il dormire le far bene."
    "Hai  ragione:  se  posso dormire...  Del resto,  sto bene.  Metti qui
    vicino, a buon conto,  quel campanello,  se per caso,  stanotte avessi
    bisogno di qualche cosa: e sta attento,  ve',  se mai senti sonare. Ma
    non avr bisogno di nulla...  Porta via presto quel  maledetto  lume,"
    riprese  poi,  intanto  che il Griso eseguiva l'ordine,  avvicinandosi
    meno che poteva. "Diavolo! che m'abbia a dar tanto fastidio!"
    Il Griso prese il lume,  e,  augurata la buona notte  al  padrone,  se
    n'and in fretta, mentre quello si cacciava sotto.
    Ma le coperte gli parvero una montagna. Le butt via, e si rannicchi,
    per dormire; ch infatti moriva dal sonno. Ma, appena velato l'occhio,
    si  svegliava  con  un riscossone,  come se uno,  per dispetto,  fosse
    venuto  a  dargli  una  tentennata;  e  sentiva  cresciuto  il  caldo,
    cresciuta   la  smania.   Ricorreva  col  pensiero  all'agosto,   alla
    vernaccia, al disordine; avrebbe voluto poter dar loro tutta la colpa;
    ma a queste idee si sostituiva sempre da  s  quella  che  allora  era
    associata con tutte,  ch'entrava,  per dir cos, da tutti i sensi, che
    s'era ficcata in tutti i discorsi dello stravizio,  giacch era  ancor
    pi  facile  prenderla  in  ischerzo,  che passarla sotto silenzio: la
    peste.
    Dopo un lungo rivoltarsi, finalmente s'addorment, e cominci a fare i
    pi brutti e arruffati sogni del mondo. E d'uno in un altro, gli parve
    di trovarsi in una gran chiesa, in su, in su, in mezzo a una folla; di
    trovarcisi,  ch non sapeva come ci fosse andato,  come  gliene  fosse
    venuto  il pensiero,  in quel tempo specialmente;  e n'era arrabbiato.
    Guardava  i  circostanti;  eran  tutti  visi  gialli,  distrutti,  con
    cert'occhi  incantati,  abbacinati,  con  le labbra spenzolate;  tutta
    gente con certi vestiti che cascavano a pezzi; e da' rotti si vedevano
    macchie e bubboni. "Largo canaglia!" gli pareva di gridare,  guardando
    alla  porta,  ch'era lontana lontana,  e accompagnando il grido con un
    viso minaccioso,  senza per moversi,  anzi  ristringendosi,  per  non
    toccar  que'  sozzi  corpi,  che gi lo toccavano anche troppo da ogni
    parte. Ma nessuno di quegl'insensati dava segno di volersi scostare, e
    nemmeno d'avere inteso; anzi gli stavan pi addosso: e sopra tutto gli
    pareva che qualcheduno di loro, con le gomita o con altro, lo pigiasse
    a sinistra,  tra il  cuore  e  l'ascella,  dove  sentiva  una  puntura
    dolorosa,  e come pesante. E se si storceva, per veder di liberarsene,
    subito un nuovo non so che veniva a  puntarglisi  al  luogo  medesimo.
    Infuriato,  volle metter mano alla spada; e appunto gli parve che, per
    la calca,  gli fosse andata in su,  e fosse il pomo di quella  che  lo
    premesse in quel luogo; ma, mettendoci la mano, non ci trov la spada,
    e   sent   in   vece   una  trafitta  pi  forte.   Strepitava,   era
    tutt'affannato, e voleva gridar pi forte;  quando gli parve che tutti
    que'  visi  si  rivolgessero  a una parte.  Guard anche lui;  vide un
    pulpito,  e dal parapetto di quello  spuntar  su  un  non  so  che  di
    convesso,  liscio  e  luccicante;  poi alzarsi e comparir distinta una
    testa pelata,  poi due occhi,  un viso,  una barba lunga e bianca,  un
    frate ritto,  fuor del parapetto fino alla cintola, fra Cristoforo. Il
    quale, fulminato uno sguardo in giro su tutto l'uditorio,  parve a don
    Rodrigo  che  lo  fermasse  in  viso  a lui,  alzando insieme la mano,
    nell'attitudine appunto che aveva presa in quella sala a  terreno  del
    suo  palazzotto.  Allora  alz  anche  lui la mano in furia,  fece uno
    sforzo, come per islanciarsi ad acchiappar quel braccio teso per aria;
    una voce che gli andava brontolando sordamente nella gola,  scoppi in
    un grand'urlo;  e si dest.  Lasci cadere il braccio che aveva alzato
    davvero; stent alquanto a ritrovarsi, ad aprir ben gli occhi;  ch la
    luce  del  giorno  gi  inoltrato  gli dava noia,  quanto quella della
    candela,  la sera avanti;  riconobbe il suo letto,  la sua camera;  si
    raccapezz  che  tutto  era stato un sogno: la chiesa,  il popolo,  il
    frate,  tutto era sparito;  tutto fuorch una cosa,  quel dolore dalla
    parte sinistra.  Insieme si sentiva al cuore una palpitazion violenta,
    affannosa, negli orecchi un ronzo,  un fischo continuo,  un fuoco di
    dentro, una gravezza in tutte le membra, peggio di quando era andato a
    letto.  Esit qualche momento, prima di guardar la parte dove aveva il
    dolore; finalmente la scopr, ci diede un'occhiata paurosa;  e vide un
    sozzo bubbone d'un livido paonazzo.
    L'uomo  si  vide  perduto: il terror della morte l'invase,  e,  con un
    senso per avventura pi  forte,  il  terrore  di  diventar  preda  de'
    monatti, d'esser portato, buttato al lazzeretto. E cercando la maniera
    d'evitare quest'orribile sorte,  sentiva i suoi pensieri confondersi e
    oscurarsi,  sentiva avvicinarsi il momento che non avrebbe pi  testa,
    se  non  quanto  bastasse  per  darsi  alla  disperazione.  Afferr il
    campanello,  e lo scosse con violenza.  Comparve subito il  Griso,  il
    quale stava all'erta.  Si ferm a una certa distanza dal letto; guard
    attentamente il padrone,  e s'accert di quello che,  la  sera,  aveva
    congetturato.
    "Griso!" disse don Rodrigo, rizzandosi stentatamente a sedere: "tu sei
    sempre stato il mio fido."
    "S, signore."
    "T'ho sempre fatto del bene."
    "Per sua bont."
    "Di te mi posso fidare...!"
    "Diavolo!"
    "Sto male, Griso."
    "Me n'ero accorto."
    "Se  guarisco,  ti far del bene ancor pi di quello che te n'ho fatto
    per il passato."
    Il Griso non rispose nulla,  e  stette  aspettando  dove  andassero  a
    parare questi preamboli.
    "Non voglio fidarmi d'altri che di te," riprese don Rodrigo: "fammi un
    piacere, Griso."
    "Comandi,"   disse  questo,   rispondendo  con  la  formola  solita  a
    quell'insolita.
    "Sai dove sta di casa il Chiodo chirurgo?"
    "Lo so benissimo."
    "E' un galantuomo, che,  chi lo paga bene,  tien segreti gli ammalati.
    Va a chiamarlo: digli che gli dar quattro,  sei scudi per visita,  di
    pi, se di pi ne chiede;  ma che venga qui subito: e fa la cosa bene,
    che nessun se n'avveda."
    "Ben pensato," disse il Griso: "vo e torno subito."
    "Senti,  Griso: dammi prima un po' d'acqua.  Mi sento un'arsione,  che
    non ne posso pi."
    "No,  signore," rispose il Griso: "niente senza il parere del  medico.
    Son  mali  bisbetici:  non  c' tempo da perdere.  Stia quieto: in tre
    salti son qui col Chiodo."
    Cos detto, usc, raccostando l'uscio.
    Don Rodrigo,  tornato sotto,  l'accompagnava con l'immaginazione  alla
    casa  del  Chiodo,  contava  i passi,  calcolava il tempo.  Ogni tanto
    ritornava a guardare il  suo  bubbone;  ma  voltava  subito  la  testa
    dall'altra parte,  con ribrezzo.  Dopo qualche tempo, cominci a stare
    in orecchi,  per sentire se il  chirurgo  arrivava:  e  quello  sforzo
    d'attenzione  sospendeva  il sentimento del male,  e teneva in sesto i
    suoi pensieri. Tutt'a un tratto, sente uno squillo lontano, ma che gli
    par che venga dalle stanze,  non dalla strada.  Sta attento;  lo sente
    pi forte, pi ripetuto, e insieme uno stropicco di piedi: un orrendo
    sospetto gli passa per la mente.  Si rizza a sedere,  e si mette ancor
    pi attento;  sente un rumor cupo nella stanza vicina,  come d'un peso
    che venga messo gi con riguardo;  butta le gambe fuor del letto, come
    per alzarsi,  guarda all'uscio,  lo vede aprirsi,  vede presentarsi  e
    venire   avanti   due  logori  e  sudici  vestiti  rossi,   due  facce
    scomunicate,  due monatti,  in una parola;  vede mezza la  faccia  del
    Griso che, nascosto dietro un battente socchiuso, riman l a spiare.
    "Ah traditore infame!... Via, canaglia! Biondino! Carlotto! aiuto! son
    assassinato!"  grida don Rodrigo;  caccia una mano sotto il capezzale,
    per cercare una pistola;  l'afferra,  la tira fuori;  ma al primo  suo
    grido,  i  monatti  avevan  preso  la rincorsa verso il letto;  il pi
    pronto gli  addosso,  prima che lui possa far nulla;  gli strappa  la
    pistola di mano,  la getta lontano,  lo butta a giacere, e lo tien l,
    gridando,  con un versaccio  di  rabbia  insieme  e  di  scherno:  "ah
    birbone!  contro  i monatti!  contro i ministri del tribunale!  contro
    quelli che fanno l'opere di misericordia!"
    "Tienlo bene,  fin che lo portiam via,"  disse  il  compagno,  andando
    verso uno scrigno.  E in quella il Griso entr,  e si mise con colui a
    scassinar la serratura.
    "Scellerato!" url don Rodrigo, guardandolo per di sotto all'altro che
    lo teneva,  e divincolandosi tra quelle braccia  forzute.  "Lasciatemi
    ammazzar  quell'infame,"  diceva quindi ai monatti,  "e poi fate di me
    quel che volete." Poi ritornava a chiamar con quanta voce  aveva,  gli
    altri suoi servitori;  ma era inutile, perch l'abbominevole Griso gli
    aveva mandati lontano,  con finti ordini  del  padrone  stesso,  prima
    d'andare  a fare ai monatti la proposta di venire a quella spedizione,
    e divider le spoglie.
    "Sta buono,  sta buono," diceva allo sventurato Rodrigo l'aguzzino che
    lo  teneva  appuntellato sul letto.  E voltando poi il viso ai due che
    facevan bottino, gridava: "fate le cose da galantuomini!"
    "Tu!   tu!"  mugghiava  don  Rodrigo  verso  il  Griso,   che   vedeva
    affacendarsi a spezzare,  a cavar fuori danaro,  roba, a far le parti.
    "Tu!  dopo...!  Ah diavolo dell'inferno!  Posso ancora guarire!  posso
    guarire!"  Il  Griso  non fiatava,  e neppure,  per quanto poteva,  si
    voltava dalla parte di dove venivan quelle parole.
    "Tienlo forte," diceva l'altro monatto: " fuor di s."
    Ed era ormai vero.  Dopo un grand'urlo,  dopo un ultimo e pi violento
    sforzo  per  mettersi  in  libert,  cadde tutt'a un tratto rifinito e
    stupido: guardava  per  ancora,  come  incantato,  e  ogni  tanto  si
    riscoteva, o si lamentava.
    I  monatti  lo presero,  uno per i piedi,  e l'altro per le spalle,  e
    andarono a posarlo sur una barella che avevan  lasciata  nella  stanza
    accanto; poi uno torn a prender la preda; quindi, alzato il miserabil
    peso, lo portaron via.
    Il  Griso rimase a scegliere in fretta quel di pi che potesse far per
    lui; fece di tutto un fagotto, e se n'and.  Aveva bens avuto cura di
    non  toccar  mai i monatti,  di non lasciarsi toccar da loro;  ma,  in
    quell'ultima furia del frugare,  aveva poi presi,  vicino al letto,  i
    panni  del padrone,  e gli aveva scossi,  senza pensare ad altro,  per
    veder se ci fosse danaro.  C'ebbe per a pensare il giorno dopo,  che,
    mentre  stava  gozzovigliando in una bettola,  gli vennero a un tratto
    de' brividi,  gli s'abbagliaron gli occhi,  gli mancaron le  forze,  e
    casc.  Abbandonato  da'  compagni,  and  in  mano de' monatti,  che,
    spogliatolo di quanto aveva indosso di  buono,  lo  buttarono  sur  un
    carro;  sul quale spir, prima d'arrivare al lazzeretto, dov'era stato
    portato il suo padrone.
    Lasciando ora questo nel soggiorno de' guai,  dobbiamo andare in cerca
    d'un  altro,  la  cui  storia non sarebbe mai stata intralciata con la
    sua,  se lui non l'avesse voluto per forza;  anzi si pu dir di  certo
    che  non  avrebbero  avuto  storia n l'uno n l'altro: Renzo,  voglio
    dire,  che abbiam lasciato al nuovo filatoio,  sotto il nome d'Antonio
    Rivolta.
    C'era stato cinque o sei mesi, salvo il vero; dopo i quali, dichiarata
    l'inimicizia  tra  la  repubblica e il re di Spagna,  e cessato quindi
    ogni timore di ricerche e d'impegni dalla parte di qui,  Bortolo s'era
    dato  premura  d'andarlo  a  prendere,  e di tenerlo ancora con s,  e
    perch gli voleva bene,  e perch Renzo,  come giovine di  talento,  e
    abile  nel  mestiere,  era,  in  una  fabbrica,  di  grande  aiuto  al
    "factotum",  senza poter mai aspirare  a  divenirlo  lui,  per  quella
    benedetta disgrazia di non saper tener la penna in mano. Siccome anche
    questa  ragione  c'era  entrata  per qualche cosa,  cos abbiam dovuto
    accennarla. Forse voi vorreste un Bortolo pi ideale: non so che dire:
    fabbricatevelo. Quello era cos.
    Renzo era poi sempre rimasto a  lavorare  presso  di  lui.  Pi  d'una
    volta,  e  specialmente  dopo  aver  ricevuta  qualcheduna  di  quelle
    benedette lettere da parte d'Agnese,  gli era  saltato  il  grillo  di
    farsi soldato, e finirla: e l'occasioni non mancavano; ch, appunto in
    quell'intervallo  di  tempo,  la repubblica aveva avuto bisogno di far
    gente.  La tentazione era qualche volta  stata  per  Renzo  tanto  pi
    forte,  che s'era anche parlato d'invadere il milanese; e naturalmente
    a lui pareva che sarebbe stata una bella cosa,  tornare in  figura  di
    vincitore a casa sua, riveder Lucia, e spiegarsi una volta con lei. Ma
    Bortolo,  con  buona maniera,  aveva sempre saputo smontarlo da quella
    risoluzione.
    "Se ci hanno da andare," gli diceva,  "ci anderanno anche senza di te,
    e tu potrai andarci dopo,  con tuo comodo;  se tornano col capo rotto,
    non sar meglio essere stato a casa tua? Disperati che vadano a far la
    strada,  non ne mancher.  E,  prima che ci possan mettere i piedi...!
    Per me,  sono eretico: costoro abbaiano; ma s; lo stato di Milano non
     un boccone da ingoiarsi cos facilmente.  Si  tratta  della  Spagna,
    figliuolo  mio:  sai che affare  la Spagna?  San Marco  forte a casa
    sua; ma ci vuol altro. Abbi pazienza: non istai bene qui?... Vedo cosa
    vuoi dire;  ma,  se  destinato lass che la cosa riesca,  sta  sicuro
    che, a non far pazzie, riuscir anche meglio. Qualche santo t'aiuter.
    Credi  pure  che  non  mestiere per te.  Ti par che convenga lasciare
    d'incannar seta,  per andare a ammazzare?  Cosa vuoi fare  con  quella
    razza di gente? Ci vuol degli uomini fatti apposta."
    Altre volte Renzo si risolveva d'andar di nascosto,  travestito, e con
    un nome finto. Ma anche da questo, Bortolo seppe svolgerlo ogni volta,
    con ragioni troppo facili a indovinarsi.
    Scoppiata poi la peste nel milanese, e appunto, come abbiam detto, sul
    confine del bergamasco,  non tard  molto  a  passarlo;  e...  non  vi
    sgomentate,  ch'io  non vi voglio raccontar la storia anche di questa:
    chi la volesse,  la c',  scritta per  ordine  pubblico  da  un  certo
    Lorenzo  Ghirardelli:  libro  raro  per  e  sconosciuto,   quantunque
    contenga forse pi roba che tutte insieme le descrizioni  pi  celebri
    di  pestilenze:  da  tante  cose dipende la celebrit de' libri!  Quel
    ch'io volevo dire  che Renzo prese anche lui la peste, si cur da s,
    cio non fece  nulla;  ne  fu  in  fin  di  morte,  ma  la  sua  buona
    complessione  vinse la forza del male: in pochi giorni,  si trov fuor
    di pericolo.  Col tornar della vita,  risorsero pi che mai rigogliose
    nell'animo suo le memorie,  i desidri,  le speranze,  i disegni della
    vita;  val a dire che pens pi che mai a Lucia.  Cosa ne  sarebbe  di
    lei,  in quel tempo,  che il vivere era come un'eccezione?  E,  a cos
    poca distanza, non poterne saper nulla? E rimaner,  Dio sa quanto,  in
    una  tale  incertezza!  E  quand'anche  questa si fosse poi dissipata,
    quando,  cessato ogni pericolo,  venisse a risaper che Lucia fosse  in
    vita;  c'era sempre quell'altro mistero,  quell'imbroglio del voto.  -
    Ander io,  ander a sincerarmi di tutto in una volta,   -  disse  tra
    s,  e lo disse prima d'essere ancora in caso di reggersi.   -  Purch
    sia viva! Trovarla,  la trover io;  sentir una volta da lei proprio,
    cosa  sia questa promessa,  le far conoscere che non pu stare,  e la
    conduco via con me,  lei e quella povera Agnese,  se  viva!  che m'ha
    sempre voluto bene,  e son sicuro che me ne vuole ancora.  La cattura?
    eh! adesso hanno altro da pensare, quelli che son vivi.  Giran sicuri,
    anche  qui,   certa  gente,   che  n'hann'addosso...  Ci  ha  a  esser
    salvocondotto solamente per i birboni?  E a Milano,  dicono tutti  che
    l' una confusione peggio. Se lascio scappare una occasion cos bella,
    -    (La  peste!  Vedete  un  poco come ci fa qualche volta adoprar le
    parole quel benedetto istinto di riferire e di subordinar tutto a  noi
    medesimi!)  -  non ne ritorna pi una simile!  -
    Giova sperare,  caro il mio Renzo.  Appena pot strascicarsi,  and in
    cerca di Bortolo,  il quale,  fino allora,  aveva  potuto  scansar  la
    peste, e stava riguardato. Non gli entr in casa, ma, datogli una voce
    dalla strada, lo fece affacciare alla finestra.
    "Ah ah!" disse Bortolo: "l'hai scampata, tu. Buon per te!"
    "Sto  ancora  un  po'  male  in  gambe,  come vedi,  ma,  in quanto al
    pericolo, ne son fuori."
    "Eh! vorrei esser io ne' tuoi piedi. A dire: sto bene, le altre volte,
    pareva di dir tutto;  ma ora conta poco.  Chi pu arrivare a dire: sto
    meglio; quella s  una bella parola!"
    Renzo,  fatto  al  cugino  qualche  buon augurio,  gli comunic la sua
    risoluzione.
    "Va,  questa volta,  che il cielo ti benedica," rispose quello: "cerca
    di schivar la giustizia,  com'io cercher di schivare il contagio;  e,
    se Dio vuole che la ci vada bene a tutt'e due, ci rivedremo."
    "Oh! torno sicuro: e se potessi non tornar solo! Basta; spero."
    "Torna pure accompagnato;  che,  se Dio vuole,  ci sar da lavorar per
    tutti,  e ci faremo buona compagnia.  Purch tu mi ritrovi,  e che sia
    finito questo diavolo d'influsso!"
    "Ci rivedremo, ci rivedremo; ci dobbiam rivedere!"
    "Torno a dire: Dio voglia!"
    Per alquanti giorni, Renzo si tenne in esercizio,  per esperimentar le
    sue forze,  e accrescerle;  e appena gli parve di poter far la strada,
    si dispose a partire. Si mise sotto panni una cintura, con dentro que'
    cinquanta scudi,  che non aveva mai intaccati,  e de' quali non  aveva
    mai  fatto  parola,  neppur  con  Bortolo;  prese  alcuni  altri pochi
    quattrini, che aveva messi da parte giorno per giorno, risparmiando su
    tutto; prese sotto il braccio un fagottino di panni;  si mise in tasca
    un benservito, che s'era fatto fare a buon conto, dal secondo padrone,
    sotto il nome d'Antonio Rivolta; in un taschino de' calzoni si mise un
    coltellaccio,  ch'era il meno che un galantuomo potesse portare a que'
    tempi;  e s'avvi,  agli ultimi d'agosto,  tre  giorni  dopo  che  don
    Rodrigo era stato portato al lazzeretto.  Prese verso Lecco,  volendo,
    per non andar cos alla cieca a Milano,  passar dal  suo  paese,  dove
    sperava  di  trovare  Agnese  viva,  e  di  cominciare  a saper da lei
    qualcheduna delle tante cose che si struggeva di sapere.
    I  pochi  guariti  dalla  peste  erano,   in  mezzo  al  resto   della
    popolazione,  veramente  come una classe privilegiata.  Una gran parte
    dell'altra gente languiva o moriva; e quelli ch'erano stati fin allora
    illesi dal morbo,  ne vivevano in continuo timore;  andavan  riservati
    guardinghi,  con  passi misurati,  con visi sospettosi,  con fretta ed
    esitazione insieme: ch tutto poteva esser  contro  di  loro  arme  di
    ferita  mortale.  Quegli altri all'opposto,  sicuri a un di presso del
    fatto loro (giacch  aver  due  volte  la  peste  era  caso  piuttosto
    prodigioso  che  raro),  giravano  per  mezzo  al  contagio  franchi e
    risoluti come i cavalieri d'un'epoca del medio evo,  ferrati fin  dove
    ferro  ci  poteva stare,  e sopra palafreni accomodati anch'essi,  per
    quanto era fattibile,  in quella  maniera,  andavano  a  zonzo  (donde
    quella loro gloriosa denominazione d'erranti), a zonzo e alla ventura,
    in  mezzo  a  una povera marmaglia pedestre di cittadini e di villani,
    che, per ribattere e ammortire i colpi,  non avevano indosso altro che
    cenci.  Bello,  savio ed utile mestiere!  mestiere, proprio, da far la
    prima figura in un trattato d'economia politica.
    Con una  tale  sicurezza,  temperata  per  dall'inquietudini  che  il
    lettore  sa,  e  contristata dallo spettacolo frequente,  dal pensiero
    incessante della calamit comune,  andava Renzo verso casa sua,  sotto
    un  bel  cielo  e  per un bel paese,  ma non incontrando,  dopo lunghi
    tratti  di  tristissima  solitudine,  se  non  qualche  ombra  vagante
    piuttosto che persona viva,  o cadaveri portati alla fossa, senza onor
    d'esequie,  senza canto,  senza accompagnamento.  A mezzo circa  della
    giornata,  si  ferm  in un boschetto,  a mangiare un po' di pane e di
    companatico  che  aveva  portato  con  s.   Frutte,   n'aveva  a  sua
    disposizione,  lungo la strada,  anche pi del bisogno: fichi, pesche,
    susine, mele, quante n'avesse volute;  bastava ch'entrasse ne' campi a
    coglierne,  o  a  raccattarle sotto gli alberi,  dove ce n'era come se
    fosse grandinato; giacch l'anno era straordinariamente abbondante, di
    frutte specialmente;  e non c'era quasi chi se ne prendesse  pensiero:
    anche l'uve nascondevano, per dir cos, i pampani, ed eran lasciate in
    bala del primo occupante.
    Verso sera, scopr il suo paese. A quella vista, quantunque ci dovesse
    esser preparato,  si sent dare come una stretta al cuore: fu assalito
    in un punto da una  folla  di  rimembranze  dolorose,  e  di  dolorosi
    presentimenti:  gli pareva d'aver negli orecchi que' sinistri tocchi a
    martello che l'avevan come accompagnato, inseguito,  quand'era fuggito
    da que' luoghi;  e insieme sentiva, per dir cos, un silenzio di morte
    che ci regnava attualmente.  Un turbamento ancor pi forte prov  allo
    sboccare  sulla  piazzetta  davanti  alla  chiesa;   e  ancora  peggio
    s'aspettava al termine del cammino: ch dove aveva disegnato  d'andare
    a  fermarsi,  era  a  quella  casa  ch'era stato solito altre volte di
    chiamar la casa di Lucia.  Ora non poteva  essere,  tutt'al  pi,  che
    quella  d'Agnese;  e  la  sola  grazia,  che  sperava dal cielo era di
    trovarcela in vita e in salute.  E in  quella  casa  si  proponeva  di
    chiedere alloggio, congetturando bene che la sua non dovesse esser pi
    abitazione che da topi e da faine.
    Non  volendo  farsi  vedere,  prese per una viottola di fuori,  quella
    stessa per cui era venuto in buona compagnia, quella notte cos fatta,
    per sorprendere il curato. A mezzo circa, c'era da una parte la vigna,
    e dall'altra la casetta di Renzo; sicch,  passando,  potrebbe entrare
    un  momento  nell'una  e  nell'altra,  a vedere un poco come stesse il
    fatto suo.
    Andando,  guardava  innanzi,  ansioso  insieme  e  timoroso  di  veder
    qualcheduno;  e,  dopo  pochi passi,  vide infatti un uomo in camicia,
    seduto in terra, con le spalle appoggiate a una siepe di gelsomini, in
    un'attitudine d'insensato: e,  a questa,  e poi anche alla  fisonomia,
    gli  parve  di  raffigurar  quel  povero mezzo scemo di Gervaso ch'era
    venuto  per  secondo  testimonio  alla   sciagurata   spedizione.   Ma
    essendosegli avvicinato,  dovette accertarsi ch'era in vece quel Tonio
    cos sveglio che ce l'aveva condotto. La peste, togliendogli il vigore
    del corpo insieme e della mente,  gli aveva svolto in faccia e in ogni
    suo  atto  un  piccolo  e  velato  germe  di somiglianza che aveva con
    l'incantato fratello.
    "Oh Tonio!" gli disse Renzo, fermandosegli davanti: "sei tu?"
    Tonio alz gli occhi, senza mover la testa.
    "Tonio! non mi riconosci?"
    "A chi la tocca, la tocca," rispose Tonio,  rimanendo poi con la bocca
    aperta.
    "L'hai addosso eh? povero Tonio; ma non mi riconosci pi?"
    "A  chi  la  tocca,  la  tocca," replic quello,  con un certo sorriso
    sciocco.  Renzo,  vedendo che non ne caverebbe altro,  seguit la  sua
    strada,  pi contristato.  Ed ecco spuntar da una cantonata,  e venire
    avanti una cosa nera, che riconobbe subito per don Abbondio. Camminava
    adagio adagio,  portando il bastone come chi n' portato a vicenda;  e
    di  mano in mano che s'avvicinava,  sempre pi si poteva conoscere nel
    suo volto pallido e smunto,  e in ogni atto che anche lui doveva  aver
    passata  la  sua  burrasca.  Guardava anche lui,  gli pareva e non gli
    pareva: vedeva qualcosa di forestiero nel vestiario;  ma  era  appunto
    forestiero di quel di Bergamo.
    - E' lui senz'altro!  -  disse tra s, e alz le mani al cielo, con un
    movimento  di  maraviglia  scontenta,  restandogli  sospeso in aria il
    bastone che teneva nella destra;  e si vedevano quelle povere  braccia
    ballar  nelle maniche,  dove altre volte stavano appena per l'appunto.
    Renzo  gli  and  incontro,  allungando  il  passo,  e  gli  fece  una
    riverenza;  ch,  sebbene  si  fossero lasciati come sapete,  era per
    sempre il suo curato.
    "Siete qui, voi?" esclam don Abbondio.
    "Son qui, come lei vede. Si sa niente di Lucia?"
    "Che volete che se ne sappia? Non se ne sa niente. E' a Milano se pure
     ancora in questo mondo. Ma voi..."
    "E Agnese,  viva?"
    "Pu essere; ma chi volete che lo sappia? non  qui. Ma..."
    "Dov'?"
    "E' andata a starsene  nella  Valsassina,  da  que'  suoi  parenti,  a
    Pasturo, sapete bene; ch l dicono che la peste non faccia il diavolo
    come qui. Ma voi, dico..."
    "Questa la mi dispiace. E il padre Cristoforo...?"
    "E' andato via che  un pezzo. Ma..."
    "Lo  sapevo;  me  l'hanno  fatto scrivere: domandavo se per caso fosse
    tornato da queste parti."
    "Oh giusto! non se n' pi sentito parlare. Ma voi..."
    "La mi dispiace anche questa."
    "Ma voi,  dico,  cosa venite a far da queste  parti,  per  l'amor  del
    cielo? Non sapete che bagattella di cattura...?"
    "Cosa m'importa?  Hanno altro da pensare. Ho voluto venire anch'io una
    volta a vedere i fatti miei. E non si sa proprio...?"
    "Cosa volete vedere?  che or ora non c'  pi  nessuno,  non  c'  pi
    niente.  E dico,  con quella bagattella di cattura, venir qui, proprio
    in paese, in bocca al lupo, c' giudizio? Fate a modo d'un vecchio che
     obbligato ad averne pi di voi,  e che vi parla per l'amore  che  vi
    porta;  legatevi le scarpe bene, e, prima che nessuno vi veda, tornate
    di dove siete venuto; e se siete stato visto, tanto pi tornatevene di
    corsa.  Vi pare che sia aria per voi,  questa?  Non  sapete  che  sono
    venuti a cercarvi, che hanno frugato, frugato, buttato sottosopra..."
    "Lo so pur troppo, birboni!"
    "Ma dunque...!"
    "Ma se le dico che non ci penso. E colui,  vivo ancora?  qui?"
    "Vi  dico  che non c' nessuno;  vi dico che non pensiate alle cose di
    qui; vi dico che..."
    "Domando se  qui, colui."
    "Oh santo cielo! Parlate meglio.  Possibile che abbiate ancora addosso
    tutto quel fuoco, dopo tante cose!"
    "C', o non c'?"
    "Non c',  via. Ma, e la peste, figliuolo, la peste! Chi  che vada in
    giro, in questi tempi?"
    "Se non ci fosse altro che la peste in questo mondo...  dico  per  me:
    l'ho avuta, e son franco."
    "Ma dunque!  ma dunque! non sono avvisi questi? Quando se n' scampata
    una di questa sorte,  mi pare che si dovrebbe  ringraziare  il  cielo,
    e..."
    "Lo ringrazio bene."
    "E non andarne a cercar dell'altre, dico. Fate a modo mio..."
    "L'ha avuta anche lei, signor curato, se non m'inganno."
    "Se l'ho avuta!  Perfida e infame  stata: son qui per miracolo: basta
    dire che m'ha conciato in questa maniera che vedete. Ora avevo proprio
    bisogno d'un po' di quiete, per rimettermi in tono: via,  cominciavo a
    stare  un  po'  meglio...  In  nome del cielo,  cosa venite a far qui?
    Tornate..."
    "Sempre l'ha con questo tornare, lei. Per tornare, tanto n'avevo a non
    movermi. Dice: cosa venite? cosa venite? Oh bella! vengo,  anch'io,  a
    casa mia."
    "Casa vostra..."
    "Mi dica; ne son morti molti qui?..."
    "Eh eh!" esclam don Abbondio;  e, cominciando da Perpetua, nomin una
    filastrocca di persone e di famiglie  intere.  Renzo  s'aspettava  pur
    troppo  qualcosa  di  simile;  ma  al sentir tanti nomi di persone che
    conosceva,  d'amici,  di parenti,  stava addolorato,  col capo  basso,
    esclamando ogni momento: "poverino! poverina! poverini!"
    "Vedete!"  continu  don  Abbondio:  "e  non   finita.  Se quelli che
    restano non metton giudizio questa volta,  e scacciar tutti  i  grilli
    dalla testa, non c' pi altro che la fine del mondo."
    "Non dubiti; che gi non fo conto di fermarmi qui."
    "Ah!  sia ringraziato il cielo,  che la v' entrata! E, gi s'intende,
    fate ben conto di ritornar sul bergamasco."
    "Di questo non si prenda pensiero."
    "Che! non vorreste gi farmi qualche sproposito peggio di questo?"
    "Lei non ci pensi, dico;  tocca a me: non son pi un bambino: ho l'uso
    della ragione.  Spero che,  a buon conto,  non dir a nessuno d'avermi
    visto. E' sacerdote; sono una sua pecora: non mi vorr tradire."
    "Ho inteso," disse don Abbondio, sospirando stizzosamente: "ho inteso.
    Volete rovinarvi voi, e rovinarmi me. Non vi basta di quelle che avete
    passate voi; non vi basta di quelle che ho passate io.  Ho inteso,  ho
    inteso."  E,  continuando a borbottar tra i denti quest'ultime parole,
    riprese per la sua strada.
    Renzo rimase  l  tristo  e  scontento,  a  pensar  dove  anderebbe  a
    fermarsi.  In  quella  enumerazion  di morti fattagli da don Abbondio,
    c'era una famiglia di contadini portata via tutta dal contagio,  salvo
    un giovinotto, dell'et di Renzo a un di presso, e suo compagno fin da
    piccino; la casa era pochi passi fuori del paese. Pens d'andar l.
    E  andando,  pass  davanti  alla  sua vigna;  e gi dal di fuori pot
    subito argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola,  una fronda
    d'albero  di  quelli  che ci aveva lasciati,  non si vedeva passare il
    muro;  se qualcosa si vedeva,  era tutta roba venuta in  sua  assenza.
    S'affacci  all'apertura  (del  cancello  non  c'eran  pi  neppure  i
    gangheri); diede un'occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di
    seguito,  la gente del paese era andata a far legna "nel luogo di quel
    poverino",  come dicevano. Viti, gelsi, frutti d'ogni sorte, tutto era
    stato strappato alla peggio,  o tagliato al piede.  Si  vedevano  per
    ancora  i  vestigi  dell'antica  coltura:  giovani  tralci,  in  righe
    spezzate, ma che pure segnavano la traccia de' filari desolati;  qua e
    l, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di
    susini;  ma anche questo si vedeva sparso,  soffogato,  in mezzo a una
    nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l'aiuto della
    man dell'uomo.  Era una marmaglia d'ortiche,  di felci,  di logli,  di
    gramigne,  di  farinelli,  d'avene  salvatiche,  d'amaranti verdi,  di
    radicchielle, d'acetoselle, di panicastrelle e d'altrettali piante; di
    quelle,  voglio dire,  di cui il contadino d'ogni paese ha  fatto  una
    gran classe a modo suo,  denominandole erbacce,  o qualcosa di simile.
    Era un guazzabuglio di steli,  che facevano a soverchiarsi  l'uno  con
    l'altro  nell'aria,  o a passarsi avanti,  strisciando sul terreno,  a
    rubarsi in somma il posto per ogni verso: una confusione di foglie, di
    fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze:
    spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi,  rossi,
    gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n'era alcune di pi
    rilevate  e  vistose,  non  per migliori,  almeno la pi parte: l'uva
    turca, pi alta di tutte, co' suoi rami allargati,  rosseggianti,  co'
    suoi  pomposi  foglioni verdecupi,  alcuni gi orlati di porpora,  co'
    suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso,  pi su
    di  porporine,  poi di verdi,  e in cima di fiorellini biancastri;  il
    tasso barbasso,  con le sue gran foglie lanose a  terra,  e  lo  stelo
    diritto  all'aria,  e  le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi
    fiori gialli: cardi, ispidi ne' rami, nelle foglie, ne' calici,  donde
    uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano,
    portati  via  dal  vento,  pennacchioli  argentei e leggieri.  Qui una
    quantit di vilucchioni arrampicati e avvoltati a' nuovi rampolli d'un
    gelso,  gli avevan tutti ricoperti  delle  lor  foglie  ciondoloni,  e
    spenzolavano  dalla  cima di quelli le lor campanelle candide e molli:
    l una zucca salvatica, co' suoi chicchi vermigli, s'era avviticchiata
    ai nuovi tralci d'una vite;  la quale,  cercato invano  un  pi  saldo
    sostegno,  aveva  attaccati  a  vicenda  i  suoi viticci a quella;  e,
    mescolando i loro deboli steli e  le  loro  foglie  poco  diverse,  si
    tiravan  gi,  pure  a  vicenda,  come  accade spesso ai deboli che si
    prendon l'uno con l'altro per appoggio. Il rovo era per tutto;  andava
    da  una  pianta all'altra,  saliva,  scendeva,  ripiegava i rami o gli
    stendeva, secondo gli riuscisse;  e,  attraversato davanti al limitare
    stesso,  pareva  che  fosse  l  per  contrastare  il passo,  anche al
    padrone.
    Ma questo non si curava d'entrare  in  una  tal  vigna;  e  forse  non
    istette  tanto a guardarla,  quanto noi a farne questo po' di schizzo.
    Tir di lungo: poco lontano c'era  la  sua  casa;  attravers  l'orto,
    camminando  fino  a  mezza  gamba  tra  l'erbacce di cui era popolato,
    coperto, come la vigna. Mise piede sulla soglia d'una delle due stanze
    che c'era a terreno: al rumore de' suoi passi, al suo affacciarsi, uno
    scompiglio,  uno scappare  incrocicchiato  di  topacci,  un  cacciarsi
    dentro  il  sudiciume  che  copriva  tutto il pavimento: era ancora il
    letto de' lanzichenecchi.  Diede un'occhiata alle  pareti:  scrostate,
    imbrattate,  affumicate.  Alz  gli  occhi  al  palco:  un  parato  di
    ragnateli. Non c'era altro. Se n'and anche di l,  mettendosi le mani
    ne'  capelli;  torn indietro,  rifacendo il sentiero che aveva aperto
    lui, un momento prima;  dopo pochi passi,  prese un'altra straducola a
    mancina,  che  metteva  ne'  campi;  e  senza  veder  n sentire anima
    vivente,  arriv vicino alla casetta dove aveva pensato  di  fermarsi.
    Gi principiava a farsi buio.  L'amico era sull'uscio, a sedere sur un
    panchetto di legno, con le braccia incrociate,  con gli occhi fissi al
    cielo, come un uomo sbalordito dalle disgrazie, e insalvatichito dalla
    solitudine.  Sentendo un calpesto, si volt a guardar chi fosse, e, a
    quel che gli parve di vedere cos al barlume,  tra i rami e le fronde,
    disse, ad alta voce, rizzandosi e alzando le mani: "non ci son che io?
    non  ne  ho fatto abbastanza ieri?  Lasciatemi un po' stare,  che sar
    anche questa un'opera di misericordia."
    Renzo,  non sapendo cosa volesse dir questo,  gli rispose  chiamandolo
    per nome.
    "Renzo...!" disse quello, esclamando insieme e interrogando.
    "Proprio," disse Renzo; e si corsero incontro.
    "Sei proprio tu!" disse l'amico, quando furon vicini: "oh che gusto ho
    di vederti! Chi l'avrebbe pensato? T'avevo preso per Paolin de' morti,
    che vien sempre a tormentarmi,  perch vada a sotterrare.  Sai che son
    rimasto solo? solo! solo, come un romito!"
    "Lo so pur troppo," gli disse Renzo.  E cos,  barattando e mescolando
    in  fretta  saluti,   domande  e  risposte,  entrarono  insieme  nella
    casuccia.  E l,  senza sospendere i  discorsi,  l'amico  si  mise  in
    faccende  per  fare  un  po'  d'onore  a  Renzo,  come  si poteva cos
    all'improvviso e in quel tempo.  Mise l'acqua al fuoco,  e cominci  a
    far  la  polenta;  ma  ced  poi  il  matterello  a  Renzo.  perch la
    dimenasse;  e se n'and dicendo: "son rimasto solo;  ma!  son  rimasto
    solo!"
    Torn con un piccol secchio di latte,  con un po' di carne secca,  con
    un paio di  raveggioli,  con  fichi  e  pesche;  e  posato  il  tutto,
    scodellata  la  polenta  sulla  tafferia,  si misero insieme a tavola,
    ringraziandosi  scambievolmente,  l'uno  della  visita,   l'altro  del
    ricevimento.  E,  dopo un'assenza di forse due anni, si trovarono a un
    tratto molto pi amici di quello che avesser mai saputo  d'essere  nel
    tempo  che si vedevano quasi ogni giorno;  perch all'uno e all'altro,
    dice qui il  manoscritto,  eran  toccate  di  quelle  cose  che  fanno
    conoscere  che balsamo sia all'animo la benevolenza;  tanto quella che
    si sente, quanto quella che si trova negli altri.
    Certo,  nessuno poteva tenere presso di Renzo il  luogo  d'Agnese,  n
    consolarlo della di lei assenza,  non solo per quell'antica e speciale
    affezione,  ma anche  perch,  tra  le  cose  che  a  lui  premeva  di
    decifrare,  ce  n'era una di cui essa sola aveva la chiave.  Stette un
    momento tra due,  se dovesse continuare il suo viaggio,  o andar prima
    in cerca d'Agnese,  giacch n'era cos poco lontano;  ma,  considerato
    che della salute di Lucia,  Agnese non ne saprebbe  nulla,  rest  nel
    primo  proposito d'andare addirittura a levarsi questo dubbio,  a aver
    la sua sentenza, e di portar poi lui le nuove alla madre. Per,  anche
    dall'amico  seppe molte cose che ignorava,  e di molte venne in chiaro
    che non sapeva bene,  sui casi di Lucia,  e sulle persecuzioni che gli
    avevan fatte a lui, e come don Rodrigo se n'era andato con la coda tra
    le  gambe,  e  non s'era pi veduto da quelle parti;  insomma su tutto
    quell'intreccio di cose.  Seppe anche (e non era per Renzo  cognizione
    di  poca importanza) come fosse proprio il casato di don Ferrante: ch
    Agnese gliel aveva bens fatto scrivere dal suo segretario;  ma sa  il
    cielo com'era stato scritto;  e l'interprete bergamasco, nel leggergli
    la lettera, n'aveva fatta una parola tale, che,  se Renzo fosse andato
    con essa a cercar ricapito di quella casa in Milano, probabilmente non
    avrebbe trovato persona che indovinasse di chi voleva parlare.  Eppure
    quello era l'unico filo che avesse,  per andar in cerca di  Lucia.  In
    quanto alla giustizia,  pot confermarsi sempre pi ch'era un pericolo
    abbastanza lontano,  per non darsene gran pensiero: il signor  podest
    era morto di peste: chi sa quando se ne manderebbe un altro;  anche la
    sbirraglia se n'era andata la pi parte; quelli che rimanevano, avevan
    tutt'altro da pensare che alle cose vecchie.
    Raccont anche lui all'amico le sue vicende, e n'ebbe in contraccambio
    cento storie, del passaggio dell'esercito, della peste,  d'untori,  di
    prodigi.  "Son cose brutte," disse l'amico, accompagnando Renzo in una
    camera che il contagio aveva resa disabitata; "cose che non si sarebbe
    mai creduto di vedere;  cose da levarvi l'allegria per tutta la  vita;
    ma per, a parlarne tra amici,  un sollievo.
    Allo spuntar del giorno, eran tutt'e due in cucina; Renzo in arnese da
    viaggio,  con  la  sua  cintura  nascosta  sotto  il  farsetto,  e  il
    coltellaccio nel taschino de' calzoni: il  fagottino,  per  andar  pi
    lesto,  lo  lasci in deposito presso all'ospite.  "Se la mi va bene,"
    gli disse, "se la trovo in vita, se... basta... ripasso di qui;  corro
    a  Pasturo,  a  dar  la buona nuova a quella povera Agnese,  e poi,  e
    poi...  Ma se,  per disgrazia,  per disgrazia che  Dio  non  voglia...
    allora,  non  so  quel che far,  non so dov'ander: certo,  da queste
    parti non  mi  vedete  pi."  E  cos  parlando,  ritto  sulla  soglia
    dell'uscio,  con la testa per aria, guardava con un misto di tenerezza
    e d'accoramento,  l'aurora del suo paese che non aveva pi  veduta  da
    tanto tempo.  L'amico gli disse, come s'usa, di sperar bene; volle che
    prendesse con s qualcosa da mangiare; l'accompagn per un pezzetto di
    strada, e lo lasci con nuovi augri.
    Renzo,  s'incammin con la sua pace,  bastandogli d'arrivar  vicino  a
    Milano  in  quel  giorno,  per  entrarci il seguente,  di buon'ora,  e
    cominciar subito la sua ricerca.  Il viaggio  fu  senza  accidenti,  e
    senza  nulla  che potesse distrar Renzo da' suoi pensieri,  fuorch le
    solite miserie e malinconie.  Come aveva fatto il  giorno  avanti,  si
    ferm  a  suo  tempo,  in  un  boschetto  a  mangiare un boccone,  e a
    riposarsi.  Passando per Monza,  davanti a una  bottega  aperta,  dove
    c'era de' pani in mostra,  ne chiese due, per non rimanere sprovvisto,
    in ogni caso.  Il fornaio,  gl'intim di non entrare,  e gli porse sur
    una piccola pala una scodelletta, con dentro acqua e aceto, dicendogli
    che buttasse l i danari;  e fatto questo, con certe molle, gli porse,
    l'uno dopo l'altro, i due pani, che Renzo si mise uno per tasca.
    Verso sera, arriva a Greco, senza per saperne il nome; ma, tra un po'
    di memoria de' luoghi,  che gli era rimasta dell'altro viaggio,  e  il
    calcolo  del  cammino fatto da Monza in poi,  congetturando che doveva
    esser poco lontano dalla citt,  usc dalla strada maestra,  per andar
    ne'  campi in cerca di qualche cascinotto,  e l passar la notte;  ch
    con osterie non  si  voleva  impicciare.  Trov  meglio  di  quel  che
    cercava:  vide  un'apertura  in una siepe che cingeva il cortile d'una
    cascina;  entr a buon conto.  Non c'era nessuno: vide da un canto  un
    gran portico, con sotto del fieno ammontato, e a quello appoggiata una
    scala  a  mano;  diede  un'occhiata in giro,  e poi sal alla ventura;
    s'accomod  per  dormire,  e  infatti  s'addorment  subito,  per  non
    destarsi  che  all'alba.  Allora,  and carpon carponi verso l'orlo di
    quel gran letto; mise la testa fuori, e non vedendo nessuno,  scese di
    dov'era  salito,  usc  di dov'era entrato,  s'incammin per viottole,
    prendendo per sua  stella  polare  il  duomo;  e  dopo  un  brevissimo
    cammino, venne a sbucar sotto le mura di Milano, tra porta Orientale e
    porta Nuova, e molto vicino a questa.


















    CAPITOLO 34.

    Renzo entra in Milano.   -  Un atto di carit.  -  Renzo domanda della
    casa di don Ferrante.   -  Spettacoli che fanno  ribrezzo,  e  destano
    compassione.    -    "Scendeva dalla soglia...".   -  Alla casa di don
    Ferrante.  -  Una risposta sgarbata.   -  Renzo,  preso per un untore,
    corre un brutto rischio e si mette in salvo su un carro di monatti.  -
    Scende vicino al lazzeretto e vi entra.

    In  quanto  alla  maniera di penetrare in citt,  Renzo aveva sentito,
    cos all'ingrosso, che c'eran ordini severissimi di non lasciar entrar
    nessuno,  senza bulletta di  sanit;  ma  che  in  vece  ci  s'entrava
    benissimo,  chi  appena sapesse un po' aiutarsi e cogliere il momento.
    Era infatti cos;  e lasciando anche da parte le cause  generali,  per
    cui in que' tempi ogni ordine era poco eseguito; lasciando da parte le
    speciali,  che  rendevano  cos  malagevole  la rigorosa esecuzione di
    questo;  Milano si trovava ormai in tale  stato,  da  non  veder  cosa
    giovasse  guardarlo,  e da cosa;  e chiunque ci venisse,  poteva parer
    piuttosto noncurante della propria salute, che pericoloso a quella de'
    cittadini.
    Su queste notizie,  il disegno di Renzo era di tentare d'entrar  dalla
    prima  porta  a  cui si fosse abbattuto;  se ci fosse qualche intoppo,
    riprender le mura di fuori,  finch ne trovasse un'altra di pi facile
    accesso.  E  sa  il cielo quante porte s'immaginava che Milano dovesse
    avere.  Arrivato dunque sotto le mura,  si ferm a guardar  d'intorno,
    come  fa chi,  non sapendo da che parte gli convenga di prendere,  par
    che n'aspetti, e ne chieda qualche indizio da ogni cosa. Ma,  a destra
    e  a  sinistra,   non  vedeva  che  due  pezzi  d'una  strada  storta;
    dirimpetto, un tratto di mura; da nessuna parte, nessun segno d'uomini
    viventi: se non che,  da un certo punto del terrapieno,  s'alzava  una
    colonna   d'un  fumo  oscuro  e  denso,   che  salendo  s'allargava  e
    s'avvolgeva in ampi globi,  perdendosi poi nell'aria immobile e bigia.
    Eran vestiti, letti e altre masserizie infette che si bruciavano: e di
    tali triste fiammate se ne faceva di continuo,  non l soltanto, ma in
    varie parti delle mura. Il tempo era chiuso, l'aria pesante,  il cielo
    velato  per tutto da una nuvola o da un nebbione uguale,  inerte,  che
    pareva negare  il  sole,  senza  prometter  la  pioggia;  la  campagna
    d'intorno,  parte incolta,  e tutta arida;  ogni verzura scolorita,  e
    neppure una gocciola di rugiada sulle foglie passe e cascanti.  Per di
    pi,  quella solitudine,  quel silenzio, cos vicino a una gran citt,
    aggiungevano una nuova  costernazione  all'inquietudine  di  Renzo,  e
    rendevan pi tetri tutti i suoi pensieri.
    Stato  l alquanto,  prese la diritta,  alla ventura,  andando,  senza
    saperlo, verso porta Nuova, della quale, quantunque vicina, non poteva
    accorgersi,  a cagione d'un baluardo,  dietro cui era allora nascosta.
    Dopo pochi passi,  principi a sentire un tintinno di campanelli, che
    cessava e ricominciava ogni tanto,  e poi qualche  voce  d'uomo.  And
    avanti e,  passato il canto del baluardo,  vide per la prima cosa,  un
    casotto di legno,  e sull'uscio,  una guardia appoggiata al moschetto,
    con  una certa aria stracca e trascurata: dietro c'era uno stecconato,
    e dietro quello,  la porta,  cio due alacce di muro,  con una tettoia
    sopra, per riparare i battenti; i quali erano spalancati, come pure il
    cancello dello stecconato.  Per,  davanti appunto all'apertura, c'era
    in terra un tristo impedimento: una barella,  sulla quale due  monatti
    accomodavano  un  poverino,   per  portarlo  via.   Era  il  capo  de'
    gabellieri,  a cui,  poco prima,  s'era scoperta la  peste.  Renzo  si
    ferm, aspettando la fine: partito il convoglio, e non venendo nessuno
    a richiudere il cancello,  gli parve tempo, e ci s'avvi in fretta; ma
    la guardia,  con una manieraccia,  gli grid: "ol!" Renzo si ferm di
    nuovo su due piedi, e, datogli d'occhio, tir fuori un mezzo ducatone,
    e glielo fece vedere. Colui, o che avesse gi avuta la peste, o che la
    temesse  meno di quel che amava i mezzi ducatoni,  accenn a Renzo che
    glielo buttasse;  e vistoselo volar  subito  a'  piedi,  susurr:  "va
    innanzi  presto."  Renzo  non  se  lo  fece  dir  due volte;  pass lo
    stecconato,   pass  la  porta,   and  avanti,   senza  che   nessuno
    s'accorgesse  di  lui,  o gli badasse;  se non che,  quando ebbe fatti
    forse quaranta passi,  sent un altro  "ol"  che  un  gabelliere  gli
    gridava dietro.  Questa volta,  fece le viste di non sentire, e, senza
    voltarsi  nemmeno,  allung  il  passo.   "Ol!"  grid  di  nuovo  il
    gabelliere,  con  una  voce  per  che  indicava  pi  impazienza  che
    risoluzione di farsi ubbidire; e non essendo ubbidito, alz le spalle,
    e torn nella sua casaccia,  come persona a cui premesse  pi  di  non
    accostarsi troppo ai passeggieri, che d'informarsi de' fatti loro.
    La strada che Renzo aveva presa,  andava allora,  come adesso, diritta
    fino al canale detto il Naviglio: i lati erano siepi  o  muri  d'orti,
    chiese e conventi,  e poche case. In cima a questa strada, e nel mezzo
    di quella che costeggia il canale,  c'era una colonna,  con una  croce
    detta la croce di sant'Eusebio.  E per quanto Renzo guardasse innanzi,
    non vedeva altro che quella croce.  Arrivato al crocicchio che  divide
    la  strada  circa  alla  met,  e  guardando  dalle due parti,  vide a
    diritta,  in quella strada che si chiama lo stradone di santa  Teresa,
    un  cittadino  che  veniva  appunto  verso  di lui.   -  Un cristiano,
    finalmente!   -  disse tra s;  e si volt  subito  da  quella  parte,
    pensando  di farsi insegnar la strada da lui.  Questo pure aveva visto
    il forestiero che s'avanzava;  e andava squadrandolo da  lontano,  con
    uno  sguardo sospettoso;  e tanto pi,  quando s'accorse che,  in vece
    d'andarsene per i fatti suoi,  gli veniva incontro.  Renzo,  quando fu
    poco distante,  si lev il cappello,  da quel montanaro rispettoso che
    era; e tenendolo con la sinistra,  mise l'altra mano nel cocuzzolo,  e
    and pi direttamente verso lo sconosciuto. Ma questo, stralunando gli
    occhi  affatto,  fece un passo addietro,  alz un noderoso bastone,  e
    voltata la punta,  ch'era di ferro,  alla vita di Renzo,  grid: "via!
    via! via!"
    "Oh oh!" grid il giovine anche lui;  rimise il cappello in testa,  e,
    avendo tutt'altra voglia, come diceva poi,  quando raccontava la cosa,
    che  di  metter  su  lite  in  quel momento,  volt le spalle a quello
    stravagante, e continu la sua strada, o,  per meglio dire,  quella in
    cui si trovava avviato.
    L'altro  tir  avanti  anche  lui  per  la  sua,   tutto  fremente,  e
    voltandosi, ogni momento,  indietro.  E arrivato a casa,  raccont che
    gli  s'era accostato un untore,  con un'aria umile,  mansueta,  con un
    viso d'infame impostore,  con lo scatolino  dell'unto,  o  l'involtino
    della polvere (non era ben certo qual de' due) in mano,  nel cocuzzolo
    del cappello,  per fargli il tiro se lui  non  l'avesse  saputo  tener
    lontano.  "Se mi s'accostava un passo di pi," soggiunse,  "l'infilavo
    addirittura, prima che avesse tempo d'accomodarmi me,  il birbone.  La
    disgrazia  fu  ch'eravamo  in  un luogo cos solitario,  ch se era in
    mezzo Milano, chiamavo gente, e mi facevo aiutare a chiapparlo. Sicuro
    che gli si trovava quella scellerata porcheria nel cappello.  Ma l da
    solo a solo,  mi son dovuto contentare di fargli paura, senza risicare
    di cercarmi un malanno;  perch un po' di polvere  subito buttata;  e
    coloro  hanno una destrezza particolare;  e poi hanno il diavolo dalla
    loro.  Ora sar in giro per Milano: chi sa che strage fa!" E  fin  che
    visse,  che  fu  per  molt'anni,  ogni volta che si parlasse d'untori,
    ripeteva la sua storia,  e soggiungeva: "quelli che sostengono  ancora
    che non era vero,  non lo vengano a dire a me,  perch le cose bisogna
    averle viste."
    Renzo,  lontano  dall'immaginarsi  come  l'avesse  scampata  bella,  e
    agitato  pi  dalla  rabbia che dalla paura,  pensava,  camminando,  a
    quell'accoglienza,  e indovinava bene  a  un  di  presso  ci  che  lo
    sconosciuto  aveva  pensato  di  lui;  ma  la  cosa  gli  pareva  cos
    irragionevole,  che concluse tra s che colui doveva essere un qualche
    mezzo matto.   -  La principia male,   -  pensava per:  -  par che ci
    sia un pianeta per me,  in questo Milano.  Per entrare,  tutto mi va a
    seconda:  e  poi,   quando  ci  son  dentro,  trovo  i  dispiaceri  l
    apparecchiati. Basta... coll'aiuto di Dio... se trovo...  se ci riesco
    a trovare... eh! tutto sar stato niente.  -
    Arrivato al ponte,  volt,  senza esitare, a sinistra, nella strada di
    san Marco, parendogli, a ragione, che dovesse condurre verso l'interno
    della citt. E andando avanti,  guardava in qua e in l,  per veder se
    poteva  scoprire qualche creatura umana;  ma non ne vide altra che uno
    sformato cadavere nel piccol fosso che corre  tra  quelle  poche  case
    (che allora erano anche meno),  e un pezzo della strada.  Passato quel
    pezzo,  sent gridare: "o quell'uomo!" e guardando  da  quella  parte,
    vide poco lontano,  a un terrazzino d'una casuccia isolata, una povera
    donna,  con una nidiata di bambini intorno;  la quale,  seguitandolo a
    chiamare, gli fece cenno anche con la mano. Ci and di corsa; e quando
    fu vicino,  "o quel giovine," disse quella donna: "per i vostri poveri
    morti,  fate la carit d'andare a avvertire il commissario  che  siamo
    qui dimenticati.  Ci hanno chiusi in casa come sospetti, perch il mio
    povero marito  morto; ci hanno inchiodato l'uscio, come vedete;  e da
    ier mattina, nessuno  venuto a portarci da mangiare. In tante ore che
    siam  qui,  non m' mai capitato un cristiano che me la facesse questa
    carit: e questi poveri innocenti moion di fame."
    "Di fame!" esclam Renzo;  e,  cacciate le mani  nelle  tasche  "ecco,
    ecco,"  disse,  tirando  fuori  i  due pani: "calatemi gi qualcosa da
    metterli dentro."
    "Dio ve ne renda merito; aspettate un momento," disse quella donna;  e
    and a cercare un paniere,  e una fune da calarlo,  come fece. A Renzo
    intanto gli vennero in mente que' pani che aveva trovati  vicino  alla
    croce,  nell'altra  sua entrata in Milano,  e pensava:  -  ecco:  una
    restituzione,  e forse meglio che se gli avessi restituiti al  proprio
    padrone; perch qui  veramente un'opera di misericordia.  -
    "In quanto al commissario che dite, la mia donna," disse poi, mettendo
    i  pani nel paniere,  "io non vi posso servire in nulla;  perch,  per
    dirvi la verit,  son forestiero,  e non son niente pratico di  questo
    paese.  Per,  se  incontro qualche uomo un po' domestico e umano,  da
    potergli parlare, lo dir a lui."
    La donna lo preg che facesse cos,  e gli disse il nome della strada,
    onde lui sapesse indicarla.
    "Anche voi," riprese Renzo,  "credo che potrete farmi un piacere,  una
    vera carit,  senza vostro incomodo.  Una casa di  cavalieri  di  gran
    signoroni, qui di Milano, casa ***, sapreste insegnarmi dove sia?"
    "So  che la c' questa casa," rispose la donna: "ma dove sia non lo so
    davvero.  Andando avanti di qua,  qualcheduno che ve  la  insegni,  lo
    troverete. E ricordatevi di dirgli anche di noi."
    "Non dubitate," disse Renzo, e and avanti.
    A  ogni passo,  sentiva crescere e avvicinarsi un rumore che gi aveva
    cominciato a sentire mentre era l fermo a  discorrere:  un  rumor  di
    ruote  e di cavalli,  con un tintinno di campanelli,  e ogni tanto un
    chioccar di fruste,  con un accompagnamento d'urli.  Guardava innanzi,
    ma   non  vedeva  nulla.   Arrivato  allo  sbocco  di  quella  strada,
    scoprendosegli davanti la piazza di san Marco,  la prima cosa che  gli
    diede nell'occhio,  furon due travi ritte,  con una corda, e con certe
    carrucole;  e non tard a riconoscere (ch'era cosa famigliare in  quel
    tempo)  l'abbominevole  macchina  della  tortura.  Era rizzata in quel
    luogo, e non in quello soltanto,  ma in tutte le piazze e nelle strade
    pi  spaziose,  affinch i deputati d'ogni quartiere,  muniti a questo
    d'ogni   facolt   pi   arbitraria,    potessero   farci    applicare
    immediatamente chiunque paresse loro meritevole di pena: o sequestrati
    che uscissero di casa,  o subalterni che non facessero il loro dovere,
    o chiunque altro.  Era uno di que' rimedi eccessivi e  inefficaci  de'
    quali,  a quel tempo,  e in que' momenti specialmente, si faceva tanto
    scialacquo.
    Ora,  mentre Renzo guarda  quello  strumento,  pensando  perch  possa
    essere alzato in quel luogo, sente avvicinarsi sempre pi il rumore, e
    vede  spuntar  dalla  cantonata  della  chiesa  un uomo che scoteva un
    campanello: era un  apparitore;  e  dietro  a  lui  due  cavalli  che,
    allungando il collo,  e puntando le zampe, venivano avanti a fatica; e
    strascinato da quelli,  un carro di morti,  e dopo quello un altro,  e
    poi  un altro e un altro;  e di qua e di l,  monatti alle costole de'
    cavalli, spingendoli, a frustate,  a punzoni,  a bestemmie.  Eran que'
    cadaveri, la pi parte ignudi, alcuni mal involtati in qualche cencio,
    ammonticchiati,  intrecciati  insieme,  come  un  gruppo  di serpi che
    lentamente si svolgano al tepore della primavera; ch, a ogni intoppo,
    a  ogni  scossa,   si  vedevan  que'  mucchi   funesti   tremolare   e
    scompaginarsi  bruttamente,  e  ciondolar  teste,  e  chiome verginali
    arrovesciarsi, e braccia svincolarsi,  e batter sulle rote,  mostrando
    all'occhio  gi inorridito come un tale spettacolo poteva divenire pi
    doloroso e pi sconcio.
    Il giovine s'era fermato sulla cantonata  della  piazza,  vicino  alla
    sbarra  del canale,  e pregava intanto per que' morti sconosciuti.  Un
    atroce pensiero gli balen in mente:  -   forse  l,  l  insieme,  l
    sotto...  Oh, Signore! fate che non sia vero! fate ch'io non ci pensi!
    -
    Passato il convoglio funebre,  Renzo si mosse,  attravers la  piazza,
    prendendo lungo il canale a mancina,  senz'altra ragione della scelta,
    se non che il  convoglio  era  andato  dall'altra  parte.  Fatti  que'
    quattro passi tra il fianco della chiesa e il canale, vide a destra il
    ponte Marcellino;  prese di l,  e riusc in Borgo Nuovo.  E guardando
    innanzi,  sempre con  quella  mira  di  trovar  qualcheduno  da  farsi
    insegnar la strada,  vide in fondo a quella un prete in farsetto,  con
    un bastoncino in mano,  ritto vicino a un uscio  socchiuso,  col  capo
    chinato,  e  l'orecchio  allo spiraglio;  e poco dopo lo vide alzar la
    mano e benedire.  Congettur quello ch'era di fatto,  cio che finisse
    di  confessar qualcheduno;  e disse tra s:  -  questo  l'uomo che fa
    per me. Se un prete, in funzion di prete, non ha un po' di carit,  un
    po'  d'amore e di buona grazia,  bisogna dire che non ce ne sia pi in
    questo mondo.  -
    Intanto il prete, staccatosi dall'uscio,  veniva dalla parte di Renzo,
    tenendosi,  con gran riguardo,  nel mezzo della strada.  Renzo, quando
    gli fu vicino,  si lev il cappello,  e  gli  accenn  che  desiderava
    parlargli,  fermandosi  nello  stesso  tempo,  in  maniera  da  fargli
    intendere che non si sarebbe accostato di pi.  Quello pure si  ferm,
    in  atto di stare a sentire,  puntando per in terra il suo bastoncino
    davanti a s,  come per farsene  un  baluardo.  Renzo  espose  la  sua
    domanda,  alla quale il prete soddisfece,  non solo con dirgli il nome
    della strada dove la casa era situata,  ma dandogli anche,  come  vide
    che  il poverino n'aveva bisogno,  un po' d'itinerario;  indicandogli,
    cio,  a forza di  diritte  e  di  mancine,  di  chiese  e  di  croci,
    quell'altre sei o otto strade che aveva da passare per arrivarci.
    "Dio  la  mantenga  sano,  in questi tempi,  e sempre," disse Renzo: e
    mentre quello si moveva per andarsene, "un'altra carit," soggiunse; e
    gli disse della povera donna dimenticata.  Il buon prete ringrazi lui
    d'avergli  dato  occasione  di  fare  una  carit cos necessaria;  e,
    dicendo che andava ad avvertire chi bisognava,  tir avanti.  Renzo si
    mosse  anche  lui,  e,  camminando,  cercava  di  fare a s stesso una
    ripetizione dell'itinerario, per non esser da capo a dover domandare a
    ogni cantonata.  Ma non potreste immaginarvi come quell'operazione gli
    riuscisse  penosa,  e  non  tanto  per la difficolt della cosa in s,
    quanto per un nuovo turbamento che gli era nato nell'animo.  Quel nome
    della   strada,   quella  traccia  del  cammino  l'avevan  messo  cos
    sottosopra.  Era l'indizio che aveva desiderato  e  domandato,  e  del
    quale non poteva far di meno;  n gli era stato detto nient'altro,  da
    che  potesse  ricavare  nessun  augurio  sinistro;   ma  che   volete?
    quell'idea  un  po'  pi distinta d'un termine vicino,  dove uscirebbe
    d'una  grand'incertezza,  dove  potrebbe  sentirsi  dire:    viva,  o
    sentirsi dire:  morta;  quell'idea l'aveva cos colpito, che, in quel
    momento, gli sarebbe piaciuto pi di trovarsi ancora al buio di tutto,
    d'essere al principio del viaggio,  di  cui  ormai  toccava  la  fine.
    Raccolse  per  le  sue  forze,  e  disse  a  s  stesso:  -  ehi!  se
    principiamo ora a fare il ragazzo,  com'ander?   -  Cos  rinfrancato
    alla meglio, seguit la sua strada, inoltrandosi nella citt.
    Quale citt!  e cos'era mai,  al paragone,  quello ch'era stata l'anno
    avanti, per cagion della fame!
    Renzo s'abbatteva appunto a passare per una delle parti pi  squallide
    e  pi  desolate:  quella  crociata  di  strade  che  si  chiamava  il
    "carrobio" di porta Nuova.  (C'era allora  una  croce  nel  mezzo,  e,
    dirimpetto ad essa,  accanto a dove ora  san Francesco di Paola,  una
    vecchia chiesa col titolo di sant'Anastasia.) Tanta era stata in  quel
    vicinato  la furia del contagio,  e il fetor de' cadaveri lasciati l,
    che i pochi rimasti vivi erano stati costretti a  sgomberare:  sicch,
    alla  mestizia  che  dava al passeggiero quell'aspetto di solitudine e
    d'abbandono,  s'aggiungeva l'orrore e lo schifo delle tracce  e  degli
    avanzi  della recente abitazione.  Renzo affrett il passo,  facendosi
    coraggio col pensare che la meta non  doveva  essere  cos  vicina,  e
    sperando che,  prima d'arrivarci,  troverebbe mutata, almeno in parte,
    la scena; e infatti, di l a non molto,  riusc in un luogo che poteva
    pur  dirsi citt di viventi;  ma quale citt ancora,  e quali viventi!
    Serrati, per sospetto e per terrore,  tutti gli usci di strada,  salvo
    quelli che fossero spalancati per esser le case disabitate,  o invase;
    altri inchiodati e sigillati,  per esser nelle case morta  o  ammalata
    gente  di  peste;  altri  segnati  d'una croce fatta col carbone,  per
    indizio ai monatti,  che c'eran de' morti da portar via: il tutto  pi
    alla ventura che altro, secondo che si fosse trovato piuttosto qua che
    l  un qualche commissario della Sanit o altro impiegato,  che avesse
    voluto eseguir gli ordini, o fare un'angheria. Per tutto cenci e,  pi
    ributtanti  de'  cenci,  fasce marciose,  strame ammorbato,  o lenzoli
    buttati  dalle  finestre;   talvolta  corpi,   o  di   persone   morte
    all'improvviso,  nella strada, e lasciati l fin che passasse un carro
    da portarli via,  o cascati da' carri medesimi,  o  buttati  anch'essi
    dalle  finestre:  tanto l'insistere e l'imperversar del disastro aveva
    insalvatichiti gli animi, e fatto dimenticare ogni cura di piet, ogni
    riguardo sociale!  Cessato per tutto  ogni  rumor  di  botteghe,  ogni
    strepito  di carrozze,  ogni grido di venditori,  ogni chiacchiero di
    passeggieri,  era ben raro che quel silenzio di morte fosse  rotto  da
    altro  che  da  rumor  di  carri  funebri,  da  lamenti di poveri,  da
    rammaricho d'infermi,  da urli di frenetici,  da  grida  di  monatti.
    All'alba,  a mezzogiorno,  a sera, una campana del duomo dava il segno
    di recitar  certe  preci  assegnate  dall'arcivescovo:  a  quel  tocco
    rispondevan  le  campane  dell'altre  chiese;  e allora avreste veduto
    persone affacciarsi  alle  finestre,  a  pregare  in  comune;  avreste
    sentito  un  bisbiglio di voci e di gemiti,  che spirava una tristezza
    mista pure di qualche conforto.
    Morti a quell'ora forse i  due  terzi  de'  cittadini,  andati  via  o
    ammalati una buona parte del resto,  ridotto quasi a nulla il concorso
    della gente di fuori,  de' pochi che andavan per le strade,  non se ne
    sarebbe  per avventura,  in un lungo giro,  incontrato uno solo in cui
    non si vedesse qualcosa di strano,  e che dava indizio  d'una  funesta
    mutazione di cose. Si vedevano gli uomini pi qualificati, senza cappa
    n mantello,  parte allora essenzialissima del vestiario civile, senza
    sottana i preti, e anche de' religiosi in farsetto;  dismessa in somma
    ogni  sorte  di  vestito  che  potesse con gli svolazzi toccar qualche
    cosa,  o dare (ci che si temeva pi di  tutto  il  resto)  agio  agli
    untori.  E fuor di questa cura d'andar succinti e ristretti il pi che
    fosse possibile,  negletta e trasandata ogni persona;  lunghe le barbe
    di quelli che usavan portarle, cresciute a quelli che prima costumavan
    di  raderle;  lunghe  pure  e arruffate le capigliature,  non solo per
    quella trascuranza che nasce da un invecchiato  abbattimento,  ma  per
    esser  divenuti  sospetti  i  barbieri,  da  che  era  stato  preso  e
    condannato,  come untor famoso,  uno di loro,  Giangiacomo Mora:  nome
    che,  per un pezzo,  conserv una celebrit municipale d'infamia, e ne
    meriterebbe una ben pi diffusa e perenne di piet.  I pi tenevano da
    una  mano  un  bastone,  alcuni  anche  una pistola,  per avvertimento
    minaccioso  a  chi  avesse  voluto  avvicinarsi   troppo;   dall'altra
    pasticche odorose, o palle di metallo o di legno traforate, con dentro
    spugne  inzuppate  d'aceti  medicati;  e  se  le  andavano  ogni tanto
    mettendo al naso,  o ce le  tenevano  di  continuo.  Portavano  alcuni
    attaccata  al  collo  una  boccetta  con dentro un po' d'argento vivo,
    persuasi che avesse la virt d'assorbire e di ritenere ogni esalazione
    pestilenziale;  e avevan poi cura di rinnovarlo ogni tanti  giorni.  I
    gentiluomini,  non  solo  uscivano  senza  il  solito  seguito,  ma si
    vedevano,  con una  sporta  in  braccio,  andare  a  comprar  le  cose
    necessarie al vitto.  Gli amici, quando pur due s'incontrassero per la
    strada,  si salutavan da  lontano,  con  cenni  taciti  e  frettolosi.
    Ognuno,  camminando, aveva molto da fare, per iscansare gli schifosi e
    mortiferi inciampi di cui il terreno era sparso e,  in qualche  luogo,
    anche  affatto ingombro: ognuno cercava di stare in mezzo alla strada,
    per timore d'altro sudiciume,  o d'altro pi funesto peso che  potesse
    venir  gi  dalle finestre;  per timore delle polveri venefiche che si
    diceva esser spesso buttate da  quelle  su'  passeggieri;  per  timore
    delle muraglie, che potevan esser unte. Cos l'ignoranza, coraggiosa e
    guardinga alla rovescia,  aggiungeva ora angustie all'angustie, e dava
    falsi terrori, in compenso de' ragionevoli e salutari che aveva levati
    da principio.
    Tal era ci che di meno deforme e di  men  compassionevole  si  faceva
    vedere  intorno,  i  sani,  gli  agiati:  ch,  dopo tante immagini di
    miseria,  e pensando a quella ancor pi grave,  per mezzo  alla  quale
    dovrem  condurre il lettore,  non ci fermeremo ora a dir qual fosse lo
    spettacolo degli appestati che si strascicavano  o  giacevano  per  le
    strade,  de'  poveri,  de' fanciulli,  delle donne.  Era tale,  che il
    riguardante poteva trovar quasi un disperato conforto in  ci  che  ai
    lontani  e  ai  posteri  fa  la pi forte e dolorosa impressione;  nel
    pensare, dico, nel vedere quanto que' viventi fossero ridotti a pochi.
    In mezzo a questa desolazione aveva Renzo fatto gi  una  buona  parte
    del suo cammino,  quando,  distante ancor molti passi da una strada in
    cui doveva voltare, sent venir da quella un vario frastono, nel quale
    si faceva distinguere quel solito orribile tintinno.
    Arrivato alla cantonata della strada,  ch'era una  delle  pi  larghe,
    vide  quattro  carri  fermi  nel  mezzo;  e  come,  in  un  mercato di
    granaglie,  si vede un andare e venire di  gente,  un  caricare  e  un
    rovesciar  di  sacchi,  tale  era  il movimento in quel luogo: monatti
    ch'entravan nelle case,  monatti che n'uscivano  con  un  peso  su  le
    spalle,  e lo mettevano su l'uno o l'altro carro: alcuni con la divisa
    rossa,  altri senza quel distintivo,  molti con uno ancor pi  odioso,
    pennacchi  e  fiocchi di vari colori,  che quegli sciagurati portavano
    come per segno d'allegria, in tanto pubblico lutto. Ora da una, ora da
    un'altra finestra,  veniva una voce lugubre:  "qua,  monatti!"  E  con
    suono  ancor  pi  sinistro,  da  quel tristo brulicho usciva qualche
    vociaccia che  rispondeva:  "ora,  ora".  Ovvero  eran  pigionali  che
    brontolavano,   e   dicevano   di  far  presto:  ai  quali  i  monatti
    rispondevano con bestemmie.
    Entrato nella strada, Renzo allung il passo,  cercando di non guardar
    quegl'ingombri, se non quanto era necessario per iscansarli; quando il
    suo  sguardo s'incontr in un oggetto singolare di piet,  d'una piet
    che invogliava l'animo a contemplarlo; di maniera che si ferm,  quasi
    senza volerlo.
    Scendeva  dalla  soglia  d'uno  di  quegli  usci,  e  veniva  verso il
    convoglio,  una  donna,  il  cui  aspetto  annunziava  una  giovinezza
    avanzata,  ma  non  trascorsa;  e  vi traspariva una bellezza velata e
    offuscata,  ma non guasta,  da una gran  passione,  e  da  un  languor
    mortale:  quella bellezza molle a un tempo e maestosa,  che brilla nel
    sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante;  gli
    occhi  non  davan  lacrime,  ma  portavan segno d'averne sparse tante;
    c'era in quel dolore un non so  che  di  pacato  e  di  profondo,  che
    attestava un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era
    il  solo  suo  aspetto  che,  tra  tante  miserie,  la  indicasse cos
    particolarmente alla piet, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai
    stracco e ammortito ne' cuori.  Portava essa in collo una  bambina  di
    forse  nov'anni,  morta;  ma tutta ben accomodata,  co' capelli divisi
    sulla fronte,  con  un  vestito  bianchissimo,  come  se  quelle  mani
    l'avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo,  e data per
    premio. N la teneva a giacere, ma sorretta,  a sedere sur un braccio,
    col  petto appoggiato al petto,  come se fosse stata viva;  se non che
    una manina bianca a guisa di cera spenzolava da  una  parte,  con  una
    certa inanimata gravezza, e il capo posava sull'omero della madre, con
    un  abbandono  pi  forte  del  sonno: della madre,  ch,  se anche la
    somiglianza  de'  volti  non  n'avesse  fatto  fede,  l'avrebbe  detto
    chiaramente quello de' due ch'esprimeva ancora un sentimento.
    Un  turpe  monatto and per levarle la bambina dalle braccia,  con una
    specie per d'insolito rispetto,  con un'esitazione  involontaria.  Ma
    quella,  tirandosi indietro,  senza per mostrare sdegno n disprezzo,
    "no!" disse: "non me la toccate per ora;  devo  metterla  io  su  quel
    carro: prendete".  Cos dicendo, apr una mano, fece vedere una borsa,
    e la lasci cadere in quella che il monatto  le  tese.  Poi  continu:
    "promettetemi  di  non  levarle  un filo d'intorno,  n di lasciar che
    altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra cos".
    Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso,  e quasi
    ossequioso,  pi  per  il nuovo sentimento da cui era come soggiogato,
    che per l'inaspettata ricompensa,  s'affaccend a far un po' di  posto
    sul  carro  per  la  morticina.  La  madre,  dato a questa un bacio in
    fronte, la mise l come sur un letto, ce l'accomod, le stese sopra un
    panno bianco,  e disse l'ultime parole:  "addio,  Cecilia!  riposa  in
    pace!  Stasera  verremo  anche noi,  per restar sempre insieme.  Prega
    intanto per noi; ch'io pregher per te e per gli altri." Poi voltatasi
    di nuovo al monatto,  "voi",  disse,  "passando  di  qui  verso  sera,
    salirete a prendere anche me, e non me sola".
    Cos  detto,  rientr  in casa,  e,  un momento dopo,  s'affacci alla
    finestra, tenendo in collo un'altra bambina pi piccola, viva,  ma coi
    segni  della morte in volto.  Stette a contemplare quelle cos indegne
    esequie della prima,  finch il carro non si  mosse,  finch  lo  pot
    vedere;  poi disparve.  E che altro pot fare,  se non posar sul letto
    l'unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come
    il fiore gi rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora
    in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato.
    "O Signore!" esclam Renzo: "esauditela! tiratela a voi,  lei e la sua
    creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!"
    Riavuto da quella commozione straordinaria,  e mentre cerca di tirarsi
    in mente l'itinerario per trovare se alla prima strada deve voltare, e
    se a diritta o a mancina,  sente anche da questa  venire  un  altro  e
    diverso  strepito,  un  suono  confuso  di grida imperiose,  di fiochi
    lamenti, un pianger di donne, un mugolo di fanciulli.
    And avanti,  con in cuore quella solita trista e oscura  aspettativa.
    Arrivato al crocicchio,  vide da una parte una moltitudine confusa che
    s'avanzava, e si ferm l,  per lasciarla passare.  Erano ammalati che
    venivan condotti al lazzeretto; alcuni, spinti a forza, resistevano in
    vano,  in  vano  gridavano  che  volevan  morire  sul  loro  letto,  e
    rispondevano con inutili imprecazioni alle bestemmie e ai comandi  de'
    monatti che li guidavano; altri camminavano in silenzio, senza mostrar
    dolore,  n alcun altro sentimento,  come insensati; donne co' bambini
    in collo;  fanciulli spaventati dalle  grida,  da  quegli  ordini,  da
    quella compagnia, pi che dal pensiero confuso della morte, i quali ad
    alte  strida  imploravano la madre e le sue braccia fidate,  e la casa
    loro.   Ahi!   e  forse  la  madre,   che  credevano  d'aver  lasciata
    addormentata  sul  suo  letto,  ci  s'era buttata,  sorpresa tutt'a un
    tratto dalla peste; e stava l senza sentimento, per esser portata sur
    un carro al lazzeretto,  o alla fossa,  se il carro veniva pi  tardi.
    Forse,  o sciagura degna di lacrime ancor pi amare!  la madre,  tutta
    occupata de' suoi patimenti,  aveva dimenticato  ogni  cosa,  anche  i
    figli,  e non aveva pi che un pensiero: di morire in pace.  Pure,  in
    tanta confusione,  si vedeva ancora qualche esempio di fermezza  e  di
    piet: padri, madri, fratelli, figli, consorti, che sostenevano i cari
    loro, e gli accompagnavano con parole di conforto: n adulti soltanto,
    ma  ragazzetti,  ma fanciulline che guidavano i fratellini pi teneri,
    e,  con giudizio e con  compassione  da  grandi,  raccomandavano  loro
    d'essere  ubbidienti,  gli  assicuravano che s'andava in un luogo dove
    c'era chi avrebbe cura di loro per farli guarire.
    In mezzo alla malinconia e alla tenerezza  di  tali  viste,  una  cosa
    toccava pi sul vivo, e teneva in agitazione il nostro viaggiatore. La
    casa  doveva  esser  l  vicina,  e  chi sa se tra quella gente...  Ma
    passata tutta la comitiva,  e cessato  quel  dubbio,  si  volt  a  un
    monatto che veniva dietro,  e gli domand della strada e della casa di
    don Ferrante. "In malora, tanghero," fu la risposta che n'ebbe.  N si
    cur di dare a colui quella che si meritava;  ma,  visto, a due passi,
    un commissario che veniva in coda al convoglio, e aveva un viso un po'
    pi di cristiano, fece a lui la stessa domanda. Questo, accennando con
    un bastone la parte donde veniva,  disse: "la prima strada a  diritta,
    l'ultima casa grande a sinistra".
    Con  una  nuova  e  pi  forte ansiet in cuore,  il giovine prende da
    quella parte.  E' nella strada;  distingue subito la casa tra l'altre,
    pi basse e meschine; s'accosta al portone che  chiuso, mette la mano
    sul martello, e ce la tien sospesa, come in un'urna, prima di tirar su
    la polizza dove fosse scritta la sua vita,  o la sua morte. Finalmente
    alza il martello, e d un picchio risoluto.
    Dopo qualche momento,  s'apre un  poco  una  finestra;  una  donna  fa
    capolino,  guardando  chi  era,  con un viso ombroso che par che dica:
    monatti? vagabondi? commissari? untori? diavoli?
    "Quella signora," disse Renzo guardando in su,  e con voce non  troppo
    sicura,  "ci  sta  qui a servire una giovine di campagna,  che ha nome
    Lucia?"
    "La non c' pi:  andate,"  rispose  quella  donna,  facendo  atto  di
    chiudere.
    "Un momento, per carit! La non c' pi? Dov'?"
    "Al lazzeretto"; e di nuovo voleva chiudere.
    "Ma un momento, per l'amor del cielo! Con la peste?"
    "Gi. Cosa nuova, eh? Andate."
    "Oh povero me! Aspetti: era ammalata molto? Quanto tempo ...."
    Ma intanto la finestra fu chiusa davvero.
    "Quella signora!  quella signora!  una parola,  per carit! per i suoi
    poveri morti!  Non le chiedo niente del suo: ohe!" Ma era come dire al
    muro.
    Afflitto della nuova, e arrabbiato della maniera, Renzo afferr ancora
    il  martello,  e,  cos  appoggiato alla porta,  andava stringendolo e
    storcendolo,  l'alzava per picchiar di nuovo alla  disperata,  poi  lo
    teneva  sospeso.  In  quest'agitazione,  si volt per vedere se mai ci
    fosse d'intorno qualche vicino,  da cui  potesse  forse  aver  qualche
    informazione pi precisa,  qualche indizio, qualche lume. Ma la prima,
    l'unica persona che vide,  fu un'altra donna,  distante forse un venti
    passi;  la quale, con un viso ch'esprimeva terrore, odio, impazienza e
    malizia, con cert'occhi stravolti che volevano insieme guardar lui,  e
    guardar  lontano,  spalancando  la bocca come in atto di gridare a pi
    non posso, ma rattenendo anche il respiro, alzando due braccia scarne,
    allungando e ritirando due mani grinzose e piegate a guisa  d'artigli,
    come  se cercasse d'acchiappar qualcosa,  si vedeva che voleva chiamar
    gente,   in  modo  che  qualcheduno  non   se   n'accorgesse.   Quando
    s'incontrarono  a  guardarsi,  colei,  fattasi  ancor  pi brutta,  si
    riscosse come persona sorpresa.
    "Che diamine...?" cominciava Renzo, alzando anche lui le mani verso la
    donna;  ma  questa,  perduta  la  speranza  di  poterlo  far  cogliere
    all'improvviso,  lasci  scappare  il  grido  che  aveva rattenuto fin
    allora: "l'untore, dagli! dagli! dagli all'untore!"
    "Chi? io! ah strega bugiarda! sta zitta," grid Renzo; e fece un salto
    verso lei,  per impaurirla e farla chetare.  Ma s'avvide  subito,  che
    aveva  bisogno piuttosto di pensare ai casi suoi.  Allo strillar della
    vecchia, accorreva gente di qua e di l; non la folla che,  in un caso
    simile, sarebbe stata, tre mesi prima; ma pi che abbastanza per poter
    fare d'un uomo solo quel che volessero.  Nello stesso tempo, s'apr di
    nuovo la finestra,  e quella medesima sgarbata di prima ci  s'affacci
    questa  volta,  e  gridava  anche  lei: "pigliatelo,  pigliatelo;  che
    dev'essere uno di que' birboni che vanno in giro a unger le porte  de'
    galantuomini".
    Renzo  non  istette  l  a  pensare:  gli parve subito miglior partito
    sbrigarsi da  coloro,  che  rimanere  a  dir  le  sue  ragioni:  diede
    un'occhiata a destra e a sinistra,  da che parte ci fosse men gente, e
    svign di l. Rispinse con un urtone uno che gli parava la strada; con
    un gran punzone nel petto,  fece dare indietro otto o dieci  passi  un
    altro che gli correva incontro;  e via di galoppo,  col pugno in aria,
    stretto,  nocchiuto,  pronto per qualunque altro gli fosse venuto tra'
    piedi.  La  strada  davanti  era  sempre  libera;  ma dietro le spalle
    sentiva il calpesto e,  pi forti del calpesto,  quelle grida amare:
    "dagli!  dagli!  all'untore!"  Non sapeva quando fossero per fermarsi;
    non vedeva dove si potrebbe mettere in salvo.  L'ira  divenne  rabbia,
    l'angoscia  si cangi in disperazione;  e,  perso il lume degli occhi,
    mise mano al suo coltellaccio,  lo sfoder,  si ferm  su  due  piedi,
    volt  indietro  il  viso pi torvo e pi cagnesco che avesse fatto a'
    suoi  giorni;  e,  col  braccio  teso,   brandendo  in  aria  la  lama
    luccicante, grid: "chi ha cuore, venga avanti. canaglia! che l'unger
    io davvero con questo."
    Ma,  con maraviglia, e con un sentimento confuso di consolazione, vide
    che i suoi persecutori s'eran gi fermati, e stavan l come titubanti,
    e che, seguitando a urlare, facevan, con le mani per aria, certi cenni
    da spiritati,  come a gente che venisse di lontano dietro  a  lui.  Si
    volt  di  nuovo,  e  vide  (ch  il  gran  turbamento non gliel aveva
    lasciato vedere un momento prima) un carro che  s'avanzava,  anzi  una
    fila  di  que'  soliti  carri funebri,  col solito accompagnamento;  e
    dietro, a qualche distanza, un altro mucchietto di gente che avrebbero
    voluto anche loro dare addosso all'untore,  e prenderlo in  mezzo;  ma
    eran  trattenuti  dall'impedimento  medesimo.  Vistosi  cos  tra  due
    fuochi, gli venne in mente che ci che era il terrore a coloro, poteva
    essere a  lui  di  salvezza;  pens  che  non  era  tempo  di  far  lo
    schizzinoso;  rimise il coltellaccio nel fodero, si tir da una parte,
    prese la rincorsa verso i carri, pass il primo e adocchi nel secondo
    un buono spazio voto. Prende la mira, spicca un salto;  su,  piantato
    sul piede destro, col sinistro in aria, e con le braccia alzate.
    "Bravo!  bravo!" esclamarono,  a una voce, i monatti, alcuni de' quali
    seguivano il convoglio a piedi,  altri eran seduti sui  carri,  altri,
    per  dire l'orribil cosa com'era,  sui cadaveri,  trincando da un gran
    fiasco che andava in giro. "Bravo! bel colpo!"
    "Sei venuto a metterti sotto  la  protezione  de'  monatti;  fa  conto
    d'essere  in  chiesa,"  gli  disse  uno  de' due che stavano sul carro
    dov'era montato.
    I nemici,  all'avvicinarsi del  treno,  avevano,  i  pi,  voltate  le
    spalle,  e  se  n'andavano,  non  lasciando di gridare "dagli!  dagli!
    all'untore!" Qualcheduno  si  ritirava  pi  adagio,  fermandosi  ogni
    tanto, e voltandosi, con versacci e con gesti di minaccia, a Renzo; il
    quale, dal carro, rispondeva loro dibattendo i pugni in aria.
    "Lascia  fare a me," gli disse un monatto;  e strappato d'addosso a un
    cadavere un laido cencio, l'annod in fretta, e, presolo per una delle
    cocche, l'alz come una fionda verso quegli ostinati,  e fece le viste
    di buttarglielo, gridando: "aspetta, canaglia!" A quell'atto, fuggiron
    tutti,  inorriditi;  e  Renzo  non  vide pi che schiene di nemici,  e
    calcagni che ballavano rapidamente per aria, a guisa di gualchiere.
    Tra i monatti s'alz un urlo di trionfo,  uno scroscio  procelloso  di
    risa, un "uh!" prolungato, per accompagnar quella fuga.
    "Ah ah! vedi se noi sappiamo proteggere i galantuomini?" disse a Renzo
    quel monatto: "val pi uno di noi che cento di que' poltroni."
    "Certo,  posso  dire  che  vi  devo  la  vita,"  rispose  Renzo: "e vi
    ringrazio con tutto il cuore."
    "Di che cosa?" disse il monatto: "tu lo meriti: si  vede  che  sei  un
    bravo  giovine.  Fai bene a ungere questa canaglia: ungili,  estirpali
    costoro, che non vaglion qualcosa, se non quando son morti;  che,  per
    ricompensa  della  vita che facciamo,  ci maledicono,  e vanno dicendo
    che,  finita la mora,  ci voglion fare impiccar tutti.  Hanno a finir
    prima  loro  che la mora;  e i monatti hanno a restar soli,  a cantar
    vittoria, e a sguazzar per Milano."
    "Viva la mora, e moia la marmaglia!" esclam l'altro;  e,  con questo
    bel brindisi, si mise il fiasco alla bocca, e tenendolo con tutt'e due
    le mani, tra le scosse del carro, diede una buona bevuta, poi lo porse
    a Renzo, dicendo: "bevi alla nostra salute".
    "Ve  l'auguro  a  tutti,  con tutto il cuore," disse Renzo: "ma non ho
    sete; non ho proprio voglia di bere in questo momento."
    "Tu hai avuto una bella paura,  a quel che mi pare," disse il monatto:
    "m'hai aria d'un pover'uomo; ci vuol altri visi a far l'untore."
    "Ognuno s'ingegna come pu," disse l'altro.
    "Dammelo  qui  a me," disse uno di quelli che venivano a piedi accanto
    al carro, "ch ne voglio bere anch'io un altro sorso,  alla salute del
    suo  padrone,  che si trova qui in questa bella compagnia...  l,  l,
    appunto, mi pare, in quella bella carrozzata."
    E, con un suo atroce e maledetto ghigno,  accennava il carro davanti a
    quello su cui stava il povero Renzo.  Poi,  composto il viso a un atto
    di seriet ancor pi bieco e fellonesco,  fece una riverenza da quella
    parte,  e riprese: "si contenta, padron mio, che un povero monattuccio
    assaggi di quello della sua cantina? Vede bene: si fa certe vite: siam
    quelli che l'abbiam messo in carrozza,  per condurlo in villeggiatura.
    E poi, gi a loro signori il vino fa subito male: i poveri monatti han
    lo stomaco buono."
    E tra le risate de' compagni,  prese il fiasco, e l'alz; ma, prima di
    bere, si volt a Renzo, gli fiss gli occhi in viso, e gli disse,  con
    una  cert'aria  di compassione sprezzante: "bisogna che il diavolo col
    quale hai fatto il patto, sia ben giovine; ch,  se non eravamo li noi
    a  salvarti,  lui  ti dava un bell'aiuto".  E tra un nuovo scroscio di
    risa, s'attacc il fiasco alle labbra.
    "E noi?  eh!  e noi?" gridaron pi voci dal carro  ch'era  avanti.  Il
    birbone, tracannato quanto ne volle, porse, con tutt'e due le mani, il
    gran  fiasco  a  quegli  altri  suoi  simili,  i  quali se lo passaron
    dall'uno all'altro, fino a uno che,  votatolo,  lo prese per il collo,
    gli  fece fare il mulinello,  e lo scagli a fracassarsi sulle lastre,
    gridando: "viva la mora!" Dietro a queste  parole,  inton  una  loro
    canzonaccia;  e  subito alla sua voce s'accompagnaron tutte l'altre di
    quel turpe coro.  La  cantilena  infernale,  mista  al  tintinno  de'
    campanelli,  al cigolo de' carri,  al calpesto de' cavalli, risonava
    nel voto silenzioso delle strade, e, rimbombando nelle case, stringeva
    amaramente il cuore de' pochi che ancor le abitavano.
    Ma cosa non pu alle volte  venire  in  acconcio?  cosa  non  pu  far
    piacere in qualche caso? Il pericolo d'un momento prima aveva resa pi
    che  tollerabile a Renzo la compagnia di que' morti e di que' vivi;  e
    ora fu a' suoi orecchi una musica, sto per dire,  gradita,  quella che
    lo   levava  dall'impiccio  d'una  tale  conversazione.   Ancor  mezzo
    affannato, e tutto sottosopra, ringraziava intanto alla meglio in cuor
    suo la Provvidenza, d'essere uscito d'un tal frangente,  senza ricever
    male  n  farne;  la  pregava che l'aiutasse ora a liberarsi anche da'
    suoi liberatori;  e dal canto suo,  stava all'erta,  guardava  quelli,
    guardava  la  strada,  per cogliere il tempo di sdrucciolar gi quatto
    quatto,  senza dar loro  occasione  di  far  qualche  rumore,  qualche
    scenata, che mettesse in malizia i passeggieri.
    Tutt'a un tratto,  a una cantonata, gli parve di riconoscere il luogo:
    guard pi attentamente, e ne fu sicuro. Sapete dov'era?  Sul corso di
    porta orientale, in quella strada per cui era venuto adagio, e tornato
    via in fretta,  circa venti mesi prima.  Gli venne subito in mente che
    di l s'andava diritto al lazzeretto;  e questo trovarsi sulla  strada
    giusta, senza studiare, senza domandare, l'ebbe per un tratto speciale
    della  Provvidenza,  e per buon augurio del rimanente.  In quel punto,
    veniva incontro ai  carri  un  commissario,  gridando  a'  monatti  di
    fermare,  e non so che altro: il fatto  che il convoglio si ferm,  e
    la musica si cambi in un diverbio rumoroso.  Uno de' monatti  ch'eran
    sul  carro  di Renzo,  salt gi: Renzo disse all'altro: "vi ringrazio
    della vostra carit: Dio  ve  ne  renda  merito";  e  gi  anche  lui,
    dall'altra parte.
    "Va,  va,  povero  untorello," rispose colui: "non sarai tu quello che
    spianti Milano."
    Per fortuna,  non c'era chi potesse sentire.  Il convoglio era fermato
    sulla sinistra del corso: Renzo prende in fretta dall'altra parte,  e,
    rasentando il muro, trotta innanzi verso il ponte; lo passa,  continua
    per  la  strada  del  borgo,  riconosce il convento de' cappuccini,  
    vicino alla porta,  vede spuntar l'angolo  del  lazzeretto,  passa  il
    cancello,  e gli si spiega davanti la scena esteriore di quel recinto:
    un  indizio  appena  e  un  saggio,   e  gi   una   vasta,   diversa,
    indescrivibile scena.
    Lungo  i  due  lati che si presentano a chi guardi da quel punto,  era
    tutto un brulicho;  erano ammalati che  andavano,  in  compagnie,  al
    lazzeretto;  altri  che  sedevano o giacevano sulle sponde del fossato
    che lo costeggia;  sia che  le  forze  non  fosser  loro  bastate  per
    condursi  fin  dentro  al  ricovero,   sia  che,   usciti  di  l  per
    disperazione,  le forze fosser loro ugualmente mancate per  andar  pi
    avanti.  Altri meschini erravano sbandati,  come stupidi,  e non pochi
    fuor di s affatto;  uno stava tutto infervorato a  raccontar  le  sue
    immaginazioni a un disgraziato che giaceva oppresso dal male; un altro
    dava  nelle  smanie;  un  altro  guardava in qua e in l con un visino
    ridente,  come se assistesse a un lieto spettacolo.  Ma la specie  pi
    strana e pi rumorosa d'una tal trista allegrezza, era un cantare alto
    e continuo, il quale pareva che non venisse fuori da quella miserabile
    folla,  e  pure  si  faceva  sentire  pi  che tutte l'altre voci: una
    canzone  contadinesca  d'amore  gaio  e  scherzevole,  di  quelle  che
    chiamavan  villanelle;  e andando con lo sguardo dietro al suono,  per
    iscoprire chi mai potesse esser  contento,  in  quel  tempo,  in  quel
    luogo,  si vedeva un meschino che,  seduto tranquillamente in fondo al
    fossato, cantava a pi non posso, con la testa per aria.
    Renzo aveva appena  fatti  alcuni  passi  lungo  il  lato  meridionale
    dell'edifizio,   che   si   sent  in  quella  moltitudine  un  rumore
    straordinario, e di lontano voci che gridavano: guarda! piglia! S'alza
    in punta di piedi,  e vede un  cavallaccio  che  andava  di  carriera,
    spinto da un pi strano cavaliere: era un frenetico che,  vista quella
    bestia sciolta e non guardata,  accanto a un carro,  c'era montato  in
    fretta  a  bisdosso,  e,  martellandole il collo co' pugni,  e facendo
    sproni de' calcagni, la cacciava in furia; e monatti dietro,  urlando;
    e tutto si ravvolse in un nuvolo di polvere, che volava lontano.
    Cos, gi sbalordito e stanco di veder miserie, il giovine arriv alla
    porta  di  quel  luogo dove ce n'erano adunate forse pi che non ce ne
    fosse di sparse in  tutto  lo  spazio  che  gli  era  gi  toccato  di
    percorrere.  S'affaccia a quella porta, entra sotto la volta, e rimane
    un momento immobile a mezzo del portico.

    CAPITOLO 35.

    Renzo va in cerca di Lucia  nel  lazzeretto.    -    Altri  spettacoli
    desolanti  e  commoventi.    -   Renzo trova il padre Cristoforo e gli
    racconta la sua storia e quella di Lucia.   -    Feroci  propositi  di
    Renzo.  -  Una lezione del frate.  -  Renzo perdona.  -  Il cappuccino
    gli mostra don Rodrigo, e lo mette sulle tracce di Lucia.

    S'immagini  il  lettore il recinto del lazzeretto,  popolato di sedici
    mila appestati;  quello spazio tutt'ingombro,  dove di  capanne  e  di
    baracche,  dove di carri,  dove di gente; quelle due interminate fughe
    di portici,  a destra e a sinistra,  piene,  gremite di languenti o di
    cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; e su tutto quel quasi
    immenso covile,  un brulicho,  come un ondeggiamento;  e qua e l, un
    andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi,  di
    convalescenti,  di frenetici,  di serventi.  Tale fu lo spettacolo che
    riemp a un tratto la vista di Renzo,  e lo tenne  l,  sopraffatto  e
    compreso. Questo spettacolo, noi non ci proponiam certo di descriverlo
    a parte a parte,  n il lettore lo desidera;  solo, seguendo il nostro
    giovine nel suo penoso giro,  ci fermeremo alle sue fermate,  e di ci
    che  gli  tocc di vedere diremo quanto sia necessario a raccontar ci
    che fece, e ci che gli segu.
    Dalla porta dove s'era fermato, fino alla cappella del mezzo,  e di l
    all'altra porta in faccia,  c'era come un viale sgombro di capanne,  e
    d'ogni altro impedimento stabile; e alla seconda occhiata,  Renzo vide
    in  quello  un trameno di carri,  un portar via roba,  per far luogo;
    vide cappuccini e secolari che dirigevano quell'operazione,  e insieme
    mandavan via chi non ci avesse che fare.  E temendo d'essere anche lui
    messo fuori in quella maniera,  si cacci addirittura tra le  capanne,
    dalla parte a cui si trovava casualmente voltato, alla diritta.
    Andava avanti,  secondo che vedeva posto da poter mettere il piede, da
    capanna a capanna,  facendo capolino in ognuna,  e osservando i  letti
    ch'eran fuori allo scoperto, esaminando volti abbattuti dal patimento,
    o contratti dallo spasimo,  o immobili nella morte, se mai gli venisse
    fatto di trovar quello che pur temeva di trovare.  Ma aveva gi  fatto
    un  bel pezzetto di cammino,  e ripetuto pi e pi volte quel doloroso
    esame,  senza veder mai nessuna donna: onde s'immagin  che  dovessero
    essere in un luogo separato.  E indovinava; ma dove fosse, non n'aveva
    indizio, n poteva argomentarlo. Incontrava ogni tanto ministri, tanto
    diversi d'aspetto e di maniere e d'abito, quanto diverso e opposto era
    il principio che dava agli uni e agli altri una forza uguale di vivere
    in tali servizi: negli uni l'estinzione d'ogni senso di  piet,  negli
    altri una piet sovrumana.  Ma n agli uni n agli altri si sentiva di
    far domande,  per non procacciarsi alle volte un inciampo;  e deliber
    d'andare,  andare,  fin  che  arrivasse a trovar donne.  E andando non
    lasciava di spiare intorno;  ma di tempo  in  tempo  era  costretto  a
    ritirare lo sguardo contristato, e come abbagliato da tante piaghe. Ma
    dove rivolgerlo, dove riposarlo, che sopra altre piaghe?
    L'aria  stessa  e  il  cielo  accrescevano,  se  qualche  cosa  poteva
    accrescerlo,  l'orrore di quelle viste.  La nebbia s'era a poco a poco
    addensata  e  accavallata  in  nuvoloni che,  rabbuiandosi sempre pi,
    davano idea d'un annottar tempestoso;  se non che,  verso il mezzo  di
    quel  cielo cupo e abbassato,  traspariva,  come da un fitto velo,  la
    spera del sole, pallida,  che spargeva intorno a s un barlume fioco e
    sfumato, e pioveva un calore morto e pesante. Ogni tanto, tra mezzo al
    ronzo continuo di quella confusa moltitudine, si sentiva un borbottar
    di tuoni,  profondo, come tronco, irresoluto; n, tendendo l'orecchio,
    avreste saputo distinguere da che  parte  venisse;  o  avreste  potuto
    crederlo   un   correr   lontano   di   carri,   che   si   fermassero
    improvvisamente. Non si vedeva,  nelle campagne d'intorno,  moversi un
    ramo d'albero,  n un uccello andarvisi a posare,  o staccarsene: solo
    la rondine,  comparendo subitamente di sopra  il  tetto  del  recinto,
    sdrucciolava in gi con l'ali tese,  come per rasentare il terreno del
    campo;  ma sbigottita  da  quel  brulicho,  risaliva  rapidamente,  e
    fuggiva. Era uno di que' tempi, in cui, tra una compagnia di viandanti
    non  c'  nessuno  che  rompa  il  silenzio;  e  il cacciatore cammina
    pensieroso, con lo sguardo a terra, e la villana,  zappando nel campo,
    smette  di  cantare,  senza  avvedersene;  di que' tempi forieri della
    burrasca, in cui la natura,  come immota al di fuori,  e agitata da un
    travaglio  interno,  par  che opprima ogni vivente,  e aggiunga non so
    quale gravezza a ogni operazione, all'ozio,  all'esistenza stessa.  Ma
    in  quel luogo destinato per s al patire e al morire si vedeva l'uomo
    gi alle prese col male soccombere alla nuova oppressione;  si vedevan
    centinaia e centinaia peggiorar precipitosamente;  e insieme, l'ultima
    lotta era pi affannosa,  e nell'aumento  de'  dolori,  i  gemiti  pi
    soffogati:  n forse su quel luogo di miserie era ancor passata un'ora
    crudele al par di questa.
    Gi aveva il  giovine  girato  un  bel  pezzo,  e  senza  frutto,  per
    quell'andirivieni  di  capanne,  quando,  nella  variet de' lamenti e
    nella  confusione  del  mormoro,  cominci  a  distinguere  un  misto
    singolare di vagiti e di belati; fin che arriv a un assito scheggiato
    e sconnesso,  di dentro il quale veniva quel suono straordinario. Mise
    un occhio a un largo spiraglio,  tra due asse,  e vide un recinto  con
    dentro capanne sparse,  e,  cos in quelle, come nel piccol campo, non
    la solita infermeria,  ma bambinelli a giacere  sopra  materassine,  o
    guanciali,  o  lenzoli  distesi,  o topponi;  e balie e altre donne in
    faccende; e, ci che pi di tutto attraeva e fermava lo sguardo, capre
    mescolate con quelle,  e fatte loro aiutanti: uno spedale d'innocenti,
    quale il luogo e il tempo potevan darlo. Era, dico, una cosa singolare
    a  vedere alcune di quelle bestie,  ritte e quiete sopra questo e quel
    bambino, dargli la poppa; e qualche altra accorrere a un vagito,  come
    con  senso materno,  e fermarsi presso il piccolo allievo,  e procurar
    d'accomodarcisi sopra,  e belare  e  dimenarsi,  quasi  chiamando  chi
    venisse in aiuto a tutt'e due.
    Qua  e  l eran sedute balie con bambini al petto;  alcune in tal atto
    d'amore,  da far nascer  dubbio  nel  riguardante,  se  fossero  state
    attirate in quel luogo dalla paga, o da quella carit spontanea che va
    in  cerca  de'  bisogni  e  de' dolori.  Una di esse,  tutta accorata,
    staccava dal suo petto esausto  un  meschinello  piangente,  e  andava
    tristamente cercando la bestia,  che potesse far le sue veci. Un'altra
    guardava con occhio di compiacenza quello che le si  era  addormentato
    alla  poppa,  e baciatolo mollemente,  andava in una capanna a posarlo
    sur una materassina.  Ma una  terza,  abbandonando  il  suo  petto  al
    lattante straniero,  con una cert'aria per non di trascuranza,  ma di
    preoccupazione,  guardava fisso il  cielo:  a  che  pensava  essa,  in
    quell'atto,  con  quello sguardo,  se non a un nato dalle sue viscere,
    che,  forse poco prima,  aveva succhiato quel petto,  che forse  c'era
    spirato sopra? Altre donne pi attempate attendevano ad altri servizi.
    Una  accorreva  alle  grida d'un bambino affamato,  lo prendeva,  e lo
    portava vicino a una capra che pascolava a un mucchio d'erba fresca, e
    glielo  presentava  alle  poppe,   gridando  l'inesperto   animale   e
    accarezzandolo  insieme  affinch  si prestasse dolcemente all'ufizio.
    Questa correva a prendere un poverino,  che una capra  tutt'intenta  a
    allattarne un altro, pestava con una zampa: quella portava in qua e in
    l il suo,  ninnandolo,  cercando,  ora d'addormentarlo col canto, ora
    d'acquietarlo con  dolci  parole,  chiamandolo  con  un  nome  ch'essa
    medesima  gli  aveva messo.  Arriv in quel punto un cappuccino con la
    barba bianchissima, portando due bambini strillanti,  uno per braccio,
    raccolti  allora  vicino  alle  madri  spirate;  e  una  donna corse a
    riceverli, e andava guardando tra la brigata e nel gregge,  per trovar
    subito chi tenesse lor luogo di madre.
    Pi d'una volta il giovine, spinto da quello ch'era il primo, e il pi
    forte de' suoi pensieri, s'era staccato dallo spiraglio per andarsene;
    e poi ci aveva rimesso l'occhio, per guardare ancora un momento.
    Levatosi  di  l  finalmente,  and costeggiando l'assito,  fin che un
    mucchietto di capanne appoggiate a quello,  lo  costrinse  a  voltare.
    And  allora  lungo  le capanne,  con la mira di riguadagnar l'assito,
    d'andar fino alla fine di quello, e scoprir paese nuovo.  Ora,  mentre
    guardava  innanzi,  per  studiar la strada,  un'apparizione repentina,
    passeggiera,  istantanea,  gli fer lo sguardo,  e  gli  mise  l'animo
    sottosopra.  Vide,  a  un cento passi di distanza,  passare e perdersi
    subito tra le baracche un cappuccino, un cappuccino che, anche cos da
    lontano e cos di fuga, aveva tutto l'andare, tutto il fare,  tutta la
    forma  del padre Cristoforo.  Con la smania che potete pensare,  corse
    verso quella parte;  e l,  a girare,  a cercare,  innanzi,  indietro,
    dentro  e  fuori,  per  quegli  andirivieni,  tanto  che  rivide,  con
    altrettanta gioia,  quella forma,  quel frate medesimo;  lo vide  poco
    lontano,  che, scostandosi da una caldaia, andava, con una scodella in
    mano,  verso una capanna;  poi lo vide sedersi sull'uscio  di  quella,
    fare un segno di croce sulla scodella che teneva dinanzi; e, guardando
    intorno,  come uno che stia sempre all'erta,  mettersi a mangiare. Era
    proprio il padre Cristoforo.
    La storia del quale,  dal punto che l'abbiam perduto di vista,  fino a
    quest'incontro,  sar raccontata in due parole. Non s'era mai mosso da
    Rimini, n aveva pensato a moversene, se non quando la peste scoppiata
    in  Milano  gli  offr  occasione  di  ci  che  aveva  sempre   tanto
    desiderato,   di  dar  la  sua  vita  per  il  prossimo.   Preg,  con
    grand'istanza,  d'esserci richiamato,  per  assistere  e  servire  gli
    appestati.  Il  conte  zio  era  morto;  e del resto c'era pi bisogno
    d'infermieri che di politici: sicch  fu  esaudito  senza  difficolt.
    Venne  subito  a  Milano;  entr nel lazzeretto;  e c'era da circa tre
    mesi.
    Ma la consolazione di Renzo nel ritrovare il suo buon  frate,  non  fu
    intera  neppure  un momento: nell'atto stesso d'accertarsi ch'era lui,
    dovette vedere quant'era mutato.  Il portamento curvo e  stentato;  il
    viso  scarno  e smorto;  e in tutto si vedeva una natura esausta,  una
    carne rotta e cadente,  che s'aiutava e si sorreggeva,  ogni  momento,
    con uno sforzo dell'animo.
    Andava  anche  lui fissando lo sguardo nel giovine che veniva verso di
    lui,  e che,  col gesto,  non osando con la  voce,  cercava  di  farsi
    distinguere  e riconoscere.  "Oh padre Cristoforo!" disse poi,  quando
    gli fu vicino da poter esser sentito senza alzar la voce.
    "Tu qui!" disse il frate, posando in terra la scodella, e alzandosi da
    sedere.
    "Come sta, padre? come sta?"
    "Meglio di tanti poverini che tu vedi qui," rispose il frate: e la sua
    voce era fioca,  cupa,  mutata come tutto il resto.  L'occhio soltanto
    era quello di prima,  e un non so che pi vivo e pi splendido;  quasi
    la carit, sublimata nell'estremo dell'opera, ed esultante di sentirsi
    vicina al suo principio, ci rimettesse un fuoco pi ardente e pi puro
    di quello che l'infermit ci andava a poco a poco spegnendo.
    "Ma tu," proseguiva, "come sei qui?  perch vieni cos ad affrontar la
    peste?"
    "L'ho avuta, grazie al cielo. Vengo... a cercar di... Lucia."
    "Lucia!  qui Lucia?"
    "E' qui: almeno spero in Dio che ci sia ancora."
    "E' tua moglie?"
    "Oh caro padre!  no che non  mia moglie. Non sa nulla di tutto quello
    che  accaduto?"
    "No, figliuolo: da che Dio m'ha allontanato da voi altri,  io non n'ho
    saputo  pi  nulla;  ma  ora  ch'Egli mi ti manda,  dico la verit che
    desidero molto di saperne. Ma... e il bando?"
    "Le sa dunque, le cose che m'hanno fatto?"
    "Ma tu, che avevi fatto?"
    "Senta, se volessi dire d'aver avuto giudizio,  quel giorno in Milano,
    direi una bugia; ma cattive azioni non n'ho fatte punto."
    "Te lo credo, e lo credevo anche prima."
    "Ora dunque le potr dir tutto."
    "Aspetta,"  disse il frate;  e andato alcuni passi fuor della capanna,
    chiam: "padre Vittore!" Dopo qualche  momento,  comparve  un  giovine
    cappuccino,  al  quale  disse:  "fatemi la carit,  padre Vittore,  di
    guardare anche per me,  a questi nostri poverini,  intanto ch'io me ne
    sto  ritirato;  e  se  alcuno per mi volesse,  chiamatemi.  Quel tale
    principalmente!  se mai desse il pi piccolo segno di tornare  in  s,
    avvisatemi subito, per carit."
    "Non dubitate," rispose il giovine; e il vecchio, tornato verso Renzo,
    "entriamo qui," gli disse.  "Ma..." soggiunse subito,  fermandosi, "tu
    mi pari ben rifinito: devi aver bisogno di mangiare."
    "E' vero," disse Renzo: "ora che lei mi ci fa pensare,  mi ricordo che
    sono ancora digiuno."
    "Aspetta," disse il frate; e, presa un'altra scodella, l'and a empire
    alla caldaia: tornato,  la diede,  con un cucchiaio,  a Renzo; lo fece
    sedere sur un saccone che gli serviva di letto;  poi and a una  botte
    ch'era in un canto,  e ne spill un bicchier di vino,  che mise sur un
    tavolino, davanti al suo convitato; riprese quindi la sua scodella,  e
    si mise a sedere accanto a lui.
    "Oh  padre  Cristoforo!" disse Renzo: "tocca a lei a far codeste cose?
    Ma gi lei  sempre quel medesimo. La ringrazio proprio di cuore."
    "Non ringraziar me," disse il frate: " roba de' poveri;  ma anche  tu
    sei un povero,  in questo momento.  Ora dimmi quello che non so, dimmi
    di quella nostra poverina; e cerca di spicciarti;  ch c' poco tempo,
    e molto da fare, come tu vedi."
    Renzo  principi,  tra una cucchiaiata e l'altra,  la storia di Lucia:
    com'era stata  ricoverata  nel  monastero  di  Monza,  come  rapita...
    All'immagine  di  tali  patimenti  e  di  tali  pericoli,  al pensiero
    d'essere stato lui quello che  aveva  indirizzata  in  quel  luogo  la
    povera  innocente,  il  buon  frate rimase senza fiato;  ma lo riprese
    subito, sentendo com'era stata mirabilmente liberata, resa alla madre,
    e allogata da questa presso a donna Prassede.
    "Ora le racconter di me," prosegu Renzo;  e raccont in succinto  la
    giornata di Milano, la fuga; e come era sempre stato lontano da casa e
    ora,  essendo ogni cosa sottosopra,  s'era arrischiato d'andarci; come
    non ci aveva trovato Agnese; come in Milano aveva saputo che Lucia era
    al lazzeretto. "E son qui," concluse, "son qui a cercarla,  a veder se
     viva, e se... mi vuole ancora... perch... alle volte..."
    "Ma,"  domand  il  frate,  "hai  qualche indizio dove sia stata messa
    quando ci sia venuta?"
    "Niente, caro padre; niente se non che  qui,  se pur la c',  che Dio
    voglia!"
    "Oh poverino! ma che ricerche hai tu finora fatte qui?"
    "Ho girato e rigirato;  ma,  tra l'altre cose,  non ho mai visto quasi
    altro che uomini.  Ho ben pensato che le donne  devono  essere  in  un
    luogo a parte,  ma non ci sono mai potuto arrivare: se  cos, ora lei
    me l'insegner."
    "Non sai, figliuolo,  che  proibito d'entrarci agli uomini che non ci
    abbiano qualche incombenza?"
    "Ebbene, cosa mi pu accadere?"
    "La  regola   giusta e santa,  figliuolo caro;  e se la quantit e la
    gravezza de' guai non lascia che si possa farla osservar con tutto  il
    rigore,  una ragione questa perch un galantuomo la trasgredisca?"
    "Ma,  padre  Cristoforo!" disse Renzo: "Lucia doveva esser mia moglie;
    lei sa come siamo stati separati;  son venti mesi che  patisco,  e  ho
    pazienza;  son venuto fin qui,  a rischio di tante cose,  l'una peggio
    dell'altra, e ora..."
    "Non so cosa dire," riprese il frate,  rispondendo piuttosto  a'  suoi
    pensieri che alle parole del giovine: "tu vai con buona intenzione;  e
    piacesse a Dio che tutti quelli che hanno  libero  l'accesso  in  quel
    luogo,  ci si comportassero come posso fidarmi che farai tu.  Dio,  il
    quale certamente benedice questa tua  perseveranza  d'affetto,  questa
    tua  fedelt  in volere e in cercare colei ch'Egli t'aveva data;  Dio,
    che  pi rigoroso degli uomini, ma pi indulgente, non vorr guardare
    a quel che ci  possa  essere  d'irregolare  in  codesto  tuo  modo  di
    cercarla.  Ricordati  solo,  che,  della  tua  condotta in quel luogo,
    avremo a render conto tutt'e due; agli uomini facilmente no,  ma a Dio
    senza dubbio.  Vien qui." In cos dire,  s'alz,  e nel medesimo tempo
    anche Renzo;  il quale,  non lasciando di dar retta alle  sue  parole,
    s'era  intanto consigliato tra s di non parlare,  come s'era proposto
    prima, di quella tal promessa di Lucia.  -  Se sente anche questo,   -
    aveva pensato,   -  mi fa dell'altre difficolt sicuro.  O la trovo; e
    saremo sempre a tempo a discorrerne; o... e allora! che serve?  -
    Tiratolo sull'uscio della capanna,  ch'era a  settentrione,  il  frate
    riprese: "Senti;  il nostro padre Felice,  che  il presidente qui del
    lazzeretto,  conduce oggi a far la quarantina altrove i pochi  guariti
    che ci sono. Tu vedi quella chiesa l nel mezzo..." e, alzando la mano
    scarna  e tremolante,  indicava a sinistra nell'aria torbida la cupola
    della cappella, che torreggiava sopra le miserabili tende; e prosegu:
    "l intorno si vanno ora radunando,  per uscire in  processione  dalla
    porta per la quale tu devi essere entrato."
    "Ah! era per questo dunque, che lavoravano a sbrattare la strada."
    "Per  l'appunto:  e tu devi anche aver sentito qualche tocco di quella
    campana."
    "N'ho sentito uno."
    "Era il secondo: al terzo saran tutti radunati: il padre  Felice  far
    loro un piccolo discorso;  e poi s'avvier con loro. Tu, a quel tocco,
    portati l; cerca di metterti dietro quella gente,  da una parte della
    strada,  dove,  senza disturbare, n dar nell'occhio, tu possa vederli
    passare; e vedi... vedi... se la ci fosse. Se Dio non ha voluto che la
    ci sia;  quella parte," e alz di nuovo la mano,  accennando  il  lato
    dell'edifizio  che avevan dirimpetto: "quella parte della fabbrica,  e
    una parte del terreno che  l davanti,  assegnata alle donne. Vedrai
    uno stecconato che divide questo da quel quartiere, ma in certi luoghi
    interrotto,  in altri  aperto,  sicch  non  troverai  difficolt  per
    entrare.  Dentro  poi,  non  facendo tu nulla che dia ombra a nessuno,
    nessuno probabilmente non dir nulla a  te.  Se  per  ti  si  facesse
    qualche  ostacolo,  di  che  il padre Cristoforo da *** ti conosce,  e
    render conto  di  te.  Cercala  l;  cercala  con  fiducia  e...  con
    rassegnazione.  Perch, ricordati che non  poco ci che tu sei venuto
    a cercar qui; tu chiedi una persona viva al lazzeretto!  Sai tu quante
    volte  io ho veduto rinnovarsi questo mio povero popolo!  quanti ne ho
    veduti portar via!  quanti pochi uscire!...  Va preparato  a  fare  un
    sacrifizio..."
    "Gi;  intendo  anch'io,"  interruppe Renzo stravolgendo gli occhi,  e
    cambiandosi tutto in viso;  "intendo!  Vo: guarder,  cercher,  in un
    luogo,  nell'altro,  e poi ancora, per tutto il lazzeretto, in lungo e
    in largo... e se non la trovo!..."
    "Se  non  la  trovi?"  disse  il  frate,  con  un'aria  di  seriet  e
    d'aspettativa, e con uno sguardo che ammoniva.
    Ma  Renzo,  a  cui  la  rabbia riaccesa dall'idea di quel dubbio aveva
    fatto perdere il lume degli occhi, ripet e seguit: "se non la trovo,
    vedr di trovare qualchedun altro.  O in Milano,  o nel suo scellerato
    palazzo,  o  in capo al mondo,  o a casa del diavolo,  lo trover quel
    furfante che ci ha separati; quel birbone che, se non fosse stato lui,
    Lucia sarebbe mia,  da venti mesi;  e se eravamo destinati  a  morire,
    almeno saremmo morti insieme. Se c' ancora colui, lo trover..."
    "Renzo!"  disse il frate,  afferrandolo per un braccio,  e guardandolo
    ancor pi severamente.
    "E se lo trovo," continu Renzo,  cieco affatto dalla collera,  "se la
    peste  non  ha  gi  fatto  giustizia...  Non    pi  il tempo che un
    poltrone,  co' suoi  bravi  d'intorno,  possa  metter  la  gente  alla
    disperazione,   e   ridersene:    venuto  un  tempo  che  gli  uomini
    s'incontrino a viso a viso: e... la far io la giustizia!"
    "Sciagurato!" grid il  padre  Cristoforo,  con  una  voce  che  aveva
    ripresa  tutta  l'antica  pienezza  e sonorit: "sciagurato!" e la sua
    testa cadente  sul  petto  s'era  sollevata;  le  gote  si  colorivano
    dell'antica  vita;  e  il  fuoco  degli  occhi  aveva un non so che di
    terribile.  "Guarda,  sciagurato!" E mentre con una mano  stringeva  e
    scoteva  forte  il  braccio  di  Renzo,  girava  l'altra davanti a s,
    accennando quanto pi poteva della dolorosa scena all'intorno. "Guarda
    chi  Colui che gastiga! Colui che giudica,  e non  giudicato!  Colui
    che  flagella  e che perdona!  Ma tu,  verme della terra,  tu vuoi far
    giustizia!  Tu lo sai,  tu,  quale sia la giustizia!  Va,  sciagurato,
    vattene! Io, speravo... s, ho sperato che, prima della mia morte, Dio
    m'avrebbe  data  questa consolazione di sentir che la mia povera Lucia
    fosse viva;  forse di vederla,  e di sentirmi  prometter  da  lei  che
    rivolgerebbe una preghiera l verso quella fossa dov'io sar.  Va,  tu
    m'hai levata la mia speranza. Dio non l'ha lasciata in terra per te; e
    tu,  certo,  non hai l'ardire  di  crederti  degno  che  Dio  pensi  a
    consolarti.  Avr pensato a lei, perch lei  una di quell'anime a cui
    son riservate le consolazioni eterne.  Va!  non ho pi tempo di  darti
    retta."
    E  cos dicendo,  rigett da s il braccio di Renzo,  e si mosse verso
    una capanna d'infermi.
    "Ah padre!" disse Renzo,  andandogli dietro in atto supplichevole: "mi
    vuol mandar via in questa maniera?"
    "Come!" riprese,  con voce non meno severa,  il cappuccino. "Ardiresti
    tu di pretendere ch'io rubassi il tempo a  questi  afflitti,  i  quali
    aspettano  ch'io  parli  loro del perdono di Dio,  per ascoltar le tue
    voci di rabbia, i tuoi proponimenti di vendetta? T'ho ascoltato quando
    tu chiedevi consolazione e aiuto; ho lasciata la carit per la carit;
    ma ora tu hai la tua vendetta in cuore: che vuoi da me? vattene. Ne ho
    visti morire qui degli offesi che  perdonavano;  degli  offensori  che
    gemevano di non potersi umiliare davanti all'offeso: ho pianto con gli
    uni e con gli altri, ma con te che ho da fare?"
    "Ah gli perdono! gli perdono davvero, gli perdono per sempre!" esclam
    il giovine.
    "Renzo!" disse,  con una seriet pi tranquilla, il frate: "pensaci; e
    dimmi un poco quante volte gli hai perdonato."
    E, stato alquanto senza ricever risposta,  tutt'a un tratto abbass il
    capo,  e,  con  voce  cupa  e lenta,  riprese: "tu sai perch io porto
    quest'abito."
    Renzo esitava.
    "Tu lo sai!" riprese il vecchio.
    "Lo so," rispose Renzo.
    "Ho odiato anch'io: io,  che t'ho ripreso per  un  pensiero,  per  una
    parola, l'uomo ch'io odiavo cordialmente, che odiavo da gran tempo, io
    l'ho ucciso."
    "S, ma un prepotente, uno di quelli..."
    "Zitto!"  interruppe  il  frate: "credi tu che,  se ci fosse una buona
    ragione,  io non l'avrei trovata in trent'anni?  Ah!  s'io potessi ora
    metterti  in  cuore  il sentimento che dopo ho avuto sempre,  e che ho
    ancora, per l'uomo ch'io odiavo! S'io potessi! io? ma Dio lo pu: Egli
    lo faccia!...  Senti,  Renzo: Egli ti vuol pi bene di quel che te  ne
    vuoi  tu:  tu hai potuto macchinar la vendetta;  ma Egli ha abbastanza
    forza e abbastanza misericordia per impedirtela: ti fa una  grazia  di
    cui qualchedun altro era troppo indegno.  Tu sai, tu l'hai detto tante
    volte,  ch'Egli pu fermar la mano d'un prepotente;  ma sappi che  pu
    anche fermar quella d'un vendicativo.  E perch sei povero, perch sei
    offeso,  credi tu ch'Egli non possa difendere contro di te un uomo che
    ha  creato  a sua immagine?  Credi tu ch'Egli ti lascerebbe fare tutto
    quello che vuoi?  No!  ma sai  tu  cosa  puoi  fare?  Puoi  odiare,  e
    perderti,   puoi  con  un  tuo  sentimento,   allontanar  da  te  ogni
    benedizione.  Perch,   in  qualunque  maniera  t'andassero  le  cose,
    qualunque  fortuna  tu avessi,  tien per certo che tutto sar gastigo,
    finch tu non abbia perdonato in maniera da non poter mai pi dire: io
    gli perdono."
    "S, s," disse Renzo,  tutto commosso,  e tutto confuso: "capisco che
    non gli avevo mai perdonato davvero; capisco che ho parlato da bestia,
    e non da cristiano: e ora,  con la grazia del Signore, s, gli perdono
    proprio di cuore."
    "E se tu lo vedessi?"
    "Pregherei il Signore di dar pazienza a me,  e di toccare il  cuore  a
    lui."
    "Ti ricorderesti che il Signore non ci ha detto di perdonare a' nostri
    nemici,  ci  ha detto d'amarli?  Ti ricorderesti ch'Egli lo ha amato a
    segno di morir per lui?"
    "S, col suo aiuto."
    "Ebbene, vieni con me. Hai detto: lo trover;  lo troverai.  Vieni,  e
    vedrai con chi tu potevi tener odio,  a chi potevi desiderar del male,
    volergliene fare, sopra che vita tu volevi far da padrone."
    E,  presa la mano di Renzo,  e strettala come avrebbe potuto  fare  un
    giovine sano, si mosse. Quello, senza osar di domandar altro, gli and
    dietro.
    Dopo pochi passi, il frate si ferm vicino all'apertura d'una capanna,
    fiss  gli  occhi  in  viso  a  Renzo,  con  un  misto di gravit e di
    tenerezza; e lo condusse dentro.
    La prima cosa che si vedeva, nell'entrare, era un infermo seduto sulla
    paglia nel fondo;  un infermo per non aggravato,  e che  anzi  poteva
    parer vicino alla convalescenza; il quale, visto il padre, tentenn la
    testa,  come accennando di no: il padre abbass la sua, con un atto di
    tristezza  e  di  rassegnazione.  Renzo  intanto,  girando,   con  una
    curiosit inquieta, lo sguardo sugli altri oggetti, vide tre o quattro
    infermi,  ne distinse uno da una parte sur una materassa, involtato in
    un lenzolo,  con una cappa signorile indosso,  a guisa di coperta:  lo
    fiss,  riconobbe don Rodrigo,  e fece un passo indietro; ma il frate,
    facendogli di nuovo sentir fortemente la mano con cui  lo  teneva,  lo
    tir appi del covile,  e,  stesavi sopra l'altra mano,  accennava col
    dito l'uomo che vi giaceva.
    Stava l'infelice,  immoto;  spalancati gli occhi,  ma  senza  sguardo;
    pallido  il viso e sparso di macchie nere;  nere ed enfiate le labbra;
    l'avreste detto il viso d'un cadavere, se una contrazione violenta non
    avesse reso testimonio d'una vita tenace.  Il petto  si  sollevava  di
    quando  in  quando,  con un respiro affannoso;  la destra,  fuor della
    cappa,  lo premeva vicino al cuore,  con uno  stringere  adunco  delle
    dita, livide tutte, e sulla punta nere.
    "Tu vedi!" disse il frate, con voce bassa e grave. "Pu esser gastigo,
    pu  esser  misericordia.  II  sentimento  che  tu  proverai  ora  per
    quest'uomo che t'ha offeso, s; lo stesso sentimento,  il Dio,  che tu
    pure  hai  offeso,  avr  per  te  in quel giorno.  Benedicilo,  e sei
    benedetto. Da quattro giorni  qui come tu lo vedi, senza dar segno di
    sentimento.  Forse  il  Signore    pronto  a  concedergli  un'ora  di
    ravvedimento;  ma  voleva esserne pregato da te: forse vuole che tu ne
    lo preghi con quella innocente;  forse serba la grazia alla  tua  sola
    preghiera,  alla preghiera d'un cuore afflitto e rassegnato.  Forse la
    salvezza di quest'uomo  e  la  tua  dipende  ora  da  te,  da  un  tuo
    sentimento di perdono, di compassione... d'amore!"
    Tacque; e, giunte le mani, chin il viso sopra di esse, e preg: Renzo
    fece lo stesso.
    Erano  da pochi momenti in quella positura,  quando scocc la campana.
    Si mossero tutt'e due,  come di concerto;  e uscirono.  N l'uno  fece
    domande, n l'altro proteste: i loro visi parlavano.
    "Va ora," riprese il frate,  "va preparato, sia a ricevere una grazia,
    sia a fare un sacrifizio; a lodar Dio, qualunque sia l'esito delle tue
    ricerche.  E qualunque sia,  vieni a darmene notizia;  noi lo loderemo
    insieme."
    Qui,  senza  dir  altro,  si  separarono;  uno  torn dond'era venuto,
    l'altro s'avvi alla cappella,  che non era  lontana  pi  d'un  cento
    passi.



    CAPITOLO 36.

    Il padre Felice parla ai convalescenti;  la processione.  -  Renzo non
    vede Lucia e si rimette a cercarla nelle capanne.   -   Finalmente  la
    trova assieme ad una vedova.  -  Lucia non vuole trasgredire il voto e
    chiede  aiuto  alla  SS.ma vergine.   -  Renzo ritorna sconcertato dal
    padre  Cristoforo  e  gli  parla   del   voto   fatto   da   Lucia   e
    dell'accoglienza avuta.   -  Si portano entrambi alla capanna.   -  Lo
    scioglimento del voto.   -    Il  discorso  nuziale.    -    Il  padre
    Cristoforo  d  ai  promessi un ricordo,  indi si separa per sempre da
    loro.

    Chi avrebbe mai detto a Renzo, qualche ora prima, che, nel forte d'una
    tal ricerca, al cominciar de' momenti pi dubbiosi e pi decisivi,  il
    suo  cuore  sarebbe  stato diviso tra Lucia e don Rodrigo?  Eppure era
    cos: quella figura veniva a mischiarsi con tutte  l'immagini  care  o
    terribili  che la speranza o il timore gli mettevan davanti a vicenda,
    in  quel  tragitto;  le  parole  sentite  appi  di  quel  covile,  si
    cacciavano  tra  i s e i no,  ond'era combattuta la sua mente;  e non
    poteva terminare una preghiera per l'esito felice  del  gran  cimento,
    senza  attaccarci  quella  che  aveva principiata l,  e che lo scocco
    della campana aveva troncata.
    La cappella ottangolare che sorge, elevata d'alcuni scalini, nel mezzo
    del lazzeretto, era, nella sua costruzione primitiva,  aperta da tutti
    i  lati,  senz'altro  sostegno  che  di  pilastri  e  di colonne,  una
    fabbrica,  per dir cos,  traforata: in ogni facciata un arco tra  due
    intercolunni; dentro girava un portico intorno a quella che si direbbe
    pi propriamente chiesa,  non composta che d'otto archi, rispondenti a
    quelli delle facciate,  con sopra una cupola;  di maniera che l'altare
    eretto  nel centro,  poteva esser veduto da ogni finestra delle stanze
    del recinto,  e  quasi  da  ogni  punto  del  campo.  Ora,  convertito
    l'edifizio  a  tutt'altr'uso,  i  vani  delle facciate son murati;  ma
    l'antica ossatura, rimasta intatta, indica chiaramente l'antico stato,
    e l'antica destinazione di quello.
    Renzo s'era appena avviato,  che vide il padre  Felice  comparire  nel
    portico della cappella,  e affacciarsi sull'arco di mezzo del lato che
    guarda verso la citt;  davanti al quale era radunata la comitiva,  al
    piano,  nella strada di mezzo; e subito dal suo contegno s'accorse che
    aveva cominciata la predica.
    Gir per quelle viottole,  per arrivare alla coda dell'uditorio,  come
    gli era stato suggerito.  Arrivatoci,  si ferm cheto cheto, lo scorse
    tutto con lo sguardo;  ma non vedeva di l altro che un  folto,  direi
    quasi  un  selciato  di  teste.  Nel  mezzo,  ce n'era un certo numero
    coperte  di  fazzoletti,   o  di  veli:  in  quella  parte  ficc  pi
    attentamente gli occhi;  ma, non arrivando a scoprirci dentro nulla di
    pi, gli alz anche lui dove tutti tenevan fissi i loro.  Rimase tocco
    e compunto dalla venerabil figura del predicatore; e, con quel che gli
    poteva  restar  d'attenzione  in  un tal momento d'aspettativa,  sent
    questa parte del solenne ragionamento.
    "Diamo un pensiero ai mille e mille che sono usciti  di  l;"  e,  col
    dito alzato sopra la spalla, accennava dietro s la porta che mette al
    cimitero detto di san Gregorio, il quale allora era tutto, si pu dire
    una  gran  fossa:  "diamo  intorno  un'occhiata  ai  mille e mille che
    rimangon  qui,   troppo  incerti  di  dove  sian  per  uscire;   diamo
    un'occhiata a noi,  cos pochi,  che n'usciamo a salvamento. Benedetto
    il Signore!  Benedetto nella giustizia,  benedetto nella misericordia!
    benedetto  nella  morte,  benedetto nella salute!  benedetto in questa
    scelta che ha voluto far di noi! Oh! perch l'ha voluto, figliuoli, se
    non  per  serbarsi  un  piccol  popolo  corretto  dall'afflizione,   e
    infervorato  dalla  gratitudine?  se non a fine che,  sentendo ora pi
    vivamente,  che la vita  un suo dono,  ne facciamo quella  stima  che
    merita  una cosa data da Lui,  l'impieghiamo nell'opere che si possono
    offrire a Lui?  se non a fine che la memoria de' nostri  patimenti  ci
    renda  compassionevoli  e  soccorrevoli  ai  nostri  prossimi?  Questi
    intanto, in compagnia de' quali abbiamo penato, sperato, temuto; tra i
    quali lasciamo degli  amici,  de'  congiunti;  e  che  tutti  son  poi
    finalmente nostri fratelli; quelli tra questi, che ci vedranno passare
    in mezzo a loro, mentre forse riceveranno qualche sollievo nel pensare
    che  qualcheduno  esce  pur  salvo  di qui,  ricevano edificazione dal
    nostro contegno.  Dio non voglia che possano vedere in noi  una  gioia
    rumorosa,  una  gioia  mondana  d'avere scansata quella morte,  con la
    quale essi stanno ancor dibattendosi. Vedano che partiamo ringraziando
    per noi, e pregando per loro; e possan dire: anche fuor di qui, questi
    si ricorderanno di noi,  continueranno a  pregare  per  noi  meschini.
    Cominciamo da questo viaggio,  da' primi passi che siam per fare,  una
    vita tutta di carit.  Quelli che  sono  tornati  nell'antico  vigore,
    diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi
    che  siete  rimasti  senza figliuoli,  vedete,  intorno a voi,  quanti
    figliuoli rimasti senza padre!  siatelo per  loro!  E  questa  carit,
    ricoprendo i vostri peccati, raddolcir anche i vostri dolori."
    Qui  un sordo mormoro di gemiti,  un singhiozzo che andava crescendo
    nell'adunanza,  fu sospeso a un  tratto,  nel  vedere  il  predicatore
    mettersi  una  corda al collo,  e buttarsi in ginocchio: e si stava in
    gran silenzio, aspettando quel che fosse per dire.
    "Per me," disse, "e per tutti i miei compagni, che, senza alcun nostro
    merito,  siamo stati scelti all'alto privilegio di  servir  Cristo  in
    voi; io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo degnamente adempito
    un s gran ministero.  Se la pigrizia,  se l'indocilit della carne ci
    ha reso meno attenti alle vostre necessit,  men  pronti  alle  vostre
    chiamate; se un'ingiusta impazienza, se un colpevole tedio ci ha fatti
    qualche  volta  comparirvi davanti con un volto annoiato e severo;  se
    qualche volta il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi, ci
    ha portati a non trattarvi con tutta quell'umilt che si conveniva, se
    la nostra fragilit ci ha fatti trascorrere a qualche  azione  che  vi
    sia stata di scandolo; perdonateci! Cos Dio rimetta a voi ogni vostro
    debito,  e vi benedica." E, fatto sull'udienza un gran segno di croce,
    s'alz.
    Noi abbiam potuto riferire, se non le precise parole, il senso almeno,
    il tema di quelle che profer davvero;  ma la maniera  con  cui  furon
    dette  non  cosa da potersi descrivere.  Era la maniera d'un uomo che
    chiamava privilegio quello di servir gli appestati,  perch lo  teneva
    per tale;  che confessava di non averci degnamente corrisposto, perch
    sentiva di non averci corrisposto degnamente;  che  chiedeva  perdono,
    perch  era  persuaso  d'averne bisogno.  Ma la gente che s'era veduti
    d'intorno que' cappuccini non occupati  d'altro  che  di  servirla,  e
    tanti n'aveva veduti morire, e quello che parlava per tutti, sempre il
    primo  alla  fatica,  come nell'autorit,  se non quando s'era trovato
    anche lui in fin di morte; pensate con che singhiozzi, con che lacrime
    rispose a tali parole.  Il mirabil frate  prese  poi  una  gran  croce
    ch'era  appoggiata  a  un  pilastro,  se  la inalber davanti,  lasci
    sull'orlo del portico esteriore i sandali, scese gli scalini,  e,  tra
    la folla che gli fece rispettosamente largo, s'avvi per mettersi alla
    testa di essa.
    Renzo,  tutto  lacrimoso,  n  pi  n  meno che se fosse stato uno di
    quelli a cui era chiesto quel singolare perdono,  si ritir anche lui,
    e  and  a  mettersi di fianco a una capanna;  e stette l aspettando,
    mezzo nascosto,  con la persona indietro e la testa  avanti,  con  gli
    occhi  spalancati,  con una gran palpitazion di cuore,  ma insieme con
    una certa nuova e particolare fiducia, nata, cred'io,  dalla tenerezza
    che  gli  aveva  ispirata la predica,  e lo spettacolo della tenerezza
    generale.
    Ed ecco arrivare il padre Felice,  scalzo,  con quella corda al collo,
    con quella lunga e pesante croce alzata;  pallido e scarno il viso, un
    viso che spirava compunzione insieme e coraggio;  a  passo  lento,  ma
    risoluto, come di chi pensa soltanto a risparmiare l'altrui debolezza;
    e  in  tutto come un uomo a cui un di pi di fatiche e di disagi desse
    la forza di sostenere i tanti necessari e  inseparabili  da  quel  suo
    incarico.  Subito dopo lui,  venivano i fanciulli pi grandini, scalzi
    una gran parte, ben pochi interamente vestiti, chi affatto in camicia.
    Venivan poi le donne,  tenendo quasi tutte per la mano una bambina,  e
    cantando  alternativamente il "Miserere";  e il suono fiacco di quelle
    voci,  il pallore e la languidezza di que' visi eran cose  da  occupar
    tutto  di  compassione  l'animo  di  chiunque si fosse trovato l come
    semplice spettatore. Ma Renzo guardava, esaminava, di fila in fila, di
    viso in viso,  senza passarne uno;  ch la  processione  andava  tanto
    adagio,  da dargliene tutto il comodo. Passa e passa; guarda e guarda;
    sempre inutilmente: dava qualche  occhiata  di  corsa  alle  file  che
    rimanevano  ancora indietro: sono ormai poche;  siamo all'ultima;  son
    passate  tutte;   furon  tutti  visi  sconosciuti.   Con  le   braccia
    ciondoloni,  e  con  la  testa piegata sur una spalla,  accompagn con
    l'occhio quella schiera,  mentre  gli  passava  davanti  quella  degli
    uomini. Una nuova attenzione, una nuova speranza gli nacque nel veder,
    dopo questi,  comparire alcuni carri, su cui erano i convalescenti che
    non erano ancora in istato di camminare. L le donne venivan l'ultime;
    e il treno andava cos adagio che  Renzo  pot  ugualmente  esaminarle
    tutte, senza che gliene sfuggisse una. Ma che? esamina il primo carro,
    il  secondo,  il  terzo,  e  via  discorrendo,  sempre  con  la stessa
    riuscita,  fino a uno,  dietro al quale non veniva pi  che  un  altro
    cappuccino,  con  un  aspetto  serio,  e con un bastone in mano,  come
    regolatore della comitiva.  Era quel padre Michele  che  abbiam  detto
    essere stato dato per compagno nel governo al padre Felice.
    Cos  svan  affatto quella cara speranza;  e,  andandosene,  non solo
    port via il conforto che aveva recato, ma,  come accade le pi volte,
    lasci  l'uomo  in  peggiore stato di prima.  Ormai quel che ci poteva
    esser di meglio, era di trovar Lucia ammalata. Pure,  all'ardore d'una
    speranza  presente  sottentrando  quello  del  timore  cresciuto,   il
    poverino s'attacc con tutte le  forze  dell'animo  a  quel  tristo  e
    debole filo; entr nella corsia, e s'incammin da quella parte di dove
    era  venuta  la  processione.  Quando fu appi della cappella,  and a
    inginocchiarsi sull'ultimo scalino; e l fece a Dio una preghiera,  o,
    per  dir  meglio,   una  confusione  di  parole  arruffate,  di  frasi
    interrotte, d'esclamazioni, d'istanze, di lamenti, di promesse: uno di
    que'  discorsi  che  non  si  fanno  agli  uomini,  perch  non  hanno
    abbastanza  penetrazione  per intenderli,  n pazienza per ascoltarli;
    non son grandi abbastanza per sentirne compassione senza disprezzo.
    S'alz alquanto pi rincorato;  gir intorno alla cappella;  si  trov
    nell'altra  corsia  che  non  aveva  ancora  veduta,  e  che  riusciva
    all'altra porta; dopo pochi passi, vide lo stecconato di cui gli aveva
    parlato il frate,  ma interrotto qua e l,  appunto come questo  aveva
    detto;  entr  per  una  di quelle aperture,  e si trov nel quartiere
    delle donne.  Quasi  al  primo  passo  che  fece,  vide  in  terra  un
    campanello, di quelli che i monatti portavano a un piede; gli venne in
    mente   che  un  tale  strumento  avrebbe  potuto  servirgli  come  di
    passaporto l dentro; lo prese, guard se nessuno lo guardava, e se lo
    leg come usavan quelli.  E si mise  subito  alla  ricerca,  a  quella
    ricerca,  che,  per  la  quantit  sola  degli  oggetti  sarebbe stata
    fieramente gravosa,  quand'anche gli oggetti fossero stati tutt'altri;
    cominci a scorrer con l'occhio, anzi a contemplar nuove miserie, cos
    simili in parte alle gi vedute,  in parte cos diverse: ch, sotto la
    stessa calamit,  era qui un altro patire,  per  dir  cos,  un  altro
    languire,   un  altro  lamentarsi,   un  altro  sopportare,  un  altro
    compatirsi e soccorrersi a vicenda;  era,  in chi guardasse,  un'altra
    piet e un altro ribrezzo.
    Aveva  gi fatto non so quanta strada,  senza frutto e senza accidenti
    quando si sent dietro le spalle un "oh!",  una chiamata,  che  pareva
    diretta a lui.  Si volt e vide, a una certa distanza, un commissario,
    che alz una mano,  accennando proprio a lui,  e gridando:  "l  nelle
    stanze, ch c' bisogno d'aiuto: qui s' finito ora di sbrattare".
    Renzo s'avvide subito per chi veniva preso, e che il campanello era la
    cagione dell'equivoco;  si diede della bestia d'aver pensato solamente
    agl'impicci che quell'insegna gli poteva scansare,  e non a quelli che
    gli poteva tirare addosso; ma pens nello stesso tempo alla maniera di
    sbrigarsi  subito  da  colui.  Gli  fece replicatamente e in fretta un
    cenno col capo, come per dire che aveva inteso,  e che ubbidiva;  e si
    lev dalla sua vista, cacciandosi da una parte tra le capanne.
    Quando gli parve d'essere abbastanza lontano,  pens anche a liberarsi
    dalla causa dello scandolo;  e,  per far quell'operazione  senz'essere
    osservato, and a mettersi in un piccolo spazio tra due capanne che si
    voltavan,   per  dir  cos,  la  schiena.  Si  china  per  levarsi  il
    campanello,  e stando cos col capo appoggiato alla parete  di  paglia
    d'una  delle capanne,  gli vien da quella all'orecchio una voce...  Oh
    cielo!   possibile?  Tutta la  sua  anima    in  quell'orecchio:  la
    respirazione  sospesa...  S!  s!   quella voce!... "Paura di che?"
    diceva quella voce soave: "abbiam passato ben altro che un  temporale.
    Chi ci ha custodite finora, ci custodir anche adesso."
    Se Renzo non cacci un urlo,  non fu per timore di farsi scorgere,  fu
    perch non n'ebbe il fiato.  Gli mancaron le ginocchia,  gli s'appann
    la vista;  ma fu un primo momento;  al secondo,  era ritto, pi desto,
    pi vigoroso di prima;  in tre salti gir la capanna,  fu  sull'uscio,
    vide  colei  che  aveva  parlato,  la  vide  levata,  chinata sopra un
    lettuccio.  Si volta essa al rumore;  guarda,  crede di travedere,  di
    sognare; guarda pi attenta, e grida: "oh Signor benedetto!"
    "Lucia!  v'ho  trovata!  vi  trovo!  siete  proprio voi!  siete viva!"
    esclam Renzo, avanzandosi, tutto tremante.
    "Oh Signor benedetto!" replic, ancor pi tremante,  Lucia: "voi?  che
    cosa  questa! in che maniera? perch? La peste!"
    "L'ho avuta. E voi...?"
    "Ah... anch'io. E di mia madre...?"
    "Non  l'ho  vista,  perch  a Pasturo;  credo per che stia bene.  Ma
    voi...  come siete ancora pallida!  come parete debole!  Guarita per,
    siete guarita?"
    "Il  Signore  m'ha  voluto lasciare ancora quaggi.  Ah Renzo!  perch
    siete voi qui?"
    "Perch?"  disse  Renzo  avvicinandosele  sempre  pi:  "mi  domandate
    perch?  Perch ci dovevo venire? Avete bisogno che ve lo dica? Chi ho
    io a cui pensi?  Non mi chiamo pi Renzo,  io?  Non siete  pi  Lucia,
    voi?"
    "Ah cosa dite! cosa dite! Ma non v'ha fatto scrivere mia madre...?"
    "S: pur troppo m'ha fatto scrivere.  Belle cose da fare scrivere a un
    povero disgraziato,  tribolato,  ramingo,  a un giovine che,  dispetti
    almeno, non ve n'aveva mai fatti!"
    "Ma, Renzo! Renzo! giacch sapevate... perch venire? perch?"
    "Perch venire? Oh Lucia! perch venire, mi dite? Dopo tante promesse!
    Non siam pi noi? Non vi ricordate pi? Che cosa ci mancava?"
    "Oh  Signore!"  esclam  dolorosamente  Lucia,  giungendo  le mani,  e
    alzando gli occhi al cielo: "perch non m'avete  fatta  la  grazia  di
    tirarmi a Voi...!  Oh Renzo!  cos'avete mai fatto?  Ecco; cominciavo a
    sperare che... col tempo... mi sarei dimenticata..."
    "Bella speranza! belle cose da dirmele proprio sul viso!"
    "Ah,  cos'avete fatto!  E in questo luogo!  tra  queste  miserie!  tra
    questi  spettacoli!  qui  dove  non  si  fa  altro  che morire,  avete
    potuto...!"
    "Quelli che moiono,  bisogna pregare Iddio per  loro,  e  sperare  che
    anderanno in un buon luogo: ma non e giusto,  n anche per questo, che
    quelli che vivono abbiano a viver disperati..."
    "Ma, Renzo! Renzo! voi non pensate a quel che dite.  Una promessa alla
    Madonna!.. un voto!"
    "E io vi dico che son promesse che non contan nulla."
    "Oh  Signore!  Cosa  dite?  Dove siete stato in questo tempo?  Con chi
    avete trattato? Come parlate?"
    "Parlo da buon cristiano;  e della Madonna penso meglio  io  che  voi;
    perch  credo  che  non  vuol  promesse  in danno del prossimo.  Se la
    Madonna avesse parlato, oh, allora!  Ma cos' stato?  una vostra idea.
    Sapete cosa dovete promettere alla Madonna?  Promettetele che la prima
    figlia che avremo, le metteremo nome Maria: ch questo son qui anch'io
    a prometterlo: queste son cose che fanno ben pi onore  alla  Madonna:
    queste  son  divozioni  che hanno pi costrutto,  e non portan danno a
    nessuno."
    "No no;  non dite cos: non sapete quello che vi dite: non  lo  sapete
    voi  cosa  sia  fare un voto: non ci siete stato voi in quel caso: non
    avete provato. Andate, andate, per amor del cielo!"
    E si scost impetuosamente da lui, tornando verso il lettuccio.
    "Lucia!" disse Renzo,  senza moversi: "ditemi almeno,  ditemi: se  non
    fosse questa ragione... sareste la stessa per me?"
    "Uomo senza cuore!" rispose Lucia,  voltandosi,  e rattenendo a stento
    le lacrime: "quando m'aveste fatte dir  delle  parole  inutili,  delle
    parole  che  mi  farebbero  male,  delle  parole  che  sarebbero forse
    peccati, sareste contento? Andate, oh andate!  dimenticatevi di me: si
    vede che non eravamo destinati! Ci rivedremo lass: gi non ci si deve
    star molto in questo mondo.  Andate; cercate di far sapere a mia madre
    che son guarita,  che anche qui Dio  m'ha  sempre  assistita,  che  ho
    trovato un'anima buona, questa brava donna, che mi fa da madre; ditele
    che  spero che lei sar preservata da questo male,  e che ci rivedremo
    quando Dio vorr, e come vorr...  Andate,  per amor del cielo,  e non
    pensate a me... se non quando pregherete il Signore."
    E,  come chi non ha pi altro da dire,  n vuol sentir altro, come chi
    vuol sottrarsi a un pericolo,  si ritir ancor pi vicino al lettuccio
    dov'era la donna di cui aveva parlato.
    "Sentite,  Lucia,  sentite!"  disse Renzo,  senza per accostarsele di
    pi.
    "No, no; andate per carit!"
    "Sentite: il padre Cristoforo... "
    "Che?"
    "E' qui."
    "Qui? dove? Come lo sapete?"
    "Gli ho parlato poco fa;  sono stato un pezzo con lui: e un  religioso
    della sua qualit, mi pare..."
    "E' qui!  per assistere i poveri appestati, sicuro. Ma lui? l'ha avuta
    la peste?"
    "Ah Lucia!  ho paura,  ho paura pur troppo..." e mentre Renzo  esitava
    cos a proferir la parola dolorosa per lui, e che doveva esserlo tanto
    a  Lucia,   questa  s'era  staccata  di  nuovo  dal  lettuccio,  e  si
    ravvicinava a lui: "ho paura che l'abbia adesso!"
    "Oh povero sant'uomo! Ma cosa dico, pover'uomo? Poveri noi! Com'?  a
    letto?  assistito?"
    "E' levato, gira, assiste gli altri; ma se lo vedeste,  che colore che
    ha,  come si regge!  Se n' visti tanti e tanti, che pur troppo... non
    si sbaglia!"
    "Oh poveri noi! E  proprio qui!"
    "Qui, e poco lontano; poco pi che da casa vostra a casa mia...  se vi
    ricordate...!"
    "Oh Vergine Santissima!"
    "Bene,  poco pi. E pensate se abbiam parlato di voi! M'ha detto delle
    cose... E se sapeste cosa m'ha fatto vedere! Sentirete;  ma ora voglio
    cominciare a dirvi quel che m'ha detto prima,  lui, con la sua propria
    bocca.  M'ha detto che facevo bene a  venirvi  a  cercare,  e  che  al
    Signore  gli  piace che un giovine tratti cos,  e m'avrebbe aiutato a
    far che vi trovassi;  come  proprio stato la  verit:  ma  gi    un
    santo. Sicch, vedete!"
    "Ma, se ha parlato cos,  perch lui non sa..."
    "Che  volete  che  sappia lui delle cose che avete fatte voi di vostra
    testa,  senza regola e senza il parere di nessuno?  Un  brav'uomo,  un
    uomo di giudizio, come  lui, non va a pensar cose di questa sorte. Ma
    quel  che  m'ha fatto vedere!" E qui raccont la visita fatta a quella
    capanna: Lucia, quantunque i suoi sensi e il suo animo,  avessero,  in
    quel  soggiorno,  dovuto avvezzarsi alle pi forti impressioni,  stava
    tutta compresa d'orrore e di compassione,
    "E anche li," prosegu Renzo,  "ha parlato da santo: ha detto  che  il
    Signore  forse  ha destinato di far la grazia a quel meschino...  (ora
    non potrei proprio dargli un altro nome)...  che aspetta di  prenderlo
    in  un  buon  punto;  ma  vuole  che  noi preghiamo insieme per lui...
    Insieme! avete inteso?"
    "S, s; lo pregheremo,  ognuno dove il Signore ci terr;  le orazioni
    le sa mettere insieme Lui."
    "Ma se vi dico le sue parole...!"
    "Ma Renzo, lui non sa..."
    "Ma non capite che,  quando  un santo che parla,   il Signore che lo
    fa parlare?...  e che non avrebbe parlato cos,  se non dovesse essere
    proprio cos...?  E l'anima di quel poverino?  Io ho bens pregato,  e
    pregher per lui: di cuore ho pregato, proprio come se fosse stato per
    un mio fratello. Ma come volete che stia nel mondo di l, il poverino,
    se di qua non s'accomoda questa cosa, se non  disfatto il male che ha
    fatto lui? Che se voi intendete la ragione, allora tutto  come prima:
    quel che  stato  stato: lui ha fatto la sua penitenza di qua..."
    "No, Renzo,  no.  Il Signore non vuole che facciamo del male,  per far
    Lui  misericordia.  Lasciate  fare a Lui,  per questo: noi,  il nostro
    dovere  di pregarlo.  S'io fossi morta quella notte,  non gli avrebbe
    dunque  potuto  perdonare?   E  se  non  son  morta,   se  sono  stata
    liberata..."
    "E vostra madre,  quella povera Agnese,  che m'ha sempre voluto  tanto
    bene, e che si struggeva tanto di vederci marito e moglie, non ve l'ha
    detto anche lei che l' un'idea storta?  Lei,  che v'ha fatto intender
    la ragione anche dell'altre volte,  perch,  in certe cose,  pensa pi
    giusto di voi..."
    "Mia  madre!  volete  che mia madre mi desse il parere di mancare a un
    voto! Ma, Renzo! non siete in voi."
    "Oh! volete che ve la dica? Voi altre donne, queste cose non le potete
    sapere.  Il  padre  Cristoforo  m'ha  detto  che  tornassi  da  lui  a
    raccontargli  se  v'avevo  trovata.  Vo:  lo  sentiremo: quel che dir
    lui..."
    "S, s;  andate da quel sant'uomo;  ditegli che prego per lui,  e che
    preghi per me,  che n'ho bisogno tanto tanto!  Ma, per amor del cielo,
    per l'anima vostra, per l'anima mia,  non venite pi qui,  a farmi del
    male, a... tentarmi. Il padre Cristoforo, lui sapr spiegarvi le cose,
    e farvi tornare in voi; lui vi far mettere il cuore in pace."
    "Il cuore in pace!  Oh! questo, levatevelo dalla testa. Gi me l'avete
    fatta scrivere questa parolaccia;  e so io quel che m'ha fatto patire;
    e  ora avete anche il cuore di dirmela.  E io in vece vi dico chiaro e
    tondo che il cuore in pace non lo metter mai. Voi volete dimenticarvi
    di me;  e io non voglio dimenticarmi di voi.  E vi  prometto,  vedete,
    che,  se mi fate perdere il giudizio, non lo racquisto pi. Al diavolo
    il mestiere, al diavolo la buona condotta! Volete condannarmi a essere
    arrabbiato per tutta  la  vita;  e  da  arrabbiato  viver...  E  quel
    disgraziato!  Lo sa il Signore se gli ho perdonato di cuore; ma voi...
    Volete dunque farmi pensare per tutta la vita che se non  era  lui...?
    Lucia! avete detto ch'io vi dimentichi: ch'io vi dimentichi! Come devo
    fare?  A  chi credete ch'io pensassi in tutto questo tempo...?  E dopo
    tante cose!  dopo tante pro messe!  Cosa v'ho fatto io,  dopo  che  ci
    siamo lasciati?  Perch ho patito,  mi trattate cos?  perch ho avute
    delle disgrazie?  perch la gente del mondo m'ha perseguitato?  perch
    ho passato tanto tempo fuori di casa,  tristo, lontano da voi? perch,
    al primo momento che ho potuto, son venuto a cercarvi?"
    Lucia,  quando  il  pianto  le  permise  di  formar  parole,  esclam,
    giungendo  di  nuovo  le mani,  e alzando al cielo gli occhi pregni di
    lacrime: "o Vergine santissima,  aiutatemi voi!  Voi sapete che,  dopo
    quella  notte,  un  momento come questo non l'ho mai passato.  M'avete
    soccorsa allora; soccorretemi anche adesso!"
    "S, Lucia;  fate bene d'invocar la Madonna;  ma perch volete credere
    che  Lei  che  tanto buona,  la madre delle misericordie,  possa aver
    piacere di farci patire... me almeno...  per una parola scappata in un
    momento  che  non sapevate quello che vi dicevate?  Volete credere che
    v'abbia aiutata allora,  per lasciarci  imbrogliati  dopo?...  Se  poi
    questa  fosse  una  scusa;  se    ch'io  vi  sia  venuto  in  odio...
    ditemelo... parlate chiaro."
    "Per carit, Renzo, per carit,  per i vostri poveri morti,  finitela,
    finitela;  non mi fate morire. Non sarebbe un buon momento. Andate dal
    padre Cristoforo,  raccomandatemi a lui,  non  tornate  pi  qui,  non
    tornate pi qui."
    "Vo;  ma  pensate se non voglio tornare!  Tornerei se fosse in capo al
    mondo, tornerei." E disparve.
    Lucia and a sedere, o piuttosto si lasci cadere in terra, accanto al
    lettuccio;  e,  appoggiata a quello  la  testa,  continu  a  piangere
    dirottamente.  La  donna,  che  fin allora era stata a occhi e orecchi
    aperti,  senza fiatare,  domand cosa fosse quell'apparizione,  quella
    contesa,  questo pianto. Ma forse il lettore domanda dal canto suo chi
    fosse costei;  e,  per soddisfarlo,  non ci vorranno,  n  anche  qui,
    troppe parole.
    Era un'agiata mercantessa,  di forse trent'anni. Nello spazio di pochi
    giorni,  s'era visto morire in casa il marito e tutti i figliuoli:  di
    l  a  poco,  venutale la peste anche a lei,  era stata trasportata al
    lazzeretto, e messa in quella capannuccia,  nel tempo che Lucia,  dopo
    aver  superata,  senza  avvedersene,  la  furia del male,  e cambiate,
    ugualmente senza avvedersene, pi compagne, cominciava a riaversi, e a
    tornare in s;  ch,  fin dal  principio  della  malattia,  trovandosi
    ancora in casa di don Ferrante, era rimasta come insensata. La capanna
    non  poteva  contenere  che  due persone: e tra queste due,  afflitte,
    derelitte,  sbigottite,  sole in tanta moltitudine,  era  presto  nata
    un'intrinsichezza,  un'affezione,  che appena sarebbe potuta venire da
    un lungo vivere insieme.  In poco tempo,  Lucia era stata in grado  di
    potere  aiutar  l'altra,  che  s'era  trovata aggravatissima.  Ora che
    questa pure era fuori di pericolo,  si facevano compagnia e coraggio e
    guardia a vicenda; s'eran promesse di non uscir dal lazzeretto, se non
    insieme;  e avevan presi altri concerti per non separarsi neppur dopo.
    La mercantessa che,  avendo lasciata in  custodia  d'un  suo  fratello
    commissario della Sanit,  la casa e il fondaco e la cassa,  tutto ben
    fornito,  era per trovarsi sola e trista padrona di molto pi di  quel
    che  le  bisognasse per viver comodamente,  voleva tener Lucia con s,
    come una figliuola o una sorella. Lucia aveva aderito, pensate con che
    gratitudine per lei, e per la Provvidenza; ma soltanto fin che potesse
    aver nuove di sua madre, e sapere,  come sperava,  la volont di essa.
    Del resto,  riservata com'era,  n della promessa dello sposalizio, n
    dell'altre sue  avventure  straordinarie,  non  aveva  mai  detta  una
    parola.  Ma ora,  in un cos gran ribollimento d'affetti,  aveva almen
    tanto bisogno di sfogarsi,  quanto l'altra desiderio  di  sentire.  E,
    stretta  con  tutt'e  due  le mani la destra di lei,  si mise subito a
    soddisfare  alla  domanda,  senz'altro  ritegno,  che  quello  che  le
    facevano i singhiozzi.
    Renzo  intanto trottava verso il quartiere del buon frate.  Con un po'
    di studio,  e non senza dover rifare qualche pezzetto di  strada,  gli
    riusc finalmente d'arrivarci.  Trov la capanna; lui non ce lo trov;
    ma,  ronzando e cercando nel contorno,  lo vide in una  baracca,  che,
    piegato a terra,  e quasi bocconi,  stava confortando un moribondo. Si
    ferm l, aspettando in silenzio. Poco dopo, lo vide chiuder gli occhi
    a quel poverino, poi mettersi in ginocchio, far orazione un momento, e
    alzarsi. Allora si mosse, e gli and incontro.
    "Oh!" disse il frate, vistolo venire; "ebbene?"
    "La c': l'ho trovata!"
    "In che stato?"
    "Guarita, o almeno levata."
    "Sia ringraziato il Signore!"
    "Ma..." disse Renzo,  quando gli fu vicino da poter parlar  sottovoce:
    "c' un altro imbroglio."
    "Cosa c'?"
    "Voglio dire che...  Gi lei lo sa come  buona quella povera giovine;
    ma alle volte  un po' fissa nelle sue idee. Dopo tante promesse, dopo
    tutto quello che sa anche lei, ora dice che non mi pu sposare, perch
    dice, che so io? che, quella notte della paura, s' scaldata la testa,
    e s',  come a dire,  votata alla Madonna.  Cose senza costrutto,  n'
    vero?  Cose buone,  chi ha la scienza e il fondamento da farle, ma per
    noi gente ordinaria,  che non sappiamo bene come si devon fare...  n'
    vero che son cose che non valgono?"
    "Dimmi:  molto lontana di qui?"
    "Oh no: pochi passi di l dalla chiesa."
    "Aspettami  qui  un  momento,"  disse  il  frate:  "e  poi ci anderemo
    insieme."
    "Vuol dire che lei le far intendere..."
    "Non so nulla, figliuolo; bisogna ch'io senta lei."
    "Capisco," disse Renzo, e stette con gli occhi fissi a terra, e con le
    braccia incrociate sul petto, a masticarsi la sua incertezza,  rimasta
    intera.  Il  frate  and  di nuovo in cerca di quel padre Vittore,  lo
    preg di supplire ancora per lui, entr nella sua capanna,  n'usc con
    la  sporta in braccio,  torn da Renzo,  gli disse: "andiamo";  e and
    innanzi, avviandosi a quella tal capanna,  dove,  qualche tempo prima,
    erano  entrati insieme,  Questa volta,  entr solo,  e dopo un momento
    ricomparve,  e disse: "niente!  Preghiamo;  preghiamo".  Poi  riprese:
    "ora, conducimi tu".
    E senza dir altro, s'avviarono,
    Il tempo s'era andato sempre pi rabbuiando,  e annunziava ormai certa
    e poco lontana la  burrasca.  De'  lampi  fitti  rompevano  l'oscurit
    cresciuta, e lumeggiavano d'un chiarore istantaneo i lunghissimi tetti
    e gli archi de' portici,  la cupola della cappella,  i bassi comignoli
    delle capanne; e i tuoni scoppiati con istrepito repentino, scorrevano
    rumoreggiando dall'una all'altra regione del cielo.  Andava innanzi il
    giovine,  attento alla strada,  con una grand'impazienza d'arrivare, e
    rallentando per il passo,  per misurarlo alle forze del compagno;  il
    quale,  stanco dalle fatiche,  aggravato dal male,  oppresso dall'afa,
    camminava stentatamente, alzando ogni tanto al cielo la faccia smunta,
    come per cercare un respiro pi libero.
    Renzo, quando vide la capanna, si ferm, si volt indietro,  disse con
    voce tremante: " qui".
    Entrano...  "Eccoli!"  grida  la donna del lettuccio.  Lucia si volta,
    s'alza precipitosamente,  va incontro al vecchio,  gridando:  "oh  chi
    vedo! O padre Cristoforo!"
    "Ebbene,  Lucia!  da quante angustie v'ha liberata il Signore!  Dovete
    esser ben contenta d'aver sempre sperato in Lui."
    "Oh s! Ma lei, padre?  Povera me,  come  cambiato!  Come sta?  dica:
    come sta?"
    "Come Dio vuole, e come, per sua grazia, voglio anch'io," rispose, con
    volto sereno,  il frate. E, tiratala in un canto, soggiunse: "sentite:
    io non posso rimaner qui che  pochi  momenti.  Siete  voi  disposta  a
    confidarvi in me, come altre volte?"
    "Oh! non  lei sempre il mio padre?"
    "Figliuola, dunque; cos' codesto voto che m'ha detto Renzo?"
    "E'   un  voto  che  ho  fatto  alla  Madonna...   oh!   in  una  gran
    tribolazione!... di non maritarmi."
    "Poverina!   Ma  avete  pensato  allora,   ch'eravate  legata  da  una
    promessa?"
    "Trattandosi del Signore e della Madonna!... non ci ho pensato."
    "Il Signore,  figliuola,  gradisce i sagrifizi,  l'offerte,  quando le
    facciamo del nostro.  E' il cuore che vuole,   la volont: ma voi non
    potevate  offrirgli  la  volont  d'un  altro,  al quale v'eravate gi
    obbligata."
    "Ho fatto male?"
    "No,  poverina,  non pensate a questo: io credo anzi  che  la  Vergine
    santa  avr  gradita l'intenzione del vostro cuore afflitto,  e l'avr
    offerta a Dio per voi.  Ma ditemi;  non vi siete mai  consigliata  con
    nessuno su questa cosa?"
    "Io  non pensavo che fosse male,  da dovermene confessare: e quel poco
    bene che si pu fare, si sa che non bisogna raccontarlo."
    "Non avete nessun altro  motivo  che  vi  trattenga  dal  mantener  la
    promessa che avete fatta a Renzo?"
    "In  quanto a questo...  per me...  che motivo...?  Non potrei proprio
    dire..." rispose Lucia,  con un'esitazione che indicava tutt'altro che
    un'incertezza  del  pensiero;  e  il  suo  viso ancora scolorito dalla
    malattia, fior tutt'a un tratto del pi vivo rossore.
    "Credete voi," riprese il vecchio,  abbassando gli occhi,  "che Dio ha
    data  alla  sua Chiesa l'autorit di rimettere e di ritenere,  secondo
    che torni in maggior bene,  i debiti e gli  obblighi  che  gli  uomini
    possono aver contratti con Lui?"
    "Si, che lo credo."
    "Ora sappiate che noi,  deputati alla cura dell'anime in questo luogo,
    abbiamo,  per tutti quelli che ricorrono a noi,  le pi ampie  facolt
    della  Chiesa;  e  che  per  conseguenza,  io  posso,  quando  voi  lo
    chiediate, sciogliervi dall'obbligo, qualunque sia,  che possiate aver
    contratto a cagion di codesto voto."
    "Ma non  peccato tornare indietro, pentirsi d'una promessa fatta alla
    Madonna?  Io  allora  l'ho  fatta  proprio  di  cuore..." disse Lucia,
    violentemente agitata dall'assalto d'una tale inaspettata, bisogna pur
    dire speranza,  e dall'insorgere opposto d'un terrore  fortificato  da
    tutti i pensieri che,  da tanto tempo,  eran la principale occupazione
    dell'animo suo.
    "Peccato,  figliuola?" disse il  padre:  "peccato  il  ricorrere  alla
    Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia uso dell'autorit che ha
    ricevuto da essa,  e che essa ha ricevuto da Dio?  Io ho veduto in che
    maniera voi due siete stati condotti ad unirvi; e,  certo,  se mai m'
    parso che due fossero uniti da Dio,  voi altri eravate quelli: ora non
    vedo perch Dio v'abbia a voler separati.  E lo benedico  che  m'abbia
    dato,  indegno  come  sono,  il  potere  di parlare in suo nome,  e di
    rendervi la vostra parola.  E se voi mi  chiedete  ch'io  vi  dichiari
    sciolta da codesto voto,  io non esiter a farlo;  e desidero anzi che
    me lo chiediate."
    "Allora...!  allora...!  lo chiedo";  disse Lucia,  con un  volto  non
    turbato pi che di pudore.
    Il  frate  chiam  con  un cenno il giovine,  il quale se ne stava nel
    cantuccio il pi lontano,  guardando (giacch non  poteva  far  altro)
    fisso fisso al dialogo in cui era tanto interessato;  e, quando quello
    fu l, disse,  a voce pi alta,  a Lucia: "con l'autorit che ho dalla
    Chiesa,  vi dichiaro sciolta dal voto di verginit, annullando ci che
    ci pot essere d'inconsiderato, e liberandovi da ogni obbligazione che
    poteste averne contratta."
    Pensi il lettore  che  suono  facessero  all'orecchio  di  Renzo  tali
    parole.   Ringrazi  vivamente  con  gli  occhi  colui  che  le  aveva
    proferite; e cerc subito, ma invano, quelli di Lucia.
    "Tornate, con sicurezza e con pace,  ai pensieri d una volta," segu a
    dirle  il  cappuccino: "chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli
    chiedevate,  per essere una  moglie  santa;  e  confidate  che  ve  le
    conceder pi abbondanti,  dopo tanti guai. E tu," disse, voltandosi a
    Renzo,  "ricordati,  figliuolo,  che se  la  Chiesa  ti  rende  questa
    compagna,  non  lo  fa  per  procurarti  una  consolazione temporale e
    mondana,  la quale,  se anche potesse essere intera,  e senza  mistura
    d'alcun dispiacere,  dovrebbe finire in un gran dolore,  al momento di
    lasciarvi;  ma lo fa  per  avviarvi  tutt'e  due  sulla  strada  della
    consolazione che non avr fine.  Amatevi come compagni di viaggio, con
    questo pensiero d'avere a lasciarvi,  e con la speranza di  ritrovarvi
    per sempre. Ringraziate il cielo che v'ha condotti a questo stato, non
    per mezzo dell'allegrezze turbolente e passeggiere,  ma co' travagli e
    tra le miserie,  per disporvi a una allegrezza raccolta e  tranquilla.
    Se  Dio  vi  concede  figliuoli,  abbiate in mira d'allevarli per Lui,
    d'istillar loro l'amore di Lui e di tutti  gli  uomini;  e  allora  li
    guiderete  bene  in  tutto il resto.  Lucia!  v'ha detto," e accennava
    Renzo, "chi ha visto qui?"
    "Oh padre, me l'ha detto!"
    "Voi  pregherete  per  lui!  Non  ve  ne  stancate.  E  anche  per  me
    pregherete!...  Figliuoli!  voglio  che  abbiate un ricordo del povero
    frate." E qui lev dalla sporta una scatola d'un legno  ordinario,  ma
    tornita e lustrata con una certa finitezza cappuccinesca;  e prosegu:
    "qui dentro c' il resto di quel pane...  il primo che ho chiesto  per
    carit;  quel  pane,  di  cui  avete sentito parlare!  Lo lascio a voi
    altri: serbatelo;  fatelo vedere ai vostri figliuoli.  Verranno in  un
    tristo mondo, e in tristi tempi, in mezzo a' superbi e a' provocatori:
    dite loro che perdonino sempre,  sempre! tutto, tutto! e che preghino,
    anche loro, per il povero frate!"
    E porse la scatola a Lucia, che la prese con rispetto, come si farebbe
    d'una reliquia.  Poi,  con voce pi tranquilla,  riprese: "ora ditemi;
    che  appoggi avete qui in Milano?  Dove pensate d'andare a alloggiare,
    appena uscita di qui?  E chi vi condurr  da  vostra  madre,  che  Dio
    voglia aver conservata in salute?"
    "Questa  buona signora mi fa lei intanto da madre: noi due usciremo di
    qui insieme, e poi essa penser a tutto."
    "Dio la benedica," disse il frate, accostandosi al lettuccio.
    "La ringrazio anch'io," disse la vedova,  "della consolazione  che  ha
    data  a  queste  povere  creature;  sebbene  io  avessi fatto conto di
    tenerla sempre con  me,  questa  cara  Lucia.  Ma  la  terr  intanto;
    l'accompagner  io  al  suo  paese,  la  consegner  a sua madre;  e",
    soggiunse poi sottovoce,  "voglio farle io  il  corredo.  N'ho  troppa
    della  roba;  e  di  quelli  che  dovevan  goderla con me,  non ho pi
    nessuno!"
    "Cos," rispose il frate, "lei pu fare un gran sacrifizio al Signore,
    e del bene al prossimo. Non le raccomando questa giovine: gi vedo che
     come sua: non c' che da lodare il Signore,  il quale  sa  mostrarsi
    padre anche ne' flagelli, e che, col farle trovare insieme, ha dato un
    cos  chiaro  segno  d'amore all'una e all'altra.  Ors," riprese poi,
    voltandosi a Renzo,  e prendendolo per una mano: "noi due  non  abbiam
    pi nulla da far qui: e ci siamo stati anche troppo. Andiamo."
    "Oh padre!" disse Lucia: "la vedr ancora? Io sono guarita, io che non
    fo nulla di bene a questo mondo: e lei...!"
    "E' gi molto tempo," rispose con tono serio e dolce il vecchio,  "che
    chiedo al Signore una grazia, e ben grande: di finire i miei giorni in
    servizio del prossimo. Se me la volesse ora concedere,  ho bisogno che
    tutti quelli che hanno carit per me,  m'aiutino a ringraziarlo.  Via;
    date a Renzo le vostre commissioni per vostra madre."
    "Raccontatele quel che avete veduto," disse Lucia al  promesso  sposo:
    "che  ho  trovata qui un'altra madre,  che verr con questa pi presto
    che potr, e che spero, spero di trovarla sana."
    "Se avete bisogno di danari," disse Renzo,  "ho qui tutti  quelli  che
    m'avete mandati, e..."
    "No, no," interruppe la vedova: "ne ho io anche troppi."
    "Andiamo," replic il frate.
    "A rivederci,  Lucia...!  e anche lei,  dunque, quella buona signora,"
    disse  Renzo,  non  trovando  parole  che  significassero  quello  che
    sentiva.
    "Chi sa che il Signore ci faccia la grazia di rivederci ancora tutti!"
    esclam Lucia.
    "Sia Egli sempre con voi,  e vi benedica," disse alle due compagne fra
    Cristoforo; e usc con Renzo dalla capanna.
    Mancava poco alla sera,  ed  il  tempo  pareva  sempre  pi  vicino  a
    risolversi. Il cappuccino esib di nuovo al giovine di ricoverarlo per
    quella  notte  nella sua baracca.  "Compagnia,  non te ne potr fare,"
    soggiunse: "ma avrai da stare al coperto."
    Renzo per si sentiva una smania d'andare;  e non si curava di rimaner
    pi  a  lungo  in  un luogo simile,  quando non poteva profittarne per
    veder Lucia,  e non avrebbe neppur potuto starsene  un  po'  col  buon
    frate.  In quanto all'ora e al tempo,  si pu dire che notte e giorno,
    sole e pioggia,  zeffiro e tramontano,  eran tutt'uno per lui in  quel
    momento.  Ringrazi  dunque  il  frate,  dicendo  che voleva andar pi
    presto che fosse possibile in cerca d'Agnese.
    Quando furono nella strada di mezzo,  il frate gli strinse la mano,  e
    disse:  "se la trovi,  che Dio voglia!  quella buona Agnese,  salutala
    anche in mio nome;  e a lei,  e a tutti quelli  che  rimangono,  e  si
    ricordano di fra Cristoforo,  d che preghin per lui. Dio t'accompagni
    e ti benedica per sempre."
    "Oh caro padre...! ci rivedremo? ci rivedremo?"
    "Lass,  spero." E con queste parole,  si stacc da Renzo;  il  quale,
    stato  l  a guardarlo fin che l'ebbe perso di vista,  prese in fretta
    verso la porta,  dando a destra e  a  sinistra  l'ultime  occhiate  di
    compassione a quel luogo di dolori.  C'era un movimento straordinario,
    un correr di monatti,  un trasportar di roba,  un accomodar  le  tende
    delle  baracche,  uno  strascicarsi  di  convalescenti  a  queste e ai
    portici, per ripararsi dalla burrasca imminente.











    CAPITOLO 37.

    Renzo lascia il lazzeretto e si dirige sotto una  pioggia  torrenziale
    al suo paese.  -  Giuntovi alloggia di nuovo presso l'amico.  -  Prima
    di  giorno  parte  per  Pasturo  e  porta  la  notizia  ad Agnese.   -
    Ritornano entrambi al loro paesello.   -    Alcune  notizie  su  altri
    personaggi  del  romanzo:  padre  Cristoforo    morto  al lazzeretto;
    Gertrude, pentita dei suoi falli,  fa penitenza;  donna Prassede e don
    Ferrante sono pure morti.

    Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto,  e preso a
    diritta, per ritrovar la viottola di dov'era sboccato la mattina sotto
    le mura,  principi come una grandine di goccioloni radi e  impetuosi,
    che,  battendo e risaltando sulla strada bianca e arida sollevavano un
    minuto  polvero;  in  un  momento,  diventaron  fitti;  e  prima  che
    arrivasse  alla  viottola  la  veniva  gi a secchie.  Renzo,  in vece
    d'inquietarsene,   ci  sguazzava  dentro,   se  la  godeva  in  quella
    rinfrescata,  in  quel sussurro,  in quel brulicho dell'erbe e delle
    foglie, tremolanti,  gocciolanti,  rinverdite,  lustre;  metteva certi
    respironi larghi e pieni;  e in quel risolvimento della natura sentiva
    come pi liberamente e pi vivamente quello che s'era  fatto  nel  suo
    destino.
    Ma  quanto  pi schietto e intero sarebbe stato questo sentimento,  se
    Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che
    quell'acqua portava via il contagio; che dopo quella, il lazzeretto se
    non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva almeno
    non n'avrebbe quasi pi ingoiati altri;  che,  tra  una  settimana  si
    vedrebbero  riaperti usci e botteghe,  non si parlerebbe quasi pi che
    di quarantina; e della peste non rimarrebbe se non qualche resticciolo
    qua e l;  quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro
    a s per qualche tempo.
    Andava dunque il nostro viaggiatore allegramente, senza aver disegnato
    n  dove,  n  come,  n  quando,  n  se avesse da fermarsi la notte,
    premuroso soltanto di portarsi avanti,  d'arrivar presto al suo paese,
    di  trovar  con  chi parlare,  a chi raccontare,  soprattutto di poter
    presto rimettersi in cammino per Pasturo, in cerca di Agnese.  Andava,
    con  la mente tutta sottosopra dalle cose di quel giorno;  ma di sotto
    le  miserie,  gli  orrori,  i  pericoli,  veniva  sempre  a  galla  un
    pensierino:  l'ho  trovata;    guarita;    mia!  E allora faceva uno
    sgambetto,  e con ci dava  un'annaffiata  all'intorno,  come  un  can
    barbone uscito dall'acqua; qualche volta si contentava d'una fregatina
    di mani;  e avanti,  con pi ardore di prima. Guardando per la strada,
    raccattava, per dir cos, i pensieri, che ci aveva lasciati la mattina
    e il giorno avanti,  nel venire;  e con pi piacere quelli appunto che
    allora  aveva  pi  cercato  di  scacciare,  i  dubbi,  le difficolt,
    trovarla,  trovarla viva,  tra tanti morti e moribondi!   -    E  l'ho
    trovata  viva!    -    concludeva.  Si  rimetteva  col  pensiero nelle
    circostanze pi terribili di quella giornata;  si  figurava  con  quel
    martello  in  mano:  ci  sar o non ci sar?  e una risposta cos poco
    allegra; e non aver nemmeno il tempo di masticarla, che addosso quella
    furia di matti birboni; e quel lazzeretto,  quel mare!  l ti volevo a
    trovarla! E averla trovata! Ritornava su quel momento quando fu finita
    di  passare  la  processione  de'  convalescenti:  che  momento!   che
    crepacore non trovarcela! e ora non gliene importava pi nulla. E quel
    quartiere delle donne!  E l dietro a quella capanna,  quando meno  se
    l'aspettava,  quella  voce,  quella voce proprio!  E vederla!  vederla
    levata!  Ma che?  c'era ancora quel nodo del voto,  e pi stretto  che
    mai. Sciolto anche questo. E quell'odio contro don Rodrigo, quel rodo
    continuo   che  esacerbava  tutti  i  guai,   e  avvelenava  tutte  le
    consolazioni,   scomparso  anche  quello.   Talmentech   non   saprei
    immaginare  una contentezza pi viva,  se non fosse stata l'incertezza
    intorno  ad  Agnese,   il  tristo  presentimento  intorno   al   padre
    Cristoforo, e quel trovarsi ancora in mezzo a una peste.
    Arriv a Sesto, sulla sera; n pareva che l'acqua volesse cessare. Ma,
    sentendosi pi in gambe che mai, e con tante difficolt di trovar dove
    alloggiare,  e cos inzuppato,  non ci pens neppure. La sola cosa che
    l'incomodasse, era un grand'appetito; ch una consolazione come quella
    gli avrebbe fatto smaltire altro che la poca minestra del  cappuccino.
    Guard se trovasse anche qui una bottega di fornaio; ne vide una; ebbe
    due  pani  con le molle,  e con quell'altre cerimonie.  Uno in tasca e
    l'altro alla bocca, e avanti.
    Quando pass per Monza,  era notte fatta: nonostante,  gli  riusc  di
    trovar la porta che metteva sulla strada giusta.  Ma meno questo, che,
    per dir la verit,  era un gran merito,  potete immaginarvi come fosse
    quella  strada,  e  come  andasse  facendosi  di  momento  in momento.
    Affondata (com'eran tutte;  e dobbiamo averlo detto altrove)  tra  due
    rive,  quasi un letto di fiume, si sarebbe a quell'ora potuta dire, se
    non un fiume,  una gora davvero;  e ogni tanto pozze,  da volerci  del
    buono  e  del  bello  a levarne i piedi,  non che le scarpe.  Ma Renzo
    n'usciva come poteva, senz'atti d'impazienza,  senza parolacce,  senza
    pentimenti; pensando che ogni passo, per quanto costasse, lo conduceva
    avanti,  e che l'acqua cesserebbe quando a Dio piacesse,  e che, a suo
    tempo,  spunterebbe il giorno,  e che la strada  che  faceva  intanto,
    allora sarebbe fatta.
    E  dir  anche che non ci pensava se non proprio quando non poteva far
    di meno.  Eran distrazioni queste;  il gran lavoro della sua mente era
    di  riandare  la  storia  di  que' tristi anni passati: tant'imbrogli,
    tante traversie,  tanti momenti in cui era stato per perdere anche  la
    speranza,  e fare andata ogni cosa;  e di contrapporci l'immaginazioni
    d'un avvenire cos diverso: e l'arrivar di Lucia,  e le  nozze,  e  il
    metter su casa, e il raccontarsi le vicende passate, e tutta la vita.
    Come la facesse quando trovava due strade; se quella poca pratica, con
    quel poco barlume,  fossero quelli che l'aiutassero a trovar sempre la
    buona, o se l'indovinasse sempre alla ventura,  non ve lo saprei dire:
    ch  lui  medesimo,  il quale soleva raccontar la sua storia molto per
    minuto,  lunghettamente anzi che no (e tutto conduce a credere che  il
    nostro anonimo l'avesse sentita da lui pi d'una volta), lui medesimo,
    a questo punto,  diceva che, di quella notte, non se ne rammentava che
    come se l'avesse passata in letto a sognare.  Il fatto  sta  che,  sul
    finir di essa, si trov alla riva dell'Adda.
    Non era mai spiovuto;  ma,  a un certo tempo, da diluvio era diventata
    pioggia, e poi un'acquerugiola fine fine, cheta cheta, ugual uguale: i
    nuvoli alti e radi stendevano un velo non interrotto,  ma  leggiero  e
    diafano;  e  il  lume  del  crepuscolo  fece  vedere  a Renzo il paese
    d'intorno. C'era dentro il suo; e quel che sent, a quella vista,  non
    si  saprebbe  spiegare.  Altro non vi so dire,  se non che que' monti,
    quel "Resegone" vicino,  il territorio di Lecco,  era diventato  tutto
    come roba sua. Diede un'occhiata anche a s, e si trov un po' strano,
    quale,  per dir la verit, da quel che si sentiva, s'immaginava gi di
    dover parere: sciupata e attaccata addosso ogni cosa: dalla testa alla
    vita,  tutto un fradiciume,  una grondaia;  dalla vita alla punta  de'
    piedi,  melletta  e  mota:  le parti dove non ce ne fosse si sarebbero
    potute  chiamare  esse  zacchere  e  schizzi.  E  se  si  fosse  visto
    tutt'intero  in  uno  specchio,  con  la  tesa  del cappello floscia e
    cascante,  e i capelli stesi e incollati sul viso,  si  sarebbe  fatto
    ancor  pi  specie.  In quanto a stanco,  lo poteva essere,  ma non ne
    sapeva nulla: e il frescolino dell'alba aggiunto a quello della  notte
    e di quel poco bagno,  non gli dava altro che una fierezza, una voglia
    di camminar pi presto.
    E' a Pescate;  costeggia quell'ultimo  tratto  dell'Adda,  dando  per
    un'occhiata malinconica a Pescarenico;  passa il ponte;  per istrade e
    campi, arriva in un momento alla casa dell'ospite amico.  Questo,  che
    s'era levato allora, e stava sull'uscio, a guardare il tempo, alz gli
    occhi a quella figura cos inzuppata, cos infangata, diciam pure cos
    lercia,  e  insieme  cos  viva e disinvolta: a' suoi giorni non aveva
    visto un uomo peggio conciato e pi contento.
    "Ohe!" disse: "gi qui? e con questo tempo? Com' andata?"
    "La c'," disse Renzo: "la c': la c'."
    "Sana?"
    "Guarita,  che  meglio.  Devo ringraziare il Signore e la Madonna fin
    che campo. Ma cose grandi, cose di fuoco: ti racconter poi tutto."
    "Ma come sei conciato!"
    "Son bello eh?"
    "A dir la verit,  potresti adoprare il da tanto in su,  per lavare il
    da tanto in gi. Ma, aspetta, aspetta; che ti faccia un buon fuoco."
    "Non dico di no.  Sai dove la  m'ha  preso?  proprio  alla  porta  del
    lazzeretto. Ma niente! il tempo il suo mestiere, e io il mio."
    L'amico and e torn con due bracciate di stipa: ne mise una in terra,
    l'altra  sul  focolare,  e,  con  un  po'  di brace rimasta della sera
    avanti, fece presto una bella fiammata.  Renzo intanto s'era levato il
    cappello,  e  dopo  averlo scosso due o tre volte,  l'aveva buttato in
    terra: e,  non cos facilmente,  s'era tirato via anche  il  farsetto.
    Lev  poi  dal  taschino  de'  calzoni  il coltello,  col fodero tutto
    fradicio. che pareva stato in molle; lo mise su un panchetto, e disse:
    "anche costui  accomodato a dovere;  ma l'  acqua!  l'  acqua!  sia
    ringraziato  il  Signore...  Sono  stato l l...!  Ti dir poi." E si
    fregava le mani.  "Ora  fammi  un  altro  piacere,"  soggiunse:  "quel
    fagottino  che ho lasciato su in camera,  va a prendermelo,  ch prima
    che s'asciughi questa roba che ho addosso...!"
    Tornato col fagotto,  l'amico disse: "penso che avrai anche  appetito:
    capisco  che  da bere,  per la strada,  non te ne sar mancato;  ma da
    mangiare..."
    "Ho trovato da comprar due pani,  ieri  sul  tardi;  ma,  per  dir  la
    verit, non m'hanno toccato un dente."
    "Lascia fare," disse l'amico;  mise l'acqua in un paiolo,  che attacc
    poi alla catena,  e soggiunse: "vado a  mungere:  quando  torner  col
    latte,  l'acqua sar all'ordine; e si fa una buona polenta. Tu intanto
    fa il tuo comodo."
    Renzo, rimasto solo,  si lev,  non senza fatica,  il resto de' panni,
    che gli s'eran come appiccicati addosso; s'asciug, si rivest da capo
    a piedi.  L'amico torn, e and al suo paiolo: Renzo intanto si mise a
    sedere, aspettando.
    "Ora sento che sono stanco," disse:  "ma    una  bella  tirata!  Per
    questo   nulla!  Ne ho da raccontartene per tutta la giornata.  Com'
    conciato Milano!  Le cose che bisogna  vedere!  Le  cose  che  bisogna
    toccare!  Cose da farsi poi schifo a s medesimo. Sto per dire che non
    ci voleva meno di quel bucatino che  ho  avuto.  E  quel  che  m'hanno
    voluto  fare  que'  signori di laggi!  Sentirai.  Ma se tu vedessi il
    lazzeretto!  C' da  perdersi  nelle  miserie.  Basta;  ti  racconter
    tutto... E la c', e la verr qui, e sar mia moglie; e tu devi far da
    testimonio,  e,  peste  o  non peste,  almeno qualche ora,  voglio che
    stiamo allegri."
    Del  resto  mantenne  ci,   che  aveva  detto  all'amico,   di  voler
    raccontargliene per tutta la giornata;  tanto pi,  che, avendo sempre
    continuato a piovigginare, questo la pass tutta in casa, parte seduto
    accanto all'amico, parte in faccende intorno a un suo piccolo tino,  e
    a una botticina,  e ad altri lavori,  in preparazione della vendemmia;
    ne' quali Renzo non lasci di dargli una mano; ch,  come soleva dire,
    era  di  quelli  che  si  stancano  pi a star senza far nulla,  che a
    lavorare.  Non pot per tenersi di non fare una scappatina alla  casa
    di  Agnese,  per rivedere una certa finestra,  e per dare anche l una
    fregatina di mani.  Torn senza essere stato visto da nessuno;  e and
    subito a letto.  S'alz prima che facesse giorno;  e,  vedendo cessata
    l'acqua, se non ritornato il sereno, si mise in cammino per Pasturo.
    Era ancor presto quando ci arriv: ch non aveva meno fretta e  voglia
    di finire,  di quel che possa averne il lettore. Cerc d'Agnese; sent
    che stava bene,  e gli fu insegnata una casuccia isolata dove abitava.
    Ci  and;  la chiam dalla strada: a una tal voce,  essa s'affacci di
    corsa alla finestra;  e,  mentre stava a bocca aperta per mandar fuori
    non so che parola, non so che suono, Renzo la prevenne dicendo: "Lucia
     guarita: l'ho veduta ierlaltro;  vi saluta;  verr presto.  E poi ne
    ho, ne ho delle cose da dirvi."
    Tra la sorpresa dell'apparizione, e la contentezza della notizia, e la
    smania di saperne di pi,  Agnese cominciava ora un'esclamazione,  ora
    una domanda senza finir nulla; poi, dimenticando le precauzioni ch'era
    solita a prendere da molto tempo, disse: "vengo ad aprirvi".
    "Aspettate: e la peste?" disse Renzo: "voi non l'avete avuta, credo."
    "Io no: e voi?"
    "Io  s;  ma  voi  dunque  dovete aver giudizio.  Vengo da Milano;  e,
    sentirete,  sono proprio stato nel contagio fino agli occhi.  E'  vero
    che  mi  son  mutato  tutto da capo a piedi;  ma l' una porcheria che
    s'attacca alle volte come un malefizio.  E  giacch  il  Signore  v'ha
    preservata  finora,  voglio che stiate riguardata fin che non  finito
    quest'influsso;  perch siete la nostra mamma: e voglio  che  campiamo
    insieme  un  bel  pezzo  allegramente,  a  conto del grande patire che
    abbiam fatto, almeno io."
    "Ma..." cominciava Agnese.
    "Eh!" interruppe Renzo: "non c' ma che  tenga.  So  quel  che  volete
    dire;  ma sentirete,  sentirete, che de' ma non ce n' pi. Andiamo in
    qualche luogo all'aperto,  dove si  possa  parlar  con  comodo,  senza
    pericolo; e sentirete."
    Agnese  indic un orto ch'era dietro alla casa;  e soggiunse: "entrate
    l, e vedrete che c' due panche, l'una in faccia all'altra, che paion
    messe apposta. Io vengo subito."
    Renzo and a mettersi a sedere sur una: un  momento  dopo,  Agnese  si
    trov l sull'altra: e son certo che,  se il lettore, informato come 
    delle cose antecedenti,  avesse potuto trovarsi l in terzo,  a  veder
    con  gli  occhi  quella  conversazione cos animata,  a sentir con gli
    orecchi   que'   racconti,   quelle   domande,   quelle   spiegazioni,
    quell'esclamare,  quel condolersi,  quel rallegrarsi, e don Rodrigo, e
    il  padre  Cristoforo,   e  tutto  il  resto,   e  quelle  descrizioni
    dell'avvenire,  chiare e positive come quelle del passato,  son certo,
    dico,  che ci avrebbe preso gusto,  e sarebbe stato l'ultimo  a  venir
    via.  Ma  d'averla sulla carta tutta quella conversazione,  con parole
    mute, fatte d'inchiostro, e senza trovarci un solo fatto nuovo, son di
    parere che non se ne curi molto,  e che gli piaccia pi  d'indovinarla
    da  s.  La  conclusione  fu  che  s'anderebbe  a metter su casa tutti
    insieme in quel paese del bergamasco dove  Renzo  aveva  gi  un  buon
    avviamento: in quanto al tempo,  non si poteva decidere nulla,  perch
    dipendeva dalla peste,  e da  altre  circostanze:  appena  cessato  il
    pericolo,  Agnese tornerebbe a casa,  ad aspettarvi Lucia,  o Lucia ve
    l'aspetterebbe: intanto Renzo farebbe spesso  qualche  altra  corsa  a
    Pasturo,  a  veder  la  sua  mamma,  e a tenerla informata di quel che
    potesse accadere.
    Prima di partire,  offr anche a lei  danari,  dicendo:  "gli  ho  qui
    tutti,  vedete,  que'  tali: avevo fatto voto anch'io di non toccarli,
    fin che la cosa non fosse venuta in chiaro.  Ora,  se n'avete bisogno,
    portate qui una scodella d'acqua e aceto;  vi butto dentro i cinquanta
    scudi belli e lampanti."
    "No,  no," disse Agnese: "ne ho ancora  pi  del  bisogno  per  me:  i
    vostri, serbateli, che saran buoni per metter su casa."
    Renzo  torn  al  paese  con questa consolazione di pi d'aver trovata
    sana e salva una persona tanto cara.  Stette il  rimanente  di  quella
    giornata,  e la notte,  in casa dell'amico; il giorno dopo, in viaggio
    di nuovo, ma da un'altra parte, cio verso il paese adottivo.
    Trov Bortolo,  in buona salute  anche  lui,  e  in  minor  timore  di
    perderla;  ch,  in que' pochi giorni, le cose, anche l, avevan preso
    rapidamente una bonissima piega. Pochi eran quelli che s'ammalavano; e
    il male non era pi quello;  non pi que' lividi  mortali,  n  quella
    violenza  di  sintomi;  ma  febbriciattole,  intermittenti  la maggior
    parte, con al pi qualche piccol bubbone scolorito, che si curava come
    un fignolo ordinario.  Gi l'aspetto del  paese  compariva  mutato;  i
    rimasti vivi cominciavano a uscir fuori,  a contarsi tra loro, a farsi
    a vicenda condoglianze e congratulazioni. Si parlava gi di ravviare i
    lavori: i padroni pensavano gi a cercare e a caparrare operai,  e  in
    quell'arti  principalmente  dove  il  numero  n'era stato scarso anche
    prima del contagio,  com'era quella della seta.  Renzo,  senza fare il
    lezioso,  promise  (salve  per  le  debite approvazioni) al cugino di
    rimettersi al lavoro,  quando verrebbe accompagnato,  a stabilirsi  in
    paese.  S'occup intanto de' preparativi pi necessari: trov una casa
    pi grande; cosa divenuta pur troppo facile e poco costosa; e la forn
    di mobili e d'attrezzi,  intaccando questa volta il tesoro,  ma  senza
    farci un gran buco,  ch tutto era a buon mercato, essendoci molta pi
    roba che gente che la comprassero.
    Dopo non so quanti giorni,  ritorn al paese nativo,  che trov  ancor
    pi  notabilmente  cambiato  in bene.  Trott subito a Pasturo;  trov
    Agnese rincoraggita affatto,  e disposta a ritornare a casa quando  si
    fosse;  di  maniera  che ce la condusse lui: n diremo quali fossero i
    loro sentimenti, quali le parole, al rivedere insieme que' luoghi.
    Agnese trov ogni cosa come l'aveva lasciata.  Sicch non pot  far  a
    meno di non dire che,  questa volta, trattandosi d'una povera vedova e
    d'una povera fanciulla,  avevan  fatto  la  guardia  gli  angioli.  "E
    l'altra  volta,"  soggiungeva,  "che si sarebbe creduto che il Signore
    guardasse altrove,  e non pensasse a noi,  giacch lasciava portar via
    il povero fatto nostro;  ecco che ha fatto vedere il contrario, perch
    m'ha mandato da un'altra parte  di  bei  danari,  con  cui  ho  potuto
    rimettere  ogni  cosa.  Dico  ogni  cosa,  e non dico bene;  perch il
    corredo di Lucia che coloro avevan portato via bell'e  nuovo,  insieme
    col resto, quello mancava ancora, ma ecco che ora ci viene da un'altra
    parte.  Chi  m'avesse  detto,  quando io m'arrapinavo tanto a allestir
    quell'altro: tu credi di lavorar per Lucia: eh  povera  donna!  lavori
    per chi non sai: sa il cielo,  questa tela,  questi panni, a che sorte
    di creature anderanno indosso: quelli per Lucia,  il  corredo  davvero
    che ha da servire per lei,  ci penser un'anima buona, la quale tu non
    sai n anche che la sia in questo mondo."
    Il primo pensiero di Agnese fu quello di preparare  nella  sua  povera
    casuccia l'alloggio il pi decente che potesse, a quell'anima buona: e
    poi  and  in  cerca  di  seta da annaspare;  e lavorando ingannava il
    tempo.
    Renzo,  dal canto suo,  non pass in ozio que' giorni gi tanto lunghi
    per  s:  sapeva far due mestieri per buona sorte;  si rimise a quello
    del contadino. Parte aiutava il suo ospite,  per il quale era una gran
    fortuna  l'avere  in  tal  tempo  spesso  al  suo comando un'opera,  e
    un'opera di quell'abilit; parte coltivava, anzi dissodava l'orticello
    d'Agnese,  trasandato affatto nell'assenza di lei.  In quanto  al  suo
    proprio podere,  non se n'occupava punto, dicendo che era una parrucca
    troppo arruffata, e che ci voleva altro che due braccia a ravviarla. E
    non ci metteva neppure i piedi; come n anche in casa: ch gli avrebbe
    fatto male a vedere quella desolazione;  e aveva gi preso il  partito
    di disfarsi d'ogni cosa,  a qualunque prezzo, e d'impiegar nella nuova
    patria quel tanto che ne potrebbe ricavare.
    Se i rimasti vivi erano,  l'uno per l'altro,  come morti  resuscitati,
    Renzo,  per  quelli  del suo paese,  lo era,  come a dire,  due volte:
    ognuno gli faceva accoglienze e congratulazioni,  ognuno voleva sentir
    da  lui la sua storia.  Direte forse: come andava col bando?  L'andava
    benone: lui non ci pensava quasi pi,  supponendo che quelli  i  quali
    avrebbero potuto eseguirlo, non ci pensassero pi n anche loro: e non
    s'ingannava.  E  questo  non  nasceva solo dalla peste che aveva fatto
    monte di tante cose;  ma era,  come s' potuto vedere  anche  in  vari
    luoghi  di  questa  storia,  cosa comune a que' tempi,  che i decreti,
    tanto generali quanto  speciali,  contro  le  persone,  se  non  c'era
    qualche animosit privata e potente che li tenesse vivi,  e li facesse
    valere,  rimanevano spesso senza effetto,  quando ne l'avessero  avuto
    sul primo momento;  come palle di schioppo,  che,  se non fanno colpo,
    restano in terra,  dove non  danno  fastidio  a  nessuno.  Conseguenza
    necessaria  della  gran  facilit  con cui li seminavano que' decreti.
    L'attivit dell'uomo  limitata;  e tutto il  di  pi  che  c'era  nel
    comandare,  doveva  tornare  in tanto meno nell'eseguire.  Quel che va
    nelle maniche, non pu andar ne' gheroni.
    Chi volesse anche sapere come Renzo se la passasse con  don  Abbondio,
    in quel tempo d'aspetto, dir che stavano alla larga l'uno dall'altro:
    don Abbondio, per timore di sentire intonar qualcosa di matrimonio; e,
    al  solo  pensarci,  si  vedeva  davanti agli occhi don Rodrigo da una
    parte,  co' suoi bravi,  il cardinale dall'altra,  co' suoi argomenti:
    Renzo,  perch  aveva  fissato  di  non parlargliene che al momento di
    concludere,  non volendo risicare di farlo inalberar prima del  tempo,
    di suscitar,  chi sa mai?  qualche difficolt,  e d'imbrogliar le cose
    con chiacchiere inutili.  Le sue chiacchiere,  le faceva  con  Agnese.
    "Credete  voi  che  verr presto?" domandava l'uno.  "Io spero di si,"
    rispondeva l'altro: e spesso quello che aveva data la risposta, faceva
    poco dopo la domanda medesima.  E con queste e  con  simili  furberie,
    s'ingegnavano  a far passare il tempo,  che pareva loro pi lungo,  di
    mano in mano che n'era pi passato.
    Al lettore noi lo faremo passare  in  un  momento  tutto  quel  tempo,
    dicendo  in  compendio che,  qualche giorno dopo la visita di Renzo al
    lazzeretto,  Lucia n'usc con la  buona  vedova;  che,  essendo  stata
    ordinata una quarantina generale,  la fecero insieme,  rinchiuse nella
    casa di quest'ultima; che una parte del tempo fu spesa in allestire il
    corredo di Lucia,  al quale,  dopo aver fatto  un  po'  di  cerimonie,
    dovette lavorare anche lei;  e che, terminata che fu la quarantina, la
    vedova lasci in consegna il fondaco e la casa  a  quel  suo  fratello
    commissario;  e si fecero i preparativi per il viaggio. Potremmo anche
    soggiunger subito: partirono, arrivarono,  e quel che segue;  ma,  con
    tutta la volont che abbiamo di secondar la fretta del lettore, ci son
    tre  cose  appartenenti a quell'intervallo di tempo,  che non vorremmo
    passar sotto silenzio;  e,  per due almeno,  crediamo che  il  lettore
    stesso dir che avremmo fatto male.
    La  prima,  che,  quando  Lucia  torn a parlare alla vedova delle sue
    avventure, pi in particolare,  e pi ordinatamente di quel che avesse
    potuto in quell'agitazione della prima confidenza, e fece menzione pi
    espressa  della signora che l'aveva ricoverata nel monastero di Monza,
    venne a sapere di costei cose che, dandole la chiave di molti misteri,
    le riempiron l'animo d'una dolorosa e paurosa maraviglia.  Seppe dalla
    vedova che la sciagurata,  caduta in sospetto d'atrocissimi fatti, era
    stata,  per ordine del  cardinale,  trasportata  in  un  monastero  di
    Milano;  che l,  dopo molto infuriare e dibattersi,  s'era ravveduta,
    s'era accusata;  e che la sua vita attuale  era  supplizio  volontario
    tale,  che  nessuno  a  meno  di non togliergliela,  ne avrebbe potuto
    trovare un pi severo. Chi volesse conoscere un po' pi in particolare
    questa trista storia,  la trover nel libro  e  al  luogo  che  abbiam
    citato altrove, a proposito della stessa persona *.
    L'altra  cosa   che Lucia,  domandando del padre Cristoforo a tutti i
    cappuccini che pot vedere nel lazzeretto,  sent con pi  dolore  che
    maraviglia, ch'era morto di peste.
    Finalmente,  prima  di  partire,  avrebbe  anche  desiderato  di saper
    qualcosa de' suoi antichi padroni, e di fare, come diceva, un atto del
    suo dovere,  se alcuno ne rimaneva.  La vedova l'accompagn alla casa,
    dove  seppero che l'uno e l'altra erano andati tra que' pi.  Di donna
    Prassede, quando si dice ch'era morta,  detto tutto; ma intorno a don
    Ferrante,  trattandosi  ch'era  stato  dotto,   l'anonimo  ha  creduto
    d'estendersi un po' pi;  e noi,  a nostro rischio, trascriveremo a un
    di presso quello che ne lasci scritto.
    Dice adunque che,  al primo parlar che si fece di peste,  don Ferrante
    fu  uno de' pi risoluti a negarla,  e che sostenne costantemente fino
    all'ultimo, quell'opinione;  non gi con ischiamazzi,  come il popolo;
    ma  con ragionamenti,  ai quali nessuno potr dire almeno che mancasse
    la concatenazione.
    ""In rerum natura"," diceva,  "non ci son  che  due  generi  di  cose:
    sostanze  e accidenti;  e se io provo che il contagio non pu esser n
    l'uno n l'altro,  avr provato che non esiste,  che  una chimera.  E
    son qui.  Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio
    sia  sostanza  spirituale,    uno  sproposito  che  nessuno  vorrebbe
    sostenere;  sicch  inutile parlarne.  Le sostanze materiali sono,  o
    semplici, o composte. Ora,  sostanza semplice il contagio non ;  e si
    dimostra  in quattro parole.  Non  sostanza aerea;  perch,  se fosse
    tale,  in vece di passar da un corpo all'altro,  volerebbe subito alla
    sua sfera.  Non  acquea;  perch bagnerebbe, e verrebbe asciugata da'
    venti. Non  ignea;  perch brucerebbe.  Non  terrea;  perch sarebbe
    visibile.  Sostanza  composta,  neppure;  perch  a ogni modo dovrebbe
    esser sensibile all'occhio o al tatto;  e questo  contagio,  chi  l'ha
    veduto?  chi l'ha toccato?  Riman da vedere se possa essere accidente.
    Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da
    un corpo all'altro;  ch questo  il loro achille,  questo il pretesto
    per  far  tante  prescrizioni  senza  costrutto.   Ora,   supponendolo
    accidente,  verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che
    fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa pi chiara,
    pi  liquida di questa: che un accidente non pu passar da un soggetto
    all'altro.  Che se,  per evitar questa Scilla,  si riducono a dire che
    sia accidente prodotto,  danno in Cariddi: perch, se prodotto, dunque
    non si comunica, non si propaga,  come vanno blaterando.  Posti questi
    princpi,  cosa  serve venirci tanto a parlare di vibici,  d'esantemi,
    d'antraci?... "
    "Tutte corbellerie," scapp fuori una volta un tale.
    "No,  no," riprese don  Ferrante:  "non  dico  questo:  la  scienza  
    scienza:  solo bisogna saperla adoprare.  Vicibi,  esantemi,  antraci,
    parotidi,  bubboni violacei,  furoncoli nigricanti,  son tutte  parole
    rispettabili,  che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che
    non han che fare con la questione.  Chi nega che ci  possa  essere  di
    queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano."
    Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che
    dare  addosso  all'opinion  del  contagio,  trovava  per tutto orecchi
    attenti e ben disposti: perch non si pu spiegare quanto  sia  grande
    l'autorit  d'un  dotto di professione,  allorch vuol dimostrare agli
    altri  le  cose  di  cui  sono  gi  persuasi.   Ma  quando  veniva  a
    distinguere,  e  a  voler  dimostrare  che l'errore di que' medici non
    consisteva gi  nell'affermare  che  ci  fosse  un  male  terribile  e
    generale;  ma  nell'assegnarne  la  cagione;  allora  (parlo de' primi
    tempi,  in cui non si voleva sentir discorrere di peste),  allora,  in
    vece  d'orecchi,  trovava  lingue  ribelli,  intrattabili;  allora  di
    predicare a distesa era finita;  e la  sua  dottrina  non  poteva  pi
    metterla fuori, che a pezzi e bocconi.
    "La  c'  pur  troppo  la  vera  cagione," diceva;  "e son costretti a
    riconoscerla anche quelli  che  sostengono  poi  quell'altra  cos  in
    aria...  La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di
    Saturno con Giove.  E quando mai s' sentito dire che  l'influenze  si
    propaghino...?  E  lor  signori  mi  vorranno  negar  l'influenze?  Mi
    negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lass
    a  far  nulla,   come  tante  capocchie  di  spilli  ficcati   in   un
    guancialino?...  Ma  quel che non mi pu entrare,   di questi signori
    medici;  confessare  che  ci  troviamo  sotto  una  congiunzione  cos
    maligna,  e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non
    toccate l,  e sarete sicuri!  Come se  questo  schivare  il  contatto
    materiale  de'  corpi terreni,  potesse impedir l'effetto virtuale de'
    corpi celesti!  E tanto affannarsi a bruciar de' cenci!  Povera gente!
    brucerete Giove? brucerete Saturno?"
    "His fretus",  vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna
    precauzione contro la peste;  gli s'attacc;  and a letto,  a morire,
    come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.
    E  quella  sua  famosa  libreria?  E'  forse  ancora dispersa su per i
    muriccioli.
    NOTA *: Ripam., "Hist. Pat.", Dec. V, Lib. VI, Cap. III.



    CAPITOLO 38.

    Lucia con la vedova arriva al suo paese.   -  Renzo si  porta  da  don
    Abbondio  ma  non  conclude  nulla.   -  Ci vanno quindi le donne.   -
    Mentre si svolge il colloquio di don  Abbondio  con  le  donne,  Renzo
    porta  la  notizia  che don Rodrigo  morto e che  giunto il marchese
    suo erede.   -  Don Abbondio,  assicuratosene,   felice,  e  si  dice
    disposto  a tutto.   -  Il marchese s'interessa dei casi di Renzo.   -
    Tutto si conclude bene.   -  Si compie il matrimonio e si va a  pranzo
    al palazzo del marchese.   -  Gli sposi si recano nel nuovo paese.   -
    Grandi disgusti  per  Renzo,  che  cambia  paese.    -    Vita  felice
    nell'amore vicendevole.   -  Nasce una bimba e vien chiamata Maria.  -
    La conclusione di Renzo e Lucia sui guai.

    Una sera,  Agnese sente fermarsi un legno all'uscio.   -  E'  lei,  di
    certo!    -    Era  proprio  lei,  con la buona vedova.  L'accoglienze
    vicendevoli se le immagini il lettore.
    La mattina seguente,  di buon'ora,  capita Renzo che non sa  nulla,  e
    vien solamente per isfogarsi un po' con Agnese su quel gran tardare di
    Lucia.  Gli atti che fece, e le cose che disse, al trovarsela davanti,
    si  rimettono  anche   quelli   all'immaginazion   del   lettore.   Le
    dimostrazioni  di  Lucia  in vece furon tali,  che non ci vuol molto a
    descriverle.  "Vi saluto: come state?" disse,  a occhi bassi,  e senza
    scomporsi.  E  non  crediate  che  Renzo  trovasse  quel  fare  troppo
    asciutto,  e se l'avesse per male.  Prese benissimo la cosa per il suo
    verso;  e,  come, tra gente educata, si sa far la tara ai complimenti,
    cos lui intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ci che
    passava nel cuore di Lucia. Del resto, era facile accorgersi che aveva
    due maniere di pronunziarle: una per Renzo,  e un'altra per  tutta  la
    gente che potesse conoscere.
    "Sto bene quando vi vedo," rispose il giovine,  con una frase vecchia,
    ma che avrebbe inventata lui, in quel momento.
    "Il nostro povero padre  Cristoforo...!"  disse  Lucia:  "pregate  per
    l'anima  sua:  bench  si pu esser quasi sicuri che a quest'ora prega
    lui per noi lass"
    "Me l'aspettavo,  pur troppo," disse Renzo.  E non fu questa  la  sola
    trista corda che si toccasse in quel colloquio.  Ma che?  di qualunque
    cosa si parlasse,  il colloquio gli riusciva  sempre  delizioso.  Come
    que' cavalli bisbetici che s'impuntano,  e si piantan l, e alzano una
    zampa e poi un'altra, e le ripiantano al medesimo posto, e fanno mille
    cerimonie prima di fare un passo,  e poi tutto  a  un  tratto  prendon
    l'andare,  e via,  come se il vento li portasse,  cos era divenuto il
    tempo per lui: prima i minuti gli parevan ore;  poi l'ore gli  parevan
    minuti.
    La  vedova,  non  solo non guastava la compagnia,  ma ci faceva dentro
    molto bene; e certamente, Renzo, quando la vide in quel lettuccio, non
    se la sarebbe potuta immaginare d'un umore cos socievole e  gioviale.
    Ma il lazzeretto e la campagna, la morte e le nozze, non son tutt'uno.
    Con Agnese essa aveva gi fatto amicizia; con Lucia poi era un piacere
    a  vederla,  tenera  insieme  e  scherzevole,  e  come  la  stuzzicava
    garbatamente,  e senza spinger troppo,  appena quanto  ci  voleva  per
    obbligarla a dimostrar tutta l'allegria che aveva in cuore.
    Renzo  disse  finalmente  che  andava  da  don Abbondio,  a prendere i
    concerti per lo  sposalizio.  Ci  and,  e,  con  un  certo  fare  tra
    burlevole e rispettoso,  "signor curato," gli disse: "le  poi passato
    quel dolor di capo,  per cui mi diceva di non  poterci  maritare?  Ora
    siamo  a  tempo;  la sposa c': e son qui per sentire quando le sia di
    comodo: ma questa volta, sarei a pregarla di far presto." Don Abbondio
    non disse di no; ma cominci a tentennare,  a trovar cert'altre scuse,
    a  far  cert'altre  insinuazioni:  e perch mettersi in piazza,  e far
    gridare il suo nome,  con  quella  cattura  addosso?  e  che  la  cosa
    potrebbe farsi ugualmente altrove; e questo e quest'altro.
    "Ho  inteso,"  disse Renzo: "lei ha ancora un po' di quel mal di capo.
    Ma senta,  senta." E cominci a descrivere in che  stato  aveva  visto
    quel  povero  don  Rodrigo;  e  che gi a quell'ora doveva sicuramente
    essere andato.  "Speriamo," concluse,  "che il Signore gli avr  usato
    misericordia."
    "Questo  non ci ha che fare," disse don Abbondio: "v'ho forse detto di
    no?  Io non dico di no;  parlo...  parlo per delle buone ragioni.  Del
    resto,  vedete,  fin  che  c' fiato...  Guardatemi me: sono una conca
    fessa; sono stato anch'io,  pi di l che di qua: e son qui;  e...  se
    non  mi vengono addosso de' guai...  basta...  posso sperare di starci
    ancora un pochino. Figuratevi poi certi temperamenti.  Ma,  come dico,
    questo non ci ha che far nulla."
    Dopo qualche altra botta e risposta, n pi n meno concludenti, Renzo
    strisci una bella riverenza,  se ne torn alla sua compagnia, fece la
    sua relazione,  e fin con dire: "son venuto via,  che n'ero pieno,  e
    per non risicar di perdere la pazienza,  e di levargli il rispetto. In
    certi momenti, pareva proprio quello dell'altra volta;  proprio quella
    mutria,  quelle ragioni: son sicuro che,  se la durava ancora un poco,
    mi tornava in campo con qualche parola in latino. Vedo che vuol essere
    un'altra lungagnata:  meglio fare addirittura come dice lui, andare a
    maritarsi dove andiamo a stare."
    "Sapete cosa faremo?" disse la vedova: "voglio che andiamo  noi  altre
    donne  a far un'altra prova,  e vedere se ci riesce meglio.  Cos avr
    anch'io il gusto di conoscerlo quest'uomo,  se   proprio  come  dite.
    Dopo  desinare  voglio  che andiamo;  per non tornare a dargli addosso
    subito.  Ora,  signore sposo,  menateci un po' a spasso noi altre due,
    intanto  che  Agnese  in faccende: ch a Lucia far io da mamma: e ho
    proprio voglia di vedere un po' meglio queste montagne,  questo  lago,
    di cui ho sentito tanto parlare; e il poco che n'ho gi visto, mi pare
    una gran bella cosa."
    Renzo  le  condusse  prima di tutto alla casa del suo ospite,  dove fu
    un'altra festa: e gli fecero promettere che, non solo quel giorno,  ma
    tutti i giorni, se potesse, verrebbe a desinare con loro.
    Passeggiato,  desinato,  Renzo  se  n'and,  senza dir dove.  Le donne
    rimasero un pezzetto a discorrere,  a  concertarsi  sulla  maniera  di
    prender don Abbondio; e finalmente andarono all'assalto.
    -  Son qui loro,   -  disse questo tra s;  ma fece faccia tosta: gran
    congratulazioni  a  Lucia,   saluti  ad   Agnese,   complimenti   alla
    forestiera.  Le  fece  mettere  a sedere,  e poi entr subito a parlar
    della peste: volle sentir da Lucia come l'aveva passata in que'  guai:
    il  lazzeretto diede opportunit di far parlare anche quella che l'era
    stata compagna;  poi,  com'era giusto,  don Abbondio parl anche della
    sua  burrasca;  poi  de'  gran mirallegri anche a Agnese,  che l'aveva
    passata liscia. La cosa andava in lungo: gi fin dal primo momento, le
    due anziane stavano alle velette,  se mai venisse l'occasione d'entrar
    nel  discorso  essenziale:  finalmente non so quale delle due ruppe il
    ghiaccio.  Ma cosa volete?  Don Abbondio era sordo da  quell'orecchio.
    Non  che  dicesse  di  no;  ma eccolo di nuovo a quel suo serpeggiare,
    volteggiare e saltar di palo in frasca. "Bisognerebbe," diceva, "poter
    far  levare  quella  catturaccia.  Lei,  signora,  che    di  Milano,
    conoscer pi o meno il filo delle cose,  avr delle buone protezioni,
    qualche cavaliere di peso: ch con questi mezzi si sana ogni piaga. Se
    poi si volesse andar per la  pi  corta,  senza  imbarcarsi  in  tante
    storie;  giacch  codesti giovani,  e qui la nostra Agnese,  hanno gi
    intenzione di spatriarsi (e io non saprei cosa dire: la patria   dove
    si  sta  bene),  mi  pare  che si potrebbe far tutto l,  dove non c'
    cattura che tenga.  Non vedo proprio l'ora di saperlo concluso  questo
    parentado,  ma  lo  vorrei  concluso  bene,  tranquillamente.  Dico la
    verit: qui,  con quella cattura viva,  spiattellar  dall'altare  quel
    nome  di Lorenzo Tramaglino,  non lo farei col cuor quieto: gli voglio
    troppo bene;  avrei paura di fargli un  cattivo  servizio.  Veda  lei;
    vedete voi altre."
    Qui,  parte Agnese,  parte la vedova,  a ribatter quelle ragioni;  don
    Abbondio a rimetterle in campo,  sott'altra  forma:  s'era  sempre  da
    capo;  quando entra Renzo, con un passo risoluto, e con una notizia in
    viso; e dice: " arrivato il signor marchese ***".
    "Cosa  vuol  dir  questo?   arrivato  dove?"  domanda  don   Abbondio;
    alzandosi.
    "E'  arrivato  nel suo palazzo,  ch'era quello di don Rodrigo;  perch
    questo signor marchese  l'erede per fidecommisso, come dicono; sicch
    non c' pi dubbio. Per me,  ne sarei contento,  se potessi sapere che
    quel  pover'uomo fosse morto bene.  A buon conto,  finora ho detto per
    lui de' paternostri,  adesso gli dir de'  "De  profundis".  E  questo
    signor marchese  un bravissim'uomo."
    "Sicuro,"  disse  don  Abbondio: "l'ho sentito nominar pi d'una volta
    per un bravo signore davvero, per un uomo della stampa antica.  Ma che
    sia proprio vero...?"
    "Al sagrestano gli crede?"
    "Perch?"
    "Perch lui l'ha veduto co' suoi occhi. Io sono stato solamente l ne'
    contorni,  e,  per  dir  la  verit,  ci sono andato appunto perch ho
    pensato: qualcosa l si dovrebbe sapere.  E pi d'uno  m'ha  detto  lo
    stesso.  Ho poi incontrato Ambrogio che veniva proprio di lass, e che
    l'ha veduto,  come dico,  far da padrone.  Lo vuol sentire,  Ambrogio?
    L'ho fatto aspettar qui fuori apposta."
    "Sentiamo,"  disse don Abbondio.  Renzo and a chiamare il sagrestano.
    Questo conferm la cosa in  tutto  e  per  tutto,  ci  aggiunse  altre
    circostanze, sciolse tutti i dubbi; e poi se n'and.
    "Ah!  morto dunque!  proprio andato!" esclam don Abbondio. "Vedete,
    figliuoli,  se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che
    l' una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! ch non ci
    si poteva vivere con colui. E' stata un gran flagello questa peste; ma
     anche stata "una  scopa";  ha  spazzato  via  certi  soggetti,  che,
    figliuoli miei,  non ce ne liberavamo pi: verdi, freschi, prosperosi:
    bisognava dire che chi era destinato a far loro l'esequie,  era ancora
    in  seminario,  a  fare  i  latinucci.  E in un batter d'occhio,  sono
    spariti,  a cento per volta.  Non lo vedremo pi andare  in  giro  con
    quegli  sgherri dietro,  con quell'albagia,  con quell'aria,  con quel
    palo in corpo,  con quel guardar la gente,  che pareva che  si  stesse
    tutti al mondo per sua degnazione.  Intanto, lui non c' pi, e noi ci
    siamo. Non mander pi di quell'imbasciate ai galantuomini. Ci ha dato
    un gran fastidio a tutti, vedete: ch adesso lo possiamo dire."
    "Io gli ho perdonato di cuore," disse Renzo.
    "E fai il  tuo  dovere,"  rispose  don  Abbondio:  "ma  si  pu  anche
    ringraziare il cielo, che ce n'abbia liberati. Ora, tornando a noi, vi
    ripeto:  fate voi altri quel che credete.  Se volete che vi mariti io,
    son qui; se vi torna pi comodo in altra maniera,  fate voi altri.  In
    quanto alla cattura,  vedo anch'io che,  non essendoci ora pi nessuno
    che vi tenga di  mira,  e  voglia  farvi  del  male,  non    cosa  da
    prendersene  gran  pensiero:  tanto  pi,  che c' stato di mezzo quel
    decreto grazioso,  per la nascita del serenissimo infante.  E  poi  la
    peste! la peste! ha dato di bianco a di gran cose la peste! Sicch, se
    volete...  oggi  gioved...  domenica vi dico in chiesa;  perch quel
    che s' fatto l'altra volta, non conta pi niente, dopo tanto tempo; e
    poi ho la consolazione di maritarvi io."
    "Lei sa bene ch'eravamo venuti appunto per questo," disse Renzo.
    "Benissimo;  e io vi servir:  e  voglio  darne  parte  subito  a  sua
    eminenza.
    "Chi  sua eminenza?" domand Agnese.
    "Sua   eminenza,"  rispose  don  Abbondio,   "  il  nostro  cardinale
    arcivescovo, che Dio conservi."
    "Oh!  in quanto a questo mi scusi," replic Agnese: "ch,  sebbene  io
    sia una povera ignorante, le posso accertare che non gli si dice cos;
    perch,  quando siamo state la seconda volta per parlargli, come parlo
    a lei, uno di que' signori preti mi tir da parte, e m'insegn come si
    doveva trattare con quel signore, e che gli si doveva dire vossignoria
    illustrissima, e monsignore."
    "E ora, se vi dovesse tornare a insegnare,  vi direbbe che gli va dato
    dell'eminenza: avete inteso? Perch il papa, che Dio lo conservi anche
    lui,  ha prescritto,  fin dal mese di giugno,  che ai cardinali si dia
    questo titolo.  E sapete perch  sar  venuto  a  questa  risoluzione?
    Perch  l'illustrissimo,  ch'era  riservato a loro e a certi principi,
    ora, vedete anche voi altri,  cos' diventato,  a quanti si d: e come
    se  lo  succiano volentieri!  E cosa doveva fare,  il papa?  Levarlo a
    tutti? Lamenti, ricorsi,  dispiaceri,  guai;  e per di pi,  continuar
    come prima. Dunque ha trovato un bonissimo ripiego. A poco a poco poi,
    si  comincer  a  dar  dell'eminenza  ai vescovi;  poi lo vorranno gli
    abati,  poi i proposti: perch  gli  uomini  son  fatti  cos;  sempre
    voglion salire, sempre salire; poi i canonici..."
    "Poi i curati," disse la vedova.
    "No  no,"  riprese  don  Abbondio:  "i curati a tirar la carretta: non
    abbiate paura che gli avvezzin male,  i curati:  del  reverendo,  fino
    alla  fin  del  mondo.  Piuttosto,  non  mi  maraviglierei punto che i
    cavalieri,  i quali sono avvezzi a sentirsi dar dell'illustrissimo,  a
    esser  trattati  come  i cardinali,  un giorno volessero dell'eminenza
    anche loro. E se la vogliono,  vedete,  troveranno chi gliene dar.  E
    allora,  il papa che ci sar allora,  trover qualche altra cosa per i
    cardinali.  Ors,  ritorniamo alle nostre cose: domenica  vi  dir  in
    chiesa;  e intanto, sapete cos'ho pensato per servirvi meglio? Intanto
    chiederemo la dispensa per l'altre due denunzie.  Hanno a avere un bel
    da  fare laggi in curia a dar dispense,  se la va per tutto come qui.
    Per domenica ne ho gi... uno... due... tre; senza contarvi voi altri:
    e ne pu capitare ancora.  E poi vedrete,  andando avanti,  che affare
    vuol  essere:  non ne deve rimanere uno scompagnato.  Ha proprio fatto
    uno sproposito Perpetua a morire ora;  ch questo era il  momento  che
    trovava l'avventore anche lei. E a Milano, signora, mi figuro che sar
    lo stesso."
    "Eccome!  si figuri che,  solamente nella mia cura,  domenica passata,
    cinquanta denunzie."
    "Se lo dico;  il mondo non vuol finire.  E  lei,  signora,  non  hanno
    principiato a ronzarle intorno de' mosconi?"
    "No, no; io non ci penso, n ci voglio pensare."
    "S,  s,  che  vorr  esser  lei  sola.  Anche  Agnese,  veda;  anche
    Agnese..."
    "Uh! ha voglia di scherzare, lei," disse questa.
    "Sicuro che ho voglia di scherzare: e mi pare che sia ora  finalmente.
    Ne abbiam passate delle brutte, n' vero, i miei giovani? delle brutte
    n'abbiam  passate:  questi quattro giorni che dobbiamo stare in questo
    mondo, si pu sperare che vogliano essere un po' meglio. Ma! fortunati
    voi altri,  che,  non succedendo disgrazie,  avete ancora un pezzo  da
    parlare de' guai passati: io in vece, sono alle ventitr e tre quarti,
    e... i birboni posson morire; della peste si pu guarire; ma agli anni
    non c' rimedio: e, come dice, "senectus ipsa est morbus"."
    "Ora,"  disse  Renzo:  "parli  pur  latino  quanto  vuole;  che non me
    n'importa nulla."
    "Tu l'hai ancora col latino, tu: bene bene, t'accomoder io: quando mi
    verrai davanti,  con questa creatura,  per sentirvi dire appunto certe
    paroline  in latino,  ti dir: latino tu non ne vuoi: vattene in pace.
    Ti piacer?"
    "Eh! so io quel che dico," riprese Renzo: "non  quel latino l che mi
    fa paura: quello  un latino  sincero,  sacrosanto,  come  quel  della
    messa:  anche  loro,  l,  bisogna che leggano quel che c' sul libro.
    Parlo di quel latino birbone,  fuor di chiesa,  che  viene  addosso  a
    tradimento,  nel buono d'un discorso.  Per esempio,  ora che siam qui,
    che tutto  finito; quel latino che andava cavando fuori,  l proprio,
    in quel canto,  per darmi ad intendere che non poteva, e che ci voleva
    dell'altre cose e che so io? me lo volti un po' in volgare ora."
    "Sta zitto,  buffone,  sta zitto: non rimestar queste  cose;  ch,  se
    dovessimo  ora fare i conti,  non so chi avanzerebbe.  Io ho perdonato
    tutto: non ne parliam pi: ma me n'avete fatti de' tiri.  Di te non mi
    fa  specie,  che  sei  un  malandrinaccio;  ma dico quest'acqua cheta,
    questa santerella, questa madonnina infilzata,  che si sarebbe creduto
    far peccato a guardarsene.  Ma gi,  lo so io chi l'aveva ammaestrata,
    lo so io,  lo so io." Cos dicendo,  accennava Agnese  col  dito,  che
    prima aveva tenuto rivolto a Lucia: e non si potrebbe spiegare con che
    bonariet,  con  che  piacevolezza  facesse  que'  rimproveri.  Quella
    notizia gli aveva dato una disinvoltura,  una parlantina,  insolita da
    gran  tempo;  e  saremmo  ancor  ben lontani dalla fine,  se volessimo
    riferir tutto il rimanente di que' discorsi,  che lui tir  in  lungo,
    ritenendo  pi  d'una  volta  la  compagnia  che  voleva andarsene,  e
    fermandola poi ancora un pochino sull'uscio di strada, sempre a parlar
    di bubbole.
    Il giorno seguente, gli capit una visita, quanto meno aspettata tanto
    pi gradita: il signor marchese del quale s'era parlato: un  uomo  tra
    la  virilit e la vecchiezza,  il cui aspetto era come un attestato di
    ci che la fama  diceva  di  lui:  aperto,  cortese,  placido,  umile,
    dignitoso, e qualcosa che indicava una mestizia rassegnata.
    "Vengo," disse, "a portarle i saluti del cardinale arcivescovo."
    "Oh che degnazione di tutt'e due!"
    "Quando fui a prender congedo da quest'uomo incomparabile, che m'onora
    della sua amicizia,  mi parl di due giovani di codesta cura,  ch'eran
    promessi sposi,  e che hanno avuto de' guai,  per causa di quel povero
    don Rodrigo. Monsignore desidera d'averne notizia. Son vivi? E le loro
    cose sono accomodate?"
    "Accomodato  ogni  cosa.  Anzi,  io  m'era proposto di scriverne a sua
    eminenza; ma ora che ho l'onore..."
    "Si trovan qui?"
    "Qui; e, pi presto che si potr, saranno marito e moglie."
    "E io la prego di volermi dire se si possa far loro del bene,  e anche
    d'insegnarmi  la  maniera  pi  conveniente.  In  questa calamit,  ho
    perduto i due soli figli che avevo,  e la madre loro,  e ho avute  tre
    eredit considerabili.  Del superfluo, n'avevo anche prima: sicch lei
    vede che il darmi una occasione d'impiegarne,  e tanto  pi  una  come
    questa,  farmi veramente un servizio."
    "Il cielo la benedica!  Perch non sono tutti come lei i...? Basta; la
    ringrazio anch'io di  cuore  per  questi  miei  figliuoli.  E  giacch
    vossignoria illustrissima mi d tanto coraggio,  s signore, che ho un
    espediente da suggerirle,  il quale forse non  le  dispiacer.  Sappia
    dunque  che  questa buona gente son risoluti d'andare a metter su casa
    altrove,  e di vender quel poco che hanno al sole qui: una vignetta il
    giovine,  di  nove  o  dieci  pertiche,  salvo il vero,  ma trasandata
    affatto: bisogna far  conto  del  terreno,  nient'altro;  di  pi  una
    casuccia lui,  e un'altra la sposa: due topaie,  veda. Un signore come
    vossignoria non pu sapere come la vada per i poveri,  quando  voglion
    disfarsi del loro.  Finisce sempre a andare in bocca di qualche furbo,
    che forse sar gi un pezzo che fa all'amore a quelle quattro  braccia
    di terra, e quando sa che l'altro ha bisogno di vendere, si ritira, fa
    lo  svogliato;  bisogna corrergli dietro,  e dargliele per un pezzo di
    pane: specialmente poi in circostanze come queste.  Il signor marchese
    ha  gi  veduto  dove  vada  a  parare il mio discorso.  La carit pi
    fiorita che vossignoria illustrissima possa fare a questa gente,   di
    cavarli da quest'impiccio, comprando quel poco fatto loro. Io, per dir
    la verit, do un parere interessato, perch verrei ad acquistare nella
    mia  cura  un  compadrone  come  il  signor  marchese;  ma vossignoria
    decider secondo che le parr meglio: io ho parlato per ubbidienza."
    Il marchese lod molto il suggerimento,  ringrazi don Abbondio,  e lo
    preg di voler esser arbitro del prezzo, e di fissarlo alto bene; e lo
    fece poi restar di sasso,  col proporgli che si andasse subito insieme
    a casa della sposa, dove sarebbe probabilmente anche lo sposo.
    Per  la  strada,  don  Abbondio,  tutto  gongolante,  come  vi  potete
    immaginare,  ne  pens  e  ne  disse  un'altra.  "Giacch  vossignoria
    illustrissima  tanto inclinato a far del  bene  a  questa  gente,  ci
    sarebbe  un  altro servizio da render loro.  Il giovine ha addosso una
    cattura, una specie di bando, per qualche scappatuccia che ha fatta in
    Milano, due anni sono, quel giorno del gran fracasso, dove s' trovato
    impicciato, senza malizia, da ignorante,  come un topo nella trappola:
    nulla  di  serio,  veda:  ragazzate,  scapataggini:  di  far  del male
    veramente, non  capace: e io posso dirlo, che l'ho battezzato, e l'ho
    veduto venir su: e poi,  se vossignoria vuol prendersi il divertimento
    di  sentir questa povera gente ragionar su alla carlona,  potr fargli
    raccontar la storia  a  lui,  e  sentir.  Ora,  trattandosi  di  cose
    vecchie,  nessuno  gli  d fastidio;  e,  come le ho detto,  lui pensa
    d'andarsene fuor di stato; ma, col tempo, o tornando qui, o altro, non
    si sa mai,  lei m'insegna che  sempre meglio non esser su que' libri.
    Il signor marchese,  in Milano,  conta, come  giusto, e per quel gran
    cavaliere, e per quel grand'uomo che ... No, no,  mi lasci dire;  ch
    la verit vuole avere il suo luogo.  Una raccomandazione, una parolina
    d'un par suo,  pi del bisogno per ottenere una buona assolutoria."
    "Non c' impegni forti contro codesto giovine?"
    "No,  no;  non crederei.  Gli hanno  fatto  fuoco  addosso  nel  primo
    momento;  ma  ora  credo  che  non  ci  sia  pi altro che la semplice
    formalit."
    "Essendo cos,  la cosa sar facile;  e la prendo volentieri sopra  di
    me."
    "E poi non vorr che si dica che  un grand'uomo. Lo dico, e lo voglio
    dire;  a suo dispetto, lo voglio dire. E anche se io stessi zitto, gi
    non servirebbe a nulla, perch parlan tutti; e "vox populi vox Dei"."
    Trovarono appunto le tre donne e Renzo.  Come questi  rimanessero,  lo
    lascio  considerare  a  voi:  io  credo che anche quelle nude e ruvide
    pareti,   e  l'impannate,   e  i  panchetti,   e   le   stoviglie   si
    maravigliassero  di  ricever  tra  loro una visita cos straordinaria.
    Avvi lui la conversazione,  parlando del cardinale e dell'altre cose,
    con  aperta cordialit,  e insieme con delicati riguardi.  Pass poi a
    far la proposta per cui era venuto.  Don Abbondio,  pregato da lui  di
    fissare il prezzo,  si fece avanti;  e,  dopo un po' di cerimonie e di
    scuse, e che non era sua farina, e che non potrebbe altro che andare a
    tastoni, e che parlava per ubbidienza, e che si rimetteva, profer,  a
    parer suo,  uno sproposito. Il compratore disse che, per la parte sua,
    era contentissimo, e, come se avesse franteso,  ripet il doppio;  non
    volle  sentir  rettificazioni,  e  tronc  e  concluse  ogni  discorso
    invitando la compagnia a desinare per il giorno dopo le nozze,  al suo
    palazzo, dove si farebbe l'istrumento in regola.
    -  Ah!   -  diceva poi tra s don Abbondio,  tornato a casa:  -  se la
    peste facesse sempre e per tutto le cose in  questa  maniera,  sarebbe
    proprio  peccato  il dirne male: quasi quasi ce ne vorrebbe una,  ogni
    generazione; e si potrebbe stare a patti d'averla; ma guarire, ve'.  -
    Venne la dispensa, venne l'assolutoria, venne quel benedetto giorno: i
    due promessi andarono,  con  sicurezza  trionfale,  proprio  a  quella
    chiesa,  dove,  proprio  per bocca di don Abbondio,  furono sposi.  Un
    altro trionfo, e ben pi singolare,  fu l'andare a quel palazzotto;  e
    vi lascio pensare che cose dovessero passar loro per la mente,  in far
    quella salita,  all'entrare in quella porta;  e che discorsi dovessero
    fare, ognuno secondo il suo naturale. Accenner soltanto che, in mezzo
    all'allegria,  ora l'uno, ora l'altro motiv pi d'una volta, che, per
    compir la festa, ci mancava il povero padre Cristoforo.  "Ma per lui,"
    dicevan poi, "sta meglio di noi sicuramente."
    Il  marchese fece loro una gran festa,  li condusse in un bel tinello,
    mise a tavola gli sposi,  con Agnese e con la mercantessa;  e prima di
    ritirarsi a pranzare altrove con don Abbondio, volle star l un poco a
    far compagnia agl'invitati,  e aiut anzi a servirli. A nessuno verr,
    spero,  in testa di dire che sarebbe  stata  cosa  pi  semplice  fare
    addirittura una tavola sola. Ve l'ho dato per un brav'uomo, ma non per
    un originale,  come si direbbe ora;  v'ho detto ch'era umile,  non gi
    che fosse un  portento  d'umilt.  N'aveva  quanta  ne  bisognava  per
    mettersi  al di sotto di quella buona gente,  ma non per istar loro in
    pari.
    Dopo i due pranzi,  fu steso il contratto per mano  d'un  dottore,  il
    quale non fu l'Azzecca-garbugli.  Questo,  voglio dire la sua spoglia,
    era ed  tuttavia a Canterelli.  E per chi  non    di  quelle  parti,
    capisco anch'io che qui ci vuole una spiegazione.
    Sopra Lecco forse un mezzo miglio, e quasi sul fianco dell'altro paese
    chiamato Castello, c' un luogo detto Canterelli, dove s'incrocian due
    strade;  e  da  una parte del crocicchio,  si vede un rialto,  come un
    poggetto artificiale, con una croce in cima;  il quale non  altro che
    un gran mucchio di morti in quel contagio.  La tradizione,  per dir la
    verit,  dice semplicemente i morti del contagio;  ma dev'esser quello
    senz'altro,  che  fu  l'ultimo,  e  il  pi  micidiale  di cui rimanga
    memoria.  E sapete che le tradizioni,  chi non le aiuta,  da s  dicon
    sempre troppo poco.
    Nel ritorno non ci fu altro inconveniente, se non che Renzo era un po'
    incomodato  dal  peso de' quattrini che portava via.  Ma l'uomo,  come
    sapete, aveva fatto ben altre vite.  Non parlo del lavoro della mente,
    che non era piccolo, a pensare alla miglior maniera di farli fruttare.
    A  vedere  i  progetti che passavan per quella mente,  le riflessioni,
    l'immaginazioni;  a sentire i pro e i contro,  per l'agricoltura e per
    l'industria,  era  come  se ci si fossero incontrate due accademie del
    secolo passato.  E per lui  l'impiccio  era  ben  pi  reale;  perch,
    essendo  un  uomo  solo,  non  gli  si poteva dire: che bisogno c' di
    scegliere? l'uno e l'altro, alla buon'ora;  ch i mezzi,  in sostanza,
    sono  i medesimi;  e son due cose come le gambe,  che due vanno meglio
    d'una sola.
    Non si pens pi che a fare i fagotti,  e a mettersi in viaggio:  casa
    Tramaglino per la nuova patria,  e la vedova per Milano. Le lacrime, i
    ringraziamenti, le promesse d'andarsi a trovare furon molte.  Non meno
    tenera,  eccettuate  le  lacrime,  fu  la separazione di Renzo e della
    famiglia dall'ospite amico: e non crediate che  con  don  Abbondio  le
    cose  passassero  freddamente.  Quelle  buone  creature  avevan sempre
    conservato un certo attaccamento rispettoso  per  il  loro  curato;  e
    questo,  in fondo, aveva sempre voluto bene a loro. Son que' benedetti
    affari, che imbroglian gli affetti.
    Chi domandasse se non ci fu anche del dolore in distaccarsi dal  paese
    nativo,  da quelle montagne;  ce ne fu sicuro: ch del dolore, ce n',
    sto per dire,  un po' per tutto.  Bisogna per  che  non  fosse  molto
    forte,  giacch  avrebbero potuto risparmiarselo,  stando a casa loro,
    ora che i due grand'inciampi, don Rodrigo e il bando, eran levati. Ma,
    gi da qualche tempo,  erano avvezzi tutt'e tre a riguardar come  loro
    il  paese  dove  andavano.  Renzo l'aveva fatto entrare in grazia alle
    donne,  raccontando l'agevolezze che ci trovavano gli operai,  e cento
    cose  della  bella  vita  che  si faceva l.  Del resto,  avevan tutti
    passati de' momenti ben amari in quello a cui voltavan le spalle; e le
    memorie triste,  alla lunga guastan sempre nella mente i luoghi che le
    richiamano.  E se que' luoghi son quelli dove siam nati,  c' forse in
    tali memorie qualcosa di pi aspro e pungente. Anche il bambino,  dice
    il  manoscritto,  riposa  volentieri  sul seno della balia,  cerca con
    avidit e con fiducia la poppa che  l'ha  dolcemente  alimentato  fino
    allora;  ma  se  la  balia,  per divezzarlo,  la bagna d'assenzio,  il
    bambino ritira la bocca,  poi torna a provare,  ma  finalmente  se  ne
    stacca; piangendo s, ma se ne stacca.
    Cosa direte ora,  sentendo che, appena arrivati e accomodati nel nuovo
    paese,  Renzo ci trov de' disgusti bell'e preparati?  Miserie;  ma ci
    vuol cos poco a disturbare uno stato felice!  Ecco,  in poche parole,
    la cosa.
    Il parlare che, in quel paese, s'era fatto di Lucia, molto tempo prima
    che la ci arrivasse;  il saper che Renzo aveva avuto a patir tanto per
    lei,  e sempre fermo,  sempre fedele;  forse qualche parola di qualche
    amico parziale per lui e per tutte le cose sue,  avevan fatto  nascere
    una certa curiosit di veder la giovine, e una certa aspettativa della
    sua  bellezza.  Ora sapete come  l'aspettativa: immaginosa,  credula,
    sicura;  alla prova poi,  difficile,  schizzinosa: non trova mai tanto
    che le basti, perch, in sostanza, non sapeva quello che si volesse; e
    fa scontare senza piet il dolce che aveva dato senza ragione.  Quando
    comparve questa Lucia,  molti i quali credevan forse che dovesse avere
    i capelli proprio d'oro,  e le gote proprio di rosa, e due occhi l'uno
    pi bello dell'altro, e che so io? cominciarono a alzar le spalle,  ad
    arricciare il naso,  e a dire "eh!  l' questa? Dopo tanto tempo, dopo
    tanti  discorsi,  s'aspettava  qualcosa  di  meglio.  Cos'  poi?  Una
    contadina come tant'altre.  Eh!  di queste e delle meglio,  ce n' per
    tutto." Venendo poi  a  esaminarla  in  particolare,  notavan  chi  un
    difetto, chi un altro: e ci furon fin di quelli che la trovavan brutta
    affatto.
    Siccome  per  nessuno le andava a dir sul viso a Renzo,  queste cose;
    cos non c'era gran male fin l. Chi lo fece il male, furon certi tali
    che gliele rapportarono: e Renzo,  che volete?  ne fu tocco sul  vivo.
    Cominci a ruminarci sopra,  a farne di gran lamenti, e con chi gliene
    parlava, e pi a lungo tra s.  -  E cosa v'importa a voi altri? E chi
    v'ha detto d'aspettare? Son mai venuto io a parlarvene? a dirvi che la
    fosse bella?  E quando me lo dicevate voi  altri,  v'ho  mai  risposto
    altro,  se non che era una buona giovine? E' una contadina! V'ho detto
    mai che v'avrei menato qui una  principessa?  Non  vi  piace?  Non  la
    guardate. N'avete delle belle donne: guardate quelle.  -
    E  vedete  un  poco  come  alle volte una corbelleria basta a decidere
    dello stato d'un uomo per tutta la vita. Se Renzo avesse dovuto passar
    la sua in quel paese, secondo il suo primo disegno,  sarebbe stata una
    vita  poco  allegra.  A forza d'esser disgustato,  era ormai diventato
    disgustoso.  Era sgarbato con tutti,  perch ognuno poteva essere  uno
    de' critici di Lucia. Non gi che trattasse proprio contro il galateo;
    ma  sapete  quante  belle cose si posson fare senza offender le regole
    della buona  creanza:  fino  sbudellarsi.  Aveva  un  non  so  che  di
    sardonico in ogni sua parola; in tutto trovava anche lui da criticare,
    a  segno  che,  se faceva cattivo tempo due giorni di seguito,  subito
    diceva "eh gi,  in questo paese!" Vi dico che non eran  pochi  quelli
    che  l'avevan gi preso a noia,  e anche persone che prima gli volevan
    bene; e col tempo, d'una cosa nell'altra, si sarebbe trovato,  per dir
    cos,  in guerra con quasi tutta la popolazione,  senza poter forse n
    anche lui conoscer la prima cagione d'un cos gran male.
    Ma si direbbe che la peste avesse preso l'impegno di raccomodar  tutte
    le  malefatte di costui.  Aveva essa portato via il padrone d'un altro
    filatoio,  situato quasi sulle porte di Bergamo;  e  l'erede,  giovine
    scapestrato,  che  in  tutto  quell'edifizio  non trovava che ci fosse
    nulla di divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, anche a
    mezzo prezzo;  ma voleva i danari l'uno  sopra  l'altro,  per  poterli
    impiegar  subito  in  consumazioni  improduttive.  Venuta la cosa agli
    orecchi di Bortolo,  corse a vedere;  tratt: patti pi grassi non  si
    sarebbero  potuti  sperare;  ma  quella condizione de' pronti contanti
    guastava tutto, perch quelli che aveva messi da parte, a poco a poco,
    a forza di risparmi, erano ancor lontani da arrivare alla somma. Tenne
    l'amico in mezza parola,  torn indietro in fretta,  comunic l'affare
    al  cugino,  e  gli propose di farlo a mezzo.  Una cos bella proposta
    tronc i dubbi economici  di  Renzo,  che  si  risolvette  subito  per
    l'industria,  e  disse  di  s.  Andarono  insieme,  e  si  strinse il
    contratto. Quando poi i nuovi padroni vennero a stare sul loro, Lucia,
    che l non era aspettata per nulla,  non  solo  non  and  soggetta  a
    critiche,  ma si pu dire che non dispiacque; e Renzo venne a risapere
    che s'era detto da pi d'uno: "avete veduto quella bella baggiana  che
    c' venuta?" L'epiteto faceva passare il sostantivo.
    E  anche del dispiacere che aveva provato nell'altro paese,  gli rest
    un utile ammaestramento.  Prima d'allora era stato un  po'  lesto  nel
    sentenziare,  e  si  lasciava  andar  volentieri  a  criticar la donna
    d'altri, e ogni cosa.  Allora s'accorse che le parole fanno un effetto
    in  bocca,  e  un altro negli orecchi;  e prese un po' pi d'abitudine
    d'ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle.
    Non crediate per che non ci  fosse  qualche  fastidiuccio  anche  l.
    L'uomo  (dice  il  nostro anonimo: e gi sapete per prova che aveva un
    gusto un po' strano in fatto  di  similitudini;  ma  passategli  anche
    questa,  che avrebbe a esser l'ultima),  l'uomo, fin che sta in questo
    mondo,   un infermo che si trova sur un letto scomodo pi o  meno,  e
    vede  intorno  a  s altri letti,  ben rifatti al di fuori,  piani,  a
    livello: e si figura che ci si deve star benone.  Ma se gli riesce  di
    cambiare,  appena  s'  accomodato nel nuovo,  comincia,  pigiando,  a
    sentire,  qui una lisca che lo punge,  l un bernoccolo che lo  preme:
    siamo in somma,  a un di presso,  alla storia di prima.  E per questo,
    soggiunge l'anonimo,  si dovrebbe pensare pi a far bene,  che a  star
    bene:  e  cos si finirebbe anche a star meglio.  E' tirata un po' con
    gli argani,  e proprio da secentista;  ma in  fondo  ha  ragione.  Per
    altro,  prosegue,  dolori  e  imbrogli  della qualit e della forza di
    quelli che abbiam raccontati,  non ce ne furon pi per la nostra buona
    gente: fu,  da quel punto in poi, una vita delle pi tranquille, delle
    pi felici,  delle pi invidiabili;  di maniera che,  se ve l'avessi a
    raccontare, vi seccherebbe a morte.
    Gli  affari  andavan  d'incanto: sul principio ci fu un po' d'incaglio
    per la scarsezza de' lavoranti e per lo sviamento e le pretensioni de'
    pochi ch'eran rimasti. Furon pubblicati editti che limitavano le paghe
    degli operai; malgrado quest'aiuto, le cose si rincamminarono,  perch
    alla  fine  bisogna  che  si rincamminino.  Arriv da Venezia un altro
    editto,  un po' pi ragionevole: esenzione,  per dieci anni,  da  ogni
    carico  reale  e  personale  ai  forestieri che venissero a abitare in
    quello stato. Per i nostri fu una nuova cuccagna.
    Prima che finisse l'anno del matrimonio,  venne alla  luce  una  bella
    creatura;  e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunit a
    Renzo d'adempire quella sua magnanima  promessa,  fu  una  bambina;  e
    potete  credere  che le fu messo nome Maria.  Ne vennero poi col tempo
    non so quant'altri, dell'uno e dell'altro sesso: e Agnese affaccendata
    a portarli in qua e in l, l'uno dopo l'altro, chiamandoli cattivacci,
    e stampando loro in viso de' bacioni,  che ci lasciavano il bianco per
    qualche  tempo.  E  furon  tutti  ben  inclinati;  e  Renzo  volle che
    imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che,  giacch la c'era
    questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro.
    Il  bello  era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre
    col dire le gran cose che ci aveva imparate,  per governarsi meglio in
    avvenire.  "Ho  imparato,"  diceva,  "a  non  mettermi ne' tumulti: ho
    imparato a non predicare in piazza: ho  imparato  a  guardar  con  chi
    parlo:  ho  imparato  a  non alzar troppo il gomito: ho imparato a non
    tenere in mano il martello delle porte,  quando c' l d'intorno gente
    che  ha  la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al
    piede,  prima d'aver pensato quel che  possa  nascere."  E  cent'altre
    cose.
    Lucia  per,  non  che trovasse la dottrina falsa in s,  ma non n'era
    soddisfatta; le pareva, cos in confuso,  che ci mancasse qualcosa.  A
    forza  di sentir ripetere la stessa canzone,  e di pensarci sopra ogni
    volta,  "e io," disse un giorno al suo  moralista,  "cosa  volete  che
    abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono
    venuti  a  cercar me.  Quando non voleste dire," aggiunse,  soavemente
    sorridendo, "che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e
    di promettermi a voi."
    Renzo,  alla prima,  rimase impicciato.  Dopo  un  lungo  dibattere  e
    cercare insieme, conclusero che i guai vengono bens spesso, perch ci
    si    dato cagione;  ma che la condotta pi cauta e pi innocente non
    basta a tenerli lontani,  e che quando vengono,  o per colpa  o  senza
    colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita
    migliore.  Questa  conclusione,  bench  trovata da povera gente,  c'
    parsa cos giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di
    tutta la storia.
    La quale,  se non v' dispiaciuta affatto,  vogliatene bene a chi l'ha
    scritta,  e  anche  un  pochino a chi l'ha raccomodata.  Ma se in vece
    fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s' fatto apposta.

    GLOSSARIO.

    ABBURATTARE. Separare, come il buratto separa la crusca dalla farina.
    ASPO. Arnese di legno su cui si forma la matassa del filato.
    BERLINGA. Moneta milanese.
    BORDONE. Bastone da viaggio.
    BRACCIERE. Servo,  presso le nobili famiglie,  che d il braccio a chi
    sale in carrozza o ne scende.
    BULLETTA. Certificato.
    BUSSOLA. Portantina.
    CAPPELLETTI.  Soldati  a  servizio  della  repubblica  di Venezia,  di
    origine albanese,  cos chiamati perch  portavano  un  piccolo  casco
    senza visiera.
    GABELLINI. Guardie del dazio.
    GIULIO.  Moneta  del  valore  di 56 centesimi,  fatta coniare dal papa
    Giulio Secondo (Cap. 28).
    GRASCE. Derrate alimentari.
    GUALCHIERE. Macchine per sodare i panni, con magli o pestelli,  che si
    alzano e abbassano alternativamente.
    PARPAGLIOLA. Moneta milanese del valore di 10 centesimi e poco pi.
    PARTIGIANA. Lancia corta.
    RAVEGGIOLI. Piccole forme di formaggio fresco..
    REALE. Moneta di cinquanta centesimi.
    RUSPI. Zecchini d'oro.
    SALTERELLO.  Cartoccio,  ben legato,  contenente polvere da sparo, che
    accesa, lo fa saltare.
    SANROCCHINO. Mantello da pellegrino, come quello portato da san Rocco.
    SAGRARE. Imprecare; dal latino: "execrari".
    STILI. Antenne di legno (Cap. 25).
    TERZETTA. Piccola pistola.
    TOPPONI. Piccoli panini.
    TURCIMANNO.  Parola d'origine araba;  indica l'interprete che legge  o
    spiega una lettera.
    TROMBONI.  Fucili  con la canna che si allargava all'estremit a guisa
    di tromba.

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